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Cattopedofilia/2. La risposta di Ratzinger

Se gli organi di stampa vicini alla Santa Sede hanno ragione nel ritenere strumentali gli attacchi del New York Times e di Spiegel a Ratzinger, ciò in fondo avviene perché ciascuno gira a proprio modo gli stessi argomenti. Certo, anche concedendo che l’allora Card. Ratzinger abbia consapevolmente riammesso un prete pedofilo al ministero pastorale, non lo si può accusare oggi di aver applicato regole che allora non aveva il potere di cambiare e chiederne le dimissioni da Papa, ora che cerca di usare il suo potere di cambiare le regole per cambiarle effettivamente. Me se in cima ai pensieri degli accusatori non ci sono i diritti delle vittime ma l’immagine della Chiesa cattolica, i difensori del Vaticano appaiono deboli di fronte a questo attacco perché le stesse priorità valgono anche per loro. O, per lo meno, non è chiaro per questi ultimi, quali siano le priorità.
Ho selezionato e annotato alcuni passi della lettera di Benedetto XVI alla Chiesa irlandese su fatti di pedofilia e violenze su fanciulli verificatisi presso il clero locale, tralasciando le espressioni di vergogna e di pentimento e le richieste di perdono che fin dall’inizio e poi ripetutamente compaiono nel documento pontificio, per accostarlo dal versante più freddo e razionale sul quale il Papa avanza le sue prime analisi e proposte di soluzione.
Nella lettera non troviamo un vero e proprio nucleo o un principio dottrinale che dia unitarietà al documento, non si fornisce nessuna definizione del problema, ma, in certo senso, se ne traccia una “storia” recente nella Chiesa.
Per spiegare come si è giunti all’attuale situazione, viene chiamato in causa il Vaticano II, anzi quello, che secondo Ratzinger, ne sarebbe piuttosto un fraintendimento.

«4. […] Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano Secondo fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari. È in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi, che ha contribuito in misura tutt’altro che piccola all’indebolimento della fede e alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti».

Il Papa utilizza qui un argomento tipico tra gli eredi della linea conservatrice del concilio, i quali mentre applicano un’interpretazione restrittiva del Vaticano II addossano sistematicamente qualsiasi genere d’insufficienza od errore della chiesa attuale ad una presunta forzatura del Concilio in chiave liberale negli anni ’60 e ’70. Anche da parte degli interpreti della cosiddetta linea moderata o pastorale si è spesso messa in luce la sprovvedutezza giuridica del Concilio e i suoi esiti contraddittori; ma qui il teologo Ratzinger, già consultore tra i più aperti del concilio stesso e successivamente suo critico tra i più severi, va oltre. Egli sostiene che le diverse cause della diffusione tra il clero degli abusi abituali sui minori, cause di cui parlerà subito dopo, allignano nel generale contesto ecclesiale caratterizzato da una scarsa osservanza degli aspetti canonico-penalistici nel trattare il fenomeno. Può darsi che il papa alluda alla predilezione, malamente recepita nella prassi ecclesiale periferica, di Giovanni XXIII e Paolo VI per l’approccio teologico-morale e alla loro scelta di andare in cerca di nuove risposte prevalentemente sul piano “pastorale”, non senza l’ausilio di saperi scientifici come la psicologia e la psichiatria. Tale approccio “conciliare” tende a sottolineare il concetto di peccato ma anche l’esistenza di responsabilità collettive, più che riproporre e magari irrigidire le tradizionali risposte, esclusivamente punitive.
Magari a costo di dar l’impressione di forzare il pensiero del Papa, semplificando si può dire che, per Ratzinger, in questo frangente la Chiesa non è stata abbastanza conservatrice e ciò avrebbe rappresentato, come minimo, l’occasione remota per l’estendersi del fenomeno nei presbitèri.
Si può obiettare che tanto il fenomeno in sé quanto la tendenza ad occultarlo, nelle sue cause e nei suoi autori, sono sicuramente anteriori al Concilio; che le regole generali dei procedimenti canonici, caratterizzati in ogni loro fase dalla segretezza, non furono opera di qualche fanatico dell’aggiornamento della Chiesa ma del campione della linea conservatrice al Concilio, il Card. Ottaviani; che la tendenza all’omertà non è da confondere con la distinzione pastorale tra peccato e peccatore, portata avanti dai papi del Concilio. Ma l’aspetto più notevole è che mentre si ammette l’esistenza del fenomeno, ne viene data una rappresentazione di tipo molecolare, come una somma di singole trasgressioni, per porre in salvo quelle strutture e comportamenti collettivi di fondo nei quali più o meno consapevolmente risiedono le vere cause del fenomeno:

«Solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla presente crisi è possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi efficaci. Certamente, tra i fattori che vi contribuirono possiamo enumerare: procedure inadeguate per determinare l’idoneità dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa; insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati; una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona».

Lungi dall’avere un ruolo che risale alla mentalità legalista e al formalismo giuridico della formazione del clero, le regole canoniche avrebbero fallito, secondo la lettera, solo in quanto non rispettate. Per contro, l’approccio che pone l’accento sugli aspetti penali e canonici potrebbe limitare la risposta della Chiesa ad un’azione di tipo repressivo e condurre a trascurare altre iniziative importanti e più vicine alla specifica missione ecclesiale come l’attenzione e la cura per le vittime, la terapia per gli aggressori, l’approfondimento conoscitivo e la prevenzione del fenomeno attraverso la cura pedagogica e pastorale. Uno dei rischi a mio avviso più presenti è quello di abbandonare a se stessi gli autori di questi crimini e rinunciare in partenza a qualsiasi percorso comunitario di recupero. Ne è un esempio il brano seguente in cui il Pontefice parla direttamente ai religiosi che si sono macchiati di abusi sessuali e altre violenze sui fanciulli:

«Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa».

I tribunali cui qui si accenna alludono a forme speciali di processo canonico che Ratzinger intende introdurre, così come al punto 1 si allude al processo penale davanti ad un tribunale dello Stato. E ancora:

«7. Vi esorto ad esaminare la vostra coscienza, ad assumervi la responsabilità dei peccati che avete commesso e ad esprimere con umiltà il vostro rincrescimento. Il pentimento sincero apre la porta al perdono di Dio e alla grazia del vero emendamento. Offrendo preghiere e penitenze per coloro che avete offeso, dovete cercare di fare personalmente ammenda per le vostre azioni. Il sacrificio redentore di Cristo ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali. Allo stesso tempo, la giustizia di Dio esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla. Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio».

Anche nell’esaminare l’operato dei vescovi nella funzione di governo delle chiese locali il papa ha parole severe ma le responsabilità sono ancora una volta attribuite a condotte ed omissioni individuali:

«11. Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi. Seri errori furono commessi nel trattare le accuse. Capisco quanto era difficile afferrare l’estensione e la complessità del problema, ottenere informazioni affidabili e prendere decisioni giuste alla luce di consigli divergenti di esperti. Ciononostante, si deve ammettere che furono commessi gravi errori di giudizio e che si sono verificate mancanze di governo. Tutto questo ha seriamente minato la vostra credibilità ed efficacia. Apprezzo gli sforzi che avete fatto per porre rimedio agli errori del passato e per assicurare che non si ripetano. Oltre a mettere pienamente in atto le norme del diritto canonico nell’affrontare i casi di abuso dei ragazzi, continuate a cooperare con le autorità civili nell’ambito di loro competenza. Chiaramente, i superiori religiosi devono fare altrettanto. Anch’essi hanno partecipato a recenti incontri qui a Roma intesi a stabilire un approccio chiaro e coerente a queste questioni. È doveroso che le norme della Chiesa in Irlanda per la tutela dei ragazzi siano costantemente riviste ed aggiornate e che siano applicate in modo pieno ed imparziale in conformità con il diritto canonico».

Così come sembra non esservi per i vescovi altra responsabilità se non quella oggettivamente definita dal codice di diritto canonico, consistente appunto nella mancata applicazione delle norme del codice stesso, non troviamo in nessuna parte della lettera alcuna misura che corrisponda a quanto detto poco prima dal Papa a proposito dei seminari e dei noviziati.
Rivolgendosi ai sacerdoti, Benedetto XVI scrive:

«10. […] So che molti di voi sono delusi, sconcertati e adirati per il modo in cui queste questioni sono state affrontate da alcuni vostri superiori. Ciononostante, è essenziale che collaboriate da vicino con coloro che sono in autorità e che vi adoperiate a far sì che le misure adottate per rispondere alla crisi siano veramente evangeliche, giuste ed efficaci».

Davvero sono così esenti da colpe i membri di un presbiterio in cui si sono verificati, magari ripetutamente, fatti di tale gravità? I presbitèri sono spesso luoghi in cui con la maggior parte dei confratelli si vive tutt’al più un’amicalità cameratesca, non in grado di offrire un vero contenimento affettivo e dove non si esercita alcuna forma di vigilanza fraterna sui compagni. Davvero il fatto stesso di non sapere quello che accade all’interno di una comunità presbiteriale esenta da ogni colpa i suoi membri e li autorizza moralmente a sentirsi “delusi”, “sconcertati” e “indignati”? O non denuncia piuttosto il fallimento di interi modelli pastorali?
Ma se l’indirizzo del Pontefice solleva le comunità, ed in particolare i loro pastori, da ogni responsabilità solidale, non soltanto il sex offender ma anche la vittime rischiano di essere ancora una volta lasciate sole.
Nel rivolgersi direttamente ai giovani il Papa riprende il pensiero iniziale emerso già parlando del Vaticano II, concernente il rapporto tra la Chiesa e il mondo secolarizzato.

«12. L’esperienza che un giovane fa della Chiesa dovrebbe sempre portare frutto in un incontro personale e vivificante con Gesù Cristo in una comunità che ama e che offre nutrimento. In questo ambiente, i giovani devono essere incoraggiati a crescere fino alla loro piena statura umana e spirituale, ad aspirare ad alti ideali di santità, di carità e di verità e a trarre ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale. Nella nostra società sempre più secolarizzata, in cui anche noi cristiani sovente troviamo difficile parlare della dimensione trascendente della nostra esistenza, abbiamo bisogno di trovare nuove vie per trasmettere ai giovani la bellezza e la ricchezza dell’amicizia con Gesù Cristo nella comunione della sua Chiesa. Nell’affrontare la presente crisi, le misure per occuparsi in modo giusto dei singoli crimini sono essenziali, tuttavia da sole non sono sufficienti: vi è bisogno di una nuova visione per ispirare la generazione presente e quelle future a far tesoro del dono della nostra comune fede. Camminando sulla via indicata dal Vangelo, osservando i comandamenti e conformando la vostra vita in modo sempre più vicino alla persona di Gesù Cristo, farete esperienza del profondo rinnovamento di cui oggi vi è così urgente bisogno. Vi invito tutti a perseverare lungo questo cammino».

La soluzione proposta dal Papa alla Chiesa irlandese consiste in una maggiore distinzione della proposta ecclesiale rispetto alle proposte di vita del mondo secolarizzato. Sembra dato per scontato che la pedofilia nel clero sia il risultato di uno smarrimento del ruolo di cura a causa di un’infiltrazione di modelli secolari nel clero stesso piuttosto che, come pare almeno ipotizzabile se non proprio plausibile, una perversione di tale ruolo dal suo stesso interno, l’esito di una decomposizione del ruolo tradizionale del prete e del fallimento dei modelli formativi tradizionali.

In conclusione, manca, nella lettera, una comprensione del fenomeno in sé, della sua storia nella Chiesa, della sua specificità ecclesiastica. In particolare attribuendo il fenomeno pedofilia tra il clero sempre e solo a mancanze personali di fedeltà o di governo non se ne coglie quella dimensione strutturale che lo rende tanto diffuso, massiccio, pervasivo, abituale ed autoriproduttivo. L’unico passaggio in tal senso si trova al punto 4, ove si fa cenno alla formazione del clero denunciandone i difetti; ma poi non troviamo, almeno per il momento, alcuna proposta o misura correttiva che tocchi a fondo questo nodo. E’ possibile che il pontefice le tenga in serbo, perché più complesse e strutturali, non riguardando solo la Chiesa irlandese ma la cattolicità.
L’approccio al problema, comunque, rimane finora troppo individualistico e legalistico. La prescrizione terapeutica del Papa prevede l’applicazione delle norme canoniche esistenti, la preghiera, per i fedeli, e per il clero un ritorno alla propria specifica missione. Se da una parte lascia perplessi l’idea che un problema così polivalente, che coinvolge aspetti psicologici, storici, etici, possa risolversi a colpi di ascesi e diritto canonico e con un “serrate le fila” clericale, il percorso di guarigione prospettato da Benedetto XVI finirà per accentuare la doppia contrapposizione che potrebbe, dal canto suo, aver contribuito all’origine e alla diffusione del problema: la contrapposizione tra cattolicità e società secolarizzata e tra fedeli e clero.
Le vie di soluzione dovrebbero essere comunitarie, articolate, strutturali e strategiche. Dovrebbero innanzi tutto partire da una metànoia culturale nella Chiesa, centrata sulla salute materiale e soprannaturale delle persone, prima che sulla tutela dell’immagine della Chiesa, ed in particolare della credibilità e del prestigio delle sue guide. Questa strategia dovrebbe inoltre contemplare un preliminare sforzo conoscitivo del problema sul piano scientifico ed ecclesiologico.
Infine la chiesa dovrebbe guardare con coraggio alle possibili cause del male legate alla sua interna organizzazione, rimuoverle e ristrutturarsi. Lungi dall’essere la soluzione, gli aspetti disciplinari della vicenda sono una parte del problema. Essi vanno presi in considerazione, ma non come ciò a cui la Chiesa si affida seppure per una prima risposta immediata all’emergenza, ma per essere rimessi al loro giusto posto. Proprio perché è Chiesa, la Chiesa non può limitarsi a tenere lontano da sé il male allontanando il capro espiatorio col ricorso alla propria potestà di punire, ma deve saper osare la speranza nella propria capacità di sanarlo in se stessa, che le viene dal suo fondatore.
Come per le crociate e l’inquisizione questa vicenda rischia di passare alla storia come la terza pagina nera della cattolicità. Ciò non avverrà se, e solo se, questa volta la Chiesa non attenderà il giudizio dei secoli per ammettere la derivazione di queste infedeltà al Vangelo dai propri assetti interni di ordine giuridico, organizzativo disciplinare. Legati, insomma, ai modi alle forme storiche in cui il potere si organizza, anche nella comunità ecclesiale.

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  1. 30 maggio 2010 alle 9:49

    Preti e pedofilia: istruzioni per l’uso
    La pedofilia oltre ad essere un peccato mortale è anche, non dimentichiamolo, un reato penale tra i più gravi, ma soprattutto è una malattia, una turba psichiatrica della quale sono affetti, volendo rimanere all’Italia, non meno di diecimila persone, mentre altre centomila hanno tendenze pedofile.
    Non bisogna perciò meravigliarsi se 10 – 15 di questi 10.000 siano preti, salvo che non si sia scoperta solo la punta di un iceberg più mostruoso.
    Si è molto discusso di un rapporto di causa ed effetto tra celibato e pedofilia e quasi tutti gli studiosi hanno escluso un legame, affermando che tra celibi o vedovi non vi sia questa tendenza, ma non si è tenuto conto che il celibato sacerdotale è un obbligo, non una scelta e che l’atmosfera che si respira nei seminari è soffocante e porta alla deviazione del desiderio, il quale, nella maggior parte dei casi sfocia nell’omosessualità, praticata da una percentuale alta dei novizi, come è molto diffusa nelle caserme e nelle carceri e dovunque si creino in maniera innaturale convivenze forzate di soggetti dello stesso sesso,la repressione lo induce.
    Per scegliere la castità ci vuole coraggio e maturità, oltre ad una chiara e solida vocazione. San Paolo dichiarava solennemente: “Se uno per dedicarsi a Dio deve ardere, si sposi, io nella castità sono felice”.
    Il rischio però è che l’obbligo del celibato possa attrarre giovani insicuri dalla personalità fragile, che non vogliono instaurare un rapporto con la donna e scelgano perciò di entrare nella Chiesa non è da trascurare e quando e se tale regola sarà abolita possiamo sperare che la qualità morale dei preti aumenterà. Il mondo ha bisogno di sacerdoti eroi, solidi nella fede, ma anche nella mente.

    • 30 maggio 2010 alle 15:00

      Cattopedofilia
      Abuso per la distruzione

      Cara 31,
      Uno dei punti ancora troppo poco considerati è l’ignoranza sul fenomeno da una prospettiva strettamente scientifica. In realtà non c’è univocità su cosa debba intendersi per pedofilia ed è in atto una battaglia per classificarla.

      Dire adesso cosa c’entri e cosa no con la pedofilia mi sembra una tipica excusatio non petita. Se lo stereotipo del pedofilo-mostro resiste ancora, nonostante le cronache abbiano ormai rivelato da un pezzo che il pedofilo ha normalmente il volto familiare dell’educatore, di chi svolge una professione di cura, è perché la pedofilia va a toccare il nervo scoperto dei sensi di colpa di un’intera collettività, dei suoi atroci sospetti di autoinganno sugli archetipi più profondamente radicati nella cultura pedagogica diffusa, e cioè che tutti noi, come anche i nostri genitori, siamo tutto sommato dei genitori moralmente decenti e responsabili: E’ davvero così? E’ ancora vero? E’ mai stato vero ?
      Anche la comunità ecclesiale alimenta in sé questi mostri. Non mi riferisco ai pedofili ma ai sensi di colpa. Abbiamo detto più volte che in maniera interessata si alimenta il malinteso quando si dice che il celibato non c’entra con la pedofilia, quando si sa benissimo che sul banco degli imputati non c’è affatto il celibato comune, ma il celibato ecclesiastico, cioè in altre parole il sistema di reclutamento del clero. Le statistiche non andrebbero fatte sul confronto con le popolazioni laicali, ma con le categorie più esposte al rischio di pedofilia: insegnanti, medici, educatori. Ma è illuminante il fatto stesso che si insista nel tentativo di mettere il celibato in ogni modo fuori discussione, sapendo di dire una menzogna scientifica. Dal momento che non si sa cosa esattamente sia la pedofilia, se sia una perversione o una malattia e perfino se la si debba considerare una parafilia, una singola classe di fenomeni o un’eterogenea galassia di fatti psichici, come si fa a dire se il celibato c’entri o non c’entri? Non sarebbe più onesto ammettere la propria ignoranza e promuovere la ricerca senza occhiali ideologici?
      Ma c’è un’istituzione da difendere. Ancora lo stesso preciso atteggiamento difensivo -si badi- che convinse molti in passato ad insabbiare singoli casi di cattopedofilia.

  2. 30 maggio 2010 alle 10:00

    Caro/a 31,
    il problema serio presente oggi,in materia di discernimento vocazionale, è che spesso i superiori dei seminari o non sono attrezzati culturalmente per capire che taluni soggetti,non tutti,sarebbe bene che facessero altro nella vita……oppure,peggio ancora,che pur sapendo fanno finta di niente per mille motivi….
    E’ vero però che non esiste un legame diretto tra l’omofilia e la pedofilia.Ecco perchè,accanto ad una seria discussione circa la possibilità di aprire ai preti uxorati,sposati,così come avviene nel mondo ortodosso,sarebbe ora che si aprisse un’altrettanta seria discussione sull’ammissione al sacerdozio ministeriale di “viri”sposati dotati di un sano equilibrio psico-fisico ed anche come dici bene tu “solidi nella fede”.

  3. 30 maggio 2010 alle 17:24

    Penso sia arrivato veramente il momento di affrontare i problemi, ho fiducia nel Papa l’istituzione ecclesiale mi auguro vada a fondo non vuole più nascondere per forza sacerdoti con pesanti conflitti da risolvere , il volerli nascondere è una deformazione mentale. Questa onnipotenza del pensiero che per anni ha dominato la chiesa nel voler per forza un sacerdote immune da desideri corporali sta cadendo e lascierà ne sono certa il posto ad una ideologia sana per l’equilibrio psicofisico dei ministri della chiesa, basta con l’immorale assolvere a priori ma anche col condannare senza processo, basta col tappar la bocca agli innocenti e basta con l’allontanamento dei sacerdoti che hanno avuto banali storie.Dico bene?

  4. 31 maggio 2010 alle 8:47

    “Sono andata in edicola a comprare per mia figlia, di 16 anni, una di queste normalissime riviste rivolte ad un pubblico di adolescenti. Vi era allegato in omaggio un gel “esaltatore dell’orgasmo”. Propongo di inserire in omaggio nei fumetti di Topolino delle compresse di Viagra, oppure dentro gli ovetti Kinder, magari con le orecchie di Bugs Bunny. Così ci portiamo avanti col lavoro, e avremo i figli tutti blu”.

    (Luciana Littizzetto, Che tempo che fa)

    • 31 maggio 2010 alle 15:19

      Se si vuole giustamente come dice Giampi si può prevenire il continuo ripetersi di questo fenomeno, basta studiarlo un pò di più!Prevenire significa anche non divenire vittime di sistemi che non permettono il completo sviluppo della propria sessualità e non permettere a chi per riflesso sa di esserlo di nascondersi dietro ad una veste perchè tanto poi non gli succede niente… se fino ad ora i pedofili scoperti non hanno lasciato il sacerdozio è bene che lo facciano per evitare ulteriori violenze.Ad esempiose nel caso specifico dei sacerdoti le statistiche dicono che nella totalità dei casi si tratta di pedofilia omosessuale ci sarà un motivo dico io,vien da chiedersi se nel sacerdozio è la vita nei seminari che porta a questo fenomeno?Hanno problemi con la propria identità conflitti con la propria sessualità possono essere stati loro stessi vittime nell’esperienze fatte in seminari?C’è una storia dietro tutti e gli elementi per capirne le cause ci sono .

  5. 31 maggio 2010 alle 8:54

    Dici male.
    Perchè il controllo del talamo è il più forte controllo che si può esercitare. Dunque ad esso le gerarchie non rinunceranno mai. Potranno cambiare veste ma non la sostanza. Nessuna classe dirigente rinuncia a proprio potere; neanche a un pochino di esso. Se ciò appare, talvolta, è solo perchè con esso si è seminato un potere più forte.
    L’agone politico è incompatibile – radicalmente – con la parola profetica.
    E la gestione (quella che si è vista finora) della pedofilia è una questione politica. Solo politica.
    Non bisogna meraviogliarsi se 10-15 di questi siano preti? Dici? Certo! Perchè bisogna scandalizzarsi!

    • 31 maggio 2010 alle 9:51

      Le statistiche tengono conto degli aspetti misurabili, quantitativi dei fatti sociali. Quidi sfuggono aspetti qualitativi, legati in altre parole, alla specificità di un determinato fatto a prima vista classificato insieme ad altri apparentemente analoghi. Quella che qui ho battezzato “cattopedofilia” può essere uno di questi casi specifici, con caratteristiche proprie, da trattare a sé. Faccio solo un esempio: si può benissimo pensare che nel caso dei preti pedofili, almeno per alcuni, la compresenza dei due status non sia casuale. Vale a dire, non è impossibile che alcuni si facciano preti proprio perché pedofili. Questo intendo per aspetti qualitativi. Questo nessuna statistica lo può indagare. Eppure sarebbe di vitale importanza accertarlo per elaborare strategie di prevenzione.
      Rimane da stabilire se questa ambiguità scientifica sia legata solo allo stato della ricerca, quindi ad un’ignoranza dell’oggetto, a fattori inconsci o all’influenza di interessi ideologici.

      • Sebastian
        31 maggio 2010 alle 10:50

        Dovremo aspettare la confessione ufficiale di un pedofilo “pentito” che affermi di essersi fatto prete proprio perchè pedofilo. E allora, nuovi orizzonti di ricerca si spalancheranno dopo le prime ovvie deleggittimazioni ed accuse di attacco alla Chiesa. Ma fino a quando questo non succederà sarà, dura dimostrare chicchessia o attivare un discorso solido.

      • 31 maggio 2010 alle 12:16

        I
        Rimane anche il fatto che ci sono cose che si fanno, cose che si possono fare talvolta, cose che non si possono fare mai (sempre in senso storico, naturalmente).
        Quindi o la pedofilia si può fare o non si può fare. Se non si può fare intanto facciamo tante belle exeresi di pedofili, ma soprattutto di correi, di favoreggiatori personali o reali; senza aspettare per fare ciò di scoprire l’esatta eziogenesi del fenomeno. Quella serve pure e serve anche per stabilire che cosa farne del pedofilo, ma poi.

        II
        Dici GP, bene tutto questo almanaccare su quanto sia grave questo peccato, da uno che certo non lo fa certo per ignoranza, è esattamente ipocrisia. Di quelle peggiori.

        III
        La fiducia nel papa, che c’entra? Cosa può fare un papa professore teologo tedesco circondato dalla curia romana? Ben poco. Molto di più può fare la comunità, se solo usasse bene la firma sull’8 per mille.

        IV
        Qualcuno sa se sono stati presi provvedimenti per quel prete beccato cone le mani “non nella marmellata” dalle Iene? O si pensa che i panni si debbano lavare in casa?

      • 31 maggio 2010 alle 12:45

        @Seb
        Non c’è affatto da aspettare, perché le “confessioni” in realtà già ci sono. Quello che voglio dire è che occorre usare gli strumenti metodologici adatti. E soprattutto studiare.
        La Chiesa, se vuole, di cattopedofilia (essendo, quest’ultima, cosa propria, una sua specifica struttura di peccato) può capire molto di più di mille statistiche semplicemente applicando le proprie specifiche categorie. Per esempio: “esame di coscienza” (cioè la libertà inscindibilmente legata all’atto costitutivo che ne è ad un tempo la prova di esistenza, il dubitare di sé).
        Nella resistenza che essa oppone al farlo, questo esame, si vede già una parte cospicua di quel male.

    • matilda
      11 giugno 2010 alle 9:02

      Talamo? E’un nuovo modo di vestire?
      Va di moda il talamo? Di chke color dich coloRE?
      Kisses Sarebbe Baciii

      • matilda
        11 giugno 2010 alle 9:04

        No Le Mie LenzuolaSonoAncoraPulite

      • matilda
        11 giugno 2010 alle 9:05

        MaNNaggia

  6. 31 maggio 2010 alle 12:55

    Com’è presentato nei vangeli e nella dottrina degli apostoli, il celibato per il Regno dei Cieli è atto di eminente deliberazione di sé. Abolire la norma ecclesiastica dell’obbligo del celibato significa in realtà difenderne l’alto valore spirituale e morale, e compiere un puro e semplice atto di giustizia. A prescindere di qualsiasi polemica contingente sul possibile rapporto tra celibato e pedofilia.

    Chi distrugge il valore del celibato non è chi si domanda se non sia giunto il momento di abolirne l’obbligo per accedere al sacerdozio, ma chi se ne serve per nascondersi nel presbiterio come dietro a una siepe dei giardinetti pubblici.

  7. Fabio
    27 giugno 2010 alle 15:03

    Dispiace questa totale incapacità di comunicare della Santa Sede. Lascia davvero di sasso la frase che secondo la stampa di oggi è stata pronunciata dal Car. Bertone dopo le azioni della magistratura in Belgio: “E’ un fatto inaudito. Al di là della condanna della pedofilia – ha detto il Segretario di Stato – l’irruzione e il sequestro dei vescovi per nove ore, senza bere né mangiare… Non sono mica bambini”. Il paragone con i bambini mi sembra proprio fuori luogo…

    • 27 giugno 2010 alle 17:00

      Perché pensi che Bertone non sappia comunicare? Sua Eminenza sa quello che dice. Parla per esperienza personale.

  8. Rosa
  9. anonimo
    22 dicembre 2011 alle 11:37

    La valutazione di Bertone sui fatti accaduti in Belgio é in buona parte giusta, al punto che la corte di cassazione dello stesso paese, il mese scorso, ha definito illegale la procedura adottata dal magistrato che ordino’ le perquisizioni. L’inchiesta riguardava solo l’arcidiocesi di Malines-Bruxelles e, per questa ragione, non era leggittimo “sequestrare” gli altri vescovi all’interno del palazzo. I prelati sono stati obbligati a restare nel locale dove era in corso la conferenza episcopale, rimandovi fino al tardo pomeriggio, senza mangiare e bere fino alle ore 15h. Parte del materiale sequestrato non era di pertinenza dell’inchiesta ( anche questo riconosciuto dalla corte di cassazione ), come non era pertinente “forare” con un martello pneumatico le tombe dei cardinali defunti all’interno della cattedrale. Senza dimenticare la grande operazione mediatica preparata ad arte nelle ore precedenti, al punto che i giornalisti con le telecamere sono arrivati prima della polizia, la quale si é esibita come se stesse arrestando un superlatitante, con un dispiego assolutamente sproporzionato di mezzi. Una decina di persone anziane, disarmate e all’oscuro di quanto stava accadendo non era certo una minaccia cosi pericolosa da giustificare tutto quello spettacolo.
    Detto questo, la chiesa belga ha certamente fatto gravissimi errori nel passato e paga il conto di tante scelte sbagliate, di tanti silenzi e complicità più o meno esplicite. L’episcopato attuale, senza mezzi termini e con la volontà precisa di riparare i torti, sta gestendo egregiamente il problema, pur in un clima apertamente ostile, come é facilmente intuibile da queste parti. E’ di questi giorni la notizia che si é aperta la porta anche al risarcimento delle vittime. Tra le tante iniziative, si sta definendo un protocollo preciso da adottare nei seminari, al fine di un discernimento più serio e di un accompagnamento adeguato nella formazione umana dei seminaristi. In fondo, credo che la radice del problema é tutta li. Si puo’ e si deve discutere delle modalità da porre in atto perché questo sia fatto al meglio, ma con la consapevolezza che certi fenomeni possono sempre uscire dalla porta e rientrare dalla finestra se non si tiene alta la vigilanza. Le soluzioni sono complesse e c’é da sperare che i fatti che seguiranno alle parole siano davvero efficaci.

    • 23 dicembre 2011 alle 11:42

      Gentile Anonimo,
      (le confesso che mi dispiace un po’ doverla salutare così) benvenuto in Terra di Nessuno.
      Vedo che lei ha una discreta conoscenza della Chiesa belga. Il problema della “cattopedofilia” però, come credo, è più pervasivo e profondo di quanto lei mostri di ritenere. Non è limitato ad alcune regioni e non è solo una questione individuale, per quanto estesa, o riservata al solo ceto ecclesiastico. Intanto c’è una questione che investe tutta la Chiesa a livello istituzionale per via del celibato obbligatorio, il quale è divenuto dal Concilio di Trento ad oggi praticamente l’unico criterio di selezione del clero. Ma c’è anche una visione specificamente cattolica della sfera affettivo-sessuale, profondamente influenzata dall’ideologia celibataria istituzionale, la quale andrebbe ripensata radicalmente. Attraverso i modelli su cui si fonda la secolare alleanza educativa tra Chiesa cattolica e famiglia, questa visione sfocia nelle complesse problematiche emotive-affettive che oggi, in un mondo largamente secolarizzato, presentano numerosissimi candidati al sacerdozio, espressi in gran parte dalle famiglie di estrazione cattolica tradizionale. Nessun “protocollo da adottare nei seminari” potrà pertanto rappresentare un serio rimedio. Occorrerebbe ben altro.
      Naturalmente, questa mia, è solo un’ipotesi, che andrebbe accuratamente sottoposta a controllo con metodologia scientifica.
      La situazione è ulteriormente complicata dal fatto (e mi riferisco qui alla prima parte del suo commento) che anche lo stereotipo del pedofilo coltivato dalla società secolarizzata tradisce una funzione difensiva. Trasferire su un gruppo in qualche modo “esterno” l’immagine della depravazione e del degrado affettivo-sessuale, risponde a scopi difensivi e autotranquillizzanti della collettività circa la bontà dei propri modelli educativi e giudizi morali sulla sessualità praticata all’interno di quella collettività stessa.

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