Matta El Meskin, Gli ostacoli alla preghiera

MATTA EL MESKIN

GLI OSTACOLI ALLA PREGHIERA

In Matta El Meskin, L’esperienza di Dio nella preghiera – ed. Qiqajon COMUNITA’ DI BOSE.

INTRODUZIONE

Alla preghiera si frappongono ostacoli diversi per i princi­pianti e per coloro che hanno acquisito una certa esperienza.
Quelli per i principianti sono dovuti prevalentemente alla mancanza d’abitudine alla preghiera. Consistono nella disper­sione e nel vagabondaggio del pensiero in cose che continuano a interessarli più di Dio, nell’irregolarità dei tempi dedicati al­la preghiera, nelle lamentele perché non comprendono le pa­role della preghiera, siano quelle dei salmi o di altri libri della Scrittura.
In questa parte ci limiteremo a considerare gli ostacoli che si frappongono alla preghiera in coloro che vivo­no una vita di preghiera e la praticano con un certo successo. È bene tuttavia notare fin dall’inizio che le nostre preghiere possono spesso essere impedite dall’indebolimento del corpo e dalla perdita di vitalità a causa di uno stato di malattia simile all’anemia, o di un calo di energia nervosa dopo uno sforzo intel­lettuale, una depressione, un digiuno eccessivo, disordini di ti­po fisico, eccesso nei lavori manuali o intellettuali. Su tutto ciò è necessario avere un buon discernimento o ricorrere a un con­sigliere spirituale esperto che sappia scoprire tali cause e porvi immediatamente rimedio per evitare che l’angoscia psicologica della persona e il suo sentimento di colpa non si aggravino e non ceda alla disperazione, mentre lo shock, di fatto, non ha altre cause se non le sue malattie fisiche, nervose o psichiche. In real­tà, il suo stato corrisponde alla situazione nella quale Cristo stesso dice ai suoi discepoli distrutti dalla fatica per le veglie, che dormivano mentre avrebbero dovuto pregare: “Lo Spirito è forte, ma la carne è debole” (Mt 26,41).
I principali ostacoli alla preghiera nei praticanti esperti si con­centrano in tre importanti esperienze ben note: la prima è l’ari­dità spirituale, la seconda la tiepidezza spirituale e la terza la perdita dello scopo della preghiera. […]
La differenza tra aridità e tiepidezza spirituale è grande. L’a­ridità spirituale è quella difficoltà che l’uomo incontra durante la preghiera senza che gli impedisca di continuare la preghiera, la lettura o le veglie; tuttavia le priva di ogni consolazione, di ogni sapore e di ogni soddisfazione.
La tiepidezza spirituale riguarda invece l’atto stesso; la pre­ghiera è interrotta e l’uomo perde ogni capacità di proseguire la propria attività spirituale; la lettura diventa penosa, le veglie impossibili e si resta scoraggiati anche dalle pratiche semplici e abituali.
Nell’aridità spirituale possiamo pregare con facilità e com­prendere il senso della nostra preghiera, la nostra mente è vigile e i nostri sensi ben desti; riusciamo a studiare la parola e a con­centrarci su ciò che leggiamo; tuttavia, siamo costantemente pri­vati di ogni consolazione interiore.
Nella tiepidezza spirituale, fin dal momento in cui ci alziamo per pregare o ci sediamo per leggere, la nostra mente è distratta e il nostro cuore assente; la preghiera e l’attività spirituale di­ventano non solo estremamente difficIli, ma non provocano in noi alcuna eco.

L’ARIDITÀ SPIRITUALE

Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
di notte non c’è riposo per me…
il mio vigore inaridisce come un coccio,
la mia lingua si attacca al palato. (Sal 22,3.16)

L’aridità è un’esperien­za che riguarda la natura stessa della preghiera, capace, se noi l’accogliamo lucidamente e volentieri, di portarci a un grado su­periore, quello della preghiera pura che non si fonda sui senti­menti, sulle sensazioni e gli incoraggiamenti.

L’anima che per la prima volta fa l’esperienza dell’aridità spi­rituale si turba profondamente, soprattutto quando la sua ap­plicazione all’adorazione è assidua, devota e fedele. Sconcertata da quel che le accade, ne cerca la ragione frugando tra i propri errori.
In realtà, l’aridità spirituale non implica affatto la perdita di qualcosa del nostro buon rapporto con Dio. E’ una tappa impor­tante e necessaria per educare l’anima e prepararla a una vita spirituale progredita che non sia più tributaria di fattori psicolo­gici o di gratificazioni soggettive.
È, in un certo senso, un cibo un po’ difficile da digerire, ma di grande utilità. Così, se accettiamo di buon grado, con lucidità e pazienza, di sottometterci a quest’esperienza, se le nostre ani­me non illanguidiscono nell’assenza di consolazioni e incorag­giamenti, bensì pongono tutta la loro speranza nella veridicità delle promesse divine, allora quest’esperienza ci farà accedere alla statura di figli perfetti, degni di quell’amore superiore che “non cerca il suo interesse” (1Cor 13,5), non si preoccupa di ri­cevere, ma si accontenta di dare e dì spendersi.
Se esaminiamo attentamente quest’esperienza, scopriamo che essa non comporta alcun turbamento e non colpisce il cuore con alcuna miseria. L’aridità attiene all’anima nei suoi sentimenti e nelle sue emozioni senza toccare la pace e la calma interiore; si tratta però di una pace priva di calore emotivo, di una calma senza attrattiva né soddisfazione.
Per questo l’esperienza dell’aridità è sentita duramente sol­tanto da coloro la cui anima vezzeggiata è stata abituata alle con­solazioni e agli incoraggiamenti, coloro la cui pietà si fonda sul “ricevere” e che considerano prova di progresso spirituale solo le manifestazioni sensibili.
Il pericolo di questa tappa è che l’uomo, cominciando a dubi­tare e a immaginare che il suo rapporto con Dio sia interrotto, smetta, alla fine, di pregare; al contrario, quest’esperienza, en­tro i limiti che le sono propri – cioè l’aridità spirituale provocata dalla grazia -, permette all’uomo di continuare la preghiera, perché non lo priva della capacità di pregare e di perseverarvi; lo priva unicamente delle consolazioni secondarie sulle quali egli faceva affidamento.
Se l’uomo cessa la preghiera con il pretesto dell’aridità spiri­tuale e della perdita delle consolazioni, regredisce spiritualmen­te e si espone senza motivo a una prova nefasta e pericolosa, quella della mormorazione contro Dio.
Ci si sbaglia quindi se ci si turba quando si attraversa la tappa dell’aridità; come pure è pericoloso smettere di pregare, con la scusa di non trovarvi più soddisfazione. L’aridità è un’esperien­za che riguarda la natura stessa della preghiera, capace, se noi l’accogliamo lucidamente e volentieri, di portarci a un grado su­periore, quello della preghiera pura che non si fonda sui senti­menti, sulle sensazioni e gli incoraggiamenti.
L’uomo potrà avere la sensazione che la grazia apparentemen­te l’abbandoni, che gli basti l’azione interiore e segreta di tale grazia; s’appoggi allora sull’impulso acquisito nella sua vita tra­scorsa con Dio. Se ne accontenterà per attraversare le prime tap­pe di quest’esperienza, finché la sua anima abbia imparato a fis­sarsi in Dio, senza intermediari né incoraggiamenti.
Allo stesso modo, nel corso dell’esperienza, colui che cammi­na su questa via si affidi ai consigli di un padre spirituale e ne segua le indicazioni con grande fedeltà. Esse sono, a questo sta­dio, di importanza fondamentale. Ma forse la raccomandazione più importante e più utile è quella di accettare l’aridità spirituale con umiltà, di accettare di essere trattato come l’ultimo degli uomini, inadatto a ricevere le consolazioni e, anche se si dovesse considerare l’aridità come una correzione, un simile atteggia­mento non sarebbe privo di benefici (in realtà però l’aridità non è una correzione, ma un’educazione).
A chi attraversa questa tappa non serve a niente fermarsi per analizzare la propria situazione, ricercarne motivi e cause e ten­tare di fare piani per uscirne moltiplicando le veglie, le preghiere e i digiuni; è fatica sprecata e rischia di uscire dal campo della grazia. Per contro, quel che di meglio può fare è accettare l’ari­dità e perseverare, attento e ponderato, nella sua opera spirituale non risparmiando i propri sforzi e la propria fatica per prosegui­re la marcia allo stesso ritmo, come il viaggiatore sulle piste del deserto che la scomparsa dei piaceri della città non distoglie dal suo cammino nelle profondità aride del deserto, fino alla fine.
L’atteggiamento fondamentale in ogni esperienza spirituale è accettarla come tale senza alcuna riserva. L’aridità spirituale è una prova spirituale proposta come tale, come una contingenza ineliminabile della via stretta.
Se accettiamo le prove spirituali in genere, non è perché sia­mo spinti dal desiderio di pervenire alla perfezione: ciò compor­terebbe una certa esaltazione dell’io; ci sottomettiamo piuttosto al piano di Dio per compiere la sua volontà; la nostra sottomis­sione a Dio condiziona la nostra comunione con lui, e questa so­la può condurci alla perfezione.

1. Rapporto tra aridità e volontà

Dobbiamo distinguere tra l’essenza dell’anima umana e le fa­coltà e reazioni che sono proprie della sua attività. L’anima nel­la sua essenza è ben altro rispetto ai sentimenti che essa genera o che la influenzano.
Così pure, l’immaginazione e i pensieri possono svelare uno stato dell’anima, ma non sono l’anima stessa e non sono rappre­sentativi dell’anima; solo la volontà, il libero arbitrio, manifesta l’anima e la rappresenta; perciò l’uomo non è né responsabile né colpevole del proprio immaginario, né dei suoi pensieri, né dei suoi sentimenti in quanto tali, ma è responsabile di quel che la sua volontà manifesta.
Nel caso dell’aridità spirituale ci rendiamo conto che si tratta di una perdita provvisoria della capacità dell’anima ad accoglie­re le ineffabili consolazioni e gli incoraggiamenti spirituali che riceveva dalla grazia per mezzo dell’immaginario, del pensiero e del sentimento. Ma l’anima, in quanto tale, non cessa, nel tem­po dell’aridità, di desiderare ardentemente e di aspirare con la sua volontà a ricevere consolazioni e incoraggiamenti. L’aridità spirituale rimane pertanto una prova esteriore alla volontà.
Questa verità è estremamente importante, perché libera l’uo­mo da una responsabilità fittizia che la sua coscienza tenta d’at­tribuirgli a causa della sospensione di consolazione e di soddi­sfazione interiore nel tempo della prova dell’aridità spirituale.
Ne deriva che l’adesione dell’anima alla preghiera (rappresen­tata dalla sua volontà) può rimanere intatta nonostante lo stato di aridità, poiché tale stato, fondamentalmente, non intacca la volontà. In altri termini, malgrado la persistenza dell’aridità spirituale, la preghiera può essere perseguita con tutta la propria forza e tutta la propria energia.
La perseveranza nella preghiera senza il sostegno delle conso­lazioni e degli incoraggiamenti affettivi che provenivano dall’immaginazione, dai sentimenti e dai pensieri, è l’obiettivo principale di questa prova che la grazia dispone sul cammino spirituale dell’uomo. Questi è così condotto a disfarsi dei legami che l’uniscono al sensibile, alle emozioni umane e alle rappre­sentazioni intellettuali e che impediscono all’anima di avere un contatto diretto con Dio. L’anima non può stabilirsi definitiva­mente in Dio finché l’attività affettiva, immaginativa o intellet­tuale può ancora prendersi gioco di lei.
Nel momento stesso in cui la preghiera si libera di tali lega­mi, supera la soglia della preghiera pura. Più niente può separare da Dio l’uomo che raggiunge tale soglia, perché l’essenza stes­sa dell’anima si sarà allora profondamente stabilita in Dio, sen­za interferenze esteriori. Essa può allora, durante la preghiera, estendere il proprio sguardo su Dio senza ostacoli e senza simu­lazioni esteriori.
Risulta così evidente che l’aridità spirituale è un’esperienza che la grazia dispone sul cammino dell’anima per aumentarne la capacità di concentrare lo sguardo direttamente su Dio, sospen­dendo tutte le altre visioni parziali, in particolare consolazio­ni, soddisfazioni e incoraggiamenti che disperdono lo sguardo spirituale.

2. L’aridità, occasione di perniciosa dissipazione del pensiero

Tra i pericoli dell’aridità, quello dell’allontanamento delle fa­coltà intellettuali e immaginative dalla sorveglianza spirituale non è tra i minori. L’avversario può captarle per precipitarle da tutta la loro altezza e indurle a errare nei pensieri del male e nel­le evocazioni perniciose che, prima, nemmeno si presentavano allo spirito. L’arresto delle consolazioni con cui la grazia nutriva le facoltà dell’anima, quali l’immaginazione, il pensiero e il sen­timento, dà all’avversario l’occasione di proporre loro il suo fu­nesto nutrimento.
Così, nella fase dell’aridità spirituale, il pensiero dell’uomo rischia di dissiparsi, senza che egli se ne curi, in continue rap­presentazioni malsane, che si succedono fino a portare l’anima al massimo dell’umiliazione. E’ a quel punto che dobbiamo pre­stare la massima attenzione al ruolo della volontà. Finché la vo­lontà non accetta questa dissipazione, non vi si accorda e non la sostiene, finché manifesta davanti a Dio, nella preghiera, il suo rifiuto, la sua tristezza e le sue proteste, la preghiera resta pura senza che la dissipazione del pensiero e dell’immaginazione pos­sa intaccarla.
Al di là di ogni considerazione, il primo e l’ultimo responsabi­le della purezza della preghiera è la volontà.
Il potere della volontà di perseverare nel rifiuto delle rappre­sentazioni e dei pensieri vani e la sua determinazione a prose­guire la lotta, qualunque sia la durata della prova, sono, in defi­nitiva, le sole che possono mettervi fine. Ciò che dobbiamo credere con fiducia totale è il fatto che Dio non ci chiederà mai di render conto del male che ci attraversa il pensiero o l’immaginazione, finché questo male non ha il nostro consenso e la nostra adesione, e a condizione di confermare que­sto rifiuto con la preghiera costante. Se la volontà persiste nella sua protesta senza deporre le armi e senza che l’intenzione abdi­chi, allora ogni tortura che l’avversario infliggerà al pensiero e alla coscienza ci sarà contato, alla fine, come un’offerta pura. Finché la volontà rimane vigilante, vigorosa e alimentata dalla preghiera il pericolo di abituarsi a rappresentazioni e dissipazio­ni perniciose a causa della durata della prova, non è da temere; perché, quando Dio accondiscenderà a stringere tra le sue brac­cia l’anima liberata dal suo egoismo e dalla sua sensibilità emoti­va, la guerra cesserà definitivamente, in un istante. Quanto a sapere perché Dio permette all’avversario di tor­turare così il pensiero e la coscienza dell’uomo con una durez­za che alcuni santi hanno paragonato a quella dell’inferno, la ri­sposta è nella nostra natura corrotta dal peccato e divenuta un bersaglio per il male. Se alla nostra mente non fosse stata data la libertà d’immaginare e di pensare il male, fosse anche per una volta soltanto, l’avversario non avrebbe mai potuto costringerla a farlo. Se quindi Dio sembra lasciarci gustare per un istante l’ama­rezza del potere di Satana, ciò è ben meritato, ma è vero anche che Dio non può abbandonarci e, al momento opportuno, inter­viene e trasforma tutto il male che subiamo in fattore di forza, di salvezza e di gloria. Quando i nostri sentimenti, i nostri pensieri e le nostre rap­presentazioni saranno fusi nel crogiolo dell’aridità spirituale, sa­remo atti a superare infine la soglia della purezza che ci permet­terà di vivere con Dio.

2. LA TIEPIDEZZA SPIRITUALE

Il nemico perseguita la mia vita
schiaccia la mia vita fino a terra
mi fa abitare in luoghi tenebrosi
come i morti, morti per sempre. (Sal 143,3)

Durante la prova dell’aridità spirituale, la preghiera non è interrotta. Né del resto ci sono ragioni perché lo sia. L’anima, essendo rivolta con tutta la volontà verso Dio, non perde la sua capacità né la sua volontà di perseverare nella preghiera e nella lotta. L’aridità spirituale attiene soltanto all’interruzione della consolazione, del piacere e degli incoraggiamenti affettivi che accompagnavano la preghiera e da essa derivavano.
La tiepidezza spirituale tocca invece la volontà stessa; là, l’a­zione verte sull’atto stesso della preghiera e la capacità di perse­verarvi. L’uomo sì alza per pregare e non trova né le parole della preghiera, né la forza per continuarla. E quando si siede per leg­gere, il libro nelle sue mani, secondo Isacco il Siro, è come se fosse di piombo e può restare aperto davanti ai suoi occhi un giorno intero senza ch’egli possa comprenderne una sola riga.
La mente si disperde, è incapace di concentrarsi e di com­prendere il senso delle parole. Il desiderio di pregare è sempre là, ma la forza e la volontà mancano e, alla fine, è il desiderio stesso che rischia di essere coinvolto a sua volta; l’uomo non può né vuole pregare; si ritrova infelice e triste di questo stato di co­se, al limite delle proprie risorse e incapace di risollevare le pro­prie sorti.
Se cerca di rientrare nell’intimo di se stesso, si perde rapida­mente e non tocca il fondo del proprio essere, come se errasse lontano dall’essenziale della propria vita avendo smarrito l’an­cora del proprio spirito. E se tenta di verificare sinceramente la propria fede e di misurarla nel proprio cuore, la trova priva di vitalità e pressoché inesistente.
Se bussa alla porta della speranza e tenta di avvicinarsi alle promesse divine che tanto amava e che erano la sua ragione di vita, trova la speranza indurita, intorpidita dalla freddezza del tempo presente e priva della volontà dì superarla.
L’avversario approfitta di queste circostanze propizie per col­pire duro, cercando di convincere l’uomo del proprio fallimento, suggerendogli che i suoi sforzi e la sua fatica sono svaniti nel nulla, che tutto il suo cammino spirituale precedente non era né vero né corretto, bensì nient’altro che illusioni e false impressio­ni; poi infierisce sul suo pensiero perché arrivi a negare la vita spirituale in tutta la sua dimensione.
Ma in mezzo a tutte queste lotte opprimenti, l’anima perce­pisce, attraverso la cortina di fumo, che tutto ciò non è vero e che dietro alle tenebre c’è qualcosa. Sente anche che, suo malgrado, resta attaccata a Dio, il quale sembra averla abbandonata, lo adora quasi a sua insaputa, senza nemmeno volerlo. Una preghiera palpita ancora nelle sue profondità, lontano, molto lon­tano dalla mente e senza che la coscienza ne riceva la minima consolazione né la minima assicurazione.
E quando l’avversario tenta di sferrare il colpo fatale per in­durre l’anima a negare la propria fede o la propria speranza, non trova alcuna risposta concreta; l’anima sembra spingersi nella di­rezione dell’avversario fin dove questi desidera, fino ai limiti dell’errore, ma gli è impossibile passare dal pensiero all’azione, perché in quel momento la volontà si desta come un leone che si sveglia bruscamente e fa fuggire i malefici sciacalli. Dietro alla tiepidezza spirituale persiste quindi un rapporto con Dio, che non agisce, ma è presente e forte, molto più forte di tutte le elucubrazioni del demonio; dorme, svegliandosi soltanto nell’imminenza del pericolo.
Questo rapporto potente resta tuttavia nascosto all’anima ed è inutile tentare di persuaderla della sua esistenza per rassicurar­la; a questa prova l’anima deve fare fronte da sola.
Ma, dopo la vitalità, l’ardore e lo zelo immenso vissuti fino ad allora, la tristezza profonda e prolungata dell’anima che si af­fligge per lo stato al quale essa è giunta è insieme il segno mani­festo e la prova tangibile che l’anima rimane nel campo di Dio, che continua, senza saperlo, il suo retto cammino, guidata da una mano che non vede e portata da una forza che non sente.
Chi percorre il cammino di Dio non s’immagina che il trasa­limento della fede che ha palpitato un giorno in fondo al suo cuore, illuminandolo del fuoco di Dio e infiammando la sua in­tera vita d’amore e di zelo, possa ritrarsi da tali profondità e la­sciarlo improvvisamente così vuoto da fargli pensare di esserlo realmente.
Ma l’uomo non deve necessariamente sempre percepire o sen­tire la luce di Dio e il suo calore. Esse sono perennemente all’o­pera nella luce e nell’oscurità della vita, nel freddo e nel caldo, nella felicità e nella tristezza.
Il cammino spirituale non si misura unicamente in base ai pe­riodi di luce, di calore, di felicità e di attività visibilmente utili; i tempi di arresto e di oscurità che avvolgono l’anima, la tristez­za che opprime il cuore, il freddo che paralizza ogni movimento dei sentimenti spirituali, anche tutto questo fa parte integrante del cammino spirituale irto e stretto.
Il nostro modo di agire di fronte a circostanze che sembrano contrastanti, dolorose e mortificanti, definisce la nostra attitu­dine a proseguire il cammino fino a riportare la vittoria.

I motivi della tiepidezza spirituale

Non è sconsideratamente che Dio permette questa prova dell’anima. Ci sono varie ragioni che l’obbligano a sottomettere l’a­nima a un simile genere di esperienze per correggerne la valuta­zione delle cose spirituali, raddrizzarne il cammino sul percorso in salita e rinvigorirne la fede nelle cose invisibili.

La tiepidezza spirituale educatrice dell’anima ambiziosa

L’anima ambiziosa che si preoccupa del proprio progresso si sforza di accelerare il ritmo oltre la propria capacità di resistenza e più di quanto converrebbe alla sua situazione. Rivendica una maggior conoscenza di quella che le è effettivamente necessaria e più di quanta non richieda la sua vera statura. Con il pretesto di una grande fede si comporta con una sorta di arroganza spiri­tuale e forza gli ambiti delle conoscenze superiori, scrutando la luce senza che una sufficiente capacità di giudizio e il sostegno di un’esperienza autentica ve l’abilitino. Il risultato è l’inevita­bile arresto del suo progresso.
Se questo arresto pare logicamente normale, a causa dell’e­morragia di energia spirituale e della sproporzione tra il poten­ziale della “fede” e la rapidità della promozione in quei perico­losi ambiti superiori, rimane comunque vero che il motivo prin­cipale è l’intervento della misericordia divina, della sua solleci­tudine e della sua compassione nei confronti dell’anima. Dio la priva dell’attitudine a elevarsi, così che non rischi d’issarsi al di sopra delle sue capacità d’equilibrio e di resistenza e, di conse­guenza, di cadere e sfracellarsi. La tiepidezza in questo caso è una salvaguardia della vita dell’anima: la preserva dall’orgoglio spirituale che la condurrebbe a subire la sorte dei costruttori della torre di Babele.
Qui la tiepidezza è utile all’anima perché la libera definitiva­mente dalla propria ambizione. Arresta il suo interesse per i falsi progressi di una volontà ingannata dal desiderio di magnificare l’io. L’anima è rinviata ai livelli inferiori dei principianti e, oc­cupata dal proprio cordoglio e dal dispiacere, dalla precarietà del proprio stato e dalla perdita delle sue gloriose speranze, si astie­ne dal fare pericolose ascensioni. Ritorna brancolante al punto di partenza, nell’abbassamento e nell’umiltà che, molto più dei prodigi e delle alte contemplazioni, sono i migliori garanti della sua salvezza.
I sintomi di questo genere di tiepidezza spirituale, la cui causa è l’ambizione dell’anima, sono un’eccessiva tristezza e il dispia­cere che invadono l’anima. Tristezza e dispiacere che rappresen­tano il segno del successo della delicata operazione che Dio ha effettuato all’interno dell’anima per custodirla nell’umiltà.

La tiepidezza spirituale mira a correggere la concezione che abbiamo dei nostri rapporti con Dio

Quando l’anima si dedica alla lotta spirituale, all’assiduità nelle preghiere e alla minuziosa osservanza delle altre pratiche spirituali, può giungere ad avere la sensazione che simili attivi­tà e assiduità condizionino il suo rapporto con Dio. Ha allora l’impressione che, a motivo della perseveranza e della fedeltà al­le preghiere, essa meriti di essere amata da Dio e di diventare sua figlia. Ma Dio non vuole che l’anima devii su questo falso cammino che, in realtà, l’allontanerebbe definitivamente dall’a­more gratuito dì Dio e dalla vita con lui. E la priva così anche di quell’energia e quell’assiduità che rischierebbero di provocare la sua perdita.
Non appena Dio ritira dall’anima quelle capacità che le aveva gratuitamente offerto quali prove del suo amore, cioè l’energia e l’assiduità alle opere spirituali, essa si ritrova priva di forze, incapace di condurre una qualsiasi attività spirituale ed è messa a confronto con la stupefacente verità che continua a rifiutare e a ritenere altamente improbabile: Dio, nella sua paternità e nel suo amore, non ha bisogno delle nostre preghiere e delle no­stre opere.
All’inizio, l’uomo sì scontra con l’idea che la paternità dì Dio si è certamente allontanata da lui in seguito all’arresto della pre­ghiera, e con quella che Dio ha abbandonato l’anima e l’ha tra­scurata perché le sue opere e la sua perseveranza non erano all’altezza del suo amore. L’anima tenta invano di distogliersi dal proprio annichilimento e dal lutto per riprendere la propria atti­vità, ma le sue decisioni finiscono tutte in fumo.
In seguito, a poco a poco, l’anima comincia a comprendere che la grandezza di Dio non deve essere misurata in base ai cri­teri della futilità dell’uomo; che la sua paternità spirituale emi­nentemente superiore ha accettato di adottare i figli della polve­re a motivo della sua infinita tenerezza e dell’immensità della sua grazia, e non in cambio delle opere dell’uomo e dei suoi sforzi; che la nostra adozione da parte di Dio è una verità che ha la propria sorgente in Dio e non in noi stessi, una verità sempre presente, che persiste – nonostante la nostra impotenza e il no­stro peccato – nella testimonianza della bontà di Dio e della sua generosità.
In questo modo, la tiepidezza spirituale porta queste anime a rivedere fondamentalmente la loro concezione dì Dio e la loro valutazione dei rapporti spirituali che legano l’anima a Dio. La loro concezione dello sforzo e dell’assiduità nelle opere spiritua­li ne viene profondamente mutata. Non vengono più ritenute prezzo dell’amore di Dio e della sua paternità, ma risposte al suo amore e alla sua paternità.
I sintomi di questo genere di tiepidezza spirituale sono quelle sconcertanti domande che l’uomo sì pone ogni giorno nel corso di una simile esperienza: Dio mi ha abbandonato? Lo ha fatto a causa del mio peccato? Ho irritato la sua paternità con la mia negligenza e la mia pigrizia? Dio mi ha dimenticato perché la mia preghiera non gli è gradita?
Ma, mentre coloro che sono colpiti dalla tiepidezza spirituale a causa della loro ambizione sono dolorosamente toccati unica­mente per l’interruzione della preghiera, coloro che lo sono a causa di una errata comprensione dell’amore di Dio e della sua paternità sono angosciati, non per l’arresto della preghiera, ma per la presunta perdita della loro identità di figli di Dio, della sua fiducia e del suo amore. L’aridità e lo sconforto aumentano man mano che aumentano la paura e l’angoscia finché, alla fine, non sì manifesta la verità e i legami d’amore e di filiazione ri­prendono e sì consolidano al dì là di ogni riferimento alle opere dell’uomo.
In realtà, la paura che si prova durante l’esperienza della tie­pidezza spirituale è la prova più manifesta della fedeltà filiale dell’anima a Dio, fedeltà della quale l’anima non è certa, perché rimane nell’angoscia finché, alla fine, riceve l’assicurazione che la paternità dì Dio sì dispiega su di lei nonostante tutto e al dì sopra di tutto.

La tiepidezza spirituale mira a rafforzare la fede in Dio al di là del sensibile

È possibile che l’uomo sia al massimo della felicità e della pace perché la sollecitudine di Dio ne soddisfa tutti i bisogni materiali con la sua provvidenza, manifestata a tutti i livelli, e con la sua protezione tangibile in tutte le circostanze. L’uomo sì sente rassicurato, sa di essere nelle mani dì Dio, custodito e protetto dalla sua premura. La sua fiducia e la sua fede in Dio aumentano e si rafforzano sulla base di prove materiali evidenti e tangibili.
Poi Dio sospende improvvisamente tutti gli aiuti visibili, ces­sa la sua tangibile protezione e ritira la sollecitudine visibile all’uomo; una dopo l’altra le tribolazioni cominciano a colpire l’anima che si ritrova scoperta davanti ai suoi avversari, esposta a ogni assalto, a ogni maldicenza, a ogni scherno, non soltanto da parte di avversari visibili, ma anche da parte dell’avversario invisibile, autore dì tutti i mali e dì tutte le disgrazie. Le preoc­cupazioni esteriori cominciano a mischiarsi alle pene interio­ri, tanto che l’uomo si stupisce della quantità e della varietà dei colpi. All’inizio pensa che tutto ciò sia soltanto un fenomeno passeggero, che la nube sì allontanerà presto e la vita ritrove­rà la calma e la stabilità dì sempre. Ma ecco che la violenza delle tribolazioni aumenta e si complicano le situazioni che le ren­dono inammissibili e inconcepibili. Allora, distrutto, incapace di comprendere, l’uomo si lascia cadere nella polvere! Che cosa è accaduto? Perché è successo tutto questo? Dove si va, verso quale fine?
L’uomo rientra in se stesso, pensando di trovarvi un raggio dì speranza per riprendere la sua vita precedente; non trova che rovine su rovine e un’anima straziata da mille prove. Non si trat­ta più soltanto di tiepidezza, dì aridità o di perdita delle conso­lazioni, è la perdita totale del sentimento spirituale, anch’esso costruito su false valutazioni; la miseria, la rivolta, la perples­sità, la bestemmia e il terrore invadono l’anima in seguito agli errori che la colpiscono; essa tenta di controbattere alle bestem­mie che sgorgano dalle profondità del suo essere e non trova la forza di replicarvi; tenta dì condannare il male e le atrocità che il demonio le mette in testa, ma non può che contemplarle e lasciarsi trascinare da esse, come prigioniera dì ogni sbaglio, di ogni peccato. L’anima si ferma infine sull’orlo della dispera­zione totale.
Ma ciò che veramente costerna l’anima non sono le sue perdi­te e i suoi fallimenti, l’arresto della preghiera e dello sforzo, la paura dell’abbandono di Dio, ma il sentimento che Dio stesso sia diventato per lei un avversario che si compiace del suo dolo­re, della sua tristezza e delle sue lacerazioni!
Questa prova, portata all’estremo, la si ritrova nelle tribola­zioni dì Giobbe. Ciò che lo indusse alla perplessità, non furono le perdite enormi di tutti i suoi beni e dei suoi figli, le piaghe che ricoprivano il suo corpo, gli scherni di tutti coloro che gli si avvicinavano e perfino di sua moglie, ma il fatto di immaginare che, nella sua immensa sciagura, Dio lo trascurasse, gli fosse di­venuto ostile e si rallegrasse del suo male!

Ma io non terrò chiusa la bocca,
parlerò nell’angoscia del mio spirito,
mi lamenterò nell’amarezza del mio cuore!
Sono io forse il mare oppure un mostro marino,
perché tu mi metta accanto una guardia?
Quando io dico: “Il mio giaciglio mi darà sollievo,
il mio letto allevierà la mia sofferenza”,
tu allora mi spaventi con sogni
e con fantasmi mi atterrisci…

Io mi disfaccio … Lasciami …
non mi lascerai inghiottire la saliva? …
Perché m’hai preso a bersaglio
e ti son diventato di peso?

Le saette dell’Onnipotente mi stanno infitte,
sì che il mio spirito ne beve il veleno
e terrori immani mi si schierano contro!

Perché non cancelli il mio peccato
e non dimentichi la mia iniquità?

Egli con una tempesta mi schiaccia,
moltiplica le mie piaghe senza ragione,
non mi lascia riprendere il fiato,
anzi mi sazia di amarezze.

Sono stanco della mia vita!
Parlerò nell’amarezza del mio cuore
fammi sapere perché mi sei avversario.
È forse bene per te opprimermi? …

Sazio d’ignominia come sono
ed ebbro di miseria…
tu come un leopardo mi dai la caccia
e torni a compiere prodigi contro di me,
su di me rinnovi i tuoi attacchi
contro di me aumenti la tua ira.

Allontana da me la tua mano
e il tuo terrore più non mi spaventi
perché mi nascondi la tua faccia
e mi consideri come un nemico?

Io grido a te, ma tu non rispondi,
insisto ma tu non mi dai retta,
Tu sei un duro avversario verso di me
e con la forza delle tue mani mi perseguiti.

Ma se vado in avanti egli non c’è,
se vado indietro non lo sento.
A sinistra lo cerco e non lo scorgo,
mi volgo a destra e non lo vedo.

Giobbe era sincero nel descrivere i propri sentimenti, ma si sbagliava quando diceva che il Signore l’aveva abbandonato; il Signore, in realtà, non era lontano da Giobbe, e tutte le perdi­te che lui aveva subito, le tribolazioni e le prove che l’avevano colpito non potevano essere ritenute prove dell’abbandono di Dio! Allo stesso modo, non dobbiamo mai ritenere che i benefi­ci, gli aiuti, la sollecitudine e la protezione dì Dio per l’uomo siano prove dell’approvazione di Dio e basi valide per fondarvi la nostra fede e la nostra speranza.
I colpi che Giobbe ha subito non riescono all’inizio a farlo desistere dalla sua perfezione, ma quando sente, a torto, che an­che Dio l’abbandona, che è contro di lui, l’equilibrio della sua fede vacilla; in questo, in realtà, consiste la finalità profonda della prova di Giobbe e il suo terribile segreto. Attraverso la pro­va di Giobbe, Dio ha voluto proclamare a ogni uomo che la fede deve sopportare periodi d’abbandono, siano pure penosi, ango­scianti e deprimenti. La fede deve sollevarsi al di sopra di ogni abbandono e far sì che l’uomo mantenga la propria fiducia in Dio, nella sua misericordia e nella sua sollecitudine, nonostante le tribolazioni che attraversa.
Questo genere di prova è in verità il più duro; è il vertice delle esperienze purificatrici dell’anima, paragonabile alla mor­te stessa che l’uomo non può attraversare se non accompagnato dall’ineffabile sollecitudine dell’Onnipotente, perché l’anima, in preda alla tristezza e alla depressione, arriva come Giobbe ad augurarsi la morte:

Oh, mi accadesse quello che invoco,
e Dio mi concedesse quello che spero!
Volesse Dio schiacciarmi,
tendere la mano e sopprimermi!

Qual è la mia forza perché io possa durare,
o quale la mia fine, perché prolunghi la mia vita?
La mia forza è forza di macigni?
La mia carne è forse di bronzo?
Ogni soccorso mi è precluso?

Se mi corico, dico: “Quando mi alzerà?”.
Sono innocente? Non lo so neppure io,
detesto la mia vita!
Sono stanco della mia vita!
Tacerò, pronto a morire.

Tuttavia, in mezzo a tutto ciò, per l’uomo messo alla prova non tutti gli sguardi di speranza verso la misericordia di Dio so­no ormai perduti. Nemmeno sull’orlo della disperazione cessa di ricercare Dio nell’attesa della grande e meravigliosa liberazio­ne. Più pesante è la prova, più grande è la trasparenza dell’ani­ma che gli permette di penetrare con lo sguardo la trascenden­za dell’Eterno, l’immensità del suo amore e della sua fedeltà all’anima umana. I dolori passati non sono più che delle scaglie cadute dagli occhi dell’anima: questa comincia a ricostruire la propria fede, non più sulla base dei benefici temporali, né sulla protezione e la sollecitudine manifeste, né sui segni tangibili e le prove ragionevoli, ma su “la fede, fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb 11,11).

Poiché egli conosce la mia condotta,
se mi prova al crogiolo come oro puro io ne esco.
Alle sue orme si è attaccato il mio piede,
al suo cammino mi sono attenuto e non ho deviato;
dai comandi delle sue labbra non mi sono allontanato.

Voglio solo difendere davanti a lui la mia condotta!
Questo mi sarà pegno di vittoria.

Io lo so che il mio Vendicatore è vivo
e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!
Dopo che questa mia pelle sarà distrutta,
senza la mia carne vedrò Dio.
Io lo vedrò, io stesso,
i miei occhi lo contempleranno non da straniero.

Per la vita di Dio, che mi ha privato del mio diritto,
per l’Onnipotente che mi ha amareggiato l’animo,
finché ci sarà in me un soffio di vita,
e l’alito di Dio nelle mie narici,
mai le mie labbra diranno falsità
e la mia lingua mai pronuncerà menzogna…
fino alla morte non rinuncerò alla mia integrità. (Gb 23,10-12; 13,15-16; 19,25-27; 27,2-5).

Così, immancabilmente, ogni anima che avrà amato Cristo sarà giustificata. E per quanta sia stata l’amarezza delle prove spirituali che avrà attraversato, continuerà a percepire il destino che le è riservato, e seguirà il proprio cammino malgrado le sue ferite, tenendo lo sguardo fisso su Cristo e interrogandolo, co­me una sposa abbandonata, con una fiducia inamovibile nell’a­mato che l’ha riscattata con il proprio sangue.
Sì, la fiducia può subire delle eclissi, ma non è perduta; la fe­de può arrestarsi, ma non sparisce; l’amore può essere sommerso e non farsi più vedere, ma rimane nella profondità dell’essere pronto a sgorgare nuovamente, alla fine della prova, con forza invincibile.

LA PERDITA DELLO SCOPO

Perché vai ripetendo i miei decreti

e hai sempre in bocca la mia alleanza,

tu che detesti la disciplina

e le mie parole te le getti alle spalle? (Sal 50,16-17)

1. L’interruzione della preghiera provocata dalla mancanza di un valido motivo o dalla perdita del vero scopo

La preghiera è un’attività spirituale e, come ogni attività, de­ve essere sostenuta da motivi e giustificata da scopi.
Proprio per questo dobbiamo sempre esaminare l’autenticità dei motivi che ci spingono a pregare ed essere sicuri dello scopo che perseguiamo attraverso la preghiera.
Il valido motivo assicura la perennità della preghiera. L’autenticità dello scopo condiziona il calore della preghiera, la rinvigorisce e la rende attraente al cuore dell’uomo.
Se mi chiedi: “Qual è il vero motivo che ti spinge a pregare?”, ti risponderò che è il comandamento del Signore: “Pregate… è necessario pregare senza stancarsi … Vegliate e pregate” (Mt 6,6.9; Lc 18,1; Mt 26,41). Il comandamento di Dio mi spinge alla preghiera con tutta la sua forza. Finché resterò attaccato al comandamento con tutto il mio cuore, nella fedeltà e nel rispet­to del Signore, pregherò senza sosta, perché ogni comando im­plica una forza misteriosa della grazia che spinge a realizzarlo.
E se mi chiedi: “Qual è il tuo scopo quando preghi?”, ti dirò che è il mio ardente desiderio di vivere costantemente alla pre­senza di Dio, o ancora di offrirgli la mia anima in sacrificio d’a­more, oppure che anelo a una vita di totale abbandono al Signo­re nell’umiltà, o che anelo a gettarmi ai suoi piedi sempre perché mi salvi per la sua misericordia dai lacci del peccato. Finché fis­so lo sguardo su uno degli scopi che la grazia suggerisce al mio cuore, il calore della preghiera perdura e si rinnova, perché il fi­ne che perseguo con ardore, con tutto il mio essere, rende la pre­ghiera attraente come santa realizzazione del progetto divino.
Affidarsi ai soli motivi, quindi, senza conoscere nel proprio cuore il fine, ha come esito una preghiera senza calore, nella quale l’uomo non trova lo zelo sufficiente per affidarsi auten­ticamente.
Allo stesso modo, accontentarsi di aver uno scopo ben preciso senza un valido motivo non basta perché la preghiera duri; i fini infatti possono evolvere e perfino svanire durante il cammino, lasciando come unico motore della preghiera e a volte piuttosto a lungo, i soli motivi. Così, quando perdiamo lo scopo, ci basti continuare la preghiera, perché essa è un comandamento divino.
Ma motivi non validi e scopi impropri possono intervenire nella preghiera all’insaputa dell’uomo. Egli può infatti ignorare le verità spirituali; il suo io può essere animato da un desiderio segreto di affermarsi a spese delle cose spirituali, oppure la sua anima può assumere un’inclinazione verso il mondo più che ver­so Dio e una maggior predilezione per il corpo che per l’eleva­zione spirituale.
Un motivo può essere l’acquisizione dei beni materiali al fi­ne di goderne: è un motivo puramente terreno,senza niente di spirituale.
Può trattarsi della riuscita di progetti, attività o movimenti, al fine di trarne una certa gloria personale nel mondo. In que­sto caso, il motivo è psichico, mondano, non certo spirituale e divino.
Può essere inoltre il desiderio di sbarazzarsi di nemici per spi­rito di vendetta, rancore e odio; qui il motivo diventa malefi­co e diabolico e non ha niente a che vedere, certamente, con la gloria di Dio.
Tuttavia, durante la preghiera, questi motivi distorti possono infiammare il cuore dell’uomo di un certo calore e di uno zelo ingannevole, tanto da indurlo al digiuno, alle lacrime e fino al massimo dell’umiliazione. Ma non sono che false motivazioni, nutrite d’impulsi egoistici e interessati. Nonostante la sua assi­duità e la sua persistenza, questa preghiera manca di correttezza e d’integrità secondo la volontà di Dio.
I motivi falsi e distorti non impediscono la preghiera, ma la rendono vana. Così, mentre l’assenza dì motivazioni blocca sul nascere la preghiera per un certo tempo a dispetto della validi­tà dello scopo, l’intervento delle false motivazioni non la ferma ma, lo ripetiamo, la rende vana.

2. I validi motivi della preghiera

Per rendere chiara la via e dotarla di segnaletica, tentiamo dì elencare i motivi autentici enunciati nella Scrittura e quindi conformi alla volontà di Dio.

1. Preghiamo perché la preghiera, come abbiamo già detto, è un comandamento divino che implica l’obbedienza senza discu­tere, contestare, né tergiversare (cf. Mt 6,6.9; Lc 18,1).
2. Preghiamo perché la preghiera è l’unico rapporto che permette all’uomo di incontrare Dio; senza la preghiera gli è impos­sibile entrare in relazione con Dio e, senza contatto con lui, la nostra anima muore spiritualmente (cf. Gv 15,6).
3. Preghiamo perché la preghiera è stata istituita da Dio quale opportunità per metterci sotto la sua protezione, per evitare di essere sottomessi alle tentazioni del demonio, o per sopportarle e superarle se ne siamo sottomessi; esse si volgeranno allora a nostra giustificazione e non a nostra condanna: “Vegliate e pre­gate per non entrare in tentazione” (Mt 26,45).
4. Preghiamo perché Dio ha fatto della preghiera un’occasio­ne unica per ascoltare le nostre domande ed esaudirci nella sua misericordia: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti” (Fil 4,6).
5. Preghiamo perché la preghiera è un mezzo segreto ed ef­ficace di venire in aiuto a ogni persona che sì trova in situazioni dì bisogno, pericolo, malattia o smarrimento spirituale: “Prega­te gli uni per gli altri per essere guariti” (Gc 5,16).
6. Preghiamo perché la preghiera è un culto divino di azione di grazie e di lode che s’impone tanto al figlio quanto al servo: “Se io sono padre, dov’è l’onore che mi spetta? Se sono padro­ne, dov’è il timore di me?” (Ml 1,6).
7. Preghiamo perché la preghiera ci è prescritta a favore dei nemici che ci sono ostili e ci vogliono male: “Amate i vostri ne­mici, pregate per i vostri persecutori” (Mt 5,44).

Ciascuno di questi sette motivi però implica esigenze che non è possibile ignorare.

1. Essendo la preghiera un ordine divino, deve essere accom­pagnata da un’obbedienza al comandamento, spirituale, tenace, capace di non tergiversare.
2. Essendo la preghiera l’unico rapporto che ci unisce a Dio, deve essere accompagnata da una preoccupazione e da un inte­resse che siano al di sopra dì ogni altro interesse, perché questo rapporto non venga interrotto.
3. Essendo la preghiera prevenzione contro le tentazioni e forza per superarle, deve essere accompagnata da vigilanza e da attenzione incessanti.
4. Essendo la preghiera un mezzo per portare le nostre richie­ste a Dio, la si deve accompagnare con una grande umiltà e con una supplica insistente, perché egli ci rialzi al momento oppor­tuno.
5. Essendo la preghiera un mezzo per aiutare gli altri, deve essere accompagnata da tenerezza e devozione.
6. Essendo la preghiera un culto divino offerto a Dio, Padre e Signore, deve essere accompagnata da rispetto, adorazione, timore e venerazione.
7. Essendo la preghiera vittoria sull’odio, deve essere accom­pagnata da perdono, indulgenza, serenità del cuore e purezza della coscienza.

In verità, tutte queste disposizioni segrete interiori sono ef­fetti diversi di una stessa forza interiore, quella della grazia che abita il cuore e lo orienta al compimento dei comandamenti dì Dio. Dal momento in cui l’uomo apre il proprio cuore con deter­minazione e grande desiderio, la grazia l’invade senza misura.
Notiamo allora come questi sette orientamenti, che la Scrit­tura indica quali autentici motivi di preghiera, sì presentano tut­ti come precetti e ingiunzioni da non considerare separatamen­te: non possiamo scegliere l’uno e rifiutare l’altro. Tutti insieme costituiscono la fonte permanente alla quale la nostra preghiera attingerà sempre la forza per mantenersi perseverante.
Ancoratesi nel cuore fedele dell’uomo, le sette motivazioni diventano forza divina capace di superare tutti gli ostacoli che impediscono la vita spirituale e minacciano di far cessare la preghiera.
A titolo di esempio diremo che se l’uomo deve far fronte a bi­sogni materiali ineliminabili o a situazioni dì una gravità e peri­colosità tali da coinvolgere la sua vita e preoccupare il suo spirito e il suo pensiero fino a svuotarlo di tutte le sue energie, ciò può bloccare la sua preghiera. E’ qui che, con una grande sapienza spirituale, la Scrittura interviene: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con pre­ghiere e suppliche” (Fil 4,6). La Scrittura trasforma il principale ostacolo alla preghiera in motivazione potente.
Dobbiamo notare che la tensione a soddisfare questi bisogni – importanti, necessari e gravi – non è il fine, bensì il motivo della preghiera. Se, per obbedienza all’ordine della Scrittura e al suo consiglio sapiente, preghiamo per quegli importanti bisogni, ciò non avviene perché Dio ci dia quel che gli chiediamo, ma per “farglielo sapere”. A lui, poi, di darci, delle cose che gli doman­diamo, ciò che vorrà.
Ma se la preghiera si separa dalla motivazione che Dio ha pre­scritto, ovverosia: “Esponete a Dio le vostre richieste”, e ade­risce a un proprio fine personale – il voler ottenere ciò che si desidera e ciò che si ritiene conveniente -, allora la preghiera perde il suo carattere divino in quanto pura obbedienza al comandamento e si priva, di conseguenza, della sua forza e della sua efficacia.
Consideriamo un altro esempio. Quando nemici perversi si levano contro l’uomo, gli fanno torto e l’offendono, se lui si ab­bandona al suo istinto, ai suoi pensieri e ai suoi sentimenti, sarà necessariamente turbato e perderà la calma, la pace e la serenità, il che è in grado di far cessare la sua preghiera e di prostrarlo nelle paure derivate dal pensiero e dal cuore. E’ qui che, nella sua sapienza divina, il Cristo interviene: “Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, pregate per i vostri persecutori e per coloro che vi maltrattano” (Mt 5,44; Lc 6,27-28). Così facendo l’uomo tra­sforma gli ostacoli alla preghiera in motivazioni per la preghiera.
Non appena inizia a perdonare ai suoi nemici e a pregare affin­ché Dio ne abbia pietà, faccia loro del bene e li perdoni, la sua preghiera si rinvigorisce, egli s’innalza al di sopra del proprio risentimento e persevera senza ostacoli nella preghiera.
Cristo ci presenta lo sfondo della preghiera per i nemici quan­do dice: “Perché siate figli del Padre vostro celeste” (Mt 5,45).
Cristo ci fa passare da un faccia a faccia con i nemici a un faccia a faccia con Dio, muta il campo limitato dell’anima alle prese con i pensieri malvagi, l’odio, il rancore, la sete di vendetta, in spazio aperto di pace e di serenità nel seno del Padre, nonostan­te le offese e le oppressioni subite, o che ancora subiamo, a cau­sa dei nostri nemici.
Così, Cristo, proponendoci di innalzare la nostra preghiera a favore dei nostri nemici, scegliendo questa intenzione come mo­tivo di preghiera, mira a farci uscire dall’aria viziata ed effimera dell’inimicizia, per introdurci nello spazio della presenza di Dio e della sua pace eterna.
Ma se, nella nostra ignoranza, riteniamo che la preghiera per i nemici possa renderci superiori a loro ed erigerci a vincitori su di essi, ciò sì rivelerebbe per l’anima una pericolosa esperienza.
Dio potrebbe allora permettere il perpetrarsi dell’oppressione e delle offese nei nostri confronti e l’anima, non pervenendo all’obbiettivo della sua preghiera, cioè la vittoria sui nemici, po­trebbe scoraggiarsi e interrompere la preghiera. Causa ne sareb­be la sua separazione dalla motivazione divina: “Perché siate fi­gli del Padre vostro celeste”, per aderire a un fine personale che si è fissata da sé: respingere i nemici e vincerli.
Privata del suo carattere divino che le permette la fedeltà alle motivazioni assegnate da Dio, la preghiera si ritroverà senza for­ze e senza efficacia, vacillerà e finirà per spegnersi.
Per assicurare alla nostra preghiera il carattere di permanenza e il massimo di forza e di efficacia, ci si deve attenere a quelle che sono le motivazioni autentiche indicate dal Signore e non separarsene per andare verso quelle che ci si propone da sé.

3. Lo scopo autentico

Perché il cammino proposto sia chiaro, tentiamo di precisare lo scopo autentico della preghiera in conformità alla volontà di Dio.
Alla vita spirituale dell’uomo, Dio ha voluto attribuire uno scopo supremo verso il quale convergono tutti i comandamenti divini, precisamente: un’eterna comunione di vita con Dio che ha inizio fin dall’istante in cui l’uomo si apre, per mezzo della fede, ai misteri di Cristo, redentore e salvatore, e riceve il sigillo dello Spirito santo. Questa comunione progredisce e si rafforza di giorno in giorno attraverso la preghiera, nella quale si manife­sta all’uomo ciò che deve fare per portare a perfezione la sua co­munione con Dio.
Ma questo scopo finale, da ritenersi l’obbiettivo autentico e divino della preghiera e, più in generale, di tutte le opere spiri­tuali, non è svelato tutto in una volta al cuore dell’uomo in cam­mino verso la salvezza. La grazia si accontenta di svelarne una piccola parte per non ostacolare l’uomo nelle sue fatiche e nella sua ricerca. Agisce, ordinariamente, in maniera progressiva, sve­lando all’uomo, a poco a poco, fini compatibili con le sue capa­cità e proporzionate ai suoi sforzi. Man mano che avanza nella vita spirituale, gli sono proposti gradi sempre più alti, ma sem­pre proporzionati al suo progresso, al fine di non ostacolarne il cammino.
Sebbene lo scopo finale della vita di preghiera sia unico, cioè l’eterna comunione di vita con Dio, la grazia ce lo svela progres­sivamente in gradi successivi.
Al principiante in via di conversione, il primo grado che la grazia propone come fine è l’ardente desiderio di essere liberato dai lacci e dalle abitudini del peccato, dai suoi pensieri e dai suoi residui profondamente radicati nel cuore e nella testa. Allo­ra la grazia porta l’uomo a concentrare tutti i suoi desideri, tutte le sue speranze, tutto il suo pensiero e tutte le sue fatiche nell’affrettare la propria liberazione dalla servitù e dall’influenza del peccato. Il ricordo dei suoi peccati e delle sue cadute non lo abbandona, infiammandolo e agitandogli il cuore di dolore per il passato, attizzando le sue preghiere con un fuoco ardente che mai si placa, nè di giorno nè di notte. Non cessa di presentare lacrime e suppliche perché si sciolgano i lacci del peccato. La grazia lo rende atto a scrutare e a sondare la sua coscienza per strappare le radici e le cause del peccato.
In capo a un certo tempo, avendo raggiunto la pulizia e la pu­rificazione interiore, la grazia fa cessare l’ardore che lo spingeva a scrutare e a esaminare i suoi peccati, preparandolo ad accedere al nuovo livello della sua progressione. E’ possibile allora che, a questo stadio, l’uomo sconcertato pensi che la grazia l’abbia ab­bandonato, perché il calore delle lacrime si è spento ed egli non è più in grado di continuare a ricordare le cadute e a presentare, come in precedenza, opere degne del pentimento. In realtà, il fine della preghiera si è spostato, indipendentemente dalla sua volontà, dal livello dell’esame dei peccati a un altro livello, più avanzato e maggiormente legato al suo nuovo stato. Senza che l’uomo se ne renda conto, un fine nuovo si delinea nel suo cuore e nel suo spirito; comincia a risplendere di un calore nuovo e a infiammare la preghiera tanto da investirla di tutta la sua forza. Questo nuovo fine può essere la passione della rinuncia di sé, dell’umiltà, del rifiuto di apparire o di essere glorificato. Ciò costituisce per lui l’inizio del secondo grado del fine autentico del­la preghiera.
Analogamente, se l’uomo resta attento ai suggerimenti della grazia relativi alla condotta dell’anima, continuerà a passare da un grado all’altro, come è detto nella Scrittura: “Di gloria in gloria, secondo lo Spirito del Signore” (2Cor 3,18), fino a rag­giungere il fine di ogni sforzo e di ogni preghiera, la vita d’inti­ma unione con Dio.
Dal momento della liberazione dal dominio del peccato fi­no alla vita d’unione completa con Dio, i gradi della grazia attraverso i quali il fine della preghiera evolve, sono molteplici. E’ difficile enumerarli o definirli; soprattutto perché la loro suc­cessione differisce da una persona all’altra. L’uno riceve la cro­ce con tutta la sua amarezza fin dall’inizio della vita, l’altro la riceve alla fine. All’uno, la gioia del rapporto con Dio è accor­data sin dall’inizio, all’altro la stessa gioia rimane a lungo ce­lata. Non spetta all’uomo, quale che sia la sua santità o la sua intimità con Dio, d’invertire le tappe di quest’ascensione colma di misteri.
A titolo di esempio, senza la pretesa di fornire una regola normante, il cammino della grazia, che conduce gli eletti nella loro vita di preghiera fino alla fine, può essere percepita come segue:

1. L’ardente desiderio di essere liberati dai lacci del peccato, accompagnato da lacrime e da pentimento: “Lavami, e sarò più bianco della neve” (Sal 51,9).
2. L’ardente desiderio dell’abnegazione, dell’umiliazione, la fuga dalla celebrità e dalla vanagloria: “Quanto a me, non uomo ma verme, rifiuto umano, disprezzo del popolo” (Sal 22,7).
3. L’ardente desiderio di consegnare interamente la propria vita a Dio, abbandonando definitivamente ogni volontà perso­nale.
4. L’ardente desiderio della purezza e della semplicità di un cuore di bimbo, che non ha altro sostegno se non la volontà divina.
5. L’ardente desiderio di entrare nelle profondità del mistero dell’amore divino, là dove l’unione si realizza spontaneamente e senza sforzo.

La grazia rimane libera di guidare l’uomo come a lei piace e non come vuole lui; può elevarlo a livelli ch’egli non merita o abbassarlo a gradi per lui inimmaginabili. Molto spesso, la gra­zia prende l’uomo per mano come per accompagnarlo in mezzo a questi diversi stati: l’uomo si sente pieno di felicità, di conso­lazione e di piacere come se girasse per il paradiso; pensa di es­sere finalmente arrivato; ma in un attimo, la grazia lo riporta al grado che gli è consono e gli dona l’ardore necessario per soddi­sfarne le esigenze.
Tutti i padri hanno messo l’accento sulla purezza del cuore co­me fine permanente che l’uomo deve raggiungere durante la pre­ghiera.
Per ciascuno di tutti questi diversi gradi, la grazia infiamma il cuore di uno slancio ardente verso il fine supremo della vita spi­rituale e della preghiera. Tale slancio – che venga sviluppato o ri­dotto all’essenziale – si traduce sempre in una viva aspirazione a offrire al Signore la propria vita nello stato in cui si trova, nella bassezza o nell’elevazione. Questa aspirazione, comune a tutti i gradi della grazia, è la prova manifesta che finalità di ogni esi­stenza umana è l’unione a Dio.
Del resto, quest’aspirazione a offrirsi in sacrificio d’amore a Dio è criterio di autenticità del cammino spirituale e prova che la preghiera si dispiega secondo i voleri di Dio.

4. L’importanza dello scopo

L’esistenza di uno scopo è d’importanza capitale per la pre­ghiera, perché senza un autentico scopo è difficile che essa pos­sa acquisire slancio e calore. Lo scopo dipende strettamente dal grado spirituale nel quale ci si trova ed è l’ardore a perseguire il fine costituente il motore principale capace di elevare l’anima e portarla di grado in grado.
Di più, il senso di perseguire un fine spirituale, augurandosi ardentemente di raggiungerlo e verso il quale si progredisce con l’aiuto della grazia, genera nel cuore “la gioia spirituale”. Sap­piamo per esperienza che la gioia spirituale rinvigorisce l’anima del principiante e rende la preghiera attraente ai suoi occhi. La gioia fa crescere l’anima, come dice Antonio: “Come gli alberi se non attingono dalla natura non possono crescere, così l’anima se non riceve la gioia celeste non può progredire né innalzarsi.
Sono le anime che hanno ricevuto la gioia celeste quelle che pos­sono progredire verso l’alto”.
Se si perde il fine della vita spirituale e si offuscano l’obbiet­tivo e la finalità della preghiera, ciò è grave sintomo del pericolo che minaccia la preghiera di ritrovarsi accantonata negli angusti confini delle preoccupazioni dell’anima e, di conseguenza, di vedersi ridotta a vegetare, sebbene le motivazioni della preghiera rimangono intatte. Ciò che in realtà accade è che la perdita dell’autentico fine della preghiera influisce, a più o meno lungo termine, su tutta la vita spirituale e provoca l’arresto delle moti­vazioni che spingono l’uomo a pregare.
Per confermare questa verità ecco una parabola tratta dagli Apophthegmata:

Fu chiesto a un anziano (abba Ilarione) come un monaco ze­lante può non scandalizzarsi quando vede qualcuno tornare nel mondo. Rispose: “Bisogna guardare i cani quando caccia­no le lepri, come uno di essi, vista la lepre, la insegue finché non l’ha raggiunta, senza lasciarsi trattenere da nulla, mentre gli altri guardano semplicemente il cane che insegue e corrono con lui per un tratto, quindi ci ripensano e tornano indie­tro; soltanto quello che aveva visto la lepre la insegue finché non la raggiunge, senza lasciarsi sviare dalla meta della corsa a motivo di quelli che sono tornati indietro e senza guardare né ai precipizi né ai rovi né agli spini. Allo stesso modo, chi cerca Cristo Signore, fissando incessantemente la croce su­pera tutti gli ostacoli che gli si oppongono, finché non abbia raggiunto il crocifisso”.

Questo racconto illustra chiaramente le motivazioni e lo sco­po della vita spirituale.
Il primo cane è spinto a inseguire la lepre dalla fame, dall’i­stinto della caccia e dall’amore dell’inseguimento. Il suo scopo è la lepre che corre davanti a lui, che la sua immaginazione tra­sforma in cibo gustoso. Vediamo quindi lo scopo dare vita al mo­tivo, cioè l’istinto della fame. Niente allora lo ferma, a dispetto della lunghezza della corsa; al contrario, pregustando il sapore della preda, sostiene e accelera la sua corsa, nonostante fatica, ferite e ostacoli.
Per gli altri cani invece, la corsa è dovuta semplicemente a motivi originati dall’istinto: l’amore della caccia e dell’inseguimento. Constatiamo in questo caso l’assenza totale dello scopo. Non hanno visto la lepre e la loro corsa, anche se continua per un certo tempo, a poco a poco rallenta via via che lo sforzo aumenta, fino al momento in cui la fatica prevale sulla motivazio­ne, l’annulla ed essi finiscono col fermarsi.
Questo realistico racconto ci permette di vedere come lo sco­po possa portare la motivazione al suo livello massimo. Vediamo anche il sostegno reciproco dello scopo e della motivazione in grado di far superare difficoltà e ostacoli ben al di là delle capa­cità ordinarie. L’esistenza di uno scopo vivo, fonte di gioia, adeguato, fondato sulle promesse divine e sostenuto dalla grazia è in grado di dotare l’uomo di capacità supplementari e di energie sempre rinnovate, che lo rendono atto a superare tutti gli ostaco­li e le difficoltà e a disprezzare perdite e fatiche.
Vediamo inoltre quel che accade quando si perde di vista lo scopo e come tale perdita deprima l’anima e renda insuperabili lo sforzo e la fatica. L’anima, infelice e sofferente, si consegna alla disperazione e cessa ogni sforzo. E tuttavia le sue capacità umane, la sua energia, le sue opportunità di successo e tutte le altre circostanze sono le stesse in possesso dell’anima che ha successo; ma il fatto di vedere o meno lo scopo, fa la differenza tra le due.

Può accadere che la vita spirituale sia attratta da falsi scopi prodotti dall’io umano. L’uomo si ritrova allora incatenato a es­si, perché producono in lui una sorta di autosoddisfazione e di felicità fittizia. Questi falsi scopi non sono in nulla da meno di quelli autentici: anch’essi hanno la capacità di infiammare la preghiera e lo sforzo.
All’inizio, è difficile distinguere una persona che prega per uno scopo autentico secondo Dio, sotto l’azione della grazia, da un’altra che prega per un falso scopo, contraffatto dall’io umano in ricerca di autosoddisfazione. Dopo un certo tempo però, la differenza si fa visibile e con il trascorrere del tempo lo diventa sempre di più. Cerchi allora colui che pregava e lottava per falsi scopi personali e non lo trovi, perché lo scopo ingannatore che l’io umano si era fissato è suscettibile sia di dissolversi rapi­damente, e allora non ha né gusto né valore, sia di essere un mi­raggio assolutamente inesistente. In entrambi i casi, di fronte a questa realtà, l’anima si ritira ed esce dal campo della lotta e del­la preghiera.
Esempio di falsi scopi che rapidamente si isteriliscono è la preghiera che cerca la lode, il rispetto e l’onore da parte degli uomini. Dopo essere pervenuto a questi scopi ed essersi ingoz­zato delle loro delizie, l’uomo scopre tuttavia che sono state per lui come miele avvelenato: più ne consumava, più si avvelenava.
I falsi scopi che assomigliano a miraggi lontani sono quelli dell’uomo che prega, per esempio, per diventare un santo tau­maturgo; un simile uomo prega costantemente e lotta per questi scopi con perseveranza, per scoprire alla fine che non esistono: più crede di avvicinarvisi, più se ne allontana.

I falsi scopi della preghiera si ritrovano generalmente sotto i seguenti tre aspetti:

Primo: pregare per essere glorificato agli occhi del mondo.

Secondo: pregare per farsi valere agli occhi di Dio.

Terzo: pregare per giustificarsi ai propri occhi.

Per assicurare l’autenticità del proprio cammino e della pro­pria preghiera, l’uomo deve scrutare costantemente lo scopo che persegue e ricercare la fonte del calore e dello zelo che impregnano le sue preghiere, per non deviare seguendo uno degli sco­pi ingannatori. Gli sarà del resto facile scoprire l’estensione del suo eventuale errore se, riconoscendo lo scopo che ardentemente persegue, lo mette a confronto con gli scopi autentici conformi alla volontà di Dio, come quelli che già abbiamo menzionato.
In realtà, dal momento in cui l’uomo devia e si perde dietro uno degli scopi ingannatori, la preghiera comincia a perdere di concentrazione diventando priva di senso, priva di valore e di forza. Non ne rimane che la forma, che l’uomo si ingegna a per­fezionare per raggiungere il suo falso scopo. Una preghiera così contraffatta rimane legata al proprio scopo deviato, attingendo da esso durata, forma e calore artificiale. Più l’uomo trae profit­to da questo scopo personale, più la sua preghiera perdura, si rafforza e lo rallegra poiché è trasformata in occupazione remu­nerata; la sua ricompensa celeste invece, sarà al di sotto di quella di qualsiasi altra onesta occupazione.
L’uomo che ha smarrito lo scopo autentico e persegue uno scopo ingannatore può non aver fatto attenzione all’imbroglio del quale è vittima. La sua preghiera priva di forza e di perseve­ranza può tuttavia insinuargli il dubbio. La preghiera, personale o comune, perde necessariamente calore e gioia e diventa un pe­so per l’anima; l’uomo la sente come una perdita di tempo e non ne riceve alcun profitto. La preghiera personale aumenta la di­spersione dei suoi pensieri, gli pesa e lo riempie di noia. La pre­ghiera comune lo porta sempre di più a giudicare coloro che pre­gano intorno a lui, e perfino la celebrazione stessa; ne esce immerso in pensieri di accusa ritenendo che la debolezza degli altri e i loro errori di comportamento siano la causa di quel che gli ac­cade, mentre la vera causa è il suo essere privo dello spirito di preghiera e il non essere più legato a un autentico scopo in grado di attirarlo e concentrano su Dio.
È evidente quindi che l’assenza di un autentico scopo secon­do la volontà di Dio e della guida della grazia possono alterare la preghiera, farle perdere il suo calore e renderla alla fine un peso che l’anima non sopporta e del quale si augura di sbarazzarsi; assomiglia a uno studente pigro che perde lo scopo del proprio studio: le scienze gli diventano pesanti, prive di interes­se, senza senso e non meritano lo sforzo necessario per averne padronanza.

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  1. ezio
    6 novembre 2009 alle 20:01

    io penso che la migliore definizione della preghiera sia quella di avere da dio la forza e la capacità di esaudire i desideri di dio, che ci vuole figli

    • 7 novembre 2009 alle 8:34

      Benvenuto su Terra di Nessuno, caro Ezio.
      Ci dici qualcosa di te?

  2. 7 novembre 2009 alle 17:13

    aaa

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