Manfredi Carriglio, Non voglio essere un hobbit

Non voglio essere un hobbit

Lettera scritta da un neo-elettore di Berlusconi, subito dopo la vittoria di Alemanno a Roma e del Pdl alle politiche, ad amici di sinistra che lo disprezzavano per la sua scelta elettorale – primavera 2008

di Manfredi Carriglio

Anche se non sono un sentimentale, mi addolora vedervi tormentati e pieni di paure per la vittoria di Berlusconi alle politiche e di Alemanno a Roma.
So che vi sentite come piccoli hobbit sperduti nella terra di Sauron ed avverto il dovere di riscaldare i vostri cuori con qualche parola di consolazione.
Avendo ormai vissuto tante lune, voglio quindi raccontarvi una storia che spero possa farvi riflettere e che vi prego di seguire con pazienza, perché partirò da molto lontano.

Sappiamo tutti che dopo la seconda guerra mondiale la dialettica politica, in Italia, ha ricalcato la spaccatura del mondo, o almeno dell’emisfero settentrionale, in blocchi retti da sistemi economici e istituzionali totalmente contrapposti.
In questo contesto, come è noto, il ricambio al potere era impossibile anche indipendentemente dalla volontà popolare, che d’altronde premiava largamente i partiti filo-occidentali. Esso avrebbe infatti comportato la rottura degli equilibri strategici in Europa e lo scompaginamento della sfera di influenza degli Stati Uniti in tutta l’area.
Sappiamo anche che, in presenza di un forte partito comunista, l’obiettivo di un sistema di governo stabilmente ancorato ala scelta del patto Atlantico fu raggiunto, da Truman e dal Vaticano, attraverso il sostegno finanziario e morale ad una forza politica centrista e semi-confessionale, ben lontana dal modello tradizionale delle destre liberal-conservatrici del Continente, che fosse in grado di radicarsi nei ceti popolari più esposti al richiamo potente di un’ideologia egualitaria.
Poiché non è questo il tema della mail, mi limiterò a dire che il frutto culturale ed economico del cinquantennio democristiano, maturato attraverso pratiche di consociazione con l’opposizione e l’abnorme estensione degli ambiti di intervento del settore pubblico, è una società inerte, perennemente bisognosa di protezione, carica di richieste rivendicative. Questa società, fatalmente, è afflitta dal terzo debito pubblico del mondo e da uno Stato invadente, iper-regolato e prevaricatore.
Il risultato finale è una struttura per classi più sperequata, come avviene sempre nei modelli statalisti e assistenzialisti. L’eccesso di spesa pubblica tende infatti a riversarsi, per la loro maggior forza contrattuale, sulle categorie privilegiate (pubblico impiego, banche, assicurazioni, grandi industrie che vivono di sussidi, “cultura” e spettacolo etc..), sviando la Res Publica dai suoi veri (e pochi) compiti e costringendo tutti, attraverso l’imposizione fiscale, a pagare cospicui interessi sui titoli di stato detenuti, nella grande quantità che è in grado di compensare l’esborso tributario, da una ristretta minoranza di cittadini e di imprese.

Vi invito, a questo punto, a soffermarvi su un particolare.
Quale dovrebbe essere la naturale evoluzione di un partito di massa guidato da una classe dirigente ben consapevole di non poter mai governare?
Non v’è dubbio che la sua stessa sopravvivenza sia costantemente in pericolo.
Un elettorato pragmatico tende a non concedere a lungo il proprio consenso ad una forza politica che non può incidere sulla realtà, tanto più se il declino del modello alternativo di società che questa propone intacca, anno dopo anno, il fascino dei suoi riferimenti internazionali.
Il voto comunista sarebbe dunque dovuto migrare, progressivamente, verso partiti di sinistra che con maggiore probabilità potessero aspirare al governo del Paese, come è avvenuto in Francia negli anni ‘70 con la continua erosione del Pcf a vantaggio del Ps.
In Italia, però, il PCI ha conservato il proprio elettorato, che si collocava tra un quarto ed un terzo dei voti complessivi, fino al crollo del Muro di Berlino, pur senza promettere impossibili rivoluzioni, che appartenevano al linguaggio di forze insignificanti alla sua sinistra.
Perché?
In effetti un gruppo dirigente abile e addestrato può determinare questa bizzarria in due soli modi.
Primo rimedio: costituire un sotto-sistema di potere del tutto indipendente dai fini ufficiali del partito, che gestisca amministrazioni locali, settori economici, case editrici, “cultura” etc… Questo è effettivamente avvenuto, anche grazie al sostanziale accordo raggiunto con la DC per la spartizione della Grande Torta, ma la maggior parte dei voti comunisti, come vedremo, aveva un’altra origine.
Secondo rimedio: istituirsi quale sede di una chiesa secolare, unica interprete di una fede dotata dei propri riti collettivi, dei propri profeti, dei propri martiri, dei propri miti, dei propri aneddoti favolistici.
Esistono religioni che si fondano sull’idea indimostrata di Dio e religioni, più povere, che le sostituiscono postulati animistici apparentemente addentellati alla realtà terrena. Nel PCI il misticismo avvolgeva ogni aspetto della storia del partito, ogni proposta politica contingente (questo implicava che il passato dovesse essere riscritto continuamente), l’identità dei militanti e dei dirigenti (la “diversità”), i colori, la bandiera, i simboli, i feticci etc…
Ogni cosa.
Su nulla poteva essere consentito un autentico dibattito. Tutto doveva nutrire l’idea manichea che la società italiana potesse essere divisa in una componente “sana”, depositaria di ogni valore civico e custode di una democrazia variamente aggettivata, ed in una componente abbrutita, corrotta e priva e di cultura, che per la propria pochezza morale era facilmente irretita dai falsi modelli ispirati dalle declinazioni secolari del Demonio (“gli oscuri interessi reazionari”, “le forze che tramano nell’ombra” etc..).
L’avversario politico del momento (e cambiavano spesso!) era sempre il ricettacolo di tutti gli elementi più arretrati e volgari della società, delle pulsioni più nere e spaventose dell’uomo. Per inciso: questa pratica demonizzatrice ha lentamente introdotto nel genoma della sinistra un fattore snobistico di giudizio estetico che sarebbe tornato molto utile in anni più recenti, come vedremo dopo.
Per il gruppo dirigente non si trattava, beninteso, di un tirocinio semplice: bisognava riformulare di continuo la storia del PCI e delle sue alleanze in modo da rendere facilmente individuabili e cristallizzare diacronicamente le forze del bene e le forze del male, scolpite nel marmo e separate da un oceano di lava, prive di sfumature e tetragone a qualsiasi evoluzione.
Forzare la memoria degli eventi con l’ossessiva ripetizione di nuove verità di fede era senz’altro una grande fatica, sostenuta anche dagli organi di stampa e dagli “intellettuali” vicini al partito, ma per fortuna le componenti meno critiche della mente umana compiono, nella fase ricettiva, la gran parte del lavoro.
Anche le Svolte ed i rari momenti obbligati di “autocritica”, anche su aspetti radicali e fondanti, erano un modo per esecrare scelte di Altri, magari finti adepti in combutta con le “forze oscure” (oscuro era l’aggettivo di gran lunga preferito) delle quali mai e poi mai le persone protagoniste del cambiamento potevano considerarsi corresponsabili, avendole anzi “avversate fin dal principio” (potrei aprire il capitolo affine delle innumerevoli cooptazioni di fascisti nel comitato centrale dopo il `45, con corredo di riscrittura delle relative vicende personali, ma non voglio distrarvi dal vero tema della mail).
Non esisteva, del resto, l’obbligo di dimostrare la bontà della Linea del Partito (intendo nei suoi capisaldi essenziali) coi criteri della logica e del rispetto dei fatti. Questo era anzi un esercizio intellettuale bandito, che poteva esporre il più fedele dei militanti al sospetto di connivenza col Nemico.
Prima l’”analisi”, poi i fatti. Se i fatti non avevano il buon gusto di accordarsi con l’analisi, tanto peggio per i fatti.
Sia chiaro che i connotati fideisti e autoritari del partito non avevano nulla a che vedere né col comunismo (che è, di per sé, un sistema economico, non un modello etico) né con una diversa visione politica progressista.
Quando il principio identitario dell’appartenenza si sostituisce alla sfera concreta degli interessi da difendere, proposte politiche e impostazioni ideologiche divengono indifferenti ed intercambiabili. Il Partito ha ragione qualunque cosa dica o faccia….e soprattutto il Nemico è così orribile che si può ingoiare qualsiasi sbobba indigesta per non farlo vincere (il proclama dell’”emergenza democratica” e la mistica del “dopo” e del “resistere ad ogni costo” contribuirono non poco alla tenuta del PCI nelle occasioni difficili).
Quando si può contare, quali che siano le circostanze date, su una massa di fedeli che non fanno domande il compito dei dirigenti è quello di preservare il Mito, non di cambiare la società.
Di fatto il PCI si svuotò progressivamente di qualsiasi contenuto, diventando, già negli anni ‘80 (prima della caduta del Muro) un involucro vuoto, forgiato nel fanatismo del nulla. Pur tuttavia, esso era milioni di volte migliore del PD, come apprenderete presto.
Alcune precisazioni prima di procedere oltre:
1. non intendo affatto sostenere che tutti gli elettori del PCI fossero privi di spirito critico ed intrisi di fideismo. Una gran parte era ben lontana da questa descrizione. Il Partito poteva contare, però, su un cospicuo zoccolo duro di sudditi mentalmente condizionati che ne impediva la disgregazione e dava forza e stabilità alla sua struttura di consensi, inibendo anche la crescita di altre formazioni. 2. Il mio non è un predicozzo sul “comunismo che cancella l’individuo” o sulla natura ontologica della Sinistra. Il PCI, che contribuì, propiziando e votando TUTTE le leggi di spesa, alla creazione di una società ingiusta ed ingessata, non era né comunista né di sinistra. In verità esso non era nulla. Furono le particolari condizioni storiche e culturali della Repubblica a farne una Chiesa gestita da cardinali rapaci ed impuniti, non l’adesione, via via più sfumata, all’ideologia comunista. Sia chiaro, d’altronde, che non intendo nemmeno sostenere che “il male del PCI è che esso ha tradito, nei fatti, l’ideologia alla quale si richiamava”. Il comunismo, buono o cattivo che sia stato o possa essere, semplicemente non c’entra nulla con gli obiettivi nazionali del PCI del dopoguerra. 3. La politica è spesso sede di impulsi irrazionali, che prescindono dalla valutazione del proprio interesse. Non voglio certo fornire il quadro di un elettorato comunista cieco e intruppato che si contrapponeva al pragmatismo individualista dell’elettore centrista. Solo in termini quantitativi e viziati da approssimazione si può individuare un tratto di maggior infedeltà nel voto alla DC ed ai partiti laici, un voto generalmente poco entusiasta che andava guadagnato di volta in volta sulla base di considerazioni razionali, rispetto alle caratteristiche medie del voto comunista. 4. Mentre un voto fideista è sicuramente un voto sbagliato, perché concede all’eletto una cambiale in bianco, un voto pragmatico non è necessariamente un voto intelligente. Pur considerando come criterio di riferimento il solo interesse specifico dell’elettore, e non quello astratto del “Paese” o dell’Umanità, entrano in gioco variabili importantissime come la lungimiranza, l’informazione, la capacità di analisi etc… Questo prendetelo come chiarimento di carattere generale.

Veniamo finalmente alla nostra storia.
Dopo il collasso del sistema sovietico la vicenda del PCI, paradossalmente, divenne il nodo di acciaio del nuovo assetto della Repubblica.
Perché?
Proprio perché la storia lo aveva trasformato in un contenitore vuoto.
Solo un ingenuo può ancora credere alla centralità della politica ed all’immutabilità degli strumenti del potere.
I veri padroni del Paese non si nascondono e non agiscono nell’oscurità. Essi sono ben visibili, schermati solo dalla nostra limitata profondità di giudizio.
Mi riferisco, naturalmente, alle Banche, alle Assicurazioni, alla grande industria assistita, ai grandi detentori di capitali (anche degli stock di capitale fisso), al management (soprattutto quello delle aziende pubbliche), in sintesi alla Grande Borghesia italiana. Si tratta di un ceto non troppo variegato, spesso legato da vincoli di sangue, nutrito da decenni di protezione statale e finanziamenti pubblici, sottratto di imperio alla concorrenza con metodi diretti o, più spesso, con sistemi truffaldini (ciò che spiega anche le sanguinose fratture in Confindustria tra Montezemolo e piccoli imprenditori).
Il crollo del Vecchio Regime fondato sulla consociazione delle grandi forze popolari è stato la loro festa, la loro occasione di controllo definitivo della nostra fragile economia.
Ora una domanda facile facile: se voi foste dei privilegiati, desiderosi di rafforzare e cristallizzare la vostra signoria finanziaria attraverso la gestione della Cosa Pubblica, vi presentereste agli elettori dicendo “ciao bambini, vi propongo una nuova forma di fascismo, che chiameremo plutopoli, nella quale vi ridurrò a consumatori di cattivi prodotti (in particolare i prodotti finanziari), a debitori massacrati dagli interessi, a contribuenti oberati dal costo dei nostri sussidi, delle nostre prebende, dei nostri privilegi, delle nostre esenzioni ed elusioni fiscali”?
Naturalmente no. Io credo che scegliereste un travestimento suggestivo, magari presentandovi col volto pacioso e le parole untuose di un politico di “sinistra” che si commuove per la morte di Bob Kennedy e scrive libri lacrimevoli sull’Africa.

Ed eccoci al punto.
Nessun travestimento è migliore di un partito che, senza essere di sinistra, goda del Mito, della Gloria e della Fierezza Etnica che una classe dirigente cinica e priva di visione ha saputo coltivare, incuneandoli nella cultura politica e nella coscienza identitaria di una parte del paese.
Tangentopoli ed il tracollo della DC avevano sgombrato il campo da antichi servitori ormai consunti e, in qualche caso, troppo indipendenti. La bandiera e la struttura di potere del PCI dovevano solo essere riadattate ai nuovi scopi e trasfigurate in una realtà che sfidasse il principio di non contraddizione (siamo noi con la nostra storia gloriosa e la nostra identità “diversa” e luccicante, ma non siamo veramente noi col peso della Grande Disfatta dell’89, siamo gli stessi di sempre e non siamo gli stessi di sempre, siamo vergini vestite di bianco e siamo politici di antica idealità che vengono da molto lontano).
La Svolta della Bolognina, con la nascita del Pds, fu la prima tappa di un processo concentrato in pochissimi anni. Anche allora non compresi le tante lacrime versate. Si mandava al macero un vessillo insanguinato che non aveva un vero significato nell’azione politica interna del PCI (in quella internazionale sì, ma solo per ottenere le tangenti di Mosca), per sostituirlo con simboli grafici che almeno non richiamavano alla memoria gulag e stermini di massa.
Altre culture fanatiche e vessatorie furono trasfuse nel nuovo soggetto nascente: i cascami più retrivi e intolleranti del ‘68, il cattolicesimo integralista (c.d. “cattolicesimo democratico”), i movimenti che pretendevano di rappresentare la “società civile” (qui il fanatismo del nulla raggiunse le vette più elevate), l’ecologismo dei petrolieri, il femminismo che si batte per le “quote rosa” ma ha paura di esprimersi contro le mutilazioni genitali femminili, gli esponenti religiosi dell’Islam in Italia (in ossequio alla strada idea “multiculturale” che si debba dialogare con i tagliagole e gli estremisti religiosi, in quanto rappresentativi dell’Entità Culturale Islamica, ma non i tantissimi arabi laici e progressisti che si affannano per liberarsene e per secolarizzare la loro società, come abbiamo fatto noi nel `700 annientando il potere delle Chiese cristiane).
Nascono nuove e commosse formule di benedizione: “incontro di tutte le culture democratiche”, “patto fecondo tra cattolici e movimento operaio”, “resistenza civile per la legalità”, “difesa della Costituzione” etc..
Poiché il mito è zero ed i fatti sono tutto, la miscela di tanti catechismi nel tempio dell’Ulivo fu un’operazione abbastanza semplice. Bisognava solo ricreare lo schema della lotta tra Bene e Male. Berlusconi, soprattutto per la sua profonda incomprensione della natura non ideologica dei suoi avversari, fornì l’immagine perfetta del Nemico: ricco, apparentemente potente, inviso ai salotti buoni, visceralmente anticomunista.

Il sacrario si arricchisce, frattanto, di linguaggi e concetti di nuovo conio, ispirati ad un malinteso liberismo ad uso e consumo del capitalismo protetto.
Slogan provinciali mascherano, negli anni ‘90, una pratica di governo che comporta la colossale svendita (liberismo equivarrebbe a vendita la miglior offerente) delle partecipazioni pubbliche (però si acquista Telekom Serbia per mille miliardi, dieci volte il suo valore) e di gran parte del patrimonio immobiliare dello Stato (i dirigenti della “sinistra” ne ottengono una fetta piccola ma più che adeguata alle loro esigenze).
Normative demenziali, concepite da funzionari di partito che non hanno mai lavorato in vita propria, iniziano a costellare di adempimenti, vincoli e laccioli l’attività degli operatori economici medi e piccoli, creando enormi spazi di guadagno per le grandi società di consulenza.
Comincia a prender forma, così, un’economia di carta, nella quale la principale occupazione dei motori produttivi dovrebbe spostarsi dall’oggetto specifico del loro lavoro e del loro talento ad una congerie di corvée burocratiche poste a presidio dell’illusione del Mercato Perfetto.
Le spese dello Stato si ingigantiscono, ben oltre l’apparenza di bilanci drogati dalla svendita una tantum dei beni pubblici, con effetti permanenti sulla struttura delle uscite e sulla natura del reclutamento dei lavoratori dei ministeri e del para-Stato.
Il pubblico impiego e gli insegnanti, passati di peso dal voto democristiano a quello per l’Ulivo, ottengono aumenti di gran lunga superiori all’inflazione; viene creata una massa di precari (gli Lsu) che ingolferà, senza alcuna attenzione per i meriti individuali, tutte le amministrazioni, con risultati che solo i faziosi possono rifiutarsi di vedere. Per essere maggioranza non basta il voto cieco e fideista: occorre allargare le basi del consenso ai settori della società più refrattari ai valori dell’individualismo, segmenti che chiedono protezione, “diritti” e stabilità. Questi settori, sia chiaro, vengono scelti e favoriti anche per la loro collocazione strategica, che ne fa i vigilantes del nuovo ordine di privilegio, puntellato da parole d’ordine romantiche e reazionarie come “cultura della legalità” (una legalità ipocrita e vessatoria va chiaramente abbattuta, non potendo, per definizione, trovare il rimedio dei propri mali in se stessa).
Le eco-rottamazioni, coi loro costi spaventosi, servono a regalare denaro pubblico alle case costruttrici di automobili, contribuendo a rendere permanenti le condizioni di invivibilità delle nostre città.
L’imposta sulle successioni e donazioni, che è un modo equo per ottenere risorse dal più immeritato dei trasferimenti di ricchezza, viene privata del carattere della progressività e mutilata fino alla risibile aliquota del 4% sul valore catastale (non reale) degli immobili, divenendo un inutile balzello i cui costi di riscossione sono superiori al gettito. Berlusconi, eliminandola, si limiterà a completare l’opera.
Verbo liberista, pratiche stataliste fondate sulla spesa, suggestioni collettiviste, effetti socio-economici neo-feudali.

I governi Berlusconi 2001-2006 costituirono, in una nuova veste e con altri sistemi, una timida reincarnazione di questa politica. Il regime, d’altronde, si esprime con efficacia infinitamente maggiore se, invece di imporre un’unica verità, fatalmente sgradita a pericolose minoranze, affida le proprie ambizioni ad una apparente dialettica delle parti, consentendo a tutti gli elettori di posizionarsi nello scontro. Sospetto ogni giorno di più che la collocazione di ciascuno sia, ovviamente nei grandi numeri, indotta da potenti regolatori del consenso e si risolva, dunque, in un’adesione oggettiva al sistema.
Questo è, però, un tema più profondo e radicale, che non voglio affrontare oggi.
Quel che mi preme è fornirvi qualche elemento di riflessione sulla consistenza effettiva del vostro particolare mito, che mi sembra essere il brodo, saporito e letale, della post-sinistra italiana.

Mentre, infatti, il PCI era fondamentalmente innocuo, assolvendo consapevolmente alla comoda funzione di congelare voti non spendibili per impedire ricambio e conflitti sociali, il PD, ultima trasfigurazione dell’Unione a centralità Ds, rappresenta il punto d’incontro di un patto sociale perverso.
Le considerazioni economiche non bastano a descriverlo, poiché esso è parte di qualcosa di più grande e inquietante.
L’ammasso mitologico della post-sinistra è la lente attraverso la quale la borghesia improduttiva italiana interpreta il paese, la “coscienza progressista” che giustifica culturalmente la funzione di comando dei privilegiati sulle masse corrotte ed abbrutite.
Espulso Marx e tutto lo storicismo economico dal repertorio leggendario dell’Ulivo-Unione-PD, la borghesia “illuminata” si fa giudice estetico dei processi sociali del paese e rivendica per sé il compito pedagogico di indicare al popolo bue la Strada del Bene.
Viene combattuta strenuamente l’idea che gli elettori, in gran maggioranza, si comportino come agenti razionali che votano per il loro legittimo interesse presente o futuro: i ceti protetti cominciano a confondere il proprio interesse con l’interesse generale e, sostenuti dal sentimento di appartenenza all’Unione dei Giusti, rifiutano di analizzare con criteri di obiettività l’origine dei voti avversari e delle sconfitte elettorali.
Il voto per il Nemico è sempre frutto di incultura, di rozzezza mentale e di sudditanza al crimine. Gli operai, per esempio, votano tendenzialmente a destra perché la paura e l’ignoranza li espongono alla “propaganda populista” e agli “istinti xenofobi”. E’ vietato ipotizzare che essi siano oggettivamente danneggiati da una politica orientata alla tutela del pubblico impiego e dei privilegi consolidati e che, di conseguenza, siano capaci di compiere valutazioni consapevoli sui propri bisogni, scegliendo il minor male visibile sulla scena.
L’intolleranza, il disprezzo per i fatti osservabili e l’esecrazione del ragionamento critico sono il segno distintivo del militante morale della “sinistra”, la patente per entrare nella comunità dei detentori del nuovo linguaggio della classe alta.
Questo nuovo linguaggio, oltretutto, asseconda il bisogno snobistico, proprio di molti individui privilegiati, di sentirsi parte, ovviamente senza esserlo sul serio, di una minoranza perseguitata, perennemente indignata, che strilla nel coro degli Eletti la propria pretesa diversità.
Il PD è, dunque, l’ala partitica di un sistema di potere ben più vasto. Il cemento morale del patto così costituito è il pensiero reazionario della plutocrazia assistita, celebrato dagli “intellettuali” di regime con continue manifestazioni di disprezzo per la volgarità del popolo, garantito da quasi tutte le istituzioni della Repubblica, sorretto da una formidabile macchina di fabbricazione del Mito.
Il connubio tra antichi fideismi, concreti interessi velati dalla mistica dell’appartenenza e grandi poteri si rivela potentissimo. I banchieri ed i vertici confindustriali possono mettersi in fila per votare Prodi senza che i militanti della “sinistra” si pongano alcuna domanda. Alla macchina del regime basterà spiegare loro che “Berlusconi è talmente rozzo, inetto e volgare che un banchiere raffinato, giustamente preoccupato per le sorti dell’economia e per il degrado culturale della società italiana, non può che unirsi al patto democratico etc..etc..”.

Notate, ed è solo un esempio che non ho certo fatto fatica a scovare, di quale squisita analisi fattuale dell’ultimo risultato elettorale sia capace Giorgio Bocca (sull’ultimo Venerdì di Repubblica, pag. 13): “la tranquilla indifferenza di milioni di italiani per il mostruoso, l’ignobile, il delinquenziale, il fatto che la maleducazione, il banale, l’irragionevole, siano non solo sopportati, ma apprezzati, è qualcosa che toglie veramente ogni speranza…….possibile che milioni di italiani votino anche per chi preferisce ogni male al bene, predichi l’evasione fiscale, il recupero dei violenti e dei mafiosi?”; d’altronde, sospira Bocca, “l’umanità ha sempre oscillato tra la devozione ai santi e le tentazioni del demonio”.
Uno sforzo di approfondimento critico veramente notevole!

Altre due precisazioni, che si aggiungono a quelle già formulate sul PCI:
– dei mali della società italiana è responsabile la società italiana, non un’oscura entità che inganna e conculca lo spirito nazionale. E’ però chiaro quale sia il ruolo interpretato dal PD nella dialettica tra dominanti e dominati.
– milioni di elettori del centro-sinistra e molti dei suoi stessi dirigenti detestano lo spirito reazionario che pervade il PD e cominciano a scalpitare. Alcuni, come Nicola Rossi, Chiamparino, Cacciari, Polito e sottovoce persino D’Alema, indicano come causa delle ultime sconfitte elettorali proprio la pretesa di proporsi come guida morale di masse che vanno educate e mai ascoltate. Altri sottolineano l’incapacità del partito di rappresentare gli interessi del lavoro autonomo. Poiché la realtà politica non è riducibile ad entificazioni ed è, per fortuna, fluida e complessa, trovo che questi siano segni promettenti. Vedremo.

Le componenti autenticamente critiche del PD, benché cospicue, non hanno, però, vera voce. Forse la loro difficile esistenza darebbe maggiori frutti in un modello puramente partitico. Il PD, invece, è solo l’ala parlamentare di un sistema economico e culturale assai più forte, che non può tollerare il dissenso e lo neutralizza attraverso i riti dell’anatema e della disinformazione.
Volete prove recenti ?
Solo due esempi, che scelgo perché l’opera di mistificazione del regime sembra avervi raggiunto proprio su questi temi:
Esempio A. E’ evidente che l’azione diretta dei governi, indipendentemente dagli effetti obiettivi dei tassi di interesse e del deflatore del pil, può diminuire il deficit pubblico o tagliando le spese o con misure una tantum o aumentando le entrate fiscali. Fin qui è solo matematica elementare.
Aumentare le tasse, però, è un pessimo sistema per risanare i bilanci, tanto più in un paese in cui la pressione fiscale è già molto elevata.
Si ottiene, è vero, una crescita immediata del gettito, ma si deprime l’economia con effetti negativi sui bilanci futuri: nel medio periodo le entrate diminuiscono, perché la base imponibile è più bassa.
Le misure una tantum, che in Italia consistono essenzialmente nel regalare pezzi di patrimonio pubblico a potentati amici, privano lo Stato del reddito che i cespiti svenduti potrebbero produrre. Neanche questa è una buona soluzione.
Il metodo migliore è, invece, abbattere la spesa. Ciascun governo può, secondo il proprio gusto e la propria politica, tagliare i capitoli riguardanti, a mero titolo di esempio, la salute, i finanziamenti al cinema e all’editoria, gli stipendi degli insegnanti, i sussidi alle imprese o gli emolumenti dei parlamentari.
Misure diverse daranno, ovviamente, risultati diversi, anche a lungo termine. In ogni caso, però, l’effetto macroeconomico dell’abbattimento della spesa, al contrario della maggiorazione delle tasse, incide ben poco sulla produzione di ricchezza, liberando anzi risorse per futuri investimenti pubblici ed agendo positivamente sulla struttura dei prezzi, che nel nostro paese è drogata proprio dall’eccesso di trasferimenti improduttivi.
Si tratta di principi economici piuttosto ovvi e ben conosciuti.
Sembrerebbe ovvio presumere che il governo Prodi vi si sia attenuto, visto che siamo stati bombardati dai seguenti concetti: “Prodi ha risanato i conti pubblici, che Berlusconi aveva lasciato in condizioni disastrose”, “dobbiamo dire grazie a Prodi per avere risanato i conti pubblici”, fino all’affermazione delirante e irresponsabile secondo cui “grazie a Prodi, che ha risanato i conti pubblici, ora non dobbiamo parlare di sacrifici ma di come distribuire agli italiani l’extra-gettito”. Questa giaculatoria è stata sciorinata ossessivamente da quasi tutti gli organi di informazione. Naturale crederla fondata.
Qualunque osservatore informato e di buon senso, però, non può non constatare che gli ultimi governi Prodi (2006-2008):
1. hanno aumentato strutturalmente la spesa pubblica, regolarizzando 500.000 precari nella pubblica amministrazione (precedentemente creati dalla “sinistra” 1996-2001) ed eliminando lo scalone pensionistico 2. non hanno tagliato alcun capitolo di spesa (dico nessuno) 3. non hanno varato una sola riforma che possa incidere sulla spesa futura 4. hanno condotto un assalto senza precedenti al lavoro autonomo, alle professioni e alle piccole imprese, introducendo normative fiscali che, senza produrre un solo euro di extra-gettito, aggravano l’attività privata di costi fissi ed adempimenti, come l’introduzione dell’obbligo del “conto corrente professionale”, geniale trovata a tutto vantaggio della Banche (queste erano le “liberalizzazioni”); il risultato è che, già dal 2008, le entrate fiscali ricavate da queste categorie, dopo una breve impennata nel 2007, stanno rapidamente diminuendo a causa dell’aumento dei costi e della prevedibile diffusione di comportamenti elusivi 5. hanno aumentato la pressione fiscale di due punti percentuali; poiché, peraltro, la progressività delle aliquote è stata attenuata, il costo è gravato soprattutto sui redditi medio-bassi. Lo scopo, si badi, era solo quello di compensare le maggiori spese
Non si comprende come Prodi, con queste misure, potesse “risanare i conti”. Nessuno, infatti, è in grado di rispondere alla seguente domanda: come avrebbe concretamente agito l’ultimo governo per raggiungere il mirabile obiettivo di ridurre la spesa?
I risultati sono nei numeri: a. la crescita del pil è stimata allo 0,3-0,5% nel 2008 (era all’1,9% nel 2006), di gran lunga la più bassa del mondo occidentale b. il deficit tendenziale 2008 vola verso il 3% a causa del rallentamento dell’economia e degli effetti delle ultime due finanziarie, dopo essere sceso nel 2007 solo per la congiuntura positiva del 2006; esso è dunque superiore a quello del 2006 (2,8% al netto del rimborso dell’Iva sulle auto aziendali, contabilizzato una tantum proprio nel 2006) c. a parità di deficit, rispetto al 2006, la situazione dei conti è senz’altro molto peggiore per l’aumento strutturale della spesa e per gli effetti di lunga durata della dilatazione del settore pubblico.
Davvero un risanamento esemplare.

Esempio B. A riprova del carattere non ideologico del PD (che un giorno potrebbe definirsi nazi-fascista, seguace dell’orsetto Yogi, cesaro-papista o qualunque altra cosa la Fabbrica del Mito ritenesse utile), l’ultima vittima mediatica delle Forze del Bene è la Sinistra Arcobaleno.
I partiti che vi erano confluiti, apparentemente, avevano fatto sufficiente chiasso, nei due anni passati, per sceglierli come perfetto capro espiatorio dei fallimenti del governo.
Nei fatti, però, la politica della maggioranza ed i provvedimenti dell’esecutivo sono stati dettati dal PD, non da Bertinotti. L’estrema sinistra ha inghiottito di tutto, fino a subire scissioni interne. Non è stato certo il folklore di sterili parolai come Luxuria e Caruso a determinare mali assai più profondi delle loro piccole risorse.
La condanna a morte di Rifondazione, d’altronde, era stata decisa da molti anni. Grazie alla legge elettorale, che avrebbe comunque provocato una migrazione verso il PD, ora la condanna poteva essere eseguita.
Gli effetti del Porcellum, da soli, non sarebbero bastati, però, ad escludere l’Arcobaleno dal Parlamento.
Occorreva sguinzagliare i sacerdoti del Culto del Bene.
Una campagna violenta ed il meschino intervento di Prodi a pochi giorni dal voto (“hanno lavorato per due anni a segare i piedi della maggioranza che mi sosteneva”) hanno quindi additato al popolo un nuovo nemico, indicando a tutti gli elettori dell’area che Bertinotti era in realtà un Servo di Berlusconi, un Ostacolo al Progresso, l’empio rappresentante della Sinistra del No etc…
Spero che questa solenne lezione induca l’estrema sinistra a liberarsi di tutti gli orpelli identitari e ritualistici che hanno appesantito l’azione di Rifondazione Comunista. Non so se una società egualitaria sia realizzabile, o persino desiderabile, nonostante i verdetti degli ultimi cento anni. E’ certo, però, che essa andrebbe faticosamente costruita nei fatti, non urlata con slogan manichei e contraddetta da programmi statalisti oggettivamente contrari all’interesse dei lavoratori. Si tratta di uno sforzo politico e culturale immane, di cui l’estrema sinistra italiana non è semplicemente capace. Prevedo, pertanto, che essa continuerà a rifugiarsi nelle battaglie elitarie su temi cari solo all’alta borghesia, coltivando i “movimenti” e tutta la loro scia di colori radical-chic, sui quali si era espresso molto bene Pasolini.
L’unico avvio di riflessione, in quell’area, riguarda infatti il futuro dei rapporti col PD, che deduco dalla giusta sanzione che i simpatizzanti della sinistra hanno inflitto a Rutelli: i numeri del successo di Alemanno non si spiegherebbero altrimenti.

Terzo ed ultimo esempio: voi stessi.
Personalmente non avevo un solo motivo per votare PD:
1. non sono un grande azionista di Unicredit o di Intesa San Paolo 2. non sono un funzionario pubblico pagato 6.000 euro al mese per leggere il giornale imprecando contro le ingiustizie del mondo 3. non godo in alcun modo di sussidi o prebende di Stato 4. non sono proprietario di dodici palazzi in Via Ruggero Settimo 5. non appartengo al nostro prezioso ceto intellettuale, che vive di sovvenzioni pubbliche e di nobili sdegni per la bassezza del popolo italiano 6. non sono in alcun modo imparentato con gli Agnelli, con Montezemolo o con Colaninno 7. non ho in mente di comprare la Bnl
Se ho ben decifrato il vostro profilo sociologico, del resto, nessuno di voi ha in dote queste fortune: è lecito arguirne che siate preda di una potente forma di condizionamento culturale?
Proprio l’intolleranza ed il fanatismo che alcuni di voi dimostrano nel difendere un sistema di pensiero che vi fa schiavi mi dà la misura del pericolo che abbiamo corso.
Per questo è un bene che il PD sia stato sconfitto.
Per questo, indipendentemente da considerazioni economiche che, in ultima analisi, mi interessano poco, ho ritenuto necessario contribuire ad infliggergli una dura punizione.
Non viviamo in un mondo semplice, nel quale la fatina del bosco ci protegge dal cattivo dal viso deforme che si ciba del nostro raccolto. E’ molto complicato accorgersi delle catene che ci imprigionano e capire come liberarsene, ed io non voglio essere un hobbit impaurito che si fa indicare la strada da Elfi e Maghi gonfi di sapienza.

Ciao

Manfredi

P.S. Vi prego, come tributo all’affetto che vi porto, di argomentare gli insulti che seguiranno a questa mia mail.

  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: