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Presentazioni disponibili:

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In preparazione: Galilei

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  1. Sebastian
    5 gennaio 2010 alle 20:10

    Ciao Jò e buon anno anche a te!
    Farò qualche ricerca ed approfondimento nei prossimi giorni e vi faccio sapere.

  2. 7 gennaio 2010 alle 16:59

    @Giampi.
    Grazie grazie a nome di Elena dei parecchi spunti di riflessione. 🙂

    @Sebastian
    Restiamo in attesa delle tue ricerche. 😉

  3. 9 gennaio 2011 alle 16:56

    Questioni: Il male

    Cari Gennaro, Zanzibar e Rosa,
    Ho spostato qui, nel forum dedicato alla filosofia il dibattito sul male. Aggiungo qui sotto una scheda su Sant’Agostino, il primo pensatore occidentale a porsi la questione del male come problema strettamente filosofico, inaugurando così un intero tema di riflessione che dura fino ad oggi.

    Da Il Caffè Letterario, Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma, 2009, vol 3.

  4. 9 gennaio 2011 alle 18:36

    Caro Gennaro, rispondo al tuo commento postato qui:
    https://terradinessuno.wordpress.com/iscriviti-alla-newsletter-di-terra-di-nessuno/comment-page-3/#comment-13152

    “Il male è funzionale al bene”, dici tu. Mi domando: La proposizione è reversibile (cioè, il bene è funzionale al male)?

    1. Allora, proviamo così: chi stabilisce che l’agnello sia “buono” e il lupo invece “cattivo”, o addirittura “male”? Il senso da dare a “buono” e “cattivo” dipende solo dal contesto discorsivo; per esempio la nota favola di Fedro. Ma, cambiando discorso, un vero lupo, un lupo che possa dirsi davvero “buono“, deve predare l’agnello, altrimenti che lupo sarebbe?
    2. Quello del punto 1 è un uso analogico e relativo dei termini “buono”, “cattivo”, “bene” e “male”. Ma esiste anche un piano dei significati assoluti di questi termini, il piano cosiddetto ontologico, e bisogna fare attenzione a non confonderli inavvertitamente. Sul piano ontologico il male non è funzionale al bene, perché il male è essenzialmente inconsistente. Dal punto di vista strettamente ontologico il male è niente. Questa è una conclusione di necessità logica, sul piano ontologico, se consideriamo che il bene (così come la verità) non è l’altra faccia dell’essere e il contrario dell’essere (e dunque anche del bene) è il nulla. Se è niente, il male non può essere funzionale a niente e, poiché il concetto filosofico di creazione riguarda l’essenza, e non i singoli enti, ne consegue che Dio non ha “creato” il male.
    3. Conclusioni: Solo esseri personali possono essere buoni o cattivi, e solo un essere che fosse l’essere in persona potrebbe essere non solo un bene, ma il bene. Ma niente e nessuno può essere ilmale in senso assoluto, ma al limite solo un male (relativo) per qualcun altro o qualcos’altro.

    • Gennaro
      19 gennaio 2011 alle 9:19

      Caro Gianpiero, non riesco a condividere l’idea che il male non esista, quando metà della realtà mi appare pervasa dal male,basta sentire i telegiornali. Io non ho studiato filosofia, perciò dò per buono quello che affermi tu, ma non ne sono convinto. Ti ringrazio e ti saluto. Ciao

      • 19 gennaio 2011 alle 13:12

        Ma il male esiste, eccome! Io ho detto che “è niente”, non che “non esiste”. “Essere” ed “esistere” in filosofia non sono sinonimi, indicano concetti diversi, due modi diconsiderare l’ente in momenti e su piani diversi. Ad esempio: se dico che un certo ente “esiste” dico che è un essere concreto, incontrato in un certo modo, in un certo posto, in dato momento particolare, con certe caratteristiche definibili ecc.; ma se dico che un certo ente “è” e magari dico anche cos’è, cioè lo definisco, mi sto riferendo alle qualità essenziali che ritroviamo ogni volta che quell’ente viene di fatto ad esistere. La cosa è un po’ comlicata perché come vedi “essere” ed “esistere” possiamo afferrarli solo riferendoli l’uno all’altro.
        E il male? Il male di per sé è inqualificabile. Infatti ogni volta che lo incontriamo di fatto esistente lo incontriamo caratterizzato da qualificazioni che in sé sono beni, prima tra tutte la libertà.

  5. Rosa
    9 gennaio 2011 alle 20:35

    dal sito http://www.sgi-italia.org

    La visione buddista considera il bene e il male come aspetti inseparabili e connaturati alla vita. Questa visione rende impossibile catalogare un particolare essere vivente come “buono” o “cattivo”. Il bene e il male, inoltre, non sono considerati assoluti, ma relativi: il positivo o il negativo di un’azione viene valutato nei termini del suo effetto sulle vite nostre o degli altri, non in base ad astratte regole di comportamento.
    Le azioni malvagie sono quelle fondate sull’egoismo: esse nascono dall’illusione che la nostra vita sia separata da quella degli altri e che noi possiamo trarre benefici a discapito degli altri. Il “male” considera la vita come uno strumento da usare, non come un fine in sé: un fine assoluto cui è dovuto il massimo rispetto. Il “bene” è ciò che crea un legame tra noi e gli altri, sanando e recuperando i legami profondi nelle comunità umane.

    Nel Buddismo, il “bene” viene identificato con “la natura fondamentale dell’Illuminazione”, che possiamo anche definire come la libertà e la felicità assoluta che nascono da una profonda conoscenza di sé. Il “male” è “l’oscurità fondamentale”: l’illusione radicata nella vita stessa che nega l’esistenza della Buddità causando sofferenza a sé e agli altri. “L’oscurità innata” è evidente nel senso di disperazione che nasce dal sentire la propria vita priva di un significato profondo. Essa inoltre – negando l’interrelazione tra tutte le forme vitali – insinua quel tipo di paura che alla fine divide i cuori delle persone in “io” e “ gli altri” o “noi” e “loro”.
    Un Budda è qualcuno che ha il coraggio di accettare questi due fondamentali aspetti della vita. «Chi è pienamente risvegliato alla natura completa del bene e del male – scrive Nichiren Daishonin – è chiamato Budda». Un Budda accetta la sua innata bontà senza arroganza perché sa che tutte le persone condividono la stessa natura di Budda e, allo stesso tempo, riconosce la sua natura malvagia senza disperarsene perché è consapevole di avere la forza per controllare, superare e trasformare la propria negatività.
    Rifiutarsi di ammettere il potenziale di entrambi gli aspetti, oltre a denotare una certa confusione interna, può significare che stiamo nascondendoci dietro una mediocrità morale collettiva che non comporta la responsabilità né della propria bontà innata né dei propri lati negativi. Quest’ambiguità morale può suscitare un giudizio affrettato e superficiale sugli altri: positivo verso “i buoni” (coloro che stanno dalla nostra parte), negativo verso “i cattivi” (coloro che non ci piacciono).

    Alcuni considerano il Buddismo un insegnamento che punta alla tranquillità, o che può addirittura spingere alla passività. Ma la pratica buddista non equivale a “starsene tranquilli”. È piuttosto una lotta costante per creare valore e trasformare il male in bene attraverso lo sforzo continuo di confrontarsi con esso. Nichiren Daishonin scrisse: «Opporsi al bene è detto male, ed opporsi al male è chiamato bene».

  6. 17 gennaio 2011 alle 15:44

    Risposta a Gennaro
    Vedi domanda

    Vorrei riallacciarmi alle cose già dette a proposito dello “spessore” ontologico del male. Se Lucifero esiste, in quanto ogni ente è un bene, egli è ontologicamente buono. Quindi neppure nel caso particolare del più malvagio di tutti gli enti, Dio sarebbe autore del male. L’autore del male di Lucifero è Lucifero, Dio è solo autore del bene di Lucifero.
    Onniscienza di Dio. Gli attributi di Dio sono comunque concetti umani attribuiti a Dio: di conseguenza valgono solo entro certe condizioni logico-linguistiche fuori delle quali non hanno senso (ad esempio: “Dio può creare un peso che non può sollevare?”; oppure “Dio è onnipresente, quindi è anche dentro le mie tasche?” ecc.).
    Gli attributi di onniscienza, onnipotenza, onnipresenza sono concetti teologici. Significa che accanto ad ognuno di essi, anche se non è pronunziata, va aggiunta l’espressione “nella salvezza”. Es.: onnipotente nella salvezza, cioè tutti possono essere salvati. Anche Lucifero. Onniscienza di Dio? E se Dio sapesse qualcosa circa la salvezza futura di Lucifero, che noi (e Lucifero stesso) ignoriamo?

  7. Sebastian
    19 gennaio 2011 alle 18:13

    Ma chi! A dù picciuteddu (Gennaru), u stai facennu cunfunniri!

    • 20 gennaio 2011 alle 15:11

      Però si difende bene, non trovi?

      • Sebastian
        20 gennaio 2011 alle 15:29

        Ma si, certo.

  8. Gennaro
    20 gennaio 2011 alle 0:09

    Ciao Gianpiero, non so se ho capito bene: il male è niente; cioè il male è il nulla. Io sono convinto che il nulla serva a Dio per conoscere se stesso. L’essere a confronto col non essere prende coscienza di essere. Questa è la mia opinione.
    Apprezzo il pensiero di Rosa, ma sono nominalmente cattolico, e intendo restare tale, anche se condivido l’opinione di S. Freud, secondo cui la religione è un delirio collettivo; di mio aggiungo “necessario” in quanto essa soddisfa la parte irrazionale che è in noi.
    Vado la domenica a messa e ogni tanto prendo la comunione. Rispetto la tradizione e ritengo che i riti siano molto importanti. Ciao

    • 20 gennaio 2011 alle 2:05

      Beh, dovremmo tenere ben chiaro in mente il confine tra credenze religiose e discorso filosofico e le tecniche argomentative tipiche dell’uno e delle altre. Il dibattito tra Agostino e i manichei dovrebbe insegnarci l’autonomia del discorso filosofico da quello religioso come un valore da difendere. Il discorso religioso parla di Dio in termini antropomorfici, per questo può trattare il “male” come un qualcosa cui Dio si contrappone, per esempio creando tutto dal nulla o meglio dal vuoto come dice la Bibbia. Questo è un esempio di teologia antropomorfa, perché Dio sembra agire nel libro della Genesi come un soggetto storico e la sua azione sembra porsi su un piano esistenziale, in cui il male “esiste” come ciò cui Dio contrappone la propria volontà e azione.
      Ma Agostino fa notare, su un piano strettamente metafisico, che la coesistenza di due assoluti è logicamente assurda.
      Possiamo anche aggiungere che, per quanto ciò risulti paradossale, se il male fosse davvero un qualcosa che È, esso allora non potrebbe ESISTERE, perché ogni determinazione concreta, storica, esistenziale del male (ogni cattiveria) sarebbe una naturale attuazione del suo essere, quindi un bene.
      Detto questo possiamo parlare con Agostino, ma anche con Freud, del male storico, e della sua drammaticità cioè dell’accumulo del cattivo uso della libertà da parte di ben precisi soggetti e dei suoi effetti negativi sulla psiche e sulla convivenza umana.

    • stefano carta
      22 settembre 2011 alle 18:31

      Se posso aggiungere qualcosa, quando Dio creò tutto disse “è molto buono”. Il fatto che l’uomo ha volontariamente peccato contro Dio deriva dal fatto che Dio ci ha creati come esseri liberi di amarlo e di ubbidirgli spontaneamente. Ma siamo stati noi a decidere di non farlo, e siccome nessuno di noi è migliore di Adamo, allora siamo tutti ritenuti, giustamente, colpevoli e degni di essere condannati all’inferno. So che questo non piace, ma è la cruda realtà. So che nessuno vorrebbe sentirsi giudicato, ma è chiaramente scritto che Gesù ha detto che “chi non crede è già giudicato”. Non è assolutamente vero, secondo la Bibbia, che anche Lucifero sarà salvato. E non è vero quello che insegna il cattolicesimo su una salvezza universale. Ciò che è scritto è: “Chi crede nel Figlio, ha vita eterna. Ma chi rifiuta di credere al Figlio, non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui”! E non crediamo nemmeno alla falsità della salvezza per opere buone! Quante opere buone dovresti fare per essere sicuro di essere salvato? Efesini 2:8-10 afferma chiaramente che siamo salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da noi, ma è il dono di Dio. E se sono salvato per grazia, questo significa che non me la devo meritare, e questo rende certa la salvezza. Riflettete su questo: cosa succederà quando Dio ti chiamerà in giudizio? Pensi che accamperai scuse e dirai: “Io non ho mai fatto del male a nessuno”? No. Non avrai la possibilità di stare in piedi a ribattere a Dio. Ecco perchè Gesù è venuto ed è morto sulla croce ed è risorto: per darci una nuova vita che ci rende atti ad essere chiamati “figli di Dio”. “Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con i vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo” (Colossesi 2:8). Anzichè stare a filosofare sul senso della vita e cercare risposte che vanno al di là della umana comprensione, il vero senso della vita è uno: vivere! E Gesù ha detto: “Io sono la vita”! Credi in Gesù come tuo Signore e Salvatore e avrai la vita eterna. E se pensi che siano favole, allora ne parleremo dopo. L’inferno e il paradiso sono gli unici due luoghi di cui parla la Bibbia (niente purgatorio); e questi due luoghi diranno chi ha creduto e operato giustamente.

      • Rosa
        22 settembre 2011 alle 21:35

        Colpevoli di essere condannati all’infero?
        Parli per lei solo. 😆

      • Rosa
        23 settembre 2011 alle 6:27

        Buongiorno, signor Stefano. Se me lo può dire, desidero sapere se lei è lo psicolo Carta.

      • Rosa
        23 settembre 2011 alle 6:28

        mi scusi l’errore di battitura. Intendevo “psicologo”

      • 23 settembre 2011 alle 15:58

        Gentile Stefano Carta, grazie di averci scritto. C’è un forum di teologia e spiritualità qui su Terra di Nessuno in cui è opportuno trasferire questa discussione, e dove ho già postato una replica https://terradinessuno.wordpress.com/scuola-di-preghiera/comment-page-63/#comment-14910

  9. Gennaro
    20 gennaio 2011 alle 10:24

    Gianpiero, ti dico grazie ed anche che ho una grande stima di te. Ciao

  10. 30 marzo 2011 alle 9:04

    Dio, De Mattei e l’onda anomala

    Per la parte precedente del dibattito, vedi:

    https://terradinessuno.wordpress.com/radio-tdn/comment-page-49/#comment-13667

    (Breve riassunto: In un intervento su Radio Maria, ripreso poi dal sito razionalista anticattolico Ratio+, il vicepresidente del CNR, De Mattei parla della recente catastrofe in Giappone nei termini di un castigo divino).

    Il punto è che De Mattei crede di far teologia ed invece fa teodicea, in sostanza filosofia, e poi scambia la virtù teologale della fede con questa credenza filosofica. Che, tra l’altro, nella visione di De Mattei ha un fondo volontaristico, non cognitivistico, irrazionalistico (cioè l’esatto contrario di ciò che ha in mente Ratzinger quando critica il relativismo epistemologico ed etico). Infatti De Mattei attribuisce a questo suo personale dio filosofico un’onnipotenza non solo incomprensibile, ma tutto sommato capricciosa e ciò che ferisce di più nel suo discorso è proprio la sofferenza che questo dio infligge arbitrariamente a dei poveri sventurati. E’ la solita vecchia storia leibniziana del migliore dei mondi possibili. Perché? Perché il dio di De Mattei è un qualsiasi dio dei potenti e degli intelligenti, e non il “Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe; il Dio di Gesù Cristo” e “Cristo crocifisso”.

    • 30 marzo 2011 alle 11:06

      Ho innescato una bonaria polemica con un collega universitario circa il ruolo della sofferenza, sulla quale abbiamo posizioni contastanti. Specie riguardo a Giobbe -;)
      L’ho invitato a scrivere qui le sue posizioni.

      • Michele Ernandes
        30 marzo 2011 alle 21:33

        Caro Calogero,
        non ho ricevuto l’email in cui mi invitavi a proseguire qui la nostra conversazione su Giobbe, ma ci sono capitato lo stesso.
        In realtà il libro di Giobbe non è al centro delle mie attenzioni, trattandosi di un testo mitico-moralistico, perchè mi interesso di più dei libri storici, ovvero di quelli che narrano vicende umane, e quindi a partire dalla fine del capitolo 11 di Genesi, cioè da quando Tare decide di andare nella Terra di Canaan e partì con alcuni parenti.

        Ho visto che in questo blog si parla del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, generalmente identificato con il Jhwh che parla con Mosè in Esodo 6:3.
        Considero artificiosa questa identificazione, nel senso che l’ha fatta il Redattore biblico.
        Il “Dio” di Abramo non ha avuto un unico nome, ma quattro, e ad ognuno si può attribuire una personalità diversa.
        Il primo è stato El Eljion, che era ben noto anche a Melchidesek;
        il secondo El Roji, che ha parlato con Agar (e non con Abramo);
        il terzo El Shaddai, al quale Abramo ha lavato i piedi, dato da mangiare, e con cui si è fatto una passeggiata sui monti per dare uno sguardo a Sodoma, che non piacque al suddetto El Shaddai, che infatti la tolse di mezzo con tutti i suoi abitanti;
        il quarto El Olam, autore del famoso scherzo di cui fu vittima Isacco, antesignano degli “scherzi da prete”.

        Oltre a ciò, ho notato che in questo blog si parla spesso di un certo Gesù di Nazareth. Ritengo che Gesù fosse piuttosto un Nazareno, e che l’essere Nazareno non avesse nulla a che fare con l’essere di Nazareth.
        Alla prossima,
        MichaEl

      • 31 marzo 2011 alle 16:45

        Caro Michele, benvenuto in Terra di Nessuno. Credo che abbiamo qui davanti tutte le premesse perché si possa dire “Chi sarà-come-…” Michele?
        A parte gli scherzi, non trovo nulla nel tuo commento di non condivisibile da uno studioso della Bibbia che sia anche credente. Mi dispiace però che liquidi Giobbe come un testo “mitico-moralistico”. Sarebbe come dire di non trovare interesse nella Divina commedia perché ci si occupa di caccia. Questo lo dico perché una così netta separazione di campi d’interesse, tra storia e mito, mistica e morale, per esempio, è estranea al modo in cui l’autore biblico tratta il dato storico stesso. Vedo che da buon storico ti interessi di nomi: “Il “Dio” di Abramo non ha avuto un unico nome, ma quattro, e ad ognuno si può attribuire una personalità diversa”, scrivi. Ma questo può non essere vero e comunque il redattore del testo biblico può non aver ritenuto vera questa tua affermazione o addirittura non aver provato il nostro stesso interesse ad accertare se ad ogni nome corrispondesse effettivamente o meno la stessa identità. Nel corso dei quasi ventisei secoli che ci separano dalla stesura redazionale di quei racconti, che si vanno a sommare agli altri dieci che separano qust’ultima dalla tradizione orale in cui si sono originati, non sono cambiati solo i nomi di Dio, vale a dire il modo di concepirlo e di concepirsi in rapporto a lui, ma è cambiato anche inevitabilmente il modo in cui ci concepiamo in rapporto alla storia, al modo e al perché ricordarla, tramandarla, narrarla. In poche parole: anche il fare storia soggiace alle condizioni storiche dell’esistenza. Diciamo che rispetto ad oggi l’interesse dell’autore umano del testo biblico non sta nell’accertamento dell’oggettività storica dei contenuto, ma egli vede piuttosto nell’azione del narrare il suo valore di fondazione della storia collettiva. Più che un’attività di tipo cognitivo, il fare storia per lui è celebrare. Tutto questo, anche questo c’è nel tramandare i nomi di Dio.
        Per esempio, Jahweh, il nome con cui defintivamente si consolida una relazione stabile tra identità nazionale d’Israele e “Dio”, è propriamente un “non-nome” in quanto è in realtà non solo un nome indicibile, ma un nome rivelato in quanto indicibile, cioè rivelato in quanto non detto neppure da “Dio” stesso, un nome che è una parola negata all’uomo. Forse proprio perché non è e non può essere una parola umana. E’ nota la difficoltà di tradurre il tetragramma IHWH. In italiano suona come una presentazione inconclusa: “salve, io sono…”. E’ un modo “approssimativo” di nominare Dio, nel senso che è solo uno spingersi temerariamente fino al punto più vicino umanamente accessibile al suo nome impronunciabile. Se invece sei palermitano o siciliano, una buona traduzione potrebbe essere: “cu sugnu sugnu”, “chi sono, sono”, cioè “chiunque io sia”, o meglio, “qualsiasi cosa tu possa credere che io sia”…il mio essere ti sfuggirà, io sono, e sarò sempre, comunque, altro. Si tratta cioè in realtà di un sottrarsi alla richiesta di Mosè di conoscere il suo nome eppure di affermare e soprattutto promettere (per la particolare struttura sintattica del verbo ebraico) una presenza.
        Un discorso teologicamente trasponibile alla questione del nome di Gesù “Nazareno” in quanto ne cela in realtà l’identità non solo storica: se significhi di Nazareth o Nazireo poco importa se non nella misura in cui risulti scandalosamente inaccettabile per un israelita dell’epoca affermare di un singolo individuo storico l’unicità esclusiva della sua relazione con Jahweh ed in definitiva la sua identità col Dio di Abramo e di Mosè.

    • Rosa
      30 marzo 2011 alle 16:23

      No. Sei in errore. De Mattei ha parlato semplicemente del karma, nè più, nè meno. Solo che lui atribuisce tutto al volere insondabile di Dio, io al nam-myoho renge kyo, cioè alla Legge Mistica di causa-effetto..

    • 30 marzo 2011 alle 20:45

      @Kalos: allora restiamo in attesa dei commenti del collega.
      Nel frattempo diciamo qualcosa di Mons. Orazio Mazzella (1860-1939), vescovo di Rossano Calabro e successivamente di Taranto, dal cui scritto: La provvidenza di Dio, l’efficacia della preghiera, la carità cattolica ed il terremoto del 28 di Dicembre 1908: cenni apologetici De Mattei aveva tratto l’affermazione che le catastrofi naturali possono essere un castigo di Dio. Mazzella fu un autorevole teologo neotomista con il pallino della punizione divina: qualche anno dopo al suddetto scritto, sostenne che anche la guerra del 1914 fosse una di queste punizioni e l’argomento usato da Mazzella fu esattamente lo stesso: le nazioni non sono entità individuali; in quanto tali non possono essere destinate alla vita eterna, perciò il premio o la punizione per loro non può che avvenire nell’ordine temporale. Tuttavia l’argomento è debole da un punto di vista strettamente deontologico. Se è vero che le nazioni non hanno personalità individuale, ma solo collettiva, allora non solo non possono ricevere il premio o la punizione eterna, ma non si possono neppure imputare loro delle colpe: l’imputabilità della colpa soggiace infatti, fin dai tempi veterotestamentari, al principio di responsabilità personale.

      @Rosa. Se lo dici tu, non ho ragione di dubitarne. Comunque, di qualsiasi cosa stesse parlando De Mattei, certamente non si tratta del Dio di Gesù Cristo.

      • Rosa
        31 marzo 2011 alle 11:48

        Nichiren Daishonin, nel suo trattato “Risso Ancocuron”(trad. adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese), sostenne che tutte le disgrazie del Giappone, compresa l’invasione dei Mongoli, dipendessero dalle pratiche religiose in contrasto con la Legge Mistica e il Sutra del Loto.

        Ancora confusione tra colpa e responsabilità?
        Se costruiamo case alle pendici dell’Etna, questa è una colpa o una responsabilita? E’ una responsabilità. Nel momento in cui l’Etna si risveglia, e distrugge i centri abitati, questo evento, cioè la distruzione di case e la morte di gente, è da addebitare a scelte degli abitanti, cioè persone accomunate dallo stesso desiderio di costruire proprio là. Il vulcano fa solo la sua parte. Ma ti dirò di più. Se violento la morfologia dell’etna, se la devasto, devo certamente aspettarmi un effetto che non può essere che catastrofico. Così come se vivo in un paese dove gli abitanti sono inclini a far la guerra, devo certamente aspettarmi qualche invasione dall’esterno.
        Allo stesso modo, se la popolazione mondiale si convincerà che nel 2012 scoppierà la terza guerra mondiale, si predisporrà in tal senso e questa sicuramente avverrà.
        Siccome, però, da un grande male può scaturire un grande bene, è possibile che la morte di gente e la distruzione di cose possa essere un’opportunità per migliorare lo stile di vita di tanta altra gente e farla riflettere sul vero senso della vita e della realtà.

      • 31 marzo 2011 alle 13:22

        Cara Rosa,
        non sono io quello che fa confusione tra colpa e responsabilità. Il concetto di “colpa” non è riducibile a quello di “responsabilità”. Il primo fa riferimento alla coscienza nella scelta, l’altro alla competenza nella scelta. E’ solo che la filosofia occidentale le distingue, quella orientale (o, almeno, il buddismo, o almeno Nichiren) no. Riprendiamo l’esempio: se la casa crolla perché costruita sulle pendici del Vesuvio che ha deciso di risvegliarsi trascinerà con sé a valle il politico che ha lottizzato, la zona per andare ad abitarvi, la moglie del politico che ha trovato molto panoramica la vista sul Golfo di Napoli e il loro figlioletto di quattro anni. Il primo ha colpa e responsabilità, la seconda ha colpa ma non responsabilità, il terzo non ha né l’una e né l’altra. Ciò non toglie che tutti morranno allo stesso modo. La responsabilità può anche essere parziale; per esempio, l’ingegnere che ha costruito la casa sulle pendici del Vesuvio ha responsabilità solo riguardo alla tenuta statica della casa, non nella scelta del sito e avrebbe colpa, per esempio, se la casa cadesse per qualcosa di meno di un’eruzione vulcanica, come potrebbe essere un colpo di vento o una scossa sismica inferiore a quelle umanamente prevedibili nella zona. Ma l’ingegnere porterebbe comunque su di sé tutta intera la colpa dello sterminio della sua famiglia se avesse deciso di comprare la casa proprio lì, perché magari ha usufruito di una sconto, essendone il progettista. La colpa di un padre di famiglia che non ha alternative tra far abitare in zona sismica, magari in affitto, i propri figli o metterli sotto i ponti, ha una bassissima colpa, oltre che nessuna responsabilità, specialmente come pure chi non fosse pienamente informato dei rischi. Ciò non di meno morrà come tutti gli altri. Vi possono dunque essere anche circostanze che riducono o annullano la colpa, come l’ignoranza e in generale ogni fattore legato alla cooperazione o all’oggettivazione degli effetti del male nelle strutture storiche della convivenza umana che possa limitare o indebolire il pieno consenso e la deliberata avvertenza. O dobbiamo dire che i due terzi dei 275.000 abitanti di Lisbona che nel 1755 persero tutto, ma sopravvissero, a causa di un terremoto-tsunami stimato al IX grado della scala Richter avessero meno responsabilità (o un karma meno cattivo?) dei novantamila che invece vi perirono? Io credo che nessuno di loro fosse colpevole e neppure responsabile (chi di loro avrebbe potuto sospettare di vivere su una faglia?); chi può sapere che ne avrebbe pensato Nichiren? Ha mai assistito lui agli effetti di un maremoto del IX grado della scala Richter su una città di un milione di abitanti? Non è eliminando la parola che si elimina la cosa; non è eliminando il concetto di colpa che si riconosce responsabilità alle coscienze, o le si risollevano.
        Quanto ai motivi che spinsero Nichiren a ignorare la distinzione tra colpa e responsabilità, conosci già la mia ipotesi: non potendo rimuovere la dottrina del Karma, tradizionalmente radicata nella coscienza religiosa già secoli prima del Budda, Nichiren opta per un l’obiettivo “pratico”: quello di netralizzarla spingendo i discepoli a non sprecare tempo ed energie su un problema terribile e insondabile come quello della sofferenza degli innocenti per concentrarsi su obiettivi di portata individuale, quelli appunto che rientrano nel limitatissimo raggio delle nostre responsabilità.

      • Rosa
        31 marzo 2011 alle 16:27

        Per Nichiren e per il buddismo, le responsabilità non vanno mai a percentuali. Se tra moglie e marito le cose non vanno bene, le responsabilità non sono al cinquanta percento. La responsabilità è sempre al cento per cento per tutti quanti: per quei coniugi, come per il politico, per il costruttore, l’ingegnere, il padre di famiglia, gli abitanti tutti e persino il bambino di 4 anni che ha deciso di nascere lì, alle pendici del Vesuvio. La morte è un evento naturale, quindi non può esistere la colpa. Tu dai alla parola “colpa” un’accezione negativa. Io do alla parola “responsabilità” un valore neutro. Morire per lo tsunami o per un’influenza, non è un evento che esprime un karma negativo in senso assoluto, ma solo relativo, perchè ovviamente,chiunque vorrebbe vivere e non morire. Chi si salvò a Lisbona fu perchè giovò di maggiore protezione, ma forse morì schiacciato da una carrozza dopo poco tempo. Anche l’ignoranza fa parte del karma. E’ una tendenza che non ci spinge a gravitare nel mondo di studio, ma in quello di animalità e stupidità. Questa è responsabilità. Infatti, chiunque è dotato di potenzialità intellettive. E’ da bestie non utilizzarle. Se uno sciocco deciderà il peggio per sè, avrà comunque il peggio. Le difficoltà, che si esprimono in forma di retribuzione, sta a noi vederle come opportunità, o no.
        Andiamo alla sofferenza degli innocenti. In questi mesi sto valutando la possibilità di fuggire dall’Europa e rifugiarmi in Bolivia. La situazione politica, economica e sociale del nostro paese si è fatta estremamente pesante per me. Se deciderò di rimanere in Italia, potrei subire un gravissimo tracollo finanziario. Se perderò tutto e diventerò povera, a prescindere dai mercati azionari, di cui non conosco perfettamente i meccanismi, la responsabilità sarà solo mia.Il crollo della borsa non è un fatto negativo in senso assoluto, ma solo relativo, perchè a discapito di alcuni, altri si arricchiscono. Se potendo fuggire, non l’ho fatto, non potrò addebitare ad altri la mia rovina. Ne sarò responsabile al cento per cento. Se decidessi di rimanere in Italia per paura di affrontare i cambiamenti, ecco! questo si chiama karma negativo. Percè forse in Bolivia potrei avere più fortuna che quà. E’ il karma che produce le paure e le illusioni da cui dipendono le sofferenze. Questo Nichiren lo sapeva ed enunciava: davanti agli ostacoli il saggio gioisce, lo stolto indietreggia.

        Qual è il contrario di “colpa”?

      • 31 marzo 2011 alle 18:42

        Potrei rispondere “innocenza”, ma dirò “grazia“.
        Sì ho capito; ma neppure io ho sostenuto che la responsabilità va un tanto al chilo, anche per me essa è sempre tutt’intera… nella esatta misura in cui spetta a ciascuno, però. Così stanno le cose, almeno in linea di principio, nella civiltà etica e giuridica dell’occidente: a ciascuno il suo. Una responsabilità uniforme per tutti, come tu dici sia per il buddismo, non può neppure dirsi “intera”, è piuttosto “indifferenziata”. Ma se le caratteristiche della responsabilità per il buddismo sono queste (neutralità, indifferenziazione) non sarebbe più logico cancellarla del tutto? Che differenza ci sarebbe allora tra causa e caso (anzi, casaccio, esattamente come colpisce –quoad nos!- un terremoto)? Vedi, non da moltissimo, ma sin dai tempi di Hume è comunemente riconosciuta in occidente una legge dell’argomentazione – nota appunto come “legge di Hume” – formulata in varie maniere, che recita più o meno: “non si può dedurre il dover essere dall’essere”. Significa che non si possono fondare doveri, obblighi, ingiunzioni, imperativi e nessun altro tipo di proposizioni deontologiche su semplici dati di fatto. Se la mistica legge di causa-effetto è un fatto (così come tu la presenti) esclude la colpa, è vero, ma con essa anche ogni altro dover essere. In altre parole non possiamo appellarci alla mistica legge o alla responsabilità, per esempio, per dire che non andrebbero costruite case sulle pendici di un vulcano attivo oppure che non dovremmo distruggere l’ecosistema planetario. Se la responsabilità è qualcosa di moralmente neutro, se essa rimane indifferentemente sia che agiamo in modo da demolire il pianeta sia che decidiamo di agire in modo contrario, allora tanto varrà accantonare questa benedetta mistica legge karmica e trovare altre ragioni per persuadere che chi vuole sfasciare tutto non fa solo qualcosa di dannoso per sé e per altri ma anche qualcosa di male in senso proprio e assoluto.
        Vorrei dirti da tempo di riflettere su questo: ma perché posso mettere buone cause per mutare il karma in qualsiasi momento e per qualsiasi cosa tranne che per liberarmi del karma stesso?
        Il fatto è che Nichiren (e nessun suo contemporaneo come nessuno prima di lui, del resto) non avrebbe potuto mai immaginare l’etica nell’epoca della comunicazione globale.

      • Rosa
        1 aprile 2011 alle 12:55

        La responsabilità, come io la presento, non è “indifferenziata”, ma è di ciascuno perchè ciascuno partecipa all’azione e ciascuno è in grado di mutare l’ambiente con un’azione.
        No. Non è logico cancellare il senso della responsabilità, perchè verrebbe a mancare il senso dell’azione, su cui si fondano tutte le scuole buddiste. La parola” azione” significa “Karma”. Liberarsi dal karma? é possibile. Si chiama Nirvana. Alcune scuole buddiste lo insegnano. Hai torto quando pensi che il terremoto arrivi a casaccio. Se no, dovresti anche accettare che Sodoma e Gomorra siano state annientate allo stesso modo. Ammettiamolo per un istante che un evento sismico si manifesti per pura fatalità. Gli abitanti non moriranno per fatalità, ma saranno lì in quel momento, perche le loro scelte di vita le hanno portate in quel luogo. E’ quello che cercavo ieri di spiegare a G.. Hai presente il gioco del flipper? La palla d’acciaio sbatte, rimbalza, è spinta dalle leve azionate sui lati…poi, cade in basso. E’ il caso che l’ha portata lì? No. E’ tutto l’insieme di azioni che ho messo che, prima l’ha portata a fare punti, poi a cadere giù.

        “Se la responsabilità è qualcosa di moralmente neutro, se essa rimane indifferentemente sia che agiamo in modo da demolire il pianeta sia che decidiamo di agire in modo contrario, allora tanto varrà accantonare questa benedetta mistica legge karmica e trovare altre ragioni per persuadere che chi vuole sfasciare tutto non fa solo qualcosa di dannoso per sé e per altri ma anche qualcosa di male in senso proprio e assoluto.”

        Se l’umanità vuole demolire il pianeta, sicuramente questo avverrà, anche se io preferirei di no. nel buddismo nessuno può espremere giudizi. Di certo, però, se non c’è differenza tra noi e l’ambiente, chi lo distrugge, sta calpestando la sua stessa vita e non qualcosa al di fuori di essa. Questo principio si chiama “Esho funi”. I buddisti amano e rispettano il mondo, perchè esso è il loro specchio. Inoltre, un praticante buddista è una persona che scopre di essere un budda, quindi di potere utilizzare saggezza, coraggio e compassione nella sua vita. Queste tre caratteristiche gli impediscono di costruire bombe o violentare il pianeta. Per persuadere qualcuno a non devastare il pianeta, basta semplicemente parlargli della pratica buddista ed spiegargli che è un budda. La propagazione del buddismo impedirà la distruzione del pianeta. Nichiren non aveva bisogno di conoscere i tempi moderni per scrivere “Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese”. L’insegnamenbto corretto si chiama Nam nyoho renge kyo.

        Ho sentito una frase che spiega perfettamente come si influenza l’ambiente.
        “Nel buddismo non c’è chi ha ragione e chi ha torto, ma solo chi vince e chi perde. E vince sempre chi cambia per primo”.

  11. 2 ottobre 2011 alle 13:52

    KANT
    (tratto da: J. GAARDER, Il mondo di Sofia, tr. It., Longanesi, Milano 2000, 19.a ed., 340-355 passim).

    « Immanuel Kant nacque nel 1724 a Koningsberg, nella Prussia orientale. Suo padre faceva il sellaio. Visse in questa città quasi tutta la vita fino a quando non morì, all’età di ottant’anni. La sua famiglia era molto religiosa e la convinzione cristiana di Kant è un fondamento importante della sua filosofia: […] per lui era necessario salvare le basi della fede cristiana. » […]
    « Kant fu anche il primo, tra tutti i filosofi che abbiamo affrontato sinora, a essere docente di filosofia all’università. Era, per così dire, un filosofo ‘di professione’. »
    « Che significa? »
    « La parola ‘filosofo’ viene usata oggi con due diverse accezioni. Con ‘filosofo’ si intende anzitutto una persona che cerca risposte personali alle domande filosofiche, ma un ‘filosofo’ può anche essere semplicemente un esperto di storia della filosofia. »
    « E Kant era … »
    « … tutte e due le cose: se fosse stato soltanto un ottimo docente, quindi un profondo conoscitore delle idee di altri filosofi, non avrebbe avuto un posto nella storia della filosofia. Tuttavia è importante sottolineare che Kant conosceva molto bene la tradizione filosofica precedente. Aveva grande dimestichezza con i razionalisti come Cartesio e Spinoza, e con gli empiristi come Locke, Berkeley e Hume.»
    […]
    « Ricorderai che, secondo i razionalisti, il fondamento di tutta la conoscenza umana è nella coscienza, mentre, per gli empiristi, tutto il nostro sapere riguardo al mondo deriva dai sensi. Hume aveva affermato inoltre che esistono limiti ben precisi alle conclusioni che possiamo dedurre dalle nostre impressioni sensoriali. »
    « A chi dava ragione Kant? »
    « Secondo lui, tutti avevano in parte ragione, in parte torto. La domanda che premeva tanto ai razionalisti quanto agli empiristi era: che cosa possiamo sapere del mondo? Cercare di rispondere a questa domanda era stato il progetto comune a tutti i filosofi dopo Cartesio. Due erano le possibilità. La prima: il mondo è perfettamente uguale a come lo percepiamo con i nostri sensi; la seconda: il mondo è come se lo rappresenta il nostro intelletto. »
    « E Kant in quale direzione va? »
    « Secondo lui, sia i sensi sia l’intelletto sono molto importanti nella nostra conoscenza del mondo. Tuttavia, per Kant, i razionalisti avevano esagerato nel dare peso al ruolo dell’intelletto, mentre gli empiristi avevano arbitrariamente accentuato l’importanza dell’esperienza sensoriale. »
    « Se non mi fai qualche esempio, queste rimangono soltanto belle parole. »
    « In linea di principio, Kant concorda con Hume e con gli empiristi nell’affermare che tutte le nostre conoscenze del mondo hanno origine dalle esperienze sensoriali, ma – e qui tende una mano ai razionalisti -, anche nel nostro intelletto vi sono presupposti importanti per il ‘modo’ in cui comprendiamo il mondo che ci circonda. In altri termini, nell’intelletto umano sono presenti certe condizioni che determinano il nostro modo di comprendere il mondo.»
    « E questo sarebbe un esempio? »
    « Facciamo allora un piccolo esercizio. Prendi quel paio di occhiali che è sul tavolo e infilatelo! »
    Sofia obbedì: improvvisamente tutto intorno a lei diventò rosso.
    « Che cosa vedi?»
    « Vedo quello che vedevo prima, ma adesso tutto è diventato rosso. »
    « Ciò avviene perché le lenti determinano il tuo modo di vedere la realtà: tutto ciò che vedi ha origine dal mondo esterno a te, ma il modo in cui lo vedi dipende anche dalle lenti. »
    « Naturalmente … »
    « Se tu andassi adesso a spasso per il bosco, o camminassi in casa tua, vedresti tutto ciò che hai sempre visto, ma sarebbe inevitabilmente rosso. »
    « Certo, almeno finché non mi tolgo gli occhiali. .. »
    « Analogamente, secondo Kant, nel nostro intelletto sono presenti certe predisposizioni che influenzano tutte le nostre esperienze. »
    « Che tipo di predisposizioni sono? »
    « Tutto quello che percepiamo, lo percepiamo anzitutto come fenomeno nel tempo e nello spazio. Kant chiamò il tempo e lo spazio le due ‘forme dell’intuizione’ e affermò che queste due ‘forme’ della nostra coscienza sono a priori di ogni esperienza: ciò significa che possiamo sapere, prima di fare esperienza di qualcosa, che percepiremo questo qualcosa come un fenomeno nel tempo e nello spazio perché non siamo in grado di toglierci quelle ‘lenti’. »
    « Secondo Kant il percepire le cose nel tempo e nello spazio è una qualità innata? »
    « In un certo senso, sì. Ciò che vediamo dipende anche da dove siamo cresciuti, se in India o in Groenlandia, per esempio, ma ovunque abbiamo esperienza del mondo come di qualcosa nel tempo e nello spazio: è qualcosa che possiamo dire in anticipo. »
    « Ma il tempo e lo spazio non sono fuori di noi? »
    « No, secondo Kant fanno parte della stessa natura umana: il tempo e lo spazio sono proprietà del soggetto e non del mondo. »
    « Un modo completamente nuovo di pensare. »
    « La coscienza umana non è una tabula rasa che si limita a ricevere passivamente le impressioni sensoriali esterne, bensì un’istanza formativa: la coscienza stessa influisce sulla nostra percezione del mondo. Pensa a ciò che succede quando versi dell’acqua in una brocca: l’acqua si adegua alla forma del recipiente. Analogamente le sensazioni si adattano alle nostre ‘forme dell’intuizione’. »
    « Credo di aver capito. »
    « Kant aggiunse che non è soltanto la coscienza ad adeguarsi alle cose, ma anche queste ultime si adeguano alla coscienza. Disse che questo rappresentava una ‘svolta copernicana’ nel problema della conoscenza: le sue considerazioni infatti erano radicalmente diverse dal vecchio modo di pensare, proprio come la teoria di Copernico sulla Terra che gira intorno al sole aveva ribaltato le ipotesi precedenti. »
    « Adesso capisco che cosa intendesse affermando che sia i razionalisti sia gli empiristi avevano ragione solo in parte: in un certo senso i razionalisti avevano dimenticato l’importanza dell’esperienza, mentre gli empiristi avevano chiuso gli occhi sul modo in cui l’intelletto determina la nostra comprensione del mondo. »
    « Anche la ‘legge di causalità’ (che, secondo Hume, l’essere umano non è in grado di sperimentare) è per Kant una componente del nostro intelletto. »
    « Spiegati! »
    « Hume aveva affermato che soltanto la nostra abitudine fa sì che noi cogliamo una relazione di causa-effetto dietro tutti i processi naturali. A suo parere, non possiamo percepire con i sensi che è stata la palla da biliardo nera la causa del moto di quella bianca: quindi non possiamo dimostrare che la palla nera, urtando la bianca, metterà sempre in movimento quest’ultima. »
    « Lo ricordo. »
    « Ma proprio quello che, secondo Hume, non possiamo dimostrare viene considerato da Kant una proprietà dell’intelletto umano: la legge di causalità vale sempre, e semplicemente perché il nostro intelletto concepisce tutto ciò che succede come una relazione di causa-effetto. »
    « Sarei più propensa a credere che la legge di causalità si trovi nella natura stessa e non negli esseri umani. »
    « Secondo Kant si trova in noi, ma è sostanzialmente d’accordo con Hume nell’affermare che non possiamo sapere niente di certo su come il mondo sia ‘in sé’: possiamo soltanto sapere come esso sia ‘per me’, quindi per tutti gli esseri umani. la divisione che Kant pone tra das Ding an sich e das Ding für mich rappresenta il suo più importante contributo alla filosofia. »
    « Non sono molto ferrata in tedesco. »
    « Kant separò ‘la cosa in sé’ (o ‘noumeno’, come la chiamò) dalla ‘cosa per me’ (o ‘fenomeno’): non potremo mai sapere con certezza come le cose sono ‘in sé’; possiamo soltanto sapere come le cose ‘si mostrano’ a noi. In cambio possiamo dire, a priori di ogni esperienza, qualcosa su come le cose vengono sperimentate dalla ragione umana. »
    « Possiamo davvero? »
    « Al mattino, prima di uscire di casa, non sei in grado di sapere che cosa vedrai o vivrai durante la giornata. Tuttavia sai che quello che vedrai e vivrai viene compreso come evento nello spazio e nel tempo. Inoltre hai la certezza che la legge di causalità vale semplicemente perché la porti dentro di te, come una componente della tua coscienza. »
    « Ma potremmo essere stati creati diversamente? »
    « Sì, avremmo potuto avere un apparato sensoriale differente o possedere una diversa percezione del tempo e dello spazio. Potremmo anche essere stati creati in modo da non andare alla ricerca delle cause che provocano gli eventi che ci circondano. »
    « Mi puoi fare qualche esempio? »
    « Immaginati un gatto raggomitolato sul pavimento del soggiorno e una pallina che comincia a rotolare nella stanza: che cosa farà il gatto, secondo te? »
    « l’ho sperimentato molte volte: si metterà a correre dietro la pallina. »
    « Bene. Adesso immagina di essere seduta in soggiorno. Se tu vedessi una palla rotolare per la stanza, ti metteresti a correrle dietro? »
    « Prima di tutto mi girerei per vedere da dove viene. »
    « Già: dato che sei un essere umano, cercherai sempre di scoprire la causa di ogni evento. la legge di causalità è infatti una componente della tua stessa conformazione. »
    « lo è davvero?»
    « Hume aveva affermato che non possiamo né percepire con i sensi né dimostrare le leggi di natura. Queste conclusioni inquietarono Kant, che affermò di poter dimostrare la validità assoluta delle leggi naturali mettendo in luce che noi in realtà parliamo di leggi della conoscenza umana. »
    « Anche un bambino piccolo si volterebbe per vedere chi ha fatto rotolare la palla?»
    « Forse no, ma, secondo Kant, la ragione non è completamente sviluppata in un bambino fino a quando il piccolo non abbia ricevuto materiale sensibile su cui lavorare: non ha alcun senso parlare di una ragione vuota. »
    « No, sarebbe proprio una ragione molto strana. »
    « Breve riassunto: secondo Kant esistono due tipi di condizione che contribuiscono al modo in cui gli uomini conoscono il mondo: le une sono le condizioni esterne, di cui non sappiamo niente prima di percepirle con i sensi e che possiamo chiamare il ‘materiale’ della conoscenza; le altre sono le condizioni interiori presenti nell’uomo, per esempio il fatto che ci rappresentiamo tutto sotto forma di eventi nello spazio e nel tempo e come processi che seguono un’inviolabile legge di causalità. Chiamiamo queste condizioni forme della conoscenza. » […]
    « I filosofi prima di Kant avevano cercato di dare risposte alle ‘grandi’ questioni filosofiche, per esempio se l’uomo abbia un’anima immortale, se la natura sia formata da particelle ultime indivisibili o se lo spazio sia finito o infinito … Te lo ricordi? »
    « Puoi scommetterci. »
    « Secondo Kant, l’uomo non può raggiungere nessuna risposta certa a queste domande. Ciò non significa che negasse loro validità. Se si fosse comportato così non si sarebbe potuto definire un vero filosofo. »
    « Che cosa fece allora?»
    « Abbi pazienza per un attimo. Per quanto riguarda queste grandi domande filosofiche, Kant ritiene che la ragione operi al di fuori dei limiti di ciò che noi uomini possiamo conoscere. Al tempo stesso è presente nella natura umana, o nella ragione umana, un fondamentale bisogno di porsi domande di questo tipo. Tuttavia, quando ci chiediamo per esempio se l’universo sia finito o infinito, ci poniamo una domanda su una totalità di cui noi stessi siamo una piccola parte e che per questo motivo non potremo mai conoscere completamente. »
    « E perché no? »
    « Quando ti sei infilata gli occhiali con le lenti rosse, abbiamo visto che, secondo Kant, ci sono due elementi che contribuiscono alla nostra conoscenza del mondo. »
    « L’esperienza e la ragione. »
    « Il materiale della nostra conoscenza proviene dai sensi, ma esso si adegua alle proprietà della ragione, per esempio chiedersi la causa che provoca un avvenimento.»
    « Perché la palla sta rotolando sul pavimento … »
    « Ecco. Ma quando ci chiediamo da dove venga il mondo e discutiamo di possibili risposte, la ragione ‘gira a vuoto’ perché non ha materiale sensibile da ‘trattare’ né esperienze da rielaborare: infatti noi non abbiamo mai potuto vivere l’intera – ed enorme – realtà di cui siamo una piccola parte. »
    « Insomma siamo una piccola parte della palla che rotola sul pavimento e per questo non possiamo sapere da dove veniamo.»
    « Però chiedersi da dove venga questa palla sarà sempre un’esigenza imprescindibile della ragione umana. Per questo motivo continueremo a investigare per risolvere queste grandi questioni. Ma non troveremo mai materia certa in cui affondare i denti, non avremo mai risposte sicure perché la ragione gira a vuoto. »
    « Grazie, so che cosa vuoi dire. »
    « Per queste grandi domande che riguardano l’intera realtà, ci saranno sempre due punti di vista opposti che appariranno parimenti probabili e improbabili. »
    « Esempi, grazie. »
    « Ha senso sia affermare che il mondo deve aver avuto un inizio nel tempo sia negare questo inizio. La ragione non può decidere tra le due possibilità, quindi non può ‘affermarle’. Possiamo supporre che il mondo sia sempre esistito, ma può qualcosa esistere in eterno senza che ci sia stato un inizio? Adesso siamo costretti ad assumere il punto di vista opposto: diciamo allora che il mondo un tempo è stato creato, ma in questo caso deve essersi creato dal nulla, se non vogliamo semplicemente parlare di un cambiamento da una condizione a un’altra. Ma può qualcosa nascere dal nulla, Sofia?»
    « No, entrambe le possibilità sono ugualmente inconcepibili: al contempo però una deve essere giusta e l’altra sbagliata. »
    « Ti ricordi che Democrito e i materialisti avevano affermato che la natura doveva essere formata di elementi minimi la cui composizione crea tutte le altre cose? Altri, per esempio Cartesio, ritenevano che la realtà estesa deve poter essere pensata divisibile in particelle sempre più piccole. Ma chi dei due ha ragione? »
    « Entrambi. .. nessuno. »
    « Molti filosofi hanno indicato nella libertà dell’uomo una delle sue più importanti qualità. Ma abbiamo incontrato altri filosofi, come gli stoici e Spinoza, secondo i quali tutto avviene secondo le leggi necessarie della natura. Anche in questo caso, dice Kant, la ragione umana non è in grado di pronunciare un giudizio definitivo. »
    « È ragionevole e irragionevole affermare entrambe le cose. »
    « Un’ultima cosa: non arriviamo a nessuna conclusione se cerchiamo di dimostrare l’esistenza di Dio attraverso la ragione. I razionalisti, per esempio Cartesio, avevano cercato di dimostrare che Dio deve esistere semplicemente perché abbiamo l’idea di ‘un essere perfetto’; altri, come Aristotele e Tommaso d’Aquino, erano arrivati alla conclusione che ci deve essere Dio perché tutte le cose devono avere una causa prima. »
    « E secondo Kant? »
    « Rifiutò entrambe le prove: né la ragione né l’esperienza offrono una base sicura per affermare l’esistenza di Dio, perché per la ragione è probabile e al contempo improbabile che Dio esista. »
    « Ma all’inizio avevi detto che Kant voleva salvare le basi della fede cristiana. »
    « Sì, Kant si apre a una dimensione religiosa: dove l’esperienza e la ragione non sono in grado di fornire una risposta, si crea un vuoto che può essere colmato soltanto dalla fede religiosa. »
    « E in questo modo ha aiutato il cristianesimo? »
    « Sì. È importante notare che Kant apparteneva a una corrente religiosa formatasi nell’ambito del luteranesimo tedesco: il pietismo. Questa corrente propugnava un cristianesimo attivo e una rigorosa pratica morale. Era una ‘religione del cuore’. La Chiesa cattolica, invece, fin dal Medioevo, ha avuto fiducia che la ragione potesse essere un sostegno alla fede. »
    « Ho capito. »
    « Ma Kant non si limitò ad affermare che queste domande estreme devono essere affidate alla fede. Secondo lui, era necessario presupporre per la morale umana che l’uomo abbia un’ anima immortale, che Dio esista e che l’uomo abbia la libertà di scegliere. »
    « Ma allora è quasi come Cartesio. Prima è estremamente critico verso tutto quello che non siamo in grado di comprendere, e poi per vie traverse ci riporta all’idea che Dio e tutto il resto esistano. »
    « A differenza di Cartesio, però, espresse con molta chiarezza che non era stata la ragione a portarlo a queste conclusioni, bensì la fede. Chiamò la fede nell’immortalità dell’anima, nell’esistenza di Dio e nel libero arbitrio ‘postulati della ragione pratica’. »
    « Che significa?»
    « ‘Postulare’ significa affermare qualcosa come vero senza dimostrarlo. Con ‘postulato della ragione pratica’ Kant intende qualcosa che va affermato per la ‘pratica’ umana, cioè per la morale. ‘È moralmente necessario ammettere l’esistenza di Dio’, disse. »
    « Lo scetticismo di Hume verso ciò che la ragione e i sensi ci possono raccontare fece sì che Kant fosse obbligato a riflettere nuovamente su molte delle domande più importanti della vita, soprattutto nell’ambito della morale. »
    « Hume aveva detto che non è possibile dimostrare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato perché non possiamo dedurre da proposizioni con il verbo ‘essere’ proposizioni con il verbo ‘dovere’. Secondo Hume non erano né la nostra ragione né le nostre esperienze a stabilire la differenza tra giusto e sbagliato: erano semplicemente i sentimenti. Kant considerava questo fondamento troppo debole. »
    « Lo capisco. »
    « Kant avverte con grande intensità che la differenza tra giusto e sbagliato è qualcosa di più che un affare di sentimenti. Da questo punto di vista era d’accordo con i razionalisti, secondo i quali la capacità di distinguere tra giusto e sbagliato è presente nella ragione umana: tutti gli uomini sanno ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e non lo sanno soltanto perché lo hanno imparato, ma perché è insito nella ragione. Per Kant, tutti gli esseri umani possiedono una ‘ragione pratica’, cioè una facoltà della ragione che ci dice in ogni momento che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato in campo morale. »
    « È quindi innata?»
    « Questa facoltà è innata come tutte le altre proprietà della ragione: come tutti gli uomini possiedono le stesse forme della conoscenza (per esempio il fatto che ci rappresentiamo tutti gli eventi determinati dalla causalità), così tutti hanno accesso alla stessa ‘legge morale’ universale, legge che ha la stessa validità assoluta di quelle naturali. Essa è fondamentale per la nostra vita morale come lo è per la nostra ragione che tutto abbia una causa o che sette più cinque faccia dodici. »
    « E che cosa dice questa legge morale? »
    « Dal momento che è a priori di ogni esperienza, essa è ‘formale’, cioè non legata a nessuna precisa situazione di scelta morale. Vale per tutti gli uomini, in tutte le società e per tutti i tempi. Non spiega quindi che cosa si debba fare in una determinata situazione: dice come si deve agire in tutte le situazioni. »
    « Ma che senso ha una ‘legge morale’ se non spiega come ci si deve comportare di volta in volta? »
    « Kant formula la legge morale come un ‘imperativo categorico’. Vuoi dire che essa ordina, quindi è inviolabile (è un ‘imperativo’), ed è valida in ogni situazione (è ‘categorica’). » « Spiegati meglio … »
    « Kant formula questo ‘imperativo categorico’ in diversi modi. Anzitutto dice che devi agire sempre ‘in modo che la massima della tua azione possa sempre valere come principio di una legislazione universale’. »
    « Quando faccio qualcosa, devo poter desiderare che altri, in una situazione analoga, facciano lo stesso. »
    « Precisamente. In tal modo agiresti in conformità alla legge morale che è in te. Kant formulò l”imperativo categorico’ dicendo anche tu devi ‘trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e non semplicemente come mezzo’. »
    « Non possiamo ‘usare’ gli altri per conseguire vantaggi personali. »
    « No, perché tutti gli uomini sono in sé un fine. Ed è una legge che vale anche per te stessa: infatti non devi usare te stessa soltanto come un mezzo per ottenere qualcosa. »
    « Ricorda la ‘regola aurea’ secondo cui non devi fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. »
    « Sì, anche questa è una norma presente nelle situazioni di scelta etica. Possiamo dire che la ‘regola aurea’ esprime ciò che Kant chiamò ‘legge morale’. »
    « Però sono soltanto affermazioni … Hume aveva ragione nel dire che non possiamo dimostrare con la ragione ciò che è giusto o sbagliato. »
    « Secondo Kant, la legge morale è assoluta e universale come, per esempio, la legge di causalità: neanche questa può essere dimostrata con la ragione, ciononostante è assolutamente inviolabile, infatti nessun uomo può negarla. »
    « Ho quasi la sensazione che in realtà stiamo parlando della coscienza: ogni essere umano dovrebbe averla … »
    « Sì, quando Kant descrive la legge morale, descrive la coscienza umana. Non possiamo dimostrare che cosa ci dice la coscienza, ma lo sappiamo comunque. »
    « A volte mi capita di essere gentile e carina con gli altri soltanto perché mi conviene: può anche essere un modo per essere stimati e graditi a tutti. »
    « Se agisci così, non segui la legge morale: forse ti comporti in una sorta di superficiale conformità a essa, e questo va anche bene, ma un’azione morale è tale solo se è il risultato di una vittoria su se stessi. Se fai qualcosa perché senti che è tuo dovere seguire la legge morale, allora puoi parlare di azione morale. Per questo l’etica di Kant viene chiamata ‘etica del dovere’. »
    « Posso sentire dentro di me che è mio dovere raccogliere dei soldi da dare alla Croce Rossa o alla Caritas. »
    « Certo, e il fatto decisivo è che tu lo faccia perché, secondo te, è giusto. Anche se i soldi raccolti ‘scompaiono’ prima di arrivare nelle mani dei destinatari o non servono a sfamare chi ne ha veramente bisogno, hai seguito la legge morale. Hai agito con un animo giusto, cosa che, secondo Kant, è decisiva per stabilire se un’azione sia veramente morale. »
    « Perché era così importante per Kant sapere esattamente quando si agisce in conformità alla legge morale? la cosa più importante non è forse stabilire quanto le nostre azioni siano utili agli altri? »
    « Be’, sicuramente Kant non avrebbe dissentito: tuttavia avrebbe aggiunto che solo quando sappiamo di agire in conformità alla legge morale agiamo in libertà. »
    « Dunque agiamo liberamente soltanto se seguiamo una legge? Non è un po’ strano? »
    « Non secondo Kant. Ti ricordi forse che egli ha dovuto ‘affermare’ o ‘postulare’ che la volontà dell’uomo è libera. Questo è un punto importante perché ha anche detto che tutto segue la legge di causalità: come può allora la volontà umana essere libera? »
    « Non chiederlo a me. »
    « Kant divide l’uomo in due parti e lo fa in un modo che ricorda Cartesio e la sua affermazione secondo cui l’essere umano è una ‘creatura doppia’ perché possiede sia un corpo sia una ragione. Secondo Kant, noi, come esseri sensoriali, siamo alla mercé dell’inviolabile legge di causalità: non decidiamo ciò che percepiamo con i sensi, le sensazioni giungono di necessità e ci plasmano, che lo vogliamo o no. Però gli uomini non sono soltanto creature sensoriali. »
    « Dove vuoi arrivare? »
    « Come esseri dotati di sensi, noi apparteniamo all’ordine naturale e pertanto siamo sottomessi alla legge di causalità: di conseguenza non possediamo una volontà libera. Come creature razionali, però, facciamo parte di ciò che Kant ha chiamato ‘la cosa in sé’, e quindi del mondo com’è in sé, indipendentemente dalle nostre sensazioni. Se seguiamo la nostra ‘ragione pratica’, possiamo compiere scelte morali e perciò la nostra volontà è libera: infatti, piegandoci di fronte alla legge morale, siamo noi stessi a formulare quella legge a cui ci adeguiamo. »
    « Già, in un certo senso è vero: sono io, o qualcosa in me, che dice che non devo essere cattiva con gli altri. » «Quando scegli di non esserlo, anche se ciò può andare a discapito dei tuoi interessi, agisci in libertà. »
    « In ogni caso non si è particolarmente liberi e indipendenti se si seguono soltanto i propri desideri. »
    « Si può diventare ‘schiavi’ di una cosa o di un’altra. Già, si può essere schiavi del proprio egoismo. Ci vogliono indipendenza e libertà per riuscire a staccarsi dai propri desideri e dai propri vizi. »
    « E gli animali? Essi seguono soltanto i propri desideri e i propri bisogni: hanno la libertà di seguire una legge morale?»
    « No, è proprio questa libertà a renderci uomini. » « Adesso ho capito. »
    « Per concludere, possiamo dire che Kant riuscì a mostrare una via per uscire da quella situazione di stallo in cui si trovava la filosofia a causa della disputa fra razionalisti ed empiristi. Con Kant si chiude anche un’epoca della storia della filosofia. Morì nel 1804, nel periodo in cui si stava sviluppando quello che chiamiamo Romanticismo. Sulla sua lapide a Konigsberg è incisa una delle sue citazioni più famose. ‘Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me’.»

  12. 2 gennaio 2012 alle 16:24

    C. G. Jung

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