Anno B, Tempo Ordinario, XII domenica

litterae-testata

COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Parlare al vento

Anno B TO XII
Gb 38,1.8-11; Sal 106; 2Cr 5,14-17; Mc 4,35-41
Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre

Mc 4,35In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”. 36E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 37Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che moriamo?”. 39Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. 41E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”.

Le “litterae” di oggi danno modo di approfondire un aspetto del Vangelo di Marco già rilevato in altre occasioni. Mi riferisco al vangelo di Marco come vangelo della comunicazione. Sembrerebbe una tautologia, visto che la parola “notizia” contenuta nel nome “vangelo” dice essenzialmente un atto comunicativo, ma il più antico dei canonici contiene davvero una riflessione metacognitiva sul proprio essere “vangelo”, cioè sul proprio essere una forma di comunicazione con caratteristiche specifiche e assolutamente nuove.
“Guarda, chi è costui…?” (Mc 4,41, cfr 1,27b): la struttura e la funzione narrativa della frase, posta a chiusura del brano, che i discepoli si rimandano l’un l’altro, stabilisce un legame fra 35-41 e 1,21-27. Precipuo di questa comunicazione è il suo carattere performativo: è un dire efficace. Gesù fa cose con le parole: insegna e cura, caccia demoni e seda tempeste.
Come abbiamo visto, la meraviglia è la prima risposta psicologica che si produce nell’uditorio nell’impatto con l’evento-Cristo. La novità di Gesù viene inizialmente percepita sotto il suo aspetto linguistico: una dottrina nuova, insegnata in modo che viene percepito “diverso”, in rottura con le consuetudini, e che pertanto suscita meraviglia. Anche i fatti compiuti da Gesù che stanno sotto i loro occhi sono interessanti, esattamente come la dottrina di Gesù, per la sua novità. Ma mentre la novità di una dottrina può bene essere attribuita alla creatività di un’operazione culturale (e dunque essere accolta con una meraviglia che può essere gioia per alcuni ma anche dubbio o sospetto per altri) l’obbedienza di un demonio, ottenuta tramite un comando, o il farsi ascoltare da una tempesta è sentito come un potere numinoso di sovversione dell’ordine naturale delle cose. Perciò la meraviglia qui lascia il posto alla paura (1,40s). L’aggettivo “grande” (megale, 37.39; megan, 41), torna tre volte nel breve volgere di questi versetti. Le prime due riferite rispettivamente alla tempesta ed alla calma che consegue alla sua miracolosa fine. “Grande” è dunque piuttosto l’emozione provocata dallo scatenarsi di eventi incontrollabili per la paura di perdere la vita. La terza volta, infatti, “grande” è definito il phobos (lett. “temettero un timore grande”) il terrore religioso che coglie i discepoli a fatti conclusi.
Ma se la manifestazione di una tale signoria su potenze sulle quali l’uomo non ha alcun controllo è avvertito come una fonte di ambiguità, o addirittura un male (cfr. 3,22) il miracolo col quale Gesù salva le loro vite dal naufragio del senso ha le stesse caratteristiche del linguaggio “creativo” in senso stretto, cioè il linguaggio della creazione, nello specifico senso teologico dell’espressione: il linguaggio col quale Dio realizza il creato. Il riferimento dottrinale ai primi versetti di Genesi è affidato al “vento” e al “mare”, evocati in questa scena notturna con l’intera carica simbolica che assumono nell’immaginario semitico e biblico. “Vento” e “mare” sono le potenze caotiche dentro cui Dio agisce linguisticamente, esprimendo nell’essere la realtà delle cose semplicemente nominandole. L’evangelista allora stabilisce qui una forte analogia teologica tra la parola di Dio che crea sopra il caos una realtà umanamente comprensibile, sensata, e Gesù che con due semplici imperativi ristabilisce quel senso (vedi la forte e bellissima struttura del v. 39 nel testo originale).
Anche la collocazione redazionale del brano, a conclusione di una raccolta d’insegnamenti di Gesù conferma che per l’evangelista il significato principale dell’episodio ruota attorno alla domanda sull’origine e il fondamento della straordinaria autorità di Cristo.
Sembra essere questo anche il significato ultimo dello stupore con cui Gesù constata la mancanza di fede dei propri compagni naviganti. I fatti compiuti da Gesù sono comunque comunicativi, sono fatti della comunicazione e creano comunicazione; e il potere comunicativo della sua parola sembra valere molto oltre il dominio del linguaggio umano, fino ad afferrare, nominandolo, l’interno e originario modo d’essere delle cose. Ma l’evangelista sottolinea anche che il segno efficace della parola di Gesù fonda un contesto comunicativo completamente nuovo. La risposta di fede che Gesù si aspetta è una nuova storia di rapporti umani oltre ogni confine che prende avvio da quella parola cui obbediscono il vento e il mare.

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