Etica individuale, etica politica: da Ruffini a Puglisi

ETICA INDIVIDUALE ED ETICA POLITICA NEI RAPPORTI TRA CHIESA E MAFIA DAL CARD. ERNESTO RUFFINI A GIUSEPPE PUGLISI

Giampiero Tre Re, 1994

Assistente alla Cattedra di Teologia morale presso la Facoltà teologica di Sicilia S. Giovanni Evangelista ed Istituto Siciliano di Bioetica

Un giovanissimo Pino Puglisi con il Cardinale Ruffini

Un giovanissimo Pino Puglisi con il Cardinale Ruffini

In un congresso che si applichi allo studio del pentitismo mafioso considerandone i presupposti antropologici, non sarebbe fuori luogo introdurre uno studio sulle implicazioni religiose del fenomeno. Cosa che purtroppo non è possibile per me fare qui, per ovvie ragioni di tempo. Non risulterà impossibile, però, richiamare l’attenzione su alcuni elementi che potrebbero tornare utili per una valutazione complessiva del rapporto tra la Chiesa siciliana e la mafia, dall’epoca del Cardinale Ruffini alla morte di P. Puglisi.
E’ in maniera apertamente provocatoria che spendiamo insieme, in questo nostro brevissimo intervento, i nomi di Ernesto Ruffini e Giuseppe Puglisi. Questi, infatti, è l’ultimo martire di quella stessa mafia che Ruffini avrebbe dichiarato “non esistente”. Il condizionale qui, come si dice, è d’obbligo, perché per amore di verità storica dobbiamo avvertire che la frase incriminata: «la mafia non esiste», non figura né nella forma né nella sostanza in nessuno degli scritti e dei discorsi che ci sono rimasti del Card. Ruffini. Essa invece si trova per la prima volta in un commento di Leonardo Sciascia1 alla lettera pastorale di Ruffini Il vero volto della Sicilia2. L’espressione, che può essere a buon diritto considerata una semplificazione polemica del pensiero di Ruffini, divenne successivamente un luogo comune tanto diffuso quanto falso.
Infatti, nella lettera pastorale in questione, non solo il Cardinale non afferma che la mafia non esiste, ma ne indica le cause storiche nell’arretratezza economica e nella particolare struttura interna dei rapporti di potere nella società borbonica. Egli anticipa così la tendenza, che sarà comune nella successiva dottrina sociale del Magistero episcopale isolano, ad inserire il fenomeno mafioso in un ampio contesto di interconnessioni culturali e sociali.
C’è una seconda accusa, comunemente rivolta a Ruffini per fare di lui il tipo di una Chiesa compromessa con un potere politico gravemente colluso con ambienti mafiosi. Dobbiamo rilevare che il giudizio su Ruffini, sia da parte dei suoi detrattori come dei suoi estimatori, è non di rado privo di prospettiva storica. E’ di pubblico dominio che egli fu fieramente anticomunista e il terremoto teologico rappresentato dal concilio Vaticano II rese di colpo anacronistiche tutte le sue innumerevoli battaglie. Entrambe le cose ebbero un peso notevole sul giudizio emesso retrospettivamente sulla sua opera. Qui però facciamo notare di sfuggita che, sebbene Ruffini avesse in origine appoggiato (quantunque malvolentieri) l’esperienza del centro sinistra3, le malefatte per le quali le chiacchierate frequentazioni politiche del Cardinale andarono in seguito tristemente famose, furono l’effetto di una radicale svolta nell’assetto interno della Democrazia Cristiana agli inizi degli anni sessanta e del processo degenerativo che ne conseguì. Tale evoluzione, in Sicilia, prendeva sempre più le distanze dal pensiero politico di Ruffini, al quale non restavano oramai che pochi anni di vita4.
Tramontato il comunismo, sembrerebbe che i pregiudizi sulla sua figura storica, cristallizzati sin dagli anni sessanta, rivivano adesso per far risaltare chissà quale nuovo impegno della Chiesa contro la mafia e la mafiosità in genere.
Di certo l’idea che Ruffini si fa della mafia non è priva di difetti anche notevoli: egli considera la mafia un prodotto, e non anche una causa, del degrado morale e civile della Sicilia; ancorché non manchi di notare che essa è «uno Stato dentro lo Stato», tuttavia la considera forse poco più che una organizzazione criminale localizzata. L’intento stesso della citata lettera pastorale non era quello di combattere la mafia, ma di reagire, lui, lombardo, a quella che egli riteneva una vasta e orchestrata campagna diffamatoria contro l’intero popolo siciliano. Queste sue idee hanno probabilmente avuto effetti negativi; possono, per esempio, aver accentuato la diffidenza del clero nei confronti delle varie forme d’impegno contro la mafia.
Ma se la Chiesa è, al momento, sprovvista di adeguati strumenti concettuali per combattere il fenomeno mafioso, la colpa non può essere ascritta tutta a Ruffini. Il ritardo culturale della teologia su questo tema è infatti una questione dalle implicazioni assai più vaste. Innanzi tutto la teologia morale preconciliare, sulla quale si è formata la grande parte del clero attuale, è un’etica prevalentemente orientata in senso individualistico, anche nella sezione che si applica alla questione sociale. Un’etica veramente postconciliare, che dia, tra l’altro, il giusto peso alla dimensione politica dell’agire dei cristiani, stenta tuttora ad affermarsi. Valga per tutti un dato: nel più diffuso manuale di teologia morale attualmente in circolazione in Italia, il Nuovo Dizionario di Teologia Morale, manca il lemma “mafia”. Essendone stata fatta notare l’assenza ad un moralista di fama internazionale, questi rispose che la lacuna era irrilevante, per il fatto che la mafia è un fenomeno “regionale”.
La stessa proposta di quella che fu definita “la rivoluzione degli onesti”, consistente nell’opporre «all’ingiustizia di molti la propria personale giustizia»5, risponde sostanzialmente ad un’etica individualistica. Infatti, nel corso degli anni ottanta la Chiesa cosiddetta “ufficiale” ha gradualmente diradato le proprie prese di posizione sul fenomeno mafioso6, a partire da quando apparve evidente che, per dare seguito alle dichiarazioni di principio contenute nelle celebri omelie antimafia del Card. Pappalardo, occorreva passare necessariamente attraverso una fase di azione politica, rimuovendo quelle connivenze tra mafia e poteri dello Stato i cui gangli vitali erano non di rado garantiti da persone nominalmente cattoliche. Fu il laicato cattolico a dare spessore politico alla rivolta morale, più che il clero, il quale, pur essendo assai più sensibile di un tempo a queste problematiche, ha continuato a procedere in ordine sparso7.
Il martirio di Peppino Puglisi, come ogni martirio, è un simbolo e come ogni simbolo è un emblema bifronte. Se da una parte è una stimmata di gloria sul volto della comunità ecclesiale palermitana, è al tempo stesso monito e denuncia profetica contro di essa, dal di dentro di essa: non ci sarebbe bisogno di martiri né eroi lì dove ognuno restasse fedele al proprio compito.
Oggi risulta oltremodo chiaro che il fenomeno mafioso, in quanto esplicitazione di un’antropologia aberrante, ha una sua rilevanza morale e teologica. La pregiudiziale antimafiosa diventa sempre più preliminare in qualsiasi progetto di nuova evangelizzazione che voglia applicarsi seriamente a ricristianizzare la cultura siciliana. Un autentico salto qualitativo dell’azione ecclesiale contro la mafia avverrà quando si sarà effettivamente preso atto che la mafiosità rappresenta, rispetto all’evangelizzazione, un vero e proprio controprogetto, che persegue interessi e scopi programmatici diametralmente opposti a quelli della comunità ecclesiale e rappresenta perciò un oggettivo e formidabile impedimento per la salvezza integrale dell’uomo.
NOTE

1Cfr. L. SCIASCIA, in Corriere della Sera, 25.8.1982.
2E. Card. RUFFINI, Il vero volto della Sicilia. Lettera pastorale, Palermo 1964.
3Cfr. E. RUFFINI, I cattolici rimangono in attesa, in Voce Nostra, settembre 1961; cfr. anche N. BARRACO, Il “reazionario”, in E. GAMBINO, Il pastore sulla breccia. Ernesto Card. Ruffini, Roma 1967, 174.
4«Il Card. Ruffini in tempi certamente diversi e senza la riflessione conciliare del Vaticano II, all’indomani della guerra, rivendicava anche per la Sicilia un’alternativa politica cattolica che fosse guidata da una classe dirigente di fede cattolica “stagionata” in obbedienza alla gerarchia. Egli ritenne di avere in Alessi, e soprattutto in Restivo, le figure più significative di questa nuova classe dirigente regionale. Si affermò poi un processo di laicizzazione della DC, che in Sicilia non fu primariamente un processo di una nuova cultura politica, quanto il consolidarsi di un pragmatismo radicato su una autonomia elettorale che permetteva alla nuova classe dirigente di contare ora più sulla gestione del potere per controllare la base elettorale che non sul voto di opinione, anche se motivato con ragioni prevalentemente religiose, delle parrocchie. Ruffini, i vescovi e le parrocchie perdevano così la forza di condizionamento critico, anche se confessionale, della classe dirigente DC, essendosi ormai ridotto il loro appoggio al partito al solo ruolo subalterno agli interessi dei gruppi e delle correnti. L’adesione delle parrocchie fu così inserita in gran parte nel sistema clientelare. Ruffini e l’episcopato siciliano non mancarono tra la fine degli anni ’50 e durante gli anni ’60 di esprimere la loro delusione, pur continuando, in funzione anticomunista e per la salvaguardia dei valori cristiani, a chiedere l’unità politica dei cattolici […] La più grossa affermazione di laicità la DC la vinse nei confronti del mondo ecclesistico con la svolta a sinistra» (F. M. STABILE, Lettera circolare ciclostilata del 11.7.1986; vedi anche A proposito della mancata elezione del cattolici Urbani in Città x l’Uomo, 3-4 (agosto 1986), 17-21).
5Vescovo a Palermo. Discorsi e scritti del Cardinale Pappalardo, Palermo 1982, 256.
6Cfr. F. M. STABILE, Intervista concessa a Domenico Del Rio, in La Repubblica, 27.7.85.
7Cfr. Editoriale in Segno, 33, giugno 1982, 3-6.

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  1. 22 dicembre 2007 alle 14:37

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