Hotel Patria
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Le rivolte popolari in Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, e quella studentesca a Pechino; la caduta del regime in Romania, la rivoluzione di velluto; Solidarnosc, Piazza Tienammen, la caduta del muro di Berlino.
Cronaca di un anno indimenticabile.
E’ l’Italia, secondo il nostro Premier. Il quale Silvio Berlusconi s’è spesso vantato dicendo che tutti gl’italiani vorrebbero essere come lui, ad onta del fatto che lui stesso pretende di essere diverso da tutti gli altri italiani. Il paradosso è già tutto nella linea degli avvocati che peroravano la causa del lodo (dolo) Alfano di fronte alla corte costituzionale: il Premier come «primus super pares». La Corte non ha forse risposto (com’era ovvio) che ciò contraddirebbe la legge (l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge) che è a fondamento della legge stessa? Ma l’anomalia è logica prima che giuridica: un «primus» non può che essere «inter pares»; se questi pretende di essere «super» non si considera più «primus» bensì «unicum».
In pratica Berlusconi non vorrebbe cambiare la Costituzione: vi si vorrebbe sostituire. Vi si è già sostituito. Lui non si accontenta di governare questo Paese, lui vuole essere la Costituzione di questo Paese. Vuole che i suoi comportamenti pubblici e privati vengano imitati, presi a modello da ogni italiano, divengano costituzione vivente e vissuta da ogni italiano, perché tutti gli italiani siano di successo, ricchi e felici come lui è. Naturalmente tutto questo a condizione che egli sia appunto unicum. La diseguaglianza è necessaria ad alimentare il sogno, anzi ne è l’essenza stessa. La stessa Villa Certosa, questa specie di eden islamico abitato solo da Berlusconi e dalle donne che rappresentano il premio delle sue fatiche, non è la perfetta metafora dell’Italia che vorrebbe?
In questo paradosso di un popolo che si lascia guidare dall’uomo che esso invidia e da cui è disprezzato vi è il vero principio della decadenza di questo benedetto Paese. Nella pretesa del Cavaliere di essere unicum super pares in cui s’identifica un’intera nazione, il dramma di un intero popolo senza più identità.
“Reverendo, ma questa mafia, alla fine, cos’è ?”, chiese il papa al segretario dell’arcivescovo di Palermo.
“La mafia è quella che non si vede e non si sente, ma chi è nato qui sa vederla ovunque”, rispose il giovane prete.
L’ospedale costruito come un castello di sabbia è mafia, e medici e pazienti lo sanno;
La dilapidazione delle risorse ambientali, i cassonetti traboccanti e l’immondizia sparsa per strada, la gestione illegale dei rifiuti è mafia, e chi paga l’apposita tassa ogni anno più alta lo sa;
Il racket delle cooperative edilizie e il lavaggio di denaro sporco attraverso le sale gioco, il sistema degli appalti, i comitati d’affari, il voto di scambio è mafia, e chi ha dovuto ringraziare per avere come favore ciò che era già suo per diritto, lo sa;
L’abusivismo in aree pericolose o protette, il furto e la gestione illegale delle acque, il dissesto idrogeologico di intere regioni, la predazione del territorio è mafia, e chi è rimasto imprigionato e ucciso da questo fango lo sapeva.
Oggi ho sentito un prete predicare al cospetto del Sindaco di Palermo in occasione dell’inaugurazione della “Mostra della legalità” (!): “Preghiamo per le vittime della catastrofe naturale (sic!) che si è abbattuta sul messinese”. Ma forse chi ha parlato così era continentale, e dunque che questa non è affatto “natura”, bensì “mafia” e “politica”, lui non lo sa.
Gli incendi estivi di boschi e macchie sono un problema ecologico? Per quanto ciò possa apparire paradossale, solitamente non vengono percepiti come tali nella considerazione della pubblica opinione, ma neppure nei media. Quando non provocano danni diretti alle persone o alla proprietà, tutt’al più se ne sottolineano le problematiche ambientalistiche, per esempio la distruzione di particolari beni naturalistici o la massiccia emissione di c02 che essi provocano. Ma ambientalismo ed ecologia non sono la stessa cosa e, ammesso che si tratti di scienze, non rappresentano due diverse denominazioni della medesima disciplina. continua a leggere…
Io so cosa c’è nell’agenda rossa di Paolo Borsellino, quella di cui oggi tutti i giornali italiani parlano, quella misteriosamente sparita dalla scena libanese di via D’Amelio il 19 luglio 1992. Alla data 25 giugno, ad esempio, stava scritto: biblioteca comunale.
C’ero anch’io tra il pubblico di cittadini, quella sera, nello splendido chiostro seicentesco di Casa Professa, ora biblioteca comunale di Palermo, quando Borsellino, in un silenzio surreale, cominciò lentamente dicendo di essere venuto per ascoltare e poi continuò affidando a quel suo ultimo discorso pubblico, a quel gruppo di concittadini il senso di una vita professionale, di un’esistenza umana. Con quella sua ruvida voce da fumatore, che mette persino nel suo vizio lo stesso accanimento con cui persegue tutto ciò che fa, parlò di Giovanni Falcone. Parlò di sé parlando dell’amico, della sua agenda, e raccontò esattamente ogni singola pagina della propria.
«Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. continua a leggere…
Ill.mo Presidente della Repubblica
Onorevole Giorgio Napolitano,
Consenta anche a me di chiederLe, in virtù del potere attribuitoLe
dall’art. 74, comma 1, della Costituzione (“Il Presidente della Repubblica,
prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere
chiedere una nuova deliberazione”), di non promulgare il testo di legge
deliberato in via definitiva dal Senato il 2 luglio 2009, noto come
“pacchetto sicurezza”, in quanto recante norme incostituzionali
e in palese violazione di fondamentali diritti umani e di rinviarlo alle Camere con
messaggio motivato, affinché esso sia modificato conformemente al dettato
della Costituzione della Repubblica Italiana, alle norme di diritto
internazionale recepite nel nostro ordinamento e ai principi della civiltà
giuridica.
Con Osservanza,
Gentile Signor Diego Cammarata, Sindaco di Palermo,
Qualche tempo fa le chiesi dalle colonne di questo blog di rendere trasparenti le sue spese della sua ultima campagna elettorale a sindaco, quella in cui la sua faccia appariva, col suo ormai celebre sorriso, accanto a frasi del tipo: “Palermo, la città più glamour d’Europa”; “Palermo, la città più vivibile del mondo”. Ora, forse non ricordo bene e onestamente non saprei più dire se sto esagerando io adesso o lei allora… continua a leggere…
Si profila a Palermo una nuova emergenza ambientale, come a Napoli lo scorso anno.
Già atteso per il Luglio 2008, il crac dell’Amia di Palermo, l’azienda municipalizzata per la gestione della viabilità e l’igiene ambientale, si ripresenta puntualmente con l’inizio della calda stagione. Intanto, tra la giunta del sindaco Diego Cammarata e il consiglio comunale si consuma all’interno della maggioranza una lotta di tutti contro tutti per riuscire nella quadratura del cerchio; una lotta che comuncia a coinvolgere la Regione e perfino il governo centrale: salvare l’Azienda e i suoi posti di lavoro e di consenso con un consistente aumento della tassa sui rifiuti o, in vista delle imminenti tornate elettorali, evitare di irritare i cittadini mettendo loro, come si dice, le mani in tasca?
Magari con uno spettacolare super regalo da Roma, a suon di milioni di euro (sembra ne occorrano 150-170 solo per sanare il disavanzo dell’Amia), come quello elargito lo scorso anno al sindaco forzista di Catania, Scapagnini?
Staremo a vedere. Intanto… continua a leggere…
I mafiosi non sono cristiani
Un fatto di cronaca come la strage di Capaci, nonostante si presti ad una interpretazione su più livelli, viene solitamente affrontato sotto il profilo politico-giuridico. Credo possa risultare utile se cerco di abbozzare, sforzandomi di non uscire troppo dalle mie competenze etico-teologiche, qualche considerazione su questo episodio da punti di vista forse meno usuali. Guardare il fenomeno da diverse prospettive può aiutarci a razionalizzare (sarebbe assai utile, ad esempio, l’approccio quantitativo al fenomeno mafioso, cosa che è stata fatta solo in un ristrettissimo numero di studi) e a contrastare quindi la tendenza giornalistica a una lettura mitologica dell’emergenza mafiosa, che finisce per alimentare nell’opinione pubblica l’epos popolare di una mafia quasi circonfusa di un’aura leggendaria. continua a leggere…
Tutta la verità su Silvio
Il Cavaliere si rifiuta di rispondere alle domande di Repubblica, l’ultima delle quali concerne il suo stato di salute. Ma quale sarebbe l’aspetto del Presidente del Consiglio senza trapianti, coloriture, restauri e tagliandi? Ci siamo avvalsi del prezioso aiuto di un giovane grafico, Davide Agnello, per azzardare, come nella celebre opera di Oscar Wilde, una nostra fantasiosa ipotesi in proposito. Si ricorderà, però, come nella finzione letteraria si trasferissero sulla tela del magico ritratto le brutture morali del protagonista, che così appariva tanto più esteticamente piacevole e seducente quanto più avanzava la sua decadenza interiore. Ma nel caso dell’illustre protagonista delle cronache italiane qui raffigurato, trattandosi del foro interno della di lui coscienza, e sentendoci noi vincolati al comandamento di non giudicare, non vogliamo sottintendere alcuna valutazione morale quando poniamo l’analogia tra la metafora di Wilde e il lifting mediatico cui quotidianamente si sottopongono le politiche e le private faccende del Presidente. Si tratta solo, ci si creda o no, di una trovata picaresca, puro e semplice divertimento. Semmai, dal momento che il ruolo istituzionale, e ancor più la parabola biografica del nostro Primo Ministro fanno di lui, a suo stesso dire, ciò che l’italiano medio vorrebbe essere, al tempo stesso fanno dell’effigie di ciò che egli davvero è lo specchio del nostro presente, di ciò che questo benedetto Paese è diventato.
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Lettera alla comunità ecclesiale
Molti fatti con i quali veniamo in contatto ci dicono che oggi la Chiesa si trova in una situazione di progressivo estraneamento rispetto al mondo contemporaneo. Molti uomini e donne, specialmente tra i giovani, avvertono da parte loro una radicale estraneità dalla Chiesa. In breve, fra Chiesa e società si è determinata una frattura sulla libertà di coscienza, i diritti umani fuori e dentro la stessa Chiesa, il pluralismo religioso e la laicità della politica e dello Stato. La Chiesa appare ripiegata su se stessa e incapace di dialogare con gli uomini e le donne del nostro tempo.
Siamo molto preoccupati per le conseguenze negative che tale perdurante situazione produce per un annuncio credibile del Vangelo. Per questo, ci sembra saggio riprendere e rilanciare la feconda intuizione di Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura del Concilio Vaticano II: quella di «un balzo in avanti» per una testimonianza ed un annuncio cristiani che possano rispondere «alle esigenze del nostro tempo».
Il tentativo in atto di contenere lo Spirito del Concilio è, a nostro avviso, un grave errore che, se perseguito fino in fondo, non può che aumentare in modo irreparabile lo steccato tra Chiesa e mondo, Vangelo e vita, annuncio e testimonianza. A noi sembra che l’insistere sulla riaffermazione di norme e visioni anti-storiche o, addirittura, non biblicamente fondate se non a volte anti-cristiane, non aiuti la credibilità ecclesiale nell’annuncio del regno di Dio. Vanno ripensati, ad esempio, le questioni riguardanti l’esercizio effettivo della collegialità episcopale e del primato papale, i criteri nella nomina dei vescovi, la condizione dei separati, dei divorziati e delle persone omosessuali, l’accesso delle donne ai ministeri ecclesiali, la dignità del morire.
Vogliamo una Chiesa che si fidi solo della forza libera e mite della fede e della grazia di Dio, che non imponga mai a nessuno le proprie convinzioni sui problemi dell’etica e della politica.
Vogliamo una Chiesa che pratichi la compassione e trovi nella pietà la sua gloria. E faccia sue le parole che il santo padre Giovanni XXIII incise sul frontone del Concilio: «Oggi la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi non rinnovando condanne ma mostrando la validità della sua dottrina. La Chiesa vuol mostrarsi madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà, anche verso i figli da lei separati».
Vogliamo una Chiesa che sappia dialogare con gli uomini e le donne e le loro culture, senza chiusure e condizionamenti ideologici, e impari ad ascoltare e a ricevere con gioia le cose vere e buone di cui gli interlocutori sono portatori. La verità e la bontà sono di Dio, il quale le dà a tutti gli uomini e non solo ai cristiani.
Vogliamo che al centro della Chiesa venga messo il Vangelo e la sua radicalità. Solo così la Chiesa potrà essere vista e sperimentata come “esperta in umanità”.
E’ tempo che, senza paura, nella Chiesa e nella città prendiamo la parola da cristiani adulti e responsabili, per una credibilità e veracità ecclesiale.
Barbera Giuseppe
Fasullo Nino
Garbo Rosellina
Giuè Rosario
Impellitteri Tommaso
Passarello Teresa
RestivoTeresa
Romeo Zina Rumore
Rumore Rosanna
Scordato Cosimo
Stabile Francesco Michele
Mario Giarratana
Giovanna Staropoli
Antonino Giarratana
Francesca Giacopelli
Giampiero Tre Re
Aderisci scrivendo un commento oppure al seguente indirizzo e-mail: chiesacitta@libero.it
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Carissimi viandanti in Terra di Nessuno, Vi presento “FIRMINO” la rubrica libraria interamente dedicata alle recensioni di volumi sui temi cari a Terra di Nessuno: Filosofia, teologia, spiritualità, scienze umane, bioetica, ecologia, politica, diritti dell’uomo, scuola. Questo spazio verrà aggiornato di volta in volta e si arricchirà col tempo, anche delle vostre recensioni, se lo vorrete, di consigli per la lettura o semplicemente di una vostra segnalazione su libri che voi ritenete importanti per la vostra vita.
Solidarietà a Roberto Saviano
Gomorra. Incipit
In libreria
da 18 marzo: Bibi Bianca, Il ladro di Palermo
R. Lopes, Tu da che parte stai? (recensione)
Matteo Messina Denaro, Lettere a Svetonio. Il capo di Cosa Nostra si racconta, a cura di Salvatore Mugno, Eretica ed., Viterbo 2008.
Contenuti correlati all’argomento presenti in Terra di Nessuno:
di Matteo Messina Denaro (Alessio), Lettere a Svetonio, con commenti di S. Mugno di G. Tre Re, Il boss agnostico. Dio, Patria e Famiglia in Matteo Messina Denaro
Ultime recensioni
Augias – Cacitti, Inchiesta sul cristianesimo Nuova versione cattolica ufficiale della Bibbia in italiano Maxence Fermine, Il labirinto del tempo Il Vangelo secondo Giuda di Beniamino Iscariota G. CHINNICI – U. SANTINO – G. LA FIURA – U. ADRAGNA, Gabbie vuote
Un articolo di C. Naro su E. Montale e il cattolicesimo fiorentino dell’epoca di Giorgio La Pira, in Omaggio a Cataldo Naro
Segnalazione
R. SEMPLICI, La cura della salute. Presentazione di Bruno P. Pieroni, Paoline Editoriale libri, Milano 2008 
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Ariel Toaff, Pasque di sangue Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo dirci cristiani Costantino Margiotta, Mafia. Dalla mattanza a provenzano (recensione di M. Vilardo) Francesco Anfossi, Puglisi, Un piccolo prete fra i grandi boss
Buona lettura!
Terradinessuno. Giampiero Tre Re. Webmaster.
«”Nel dire nuova, Dio ha reso antiquata la prima alleanza. Ma ciò che diventa antiquato e che invecchia è prossimo alla scomparsa” (Lettera agli ebrei 8, 13). La profezia contenuta in questo testo apostolico tuttora inserito a pieno titolo fra le lettere di Paolo (benché l’attribuzione sia controversa) ha subito la smentita di diciannove secoli di storia.
Sopravvissuti a innumerevoli persecuzioni e tentativi di sterminio, nel Novecento gli ebrei hanno rifondato uno Stato nella loro terra d’origine e sono tornati in milioni a parlare una lingua che pareva morta, a lungo rinchiusa nelle sole funzioni liturgiche.
Un enigma, un miracolo, un accidente fastidioso? Il mondo fatica a rispondere, e con esso la Chiesa che si era concepita come Nuova Israele».
Per quanto non privo di osservazioni accettabili il pezzo di Gad Lerner apparso stamani su Repubblica col titolo “Quel vescovo non è un alieno” è un esempio di come NON vada fatto il dialogo ebraico-cristiano. continua a leggere…
Eccellenza rev.ma,
desidero rivolgere a lei, ai rappresentanti del presbiterio e al popolo di questa sua Chiesa il ringraziamento a nome del gruppo-famiglia Camminare Insieme per l’ospitalità che avete offerto a P. Luigi negli ultimi anni della sua vita, e al gruppo stesso. Desidero dirle anche che la sua Chiesa è stata beneficata da Dio con la presenza di una persona, di quest’uomo, questo prete speciale. continua a leggere…
Cari amici,
Ho bisogno del vostro aiuto per avere informazioni su questa istantanea che ritrae Padre Pino Puglisi all’inizio del suo ministero. Qualsiasi dato può essermi utile: sul luogo, l’anno (anche approssimativo), le persone che compaiono nella foto; in particolare sul ragazzo con gli occhiali, che sorride, proprio davanti a P. Puglisi.
Grazie.
Giampiero Tre Re. Webmaster.
Il presidente Gianfranco Fini ha affermato oggi, nel settantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali di Mussolini, che sarebbe stata «l’intera società italiana» a non reagire ad esse, compresa «duole dirlo» la Chiesa cattolica; che «l’ideologia fascista da sola non basta a spiegare quest’infamia».
Basterebbe citare l’enciclica Mit brennender Sorge di Pio XI per spiegare che Fini spara cazzate; ma poverino, non è colpa sua, non è che finga di non sapere, lui è effettivamente ignorante, casca dalle nuvole. continua a leggere…
di P. Luigi A. Maria Poli

S. Buttafava, Copertina del primo numero di "Camminare Insieme"
Lunga è stata la mia vita; non tanto per il tempo quanto per l’intensità e per tutto quello che mi è accaduto. Era il 24 maggio del 1953; iniziava per me l’attività sacerdotale. Quanto entusiasmo! Quanta inesperienza! I primi successi,le prime delusioni! Le prime vittorie con le prime cadute. Ricordo tutti e tutto (anche se sono stato dimenticato… credo solo apparentemente). Ricordo chi mi ha dato una mano amica (ed ora è morto) e chi mi ha procurato difficoltà che mi hanno veramente ferito. E poi si è aperto l’orizzonte … da lontano era tutto meraviglioso. Le premesse erano le più rosee anche se e’era chi si sentiva incaricato di mettermi sull’avviso di una prospettiva amara. continua a leggere…
Sembra che, vent’anni dopo il crollo del muro di Berlino, il crollo di Wall Street si porti via l’ultima ideologia del novecento. Rivolgendosi ai Padri Sinodali, Benedetto XVI ha recentemente paragonato questa crisi globale dei mercati finanziari al crollo della casa costruita sulla sabbia, di evangelica memoria. Certo, occorre andar cauti a tirare Dio dalla propria parte, affinché non accada, alla luce dei fatti, come a G. W. Bush (il quale fino a poco tempo fa amava biblicamente ripetere che la democrazia americana è una “città edificata su un monte”) di sbagliare clamorosamente versetto. Ma forse, trattandosi del Vicario di Cristo, questa volta possiamo confidare che la citazione sia quella giusta. continua a leggere…
Mi è recentemente capitato di leggere, sul giornale cittadino, un “taglio basso”, a firma di Bruno Vespa, dedicato al caso di Eluana Englaro, la donna da sedici anni in stato vegetativo permanente, sul quale di recente la Corte di Cassazione ha emesso una sentenza storica, in Italia. I giudici di terzo grado, infatti, hanno dato torto a chi aveva impugnato una precedente sentenza, emessa in sede d’Appello, che dichiarava legittima la richiesta di Beppino Englaro di sospendere l’alimentazione forzata alla figlia Eluana. L’Englaro sarebbe riuscito a dimostrare, infatti, l’esistenza di una “volontà” della figlia, da lei espressa oralmente e da lui stesso raccolta, insieme ad altri testimoni, dalla quale risulta che Eluana non avrebbe dato il proprio consenso alla prosecuzione di tali trattamenti.
Ciò che più colpisce nell’articolo di Vespa è l’approccio di basso profilo dato alla problematica, continua a leggere…
Dal barbiere è ancora possibile fare incontri interessanti. Proprio ieri parlavo di uno dei miei argomenti preferiti, la scuola, con un signore, anche lui in attesa del suo turno. «Che lei abbia questa passione nell’insegnamento è ammirevole, professore, ma l’edilizia scolastica, al contrario di quanto lei sostiene, è un problema marginale», mi diceva più o meno nello stesso istante in cui a Rivoli crollava il tetto di un’aula scolastica, uccidendo un alunno di diciassette anni, Vito Scafidi, e ferendone gravemente altri. Invano io cercavo di spiegare la scuola come la vede un personalista, e cioè come a un bisogno, e come occorra, quindi, rispondere alle condizioni materiali primarie prima di poter anche solo pensare alla soddisfazione di esigenze più elevate e spirituali. continua a leggere…









































Il tempo aperto
COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE
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Anno B, Tempo ordinario, XXXIII domenica
Dn 12,1-3; Sal 15; Eb 10,11-14; Mc 13,24-32
Proteggimi o Dio, in te mi rifugio.
Mc 13,24 In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà
e la luna non darà più il suo splendore
25 e gli astri si metteranno a cadere dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
26 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27 Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
28 Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; 29 così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. 30 In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. 31 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32 Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.
Al termine delle polemiche e dei fatti occorsi nei primi tre giorni dell’ultima settimana della sua vita terrena, Gesù affida alla ristretta cerchia dei suoi discepoli il proprio testamento spirituale. Il brano evangelico di questa domenica ne è la prima parte (31) ed è interessante notare il processo d’inclusione che l’uso liturgico di questa pericope suggerisce, perché la sua parte conclusiva era già stata letta nella prima domenica d’avvento (33-37). Se da una parte inizio e fine coincidono nel grande ciclo del tempo liturgico, tuttavia la fine del tempo è in realtà già alle nostre spalle, perché il kairos della salvezza è sempre aperto al futuro assoluto, il tempo di Dio.
Il testamento spirituale di Gesù viene a chiudere il discorso escatologico (13,5-37) . Questo discorso si presenta in due parti, che chiameremo piccola escatologia (5-23) e grande escatologia (24-30), rispettivamente di Israele e della Chiesa, scandite da due citazioni delle apocalissi di Daniele (Dn 9,27 in Mc 13,14; Dn 7,13-14 in Mc 13, 26).
Gesù dice che quella che egli stesso e gli apostoli stanno vivendo in quel momento è solo una fase della prima escatologia, la piccola, che a sua volta non è la fine, ma più esattamente un inizio (7b; 8,b) e soprattutto non è la fine del mondo, ma solo di UN mondo, il mondo cultuale e ritualistico del giudaismo (1-4). La piccola escatologia è legata a fatti e discorsi riportati poco prima dall’evangelista, in cui si vede un Gesù adorato dal popolo minuto (11,18; 12,17.37) e avversato praticamente da tutti gli altri: la parabola dei vignaioli omicidi (12,1-12), gli scontri col presbiterio (11,27-33); le diatribe con sadducei e scribi, farisei ed erodiani (12,13-27), la cacciata dei mercanti dal Tempio di Gerusalemme (11,15-18): tutti atti e parole che rivelano l’atteggiamento critico di Gesù nei confronti del patto sociale tra le élite religiose e le danarose classi mercantili, finanziarie, dei funzionari del Tempio (12,41-44).
Dalle parole di Gesù sembrerebbe che la piccola escatologia sia più dolorosa e distruttiva di quella grande (13,19), di cui rappresenta il modello esemplare e a cui è legata perché ne contrassegna l’inizio storico e la preparazione. Nella prima escatologia Gesù non sembra vedere un evento esclusivamente religioso, però ne sottolinea principalmente l’aspetto di crisi religiosa, individuandone le cause nel carattere aristocratico ormai assunto dal sacerdozio e dallo smarrimento del senso religioso della sua leadership (13,14). Un’altra causa è certamente legata alle persecuzioni che egli stesso dovette subire. La piccola escatologia, infatti, è caratterizzata anche da lotte religiose, in cui i discepoli subiranno le stesse persecuzioni politico-religiose inflitte al loro Maestro. La visione di Gesù rimane tuttavia di tipo provvidenziale. La diaspora dei discepoli, insieme a quella degli altri israeliti, darà la spinta decisiva per la diffusione del vangelo (13,9-10). Ad ogni modo, nel dare la sua lettura religiosa del kairòs, Gesù usa qui un linguaggio storicizzante e demitizzante.
La grande escatologia, o seconda, sconcerta più che altro per il brusco cambiamento di tono, che diventa mitico e apocalittico, un registro che Gesù solitamente non predilige. Infatti, per parlarne, cita due volte il profeta Isaia (13,10; 34,4 in Mc 13,24-25). Di solito Gesù preferisce immagini più domestiche (Mc 11,12-14; 13,28). Caratteristica principale della seconda escatologia è la sua universalità (13,37). Essa riguarda l’intera umanità di tutti i tempi, come un’unica generazione (13,30). Vi è anche la singolare caratteristica dell’ignoranza escatologica (13,32-33) il cui scopo è nel togliere ogni alibi alla faciloneria ed alla pigrizia.
Cristo affida alla responsabilità di ogni discepolo l’intelligenza storico-salvifica del tempo che gli appartiene, offrendo come modello la propria.
Alla fine dell’anno liturgico, esattamente dunque come al suo inizio, una riflessione sul tempo e sulla centralità di Cristo: nella vicenda storico-salvifica universale così come nella piccola storia di ciascuno di noi.
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