Padre Puglisi Beato

Padre Puglisi (terzo da sinistra della prima fila in basso) in una rara foto scattata durante l’incontro di Giovanni Paolo II con il presbiterio palermitano nel 1983.

È ormai ufficiale. Come avevamo anticipato nei giorni scorsi, Benedetto XVI ha firmato il decreto con cui si dichiara Puglisi martire «in odium fidei». Proprio mentre scriviamo è in corso al Palazzo Arcivescovile di Palermo la conferenza stampa con cui se ne dà notizia alla diocesi ed alla città.

  1. 29 giugno 2012 alle 16:40

    Nel dare la notizia ieri ho provato una gioia profonda, rara.
    Oggi prevale la malinconia nel vedere questa corsa sui media ad accaparrarsi la primogenitura spirituale di Puglisi; per la faccia tosta di chi continua ancora a snobbarlo.
    Non abbiamo capito ancora nulla.

  2. 30 giugno 2012 alle 11:47

    La beatificazione di don Puglisi/
    LA CHIESA E TUTTI I SANTI DELLA MAFIA

    di Francesco Merlo
    LA REPUBBLICA | 30 GIUGNO 2012

    Non basta fare santo un eroe dell’antimafia, la Chiesa deve adesso strappare tutti gli altri santi alla mafia, compreso Gesù Cristo che nella devozione malata dei criminali è reso pari ad ogni malacarne messo ai ceppi dagli sbirri. Don Puglisi rischia dunque di sentirsi solo in un Paradiso affollato dalle troppe preghiere dei boss, dai ceri dei sicari, dai te deum degli estortori, dalle orazioni degli stragisti, dalle devozioni lautamente finanziate, dai peccatori sanguinari che hanno fatto della Chiesa meridionale il loro covo, la banca dei loro sentimenti.

    Di sicuro il processo di beatificazione di don Puglisi , avviato da Benedetto XVI, è il primo atto di potenza spirituale di questo Papa così teologico, così professore, così lontano dalla vox populi che è sempre vox dei. E difatti il parroco di Brancaccio, che adesso è in attesa di diventare un’immaginetta della Chiesa, era già un’icona, una faccia molto amata e molto raffigurata, con pennellate naïf, sui cruscotti, sui carrettini, sui muri. E la gente assiste come ad una messa allo spettacolo bello e stralunato che Ficarra e Picone gli hanno dedicato: . Insomma, da molto tempo don Puglisi è chiamato nella Palermo profonda. Persino uno dei killer che gli ha sparato, disse: . Che anche la Chiesa lo riconosca finalmente come santo è, al tempo stesso, un atto dovuto e la promessa di una svolta.

    Ma di certo è ancora troppo poco in un universo religioso che è dominato e pagato dal devoto violento, dal killer che prega e spara, dal mafioso che bacia il crocifisso e strangola, dal boss che domina il delitto e innalza altarini alla Madonna, legge e annota la Bibbia e allo stadio di Catania fa calare sulla curva sud un enorme striscione, venti metri per trenta, con l’immagine di Sant’Agata in carcere, il viso reclinato verso la finestra della prigione da cui arriva un fascio di luce divina.

    Come si può santificare il martirio – la testimonianza – di don Puglisi e non sospendere , come primo atto di purificazione, le feste religiose che sono esplosioni collettive dell’anima antica e oscura per un tema liturgico, quello della Passione, in cui la mafia, bestemmiandolo, si riconosce, si specchia: il tradimento (Giuda), l’assassinio (Cristo), lo strazio della Madre Addolorata (la Madonna). Ed è vero che non esiste nulla di così affollato come le feste religiose della Sicilia spagnola e si capisce che la Chiesa, in crisi di vocazioni e di consenso, cerchi la folla. Ma le processioni sono le palestre del rancore popolare, un concentrato di antichissima ferocia pagana che i boss riciclano per riaffermare il controllo assoluto del territorio. E nel cappuccio sono depositate tutte le pratiche più lugubri, precristiane e anticristiane, un armamentario devozionale che è apparentato con le processioni sciite, con il peggio del fondamentalismo e del fanatismo di massa dell’Iran. Ma il cappuccio è anche il nascondersi che in latino si dice lateo, quindi latitare, quindi latitante, tra fucili e crocefissi, bombe a mano e immagini dei santi, di tutti i santi.

    Ebbene don Puglisi è stato il solo che è riuscito a ribaltare persino la cupezza di queste processioni e a riportare al sorriso il tetro e lugubre Dio della mafia. Perciò è il modello vincente di quell’ antimafia che non è fatta di catechismo e di retorica nelle scuole. Don Puglisi si misurava con la mafia, era cresciuto nella sua stessa tragedia sociale, si nutriva degli stessi miti ma, rovesciandoli in ogni centimetro del territorio e maneggiando le sue stesse armi, si riappropriava inesorabilmente del quartiere. E non è santo perché accolse sorridendo il suo sicario – -, ma perché, capovolgendo i miti della mafia, convinse la gente del Brancaccio, la sua gente, a guardare all’incontrario il proprio mondo, la propria casa, la propria famiglia e anche la propria chiesa, e a scoprire che all’incontrario è meglio.

    Molto più della causa di canonizzazione del giudice Rosario Livatino, introdotta lo scorso anno dall’arcivescovo di Agrigento, la scelta di beatificare don Puglisi è il primo vero tentativo di contrapporre all’universo del mafioso devoto quello dell’antimafioso devoto. Ecco perché è stato ucciso: stava togliendo alla mafia la sua ragione sociale e cioè il territorio, i suoi miti, le sue processioni, i suoi santi, la sua religione.

    E pensate al linguaggio che è sempre carne viva, pensate a quanto c’è di cattolico nelle parole e nel codice della mafia: cupola, papa, padrino, mammasantissima, e poi il bacio dell’anello, il rogo del santino nell’iniziazione … E a tutto i latitanti rinunziano ma non ai battesimi, alle cresime, alle processioni appunto. Tra i santuari più famosi della provincia di Reggio Calabria c’è quello di Polsi, con la sua Madonna della Montagna che tutti chiamano la Madonna della ‘ndrangheta perché ogni anno i mammasantissima si riuniscono per portare sulla spalla le statue dei santi. Ed è passato nella simbologia mafiosa l’intero sistema penale dell’Inquisizione, che in Sicilia fu uno stato nello Stato e faceva pagare il pizzo sulla fede, costringendo per esempio il non cattolico, soprattutto l’ebreo, a versare multe e a cedere parte del patrimonio. Ed è sorprendente ritrovare tutta la ferocia dell’Inquisizione nelle punizioni della mafia. La faccia tagliata, segno di indelebile infamia tra i mafiosi, era la tortura che la chiesa infliggeva all’eretico. E il sasso in bocca è la variante mafiosa della mordacchia inquisitoriale, pena comminata al bestemmiatore ….

    E si potrebbe continuare nell’illustrare il rapporto tra mafia e religione cattolica che è davvero molto stretto e molto inquietante e non solo perché Provenzano porta al collo tre crocifissi.

    Molto più della pedofilia, almeno in Italia, è questo è il grumo oscuro della nostra Mater Purissima, l’oggetto dell’esame di coscienza e della guerra di liberazione che ora spetterebbe alla Chiesa. Altrimenti anche la beatificazione di don Puglisi rischia d’ essere solo un tentativo di rifarsi la faccia: non martire ma marketing.

    http://www.francescomerlo.it/?p=843

    • 30 giugno 2012 alle 11:51

      Eppure, eppure… non è solo questa, di cui scrive Merlo, la metanoia; non è solo guardando alla mafia che si comprende il cambio di mentalità cui è chiamata la Chiesa palermitana e italiana da Benedetto XVI. Merlo è giornalista, e non teologo, e non può saperlo; conosce a menadito la società italiana, ma non abbastanza dall’interno questa particolare società che è la chiesa, per guardarle veramente dentro al cuore. Se Puglisi, proprio in quanto prete – come disse il Cardinale fin dai funerali di Padre Pino – fu ucciso dalla mafia in odium fidei, ecco la domanda cruciale da portare fin nel cuore della chiesa: come mai tutti gli altri siamo ancora vivi? Perché i modelli egemoni in questa chiesa producono vescovi ma non martiri e il modello Puglisi produce martiri ma non vescovi?

      • 1 luglio 2012 alle 12:34

        Il modello Puglisi (ma anche Cataldo Naro)è stato un modello evangelico,per nulla carrierista,affarista,nepotista ecc.ecc.
        Purtroppo nella chiesa di oggi è un modello fortemente minoritario se si pensa che,ad oggi,c’è la paura di pronunciare la parola mafia in un’omelia in cui si ricorda una vittima di mafia.Sono ancora forti i modelli egemoni che producono vescovi.Fino a che punto,nel vissuto ecclesiale quotidiano,c’è la piena consapevolezza che la mafia è una struttura di peccato e che ,pertanto,va combattuta con i valori propri della fede cristiana?

      • 2 luglio 2012 alle 18:12

        …ma chi dice mai che santi si nasce…

  3. 2 luglio 2012 alle 12:20

    San Calogero, monsignor Montenegro: “Essere un buon cristiano significa respingere la mafia”
    Una lunga omelia quella pronunciata dall’arcivescovo di Agrigento e che partendo dal Santo, “uomo e operatore di pace”, invita tutti ad un’assunzione di coraggio e di autentica fede cristiana

    Torna su un tema a lui caro, quello della responsabilità sociale del fenomeno mafioso, l’arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro durante l’omelia che ha pronunciato stamattina nel Santuario di San Calogero, in occasione dei festeggiamenti.

    Montenegro ha definito il Santo nero “uomo di pace e operatore di pace”. “Basta guardare ciò che porta nella mani per comprendere ciò che caratterizza la vita di questo Santo uomo: la Bibbia e la cassetta delle medicine per aiutare i sofferenti. Vive la pace ,infatti, chi è in atteggiamento di benevolenza verso il fratello. Calogero – ha aggiunto – è la pagina bella della nostra città. È la pagina scritta da Dio che vale la pena leggere dopo quelle riguardanti la mafia e i mafiosi che i quotidiani ci hanno offerto”.

    L’arcivescovo richiama tutti alla concretezza, ricordando come la “mafia non è solo un argomento da romanzi o da film, la mafia sono volti e storie vere che oggi si intrecciano ed influiscono sulle nostre storie e sulla storia di questo territorio, sono coloro che, usando la prepotenza e la violenza, decidono sulla vita e sulle cose altrui, sulle scelte politiche come sulle economiche” e senza giri di parole traccia un quadro completo e concreto degli effetti e dei radicamenti della mafia sul nostro territorio. “Sono coloro – ha continuato – che per favorire guadagni illeciti e supremazia criminale hanno tutti gli interessi ad incrementare il clientelismo, il controllo sociale, l’emarginazione e a ripudiare le forme pacifiche e oneste di vita. Sono coloro che non solo creano ma anche approfittano della povertà materiale degli altri, che provocano mancanza di posti di lavoro e povertà culturale, che reperiscono la manovalanza malavitosa, e seminano sfiducia nell’amministrazione pubblica e che sono anche causa della partenza dalla nostra terra di molti dei suoi figli, spesso i migliori”.

    La mafia, quindi, come produttrice di falso sviluppo, portatrice anzi di sotto-sviluppo, che cinge in un abbraccio mortale e soporifero la nostra terra, confinandola dolosamente in uno stato di privazione morale, sociale ed economica che consenta il dominio.

    Ed è San Calogero stesso, in quanto uomo di Dio, a chiedere a tutti di ripudiare tutto questo. “Oggi molti agrigentini, e non solo, usciranno per le strade a rendere onore a San Calogero, vento della nostra città. Ma Lui, uomo di Dio e amico degli uomini, perciò uomo di pace, chiede a noi suoi devoti, di essere decisi a dire di no a ciò che significa potenza e prepotenza violenta. Chiede che troviamo il coraggio di ribaltare la situazione di asservimento che si tenta, da parte di criminali, di innestare in questo territorio. Chiede di dire di no non solo alla mafia che uccide e minaccia, ma anche alla cultura mafiosa, che non è meno pericolosa. La cultura, cioè, che rende normali e possibili forme di vita che invece offendono la dignità di noi uomini”.

    San Calogero, che l’arcivescovo Montenegro paragona a don Pino Puglisi, in quanto espressione entrambi del concreto vivere cristiano, vera via alla vita nella luce di Dio. “Credere – ha detto – non è sapere le preghiere e recitarle, né partecipare alla processione ma, come ha detto Giovanni Paolo II in Sicilia, caricare di speranza la nostra Sicilia e, io aggiungo, la nostra Agrigento. Egli ci ha pure raccomandato di liberare la fede da tutte le incrostazioni, le strumentalizzazioni, le appropriazioni indebite, e di ritornare alla vera immagine di Cristo. Occorre ‘uscire dalle sacrestie, abitare i territori, vivere da credenti e cittadini adulti e solidali, contrastare la prepotenza con la forza della denuncia, ma soprattutto con la testimonianza di una vita buona che non ha paura di andare controcorrente’. Se c’è tanto male attorno a noi non è solo perché molta gente è cattiva e pericolosa ma perchè noi, i buoni, non siamo quello che dovremmo essere. Ciò vuol dire che se la mafia è radicata in questa terra è anche colpa nostra. La magistratura e la polizia – ha aggiunto – devono fare e fanno la loro parte, ma a noi tocca fare la nostra. Se noi non cambiamo il cuore, se non ci mettiamo sulla stessa strada percorsa da Calogero, se non troviamo il coraggio di vivere il Vangelo con coerenza, vedremo la mafia radicarsi sempre più in questa nostra terra. Non possiamo non tener conto che noi siamo responsabili di quanto i nostri ragazzi e giovani si troveranno nel loro futuro”.

    Montenegro, nell’ultima parte della sua omelia, ricorda il “grido” di Giovanni Paolo II nella valle dei Templi, lo storico “Mafiosi convertitevi, verrà un giorno il giudizio di Dio”, aggiungengo una continuazione per i non mafiosi. “Cristiani convertitevi, non basta dire Padre, Padre, ma è necessario fare la sua volontà. Dire basta alla mafia e al malaffare, alla disonestà e all’ingiustizia. Basta essere cristiani insipidi, imbottiti di un buonismo che non cambia le cose e tanto meno i cuori. Liberiamoci da quegli atteggiamenti omertosi che fanno crescere la logica dei privilegi, delle amicizie che favoriscono i favori, le raccomandazioni, il non rispetto della norme. Abbattiamo e scardiamo questa mentalità che ormai impregna le nostre vie, i nostri palazzi, i nostri uffici, i nostri rapporti. Diventiamo finalmente cristiani che hanno a cuore la cultura del rispetto, della legalità, della giustizia sociale, della correttezza morale, a tutti i livelli dalla scuola alla politica, dalle famiglie alla sanità. L’unico modo per imbavagliare la mafia – ha proseguito Montenegro – è fare sul serio, amare e cercare la verità e il bene, rifiutare la mediocrità, i compromessi e il conformismo, e osare per gli ideali nobili, per l’onestà e la legalità. È rendere possibili le parole di Giovanni Paolo II che chiese ai siciliani di uscire dal guscio dalla condizione che ci tiene bloccati, di acquistare la piena misura dell’essere uomini e donne. Di reagire alla tentazione di chiudersi nella logica del proprio tornaconto personale. Di mettersi in un cammino di ricerca e di liberazione, di lotta all’egoismo e aprirsi ai fratelli. La società deve essere guarita, rinnovata attraverso noi, purchè ognuno faccia la sua parte”.
    http://www.agrigentonotizie.it/eventi/agrigento-san-calogero-2012-peima-domenica-omelia-arcivescovo.html

  4. 5 luglio 2012 alle 13:25

    La salute è lo stato di cui la medicina non ha nulla da dire; santità è lo stato di cui la teologia non ha nulla da dire.

    — Wystan Hugh Auden

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