La salute, impresa collettiva

A proposito di un volume di Rossella Semplici (*)

Nella sua ultima fatica Rossella Semplici prende per mano il lettore per condurlo a considerare la salute attraverso un punto di vista, quello dei suoi aspetti culturali, per molti versi insolito, a cominciare da quello che dà il titolo al libro: La cura della salute (ed. Paoline, Milano 2008). Noi occidentali siamo infatti da lungo tempo abituati a considerare restrittivamente la cura, in un certo senso come qualcosa di antitetico alla salute, cui ricorrere quando la salute non c’è più. In realtà questa concezione ristretta della cura è assai delimitata nello spazio e nel tempo, ed è per di più relativamente recente. La cura è sempre stata “cura della salute” perché è stata avvertita sempre e ovunque come un’impresa cui attendere collettivamente.
Guardare alla salute dal punto di vista della cura, dicevamo, è considerarne gli aspetti culturali; ma in tal modo viene immediatamente in primo piano il rapporto dinamico che s’instaura tra natura e cultura. Vedremo allora qui di seguito tre momenti cruciali dell’evoluzione del concetto di salute in occidente alla luce delle diverse forme assunte dal rapporto tra natura e cultura.

1. La salute nella città come prodotto naturale

La celebre definizione aristotelica contenuta nel primo libro della Politica: L’uomo è per natura un animale politico, illustra bene l’immagine greca della natura come modello ideale di ogni attività umana. Ciò che è naturale è, nella cultura classica, un valore in sé. La città stessa è un prodotto naturale; le regole che la governano, i rapporti umani che la fanno esistere, le istituzioni che la costituiscono sono il frutto del corso naturale delle cose. La conoscenza è conoscenza delle cause naturali; la tecnica, imitazione della natura.
Il concetto di salute che scaturisce da questa rappresentazione della natura risponde ad un atteggiamento conservativo, se non proprio contemplativo, o al massimo di amministrazione dei processi naturali di autoriproduzione . Cura della salute sarà di conseguenza il mantenimento o la restaurazione degli equilibri tra natura e città.
Si tratta di una visione culturalmente superata, ma che resiste in alcune manifestazioni antropologiche o in certe tradizioni popolari del nostro meridione, come nel detto siciliano, riferibile appunto alla cura della salute: “Sparagna quannu ‘a tina è china, ca quanno u funnu pari, ‘un servi sparagnari” (“Risparmia mentre il contenitore è pieno, perché quando appare il fondo risparmiare è inutile”). Le diverse concezioni che si avvicendano nell’evoluzione della cultura non si sostituiscono semplicemente le une alle altre ma si sovrappongono stratificandosi sotto forma di sopravvivenze culturali.

2. La salute come dominio sulla natura

In epoca moderna si affermano processi culturali che instaurano tra ragione e natura una netta separazione che si spinge fino alla rivalità. La concezione aristotelica della città come prodotto naturale ha lasciato il posto alla visione cui Rousseau dà una forma definitiva affermando la città come prodotto artificiale. La natura ha perso il suo incanto; è imperfetta, quando non ostile e matrigna. Spogliata del suo manto di simboli, la natura appare sempre più cartesianamente come un insieme di meccanismi e processi riducibili alla sola dimensione quantitativa e calcolabile. La conoscenza della natura consiste in un ampliamento del proprio arsenale per combatterla; è un esercizio di dominio che s’incarica di contenere e perfezionare la natura e di proteggere l’uomo dalla sua forza irrazionale. La tecnica è sempre meno imitazione della natura e sempre più essa stessa strumento euristico e traduzione operativa di cognizioni scientifiche.
S’impone dunque una visione utilitaristica della cura che appare come un progressivo accrescimento di potere umano sulla natura. La nuova concezione della salute è il risultato di questo atteggiamento competitivo della cura nei confronti della natura. Curare significa rimediare all’operato della natura, migliorarla, completarla. La cura entro i limiti della guarigione si estende tanto quanto la terapia. La medicina occidentale, con la sua caratteristica attitudine, anti-olistica e organicista, alla parcellizzazione e all’eccessiva specializzazione è in gran parte erede di questo riduzionismo cartesiano, da cui per altro ha ricevuto la spinta per il suo definitivo decollo.

3. La salute come costruzione sociale

La natura oggi si avvia ormai a divenire essa stessa un prodotto culturale. La cultura ingloba ormai in sé la natura non più solo nel senso che la suppone come proprio sostrato biologico, ma nel senso, ben più ampio, che la trascende, conoscendola nei suoi intimi meccanismi. Quanto più si estende il raggio dei processi e delle possibilità di antropizzazione della natura, riducendo sempre più la distanza tra ecosfera e tecnosfera, tanto più intensa si fa anche la mutazione qualitativa del rapporto tra natura e cultura. In quest’orizzonte culturale la salute è programmata e pianificata. La cura della salute ha ben poco a che fare ormai con gli equilibri o la competizione con la natura e rientra piuttosto quasi completamente nella progettualità, nelle strategie politiche e nelle complesse dinamiche della cooperazione, del consenso, del compromesso e della competizione sociale.
Ma progettare la salute significa che essa non è un qualcosa di già dato in un modello ideale, magari che si pretenda inscritto nella natura o in una qualche legge sovrannaturale che venga semplicemente recepita dagli uomini, il cui compito sarebbe dunque semplicemente applicativo. Programmare la salute è qualcosa di intrinsecamente ambiguo perché significa che la sua realizzazione è logicamente preceduta da rappresentazioni culturalmente determinate di essa, da convenzioni su quadri di valori in continua trasformazione. La salute effettivamente realizzata non contempla solo aspirazioni ideali ma oggettiva anche le contraddizioni e i conflitti della società che la esprime.
Si pensi ad esempio allo sviluppo della medicina estetica nei Paesi occidentali, la quale, se per un verso risponde alle esigenze psicologiche di una nuova visione di qualità della vita e della salute come pieno benessere psicofisico, d’altra parte solleva un problema di giustizia distributiva di risorse economiche ed umane, comunque limitate, che potrebbero essere investite a fronteggiare emergenze sanitarie che mietono milioni di vittime nei Paesi in via di sviluppo. Si pensi ancora a problematiche come quelle legate all’eutanasia, rese certamente più acute dall’applicazione medica di avanzatissime tecnologie, che per altro verso hanno il merito di aver salvato innumerevoli vite umane e prodotto profondi cambiamenti di massa nelle aspettative di vita e nella percezione della sua qualità.

4. Dove va la cura della salute

Davvero difficile dirlo. Le previsioni filosofiche sono poco attendibili già per il dopodomani; ancor meno per il domani. La saggezza filosofica che esige l’ottimismo della volontà pretende anche che la ragione sia sufficiente e pessimista. La domanda su quali strade prenderà domani la cura della salute va affrontata con sufficiente pessimismo. L’impatto dell’applicazione sistematica e globale della razionalità tecnologica alla natura ne ha messo improvvisamente a nudo la fragilità. Lo stesso rapporto tra cultura e natura è oggi inedito perché per la prima volta non é più basato sulla conoscenza, ma sull’ignoranza. Il nocciolo della difficoltà della crisi attuale del rapporto tra ragione e natura sta nel fatto che nessuno sa dove giungano i limiti di autoriparazione dell’ecosistema e se tali limiti non siano già stati superati. A questo punto non sono più le conseguenze sulla vita sociale delle forze cieche della natura a rischiare di sfuggire al controllo politico, ma le conseguenze sulla natura dell’organizzazione sociale.
La salute dellumanità verrà così a trovarsi sempre più al centro dell’interazione tra molteplici processi di trasformazione sociale a livello mondiale (evoluzione dei diritti dellíuomo; globalizzazione, interdipendenza, integrazione, sviluppo economico di Paesi emergenti; sviluppo tecnologico, delle comunicazioni, dei modi di produzione) e la crisi dell’ecosistema globale.
L’umanità sta cercando di raccogliere la sfida mettendo in campo due diverse forme di razionalità: la razionalità tecnologica e la razionalità morale, quest’ultima rappresentata oggi dalla nascita e dallo sviluppo di una nuova disciplina: la bioetica. La soluzione tecnologica alla sfida posta dal futuro della cura della salute è ambigua perché è il tentativo di rispondere agli effetti negativi dell’attività umana sull’ecosistema, in gran parte legati all’operatività tecnologica, investendo sull’ambiente altra tecnologia.
Per contro, le possibilità della bioetica dipendono dalla sua capacità di gettare ponti, mettere in contatto interdisciplinare e far cooperare forme di conoscenza scientifica e sapienziale, saperi quantitativi e qualitativi di diverso tipo e provenienza culturale.
Le sorti della salute umana dipenderanno sempre più in futuro dalla capacità della cura di assumere le dimensioni di questa nuova forma di conoscenza e di estendersi assai più a monte e molto al di là, non solo della terapia, ma della stessa guarigione.

(*) Trascrizione riveduta della comunicazione di G. Tre Re per la presentazione del volume di R. Semplici, La cura della salute, ed. Paoline, Milano 2008. Sala delle Lapidi, Piazza Pretoria, Palermo, 27 novembre 2009)

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  1. 14 dicembre 2009 alle 8:55

    @Kal su
    >fondazione dei diritti: sarei tentato di rispondere di sì: una vera fondazione dei diritti c’è solo nella prospettiva giusnaturalistica. Al punto che nel giuspositivismo l’esigenza di fondazione viene criticata da alcuni, da altri esplicitamente rigettata, perché l’atteggiamento fondativo è apparso ad alcuni giuspositivisti la necessaria premessa di ogni autoritarismo. D’altra parte nella prospettiva giuspositivista, i diritti, come l’intero ordinamento, sono convenzionali, cioè il risultato di accordi intersoggettivi su proposizioni di fatto. Se anche questo è un procedimento di fondazione, può esserlo, a mio avviso, solo in senso analogico. E qui ci fermiamo perché non esiste una terza alternativa tra giuspositivismo e giusnaturalismo.
    (segue)

  2. Sebastian
    14 dicembre 2009 alle 11:57

    @ Calogero about DRG

    Scusa Calogero, dove hai letto che “tonnellate di farmaci inutilemente prescritti, metri di esami clinici, pile di lastre” incidono sul calcolo del DRG?

    p.s.

    Avrei anche da confrontarmi su altro ma, è troppo lungo. Forse poco a poco. Magari impariamo qualcosa a vicenda, ed io di più.

    • 14 dicembre 2009 alle 13:06

      Messa così non la ho detta da nessuna parte. E’ ovvio che la misurazione per diagnosi non c’entra con la terapia nè con l’accertamento.
      Quello che volevo dire è che la logica è uguale in tutte queste prestazioni assistenziali; poichè tutte sono universali. Mentre il sistema DRG (e analoghi sistemi per farmaci e accertamenti) presupposngono un rapporto contrattuale di tipo assicurativo.
      Applicato a un sistena unviversale fanno più danni che benefici (mi riferisco ai costi).
      STOP

      • Sebastian
        14 dicembre 2009 alle 13:30

        A parte il fatto che l’hai detto ed hai detto pure che questo grava sui costi della struttura ospedaliera, e che la diagnosi si misura (?), e la diagnosi non si fa con l’accertamento (oggi forse solo l’influenza stagionale), possiamo evincere che le informazioni in tuo possesso sono incomplete. Sei in buona compagnia, tranquillo. Pertanto andrei un pò più con parsimonia.

        I costi sono diminuiti, perchè quando non diminuiscono il giocattolo salta ,e saltano anche le teste. Inoltre il sistema DRG permette di monitorare tutta una serie di parametri relativi all’attività di una qualsiasi U.O. Ospedaliera ed indirizzarla quindi secondo le strategie scelte dall’Azienda Ospedaliera stessa e degli Assessorati alla Sanità. Il tariffario poi, è regionale e, cosa importante, anche negoziabile, sempre nel rispetto delle direttive nazionali.

        Non è totalmente malefico, quindi.

        Chi ha qualcosa di migliore da proporre si faccia avanti. Se ne può discutere, che io sappia.

      • 14 dicembre 2009 alle 13:43

        Ho detto sistema “ospedaliero”? Non mi pare. In ogni caso mi riferivo al servizio sanitario.
        E ribadisco alle logica del rimborso.

  3. Sebastian
    14 dicembre 2009 alle 15:42

    Il sistema DRG si applica SOLO a pazienti dimessi dagli ospedali per acuti. Il riferimento all’attribuizione del DRG si evince SOLO dalla SDO (Scheda di Dimissione Ospedaliera), documento avente valore medico legale e parte integrante della cartella clinica di ogni paziente.
    DRG=Ospedale per acuti. O questo o niente. Ti ho dato una mano 😉

    Il sistema DRG offre la possibilità di interagire con i sistemi informativi ospedalieri al fine di ottenere le informazioni necessari che permettono dei pazienti a singole categorie diagnostiche. Ecco uno dei motivi per cui il Ministero della Sanità scelse questo sistema.

    La logica del rimborso può essere opinabile ma, quello è e quello resta. Troverei più importante valutare se questo sistema incide positivamente o meno sulla qualità assistenziale offerta del Sistema Sanitario Nazionale. In pratica se stavamo meglio quando stavamo peggio.

    Alla fine è questo che conta.

    • 14 dicembre 2009 alle 15:56

      Esatto caro!
      Negi USA, dov’è nato e si usa … si usa prima!
      E non è un gioco di parole.

      Non ho mai detto che l’omogenizzazione delle diagnosi per raggruppamenti omogenei sia inutile dal punto di vista sanitario. Non nè ho alcun titolo.
      Ho detto, ripeto e ribadisco che in un sistema di protezione universale è uno dei tanti innesti perniciosi di logiche aziebndalistiche USA, il quale si presta a fortissoni abusi.
      Anche prima.

      Con questa logica di tariffazione è stato possibile satbilitre un tariffario ad hoc per Villa Satnta Terese, tanto èper non fare nomi e cognomi. (Alemeno stando alle intercettazioni rese pubbliche).

      Detto ciò io mi occupo dei “sistemi di sicurezza sociale”, non del merito delle cure.

      • Sebastian
        14 dicembre 2009 alle 16:25

        Non stiamo entrando nel merito delle cure. Non è il caso. Come diciamo a Palermo “si rumpi u telfono!”. Chi si occupa dei DRG (medici in genere) ha in mano un nuovo mestiere anche interessante se vuoi. Ricco, anche di estrosità!

        Quella per Villa Santa Teresa (almeno stando alle intercettazioni rese pubbliche) è un’aberrazione particolare del sistema. Probabilmente qualsiasi altro sistema sarebbe stato bucato da una volontà ferma di azione illegale. Non puoi mettere un carabiniere per ogni via della città.

        Che vuoi che ti dica. Aspettiamo un sistema migliore. Sicuramente il DRG avrà ancora vita lunga anzi, prevedo lunghissima. E’ sicuramente migliorabile in alcuni suoi aspetti, e lo permette. In Italia poi i medici, detentori del potere della salute dei cittadini, sono una categoria potente, non è come negli USA. Poi quelli cattolici! E questo conta tantissimo su eventuali sviluppi in sanità.

      • 14 dicembre 2009 alle 16:54

        terribile refuso! “Non ne ho alcun titolo”

  4. 15 dicembre 2009 alle 19:54

    (segue a:
    https://terradinessuno.wordpress.com/2009/12/09/la-salute-impresa-collettiva/#comment-7690)
    @Kal about “Per quello che scrivi o sei un giusnaturalista fondamentalista o non lo sei del tutto…”.
    Cosa avevo scritto? Che riconoscere al fatto stesso dell’esistenza concreta di un essere umano la capacità di vincolare tutti gli altri al suo rispetto è un’implicita ammissione dell’esistenza di diritti preesistenti al diritto positivo.
    No, non sono né un giusnaturalista fondamentalista né un giuspositivista “critico” né di nessun’altra tendenza. Mi permetto di dire che arrivi a questa conclusione perché ho saltato alcune premesse che esplicito qui di seguito.
    La parola chiave qui sopra è “esistenza”. C’è una certa tradizione che rielabora filosoficamente l’articolazione dei concetti teologici di persona e natura. E’ il caso di citare la classica definizione boeziana di persona: “individua substantia rationalis naturae” (“sostanza indivisibile di natura razionale”). Significa che nel rapporto tra natura e persona è quest’ultima ad avere il primato, essendo “sostanza”, vale a dire ciò che dà concretezza all’ente. Tommaso d’Aquino riprende e rielabora la nozione di Boezio così: “persona est subsistens in rationali natura” (“la persona è sussistente nella natura razionale”). In questo modo, sostituendo “substantia” con “subsistentia“, si accentua il carattere “esistenziale” del sostrato personalistico della natura razionale.
    Il giusnaturalismo che io sostengo qui si richiama a questa tradizione filosofica che precede e NON coincide del tutto con quella che darà vita al giusnaturalismo classico. Quali le differenze? Nel giusnaturalismo “classico” la natura è presa come l’universale di cui la singola persona è come il caso particolare. Di conseguenza in questa antropologia la natura ha un ruolo preminente rispetto alla persona. Gli aspetti che vengono in primo piano sono l’universalità, l’oggettività, l’immutabilità e l’autoreferenzialità della natura umana, che in questo senso è intesa come “legge”. Nella prospettiva boeziana-tomasiana, invece, come si è visto, la persona ha il primato ontologico sulla natura. In brevi parole non si è persona perché di natura razionale, ma viceversa, un ente ha certe caratteristiche naturali, in particolare la razionalità, se e perché è persona. La natura razionale non è una sostanza ipostatizzata ma una qualità, una qualità essenziale appropriata all’esser persona. In questa prospettiva, gli aspetti della natura umana che vengono in primo piano sono adesso quelli legati al concreto modo d’esistenza della natura razionale nella persona: la storicità, l’intersoggettività, la crescita e soprattutto il riferimento all’altro o autotrascendimento. Le persone (gli individui, le collettività, i popoli) scoprono le prerogative naturali che sono loro proprie (tra cui i diritti) esercitando la propria natura razionale dentro le dinamiche storiche, di crescita, di intersoggettività (conflitti, cooperazione, consenso, compromesso) coincidenti con il loro esistere nel tempo.

    Applico ora queste premesse alle tue obiezioni:

    1. “Che c’entra il legalismo con il giuspositivismo? Il sabato è fatto per l’uomo; appunto. Ma fatto da chi? Da Dio? E non è positivo, dunque!”

    Τὸ σάββατον διὰ τὸν ἄνθρωπον ἐγένετο καὶ οὐχ ὁ ἄνθρωπος διὰ τὸ σάββατον·
    “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”.
    Il legalismo non c’entra nulla, appunto. Qui ho citato Marco 2,27 leggendo ànthropon (uomo) con “persona” (termine inesistente, in quanto tale, sia in ebraico che in greco, ma non ignoto nel suo nucleo concettuale) e sàbbaton (sabato) nella sua essenza di norma positiva (posta da Dio o da altro legislatore umano, come giustamente rilevi tu, qui non conta). Perciò si legge così: la persona è preminente sulla norma positiva.

    2.”E poi Giampi dov’è che sono sti diritti universalmente riconosciuti? Salute compresa?”

    Ove venga riconosciuta come diritto della persona, la salute è, perciò stesso, riconociuta come un diritto universale; ma non tutti i diritti lo sono sempre e ovunque, perché, come la persona trascende la propria stessa natura, i diritti trascendono e trascenderanno sempre la loro traduzione razionale nell’ordinamento positivo. Questo processo di individuazione, articolazione, personalizzazione, universalizzazione dei diritti, nei soggetti e nei beni tutelati, non finirà mai, come non finirà mai il processo di umanizzazione dell’ordinamento positivo.

    3. “Si tratta sempre del riconoscimento a tutti ad opera di una parte, con il suo proprio ordinamento e nel suo proprio ordinamento. E non mi riferisco ai soggetti “esclusi”, ad esempio loro malgrado; ma anche ai soggetti “auto-esclusi” (per quanto non ci sia altro modo comparativo per rapprersentere l’ossimoro che propongo)”.

    Qui la lettura personalistica del giusnaturalismo sottoscriverebbe quanto dici, per il principio di apertura all’altro e di intersoggettività. Intanto, e significativamente, i diritti non sono “concessi”, ma “riconosciuti” dall’ordinamento positivo. Ma poi c’è l’indivisibilità dei diritti: nessuno può rivendicare per sé un diritto senza rivendicarlo per ogni altra persona, nessuno può violare un diritto senza implicitamente violarli tutti. Infatti l’unico modo di escludere un soggetto da un diritto è porne in dubbio il suo statuto personalistico (come accade per esempio nel caso degli embrioni umani).

    4. “La questione, per il giuspositivista anche non necessariamente critico, è quella deontologica in ordine al riconoscimento di codesti diritti. Nello stesso istante in cui un’autorità provvede alla ricognizione dell’esistenza universale di essi, essi si positivizzano. E la loro positivizzazione non è un effetto deontologico ma una volontà Politica. Ma chi è quell’autorità? Da dove ripete la sua legittimazione?”

    I diritti si positivizzano perché questa è la loro intima natura razionale, cioè intersoggettiva: vogliono essere riconosciuti, DEVONO essere riconosciuti. La radice della validità del diritto positivo è nella sua forma legale. Ma su che cosa si fonda la validità della legge stessa? Cerco di esprimermi meglio: se le leggi valgono entro certe condizioni convenzionali, da che cosa deriva la validità del convenire stesso? Cosa ci lega a tener fede alla convenzione? Se fossimo vincolati da una norma esterna o da considerazioni a posteriori come vuole Rousseau o considerazioni utilitaristiche come vuole Hobbes avremmo una petitio principii. Il diritto che abbiamo a veder rispettate le promesse altrui è fondato sul diritto altrui a veder rispettate le nostre. E siamo ancora una volta al principio di autotrascendimento, di apertura essenziale all’altro, dell’essere-intimamente-per-l’altro che coincide con l’essere persona.

    5. “Il fatto che ci siano diritti, come generalmente quello alla salute, che sia dotato di vis espansiva e che tale vis la si faccia discendere con il loro intrinseco collegamento all’Uomo e che per tale fatto gli si possa riconoscere un rango superiore ad altri, così da rendere recessivi quelli in contrasto con essi, non ne da un diritto naturale. Tutto ciò viene senmpre posto ed accettato. Esso è naturale nella misura in cui il diritto per sè è considerato naturale cioè coessenziale alla natura umana”.

    Questi “diritti intrinsecamente inerenti all’Uomo” di cui tu dici non si devono intendere, nella prospettiva che qui propongo, come inerenti una natura astrattamente (filosoficamente) interpretata ma in quanto inerenti alle persone concretamente esistenti ed alle loro rivendicazioni; dunque nelle concrete dinamiche storiche del contraddittorio politico e del conflitto sociale.

    Volendo, per una esposizione più ampia della fondazione personalistica di una prospettiva giusnaturalistica si può anche vedere, qui in TdN:

    Dal soggetto ai diritti:
    https://terradinessuno.wordpress.com/lodissea-del-soggetto-dal-soggetto-ai-diritti-antropologia-filosofica/dal-soggetto-ai-diritti/

    Appunti per una bioetica dei diritti:
    https://terradinessuno.wordpress.com/dispensa-di-bioetica/appunti-per-una-bioetica-dei-diritti/

    Giampiero Tre Re

    • 15 dicembre 2009 alle 20:58

      Il link funziona, solo che non ho ancora avuto tempo di leggere il malloppo. Ore ne metti altri due ! E va bene, leggeremo.

      Nel mentre.
      Hai strutturato la conversazione a spizzichi e bocconi dell’altra sera. Ma mentre a spizzichi e bocconi il tuo ragionamento mi era parso più persuasivo (si vede che mi sono distratto!), ora mi viene da dirti: – e si. Sei proprio un giuspositivisita!!!!!!

      Ma andiamo per ordine.
      1. «Perciò si legge così: la persona è preminente sulla norma positiva. »
      Ti piace leggerlo così, perchè la Persona è una creazione del diritto positivo. O se anche volessi dire che è riconosciuta dal, comuque non deve esserelo di necessità. Persona è Persona dentro un sistema. Fuiri da quello è materiale biologoco. Pensa agli schiavi del diritto romano.

      2. «Questo processo di individuazione, articolazione, personalizzazione, universalizzazione dei diritti, nei soggetti e nei beni tutelati, non finirà mai, come non finirà mai il processo di umanizzazione dell’ordinamento positivo.»
      Qui non c’è nulla di giusnaturalismo, neanche nel senso giusposititivistico che tu sposi. L’ordinamento positivo è autopoietico per definizione. Ed è di e e per le persone.

      3. «Intanto, e significativamente, i diritti non sono “concessi”, ma “riconosciuti” dall’ordinamento positivo.»
      Ho scritto riconosciuti nel senso del metodo tipologico, ma sai bene che intendevo dire “concessi”!!
      Se comunque tutti essi esistono e sono “riconosciuti” e non “concessi” e nondimeno “non devono” essere riconosciuti/concessi, ma, francamente, possono essere riconosciuti, essi esistono solo per diritto positivo.

      «Ma poi c’è l’indivisibilità dei diritti: nessuno può rivendicare per sé un diritto senza rivendicarlo per ogni altra persona,»
      Falso. L’ordinamento è pieno di privilegi leciti.

      «nessuno può violare un diritto senza implicitamente violarli tutti.»
      Falso. La violazione di tutti i diritti è equivalente alla loro osservanza. Si può violare un diritto solo se se ne rispetta un altro ad esso opposto.

      «Infatti l’unico modo di escludere un soggetto da un diritto è porne in dubbio il suo statuto personalistico (come accade per esempio nel caso degli embrioni umani).»

      q.e.d.: l’ordinamento positivo stabilisce – beninteso per la sua sfera – i confini anche di quello naturale.

      4. «Il diritto che abbiamo a veder rispettate le promesse altrui è fondato sul diritto altrui a veder rispettate le nostre. E siamo ancora una volta al principio di autotrascendimento, di apertura essenziale all’altro, di essere intimamente per l’altro che coincide con l’essere persona.»
      Questa è solo una forma del diritto. Il diritto democratico e liberale non esaurisce il diritto. Ci piaccia o no ci sono ordinamenti nondimeno giuridici, che hanno presupposti inversi a quelli sopra da te delineati. E spesso sono ordinamenti che si richiamano a (gius)naturalismo classico. A parte l’ordinamento mafioso, e quello cavalleresco, e quello militare di guerra, si sono tutti i fondamentalismi: quali essi siano.

      (Nota: avevo in un primo tempo letto “le prEmesse altrui”. E avevo scritto quanto sopra. Qaundo mi sono accorto che era prOmesse, ho deciso di lasciarlo cos’ come lo si legge.)

      5. «Questi “diritti intrinsecamente inerenti all’uomo” di cui tu dici non si devono intendere, nella prospettiva che qui propongo, come inerenti una natura astrattamente (filosoficamente) interpretata ma in quanto inerenti alle persone concretamente esistenti ed alle loro rivendicazioni; donque nelle concrete dinamiche storiche del contraddittorio politico e del conflitto sociale.»

      E questo che è, se non diritto positivo!

      Poscritto
      «Volendo, per una esposizione più ampia della fondazione personalistica di una prospettiva giusnaturalistica»

      Giampi, ribadisco: il diritto è prodotto umano. “Tutto ciò viene sempre posto ed accettato. Esso è naturale nella misura in cui il diritto per sè è considerato naturale cioè coessenziale alla natura umana”.
      Dunque perchè arretrare qualle che tu chiami «autotrascendimento, di apertura essenziale all’altro, di essere intimamente per l’altro che coincide con l’essere persona», al giusnaturalismo? Se esso è e resta prodotto (in senso letterale) della ragione dell’uomo? E’ naturale perchè “creato” dall’uomo che è soggetto naturale?
      Sempre positum è.

      Appena posso vado a leggere i due nuovi link.

  5. 16 dicembre 2009 alle 22:24

    Eh, eh. Mi viene da ridere perché questa situazione mi fa ricordare il direttore della mia tesi di dottorato in teologia, Salvatore Privitera, il quale, dopo quattro anni e cinquecento pagine varate, alla vigilia dell’esame mi fa dire, da altri: “la tua tesi è non-cognitivista” (più o meno come dire “giuspositivista” nel mondo del diritto) il che, per un moralista cattolico significa praticamente: “la tua tesi è eretica”.
    Comunque, devi deciderti. Mi classifichi come positivista, ad onta del fatto che io mi dichiari esplicitamente per la dottrina rivale, e poi mi rimproveri (ai punti 1 e 3) di non essere positivista; al punto 2, di non esserlo abbastanza; al punto 4 di esserlo troppo e solo al punto 5 finalmente scriverei qualcosa di completamente giuspositivistico (però senza rendermene bene conto).
    Non sarebbe più semplice concedere che sono effettivamente quel che dico di essere, cioè giusnaturalista, e valutare eventualmente se le mie conclusioni siano coerenti con la loro fondazione?

    P.S. Le tue obiezioni avanzano, a mio avviso, su un piede metodologicamente sbagliato dal punto di vista argomentativo, perché basato sull’assunto (tuo) che “persona” sia concetto del diritto positivo, ignorando la definizione (boeziana-tomasiana) su cui dichiaro in partenza di procedere, secondo la quale la persona (non la natura) è sostanza e dunque su di essa sussista la natura (compreso quindi il diritto naturale e i diritti umani).

    P.P.S. Questo tuo giuspositivismo “critico”, come lo autodefinisci, mi sembra piuttosto dogmatico, tenuto conto del fatto che il giuspositivismo generalmente rifugge dalle questioni fondative, ritenendole intrinsecamente insolubili. Questo perché il giuspositivista nutre il sospetto che dietro il carattere di necessità di cui si ammanta ogni intento fondativo si coltivino le premesse dell’autoritarismo. Ma dalla concezione convenzionalistica della persona, che qua e là affiora dal tuo dire (es. punti 1 e 2), dal predominio del sistema sulla persona, dall’onnipotenza autopoietica della legge positiva, dal primato del politico sul diritto mi sembra ci si esponga assai più facilmente all’arbitrio ed al dispotismo.

    • 17 dicembre 2009 alle 9:46

      Ti vuoi divertire? E allora divertiamoci!

      «per un moralista cattolico significa praticamente: “la tua tesi è eretica”.»
      Su una tesi dottorale, trattandosi di un’opera si scienza, io l’avrei preso come un complimento!!!!!!!!!!!
      EhEh, ci sarà qualcosa di vero? (in quello che abbiano detto entrambi?, Dico Io e il tuo relatore!)

      Sono decisissimo.
      Ai punti 1 e 3 dico solo che non dimostrano l’origine naturale dei diritti. Mi riferivo agli argomenti, Non stavo bluffando!
      Al punto 4 ti ho detto che le varie l’ordinamento positivo può assumer varie configurazioni, per cui la biunivocità legittimente del riciproco riconoscimento di promesse (o anche di premesse) non si verifica sempre, dunque non origina naturalmente. Non ho bluffato nelache questa volta!!
      Al punto 2 di non essere abbastanza giusnaturalista forse! Tu bluffi! Quella cose sono giuspositivistiche … a prescidere (v. infra).
      Al punto 5 ho solo detto che i tuoi argomenti sono giuspositivistici, tanto che per farli giusnaturalistici sei costretto a farmi il cicchetto metodologico. (v. infra) E poi non ti ho detto che non “te ne rendi bene conto”. Semmai che lo sei inconsciamente!
      Anche se sei coerente con le tua premessa (boeziana-tomasiana), e lo sei, questo non dimostra la “verità” della premessa: “la persona è sostanza” non dice nulla di quando la sostanza è persona. Occorre che lo si stabilisca.

      About PPS (e dunque about infra)

      Mizizca!!
      Allora Kelsen che è un giusnaturalista?!

      Dogmatico? Direi di si. Di dogmatica giuridica però!

      «Ma dalla concezione convenzionalistica della persona, che qua e là affiora dal tuo dire (es. punti 1 e 2)».
      Vero.
      «dal predominio del sistema sulla persona».
      Falso. Sono la stesa cosa.

      «dall’onnipotenza autopoietica della legge positiva»
      Vero. Può non piacere.
      «dal primato del politico sul diritto»
      Falso. La protuzione del diritto è soggetta la metodo e alla dogmatica giuridiche. Sono due fasi della stessa cosa. Il diritto si autolimita. Per superare i limiti occore la violenza. Rectius: una violenza superiore a quelle del diritto. Che naturalemente si può manisfestare in diverse forme, con o senza sangue apparente, anche subdolamente. Vedi Berluscioni.
      «mi sembra ci si esponga assai più facilmente all’arbitrio ed al dispotismo».
      Neutro. Qualunque diritto, naturale o positivo, può esservi piegato. E perciò snaturato. Trattasi di contingenze. La scommessa è la produzione per tempo e a sufficienza degli anticorpi. In questo, a mio avviso, il diritto positivo riesce meglio di quello naturale.

      Infine.
      «il giuspositivismo generalmente rifugge dalle questioni fondative, ritenendole intrinsecamente insolubili».
      Generalmente. E comunque “dalla questione fondativa del”. Nel diritto tutto è “fondamento” (positivo). Cioè la garanzia, claudicante quanto vuoi, ma l’unica a disposizione, contro l’arbitrio.

      E’ ovvio che tu puoi definirti giusnaturalista coerente con le premesse boeziana-tomasiane e che io non debba farti violenza dicendoti che sei un giuspositivista inconscio.
      E’ anche ovvio però che posso dire che le cose che dici sono più giupostitivistiche di quanto non siano giusnaturalistiche.
      Se sono giuspositivista critico è perche sono sempre pronto a revocare le proprie certezze.
      Giuspositivista critico = giuspostitivista «circospetto, diffidente nei suoi stessi riguardi, sempre pronto a riconoscere i propri errori, a rimettersi in causa e a ricominciare da capo». (arg. da G. Zagrebelsky, il Crucifige!) e la democrazia.)

      PS Poi, essendo siciliano, il rischio di schepsi è sempre in agguato!!!

  6. 17 dicembre 2009 alle 14:28

    Ma sì, babbiamo!

    – Effettivamente, in un ambiente di teologi moralisti così tradizionalista, anche per uno come me, deciso con tutte le sue forze a rimanere cattolico, l’accusa di eresia può suonare come un complimento.
    Resta però il fatto che io penso di non meritarlo.

    – Tu e Salvatore Privitera potreste avere ragione sul mio non cognitivismo? Può darsi. Ma se novecentosessantaquattro giudici, come ha detto Berlusconi, hanno avuto tutti torto contro di lui, può darsi anche che abbia ragione io sul mio giusnaturalismo. In fondo voi siete solo in due.

    -Vedo che imposti questo nostro dialogo sui diritti umani come una partita di poker, gioco che io non amo, come tu sai, proprio perché, come dici bene, è un gioco relativista. Molto meglio lo scopone scientifico che si gioca con le carte siciliane, molto più “necessario” e giusnaturalista.
    Puoi certamente dire che tu non stai bleffando (non l’ho detto io, né lo penso, davvero). Ma come fai a dire che sto io bleffando? Come hai detto bene a Daniela, l’altra sera, a casa mia, non puoi dire che sto bleffando finché non vieni a vedere il mio gioco.

    • 17 dicembre 2009 alle 16:46

      Ahhh.

      No l’accoppiata era limitata al “non”: non-giusnaturalista!!!!! per canto mio.
      Era una altro complimento stile eresia. Non allineato, originale per forza …. naturale. 🙂

      Ma io ti ho visto!!

  7. 17 dicembre 2009 alle 18:11

    Ai punti 1 e 3 non volevo dimostrare nulla, tanto meno con un procedimento di fondamentalismo biblico. Forse questo ha portato fuori strada la nostra discussione. Ho citato quello che possiamo considerare un brocardo giuridico contenuto (come tanti altri) nelle Scritture, solo per mostrare che i diritti umani sono noti e ritenuti preesistenti al diritto, perché inerenti alla sostanza personale, anche prima che fossero esplicitati nel diritto positivo. In una teoria non c’è niente da dimostrare. La sua validità non sta nel dimostrare, ma nello spiegare a partire da una tesi, e resta in piedi, come minimo, finché un’altra teoria non si dimostri più efficiente, a parità di efficacia di spiegazione.
    Nel nostro caso, io non sono obbligato a dimostrare che la persona è sostanza, né tu a dimostrare che «la Persona è creazione del diritto positivo», ma solo controllare a) che tutte le conseguenze che si traggono dalle rispettive tesi ne siano dedotte correttamente e b) che la tesi opposta non abbia maggiore o pari potere di spiegazione con maggiore economia. Certo che puoi dire della mia tesi che più giuspositivistica che giusnaturalistica. Ma (a parte la difficoltà di stabilire una terza posizione derivante da una mescolanza tra le due teorie che sono reciprocamente dirimenti, quanto alla fondazione dei diritti) per un giusnaturalista questo suona come un voler dimostrare, da parte tua, l’incoerenza d’impianto di una costruzione teorica (che è poi quello che Privitera, lungi dal volersi complimentare, obiettava alla mia tesi di dottorato in teologia).

    Dovremmo provare a definire “fondamento”, “fondativo” e “fondazione”, nel contesto di discorsi prescrittivi, come morale e diritto, perché vedo che li usiamo in maniera diversa. “Questioni fondative”, comprendono per me sia la “fondatezza” (che ha a che fare con gli aspetti formali di validità) che la “fondazione”, che è invece il processo del ricondurre ciò che è fondato alla sua origine o al suo statuto ontologico, o “fondamento”. Per esempio, quando accenni a Kelsen il fraintendimento è in agguato, perché per lui la questione del fondamento si riduce all’esame della validità formale di un ordinamento. Dal mio punto di vista giusnaturalistico, quello che tu chiami «fondamento, che è sempre positivo» (in questa maniera sovrapponendo il concetto di “fondamento” con quello di “atto di fondazione” che è, ovviamente, sempre positivo) non figura affatto come fondante, ma come fondato, a sua volta.
    In una visione giusnaturalistica il fondamento è sempre ontologico, è qualcosa di sostanziale. Nel naturalismo classico, alla Grozio, per dire, questo fondamento sostanziale è la natura e la persona vi è fondata, come anche il diritto positivo; nel giusnaturalismo “personalista” (sto inventando un termine?) questo fondamento sostanziale è invece la persona ed è viceversa la natura ad essere fondata su di essa, perché solo la persona concretamente, sostanzialmente, esiste come tode tì.

    Ad un certo punto tu hai affermato che la persona esiste solo come entità giuridica e, del tutto coerentemente, prosegui dicendo che fuori di un sistema giuridico non esiste che materiale biologico (intendi dire, forse, “natura” in senso pre o non giuridico?). Nel presupposto boeziano-tomasiano quest’affermazione risulta falsa. Così, come credo, non sia da confondere “fondamento” con “atto di fondazione”, il soggetto non è da confondere con l’atto di soggettività e la persona-sussistenza con la persona giuridica. Poiché “persona” è identico a “sostanza” (tode tì, “questo qui”, dice Aristotele) non può essere una creazione di alcunché: c’è e basta. Trovandoci a discorrere di sistemi normativi non è secondario aggiungere che, vista così, la persona è l’unica eccezione valida alla legge di Hume, perché il fatto stesso di esistere ne fa immediatamente un valore non solo per sé, ma anche per l’altro, anche se la persona stessa, per motivi accidentali, interni o esterni, non fosse in grado di rivendicare questa identità. La persona in quanto «natura subsistens» è anche «jus subsistens», diritto sussistente. Il suo diritto sussiste in sé non gli proviene da altro, non gli può esser “concesso”, ma solo “riconosciuto” perché gli appartiene sostanzialmente.
    Inoltre, poiché la natura sussiste nella persona, non viceversa, è il sostrato biologico a sussistere nella persona, non viceversa. Se un sostrato biologico esiste è perché la sostanza personale lo sorregge, non viceversa: se dunque c’è un sostrato biologico, c’è anche sempre la persona, mentre non è detto il contrario.
    Uno schiavo è comunque una persona, anche se un determinato sistema giuridico non è in grado di riconoscervela. Tanto è vero che lo schiavo-biomaterico, per l’ordinamento romano, era un membro della Chiesa esattamente come gli altri per la contemporanea comunità cristiana. Mi potrai obiettare che ciò accade perché anche la Chiesa è un sistema giuridico. Ma non è questo il motivo che essa adduce per affermare il diritto degli schiavi di farne parte; il motivo addotto è sempre la figliolanza di Dio, o l’immagine di Dio, presente in ogni uomo anche prima del battesimo (cioè prima dell’ingresso formale del nuovo membro dentro il sistema giuridico positivo della comunità ecclesiale).

    • 17 dicembre 2009 alle 18:35

      «il motivo addotto è sempre la figliolanza di Dio, o l’immagine di Dio, presente in ogni uomo anche prima del battesimo (cioè prima dell’ingresso formale del nuovo membro dentro il sistema giuridico positivo della comunità ecclesiale).»

      mi limito a chiosare retoricamente la tua chiusa (poi riprendiamo la “questione fondativa”):
      La figliolanza di Dio è un portato giuridico?

  8. 17 dicembre 2009 alle 18:17

    C’è stato un cross-posting. Ho scritto questo commento qui sopra prima di leggere il tuo ultimo. Sei venuto a vedere cosa m’è passato in mano? Che te ne pare? 😀

    • 17 dicembre 2009 alle 18:42

      Niente male! Ma.
      Ma, gira e rigira, anche se fosse vero (indubbiamente lo è in prospettiva giusnaturalistica) che il diritto positivo “riconosce” e non “concede”, fonda (!), per il positivista la questione è se “deve” riconoscere o se “può” misconoscere. E per il positivista di tutta evidenza rispettivamente non deve e può.

      Se abbiamo due parole nuove “personalista” e “critico”, possiamo avere una teoria “nuova”? Hai ragione a dire di no. Ma nuovo materiale comune forse si, o farse ancor meno: un’alleanza strategica. Ma quando la lotta si fa dura, si deve o non si deve, fino a che punto si deve, chi dirime la controversia?
      Può farlo il giusnaturalista non dispotico? Mi mapre di no.
      Può farlo il giuspositivista? Mi pare che sia l’unico.

  9. Sebastian
    17 dicembre 2009 alle 21:03

    Scusa Calogero.

    Hai detto: “E infine ti contraddici: «Per intenderci io resto comunque favorevole all’assistenza sanitaria PUBBLICA. » Ma se era solo per i poveracci!”

    Questa non la capisco proprio. Dov’è la cotraddizione visto che la chiave di lettura è che i ricchi sono anche POTENTI ed amici degli amici e pertanto usufruiscono di corsie preferenziali? Non è ovvio? O vuoi sempre la pappa in bocca?

    Poi dici:

    “«Il privato ha fini che non sono essenzialmente orientati alla fornitura di un servizio di pubblica utilità». Il privato è orientato solo al profitto […]

    Ne sei certo? Anche nel privato (o convenzionato che sempre privato è!) esistono professionisti capaci di adeguarsi ad una morale conforme alla loro etica professionale con dignità e modestia.

    • 18 dicembre 2009 alle 12:37

      opporre la buona volonta’ dei singoli a due modelli privato-pubblico e’ un non argomento

      • Sebastian
        18 dicembre 2009 alle 12:47

        Codice deontologico ed Ordini e Albi Professionali sono buon argomenti.

      • 18 dicembre 2009 alle 12:53

        assolutamente no

  10. Sebastian
    17 dicembre 2009 alle 21:10

    …e basta perchè ho già conati di vomito fra mente, cervello e gola a leggere quelle 4 str*onzate di contestazione che fai in maniera strumentale. Bleah!!!

    • 18 dicembre 2009 alle 12:40

      di fronte a cotale fine, serrato e stringente argomentare non si puo’ che ammettere che la tua confutazione sia inoppugnabile.

      ps fortunatamente in ns ssn cura gratis anche i frustrati crinici come te, dovresti averci piu’ fiducia e provare qualche consultorio.

      • Sebastian
        18 dicembre 2009 alle 12:57

        Le diagnosi cliniche le lascierei fare a chi lo fa per mestiere. E tu dai i numeri, se non sbaglio.
        Sei adirato? Mi spiace, non era nelle mie intenzione stimolarti a tal punto. Chiedo scusa.

      • 18 dicembre 2009 alle 13:02

        infatti, la mia era una ¨diagnosi” sociale !!!
        Io non sono adirato. i tuoi commenti e i tuoi argomenti si commentano da soli.

  11. Sebastian
    18 dicembre 2009 alle 10:39

    ^ Prof. Carlo Marcelletti – Video di natale 2007 ^

    Ultimo Natale trascorso dal Prof. Marcelletti all’Ospedale Civico di Palermo.

  12. Sebastian
    18 dicembre 2009 alle 12:59

    Dici assolutamente no? OK, prendo atto. Non possiamo continuare all’infinito.
    Va bene anche così se sei convinto di questo.

  13. Sebastian
    18 dicembre 2009 alle 13:13

    Scusa Messer Adirato, chi si occupa di formulare una “diagnosi sociale”? Chi da i numeri?

    • 18 dicembre 2009 alle 13:15

      chiunque appartenga a ¨quel” sociale

      • Sebastian
        18 dicembre 2009 alle 13:20

        Mi documenterò. Vedremo se è come dici e, se chiunque può formulare diagnosi sociali nei confronti di qualcuno. Infine il valore reale che hanno. Ti faccio sapere.

        La cura la organizzi personalizzata o adotti un protocollo stabilito?

    • 18 dicembre 2009 alle 13:15

      pS, comunque io do regole usando i numeri degli altri

      • Sebastian
        18 dicembre 2009 alle 14:15

        Se non è zuppa è pan bagnato..

      • 18 dicembre 2009 alle 15:50

        Ah. Medicina unica e unversale.
        Farsi un lavanda di gesso !!! (Liberamente tradotto)

  14. Sebastian
    18 dicembre 2009 alle 15:13

  15. Sebastian
    18 dicembre 2009 alle 16:22

    Farsi una lavanda di gesso?
    Non so cosa sia. Non capisco. Non ne ho la più pallida idea.

  16. 21 dicembre 2009 alle 13:17

    @Kalos
    Bene, riprendiamo da dove eravamo rimasti (vedi:

    https://terradinessuno.wordpress.com/2009/12/09/la-salute-impresa-collettiva/#comment-7770

    La questione che sollevi, il riconoscimento dei diritti, è il passo successivo alla fondazione e quello precedente alla tutela. Posto nei termini in cui tu lo poni, è il rapporto tra “potere” e “dovere”. Mi permetto di correggere un poco la tua prospettiva (ammesso che io stia interpretando bene il tuo pensiero espresso in una forma molto sincopata). Tu dici che per il giusnaturalista i diritti umani devono essere riconosciuti dal legislatore positivo, mentre per il giuspositivista il diritto positivo può (come può non) riconoscere i diritti umani, in tutto o in parte. Io credo che la cosa vada schematizzata in maniera più sottile: per il giusnaturalista classico il legislatore “può” positivizzare i diritti perché “deve” farlo (è vincolato ad un dovere che precede e fonda il suo potere), per il giuspositivista, invece, “deve” riconoscere nella misura in cui “può” fondare (il dovere si realizza e si estende solo entro certe condizioni di possibilità). Nella prospettiva personalistica del giusnaturalismo come appare la questione?
    La questione per il giusnaturalismo d’ispirazione personalista va risolta in analogia con lo speciale rapporto che s’instaura tra “fatto” e “valore” entro le particolari condizioni epistemiche dettate dallo statuto ontologico della persona di “natura subsistens”. Entro questa prospettiva i diritti sono “fatti normativi”. Mi rendo conto di quanto sia spericolato questo ossimoro. Significa che i diritti sono evidenze di valore, non possono essere dimostrati, solo fatti valere. La loro validità si afferma spontaneamente di fronte al tentativo di negarli. Il loro debutto e il loro sviluppo è legato ad una loro interna legge di crescita.
    Ci occorre un ultimo elemento, che è legato al rovesciamento del rapporto natura e persona con l’attribuzione a quest’ultima del primato sulla natura. Abbiamo detto che in questo modo non sono più in primo piano l’universalità e l’impersonalità della legge naturale “classica”, ma la storicità e l’intersoggettività. O meglio, l’universalità della legge va riconosciuta dentro il carattere a suo modo assoluto della persona. All’analogia tra fatto e valore col rapporto tra persona e natura va aggiunta ora un’altra analogia: quella del rapporto tra “razionale” e “pensabile”. L’intrinseca razionalità naturale della legge dev’essere guardata dentro la concreta “pensabilità” dettata dalle condizioni storiche del sistema complessivo di relazioni interpersonali di una collettività comunicante. Il rapporto tra “dovere” e “potere” (da cui eravamo partiti) nella prospettiva del giusnaturalismo personalistico appare in un continuo equilibrio dinamico. Ciò che il legislatore positivo può e deve, in relazione alla fondazione razionale dei diritti è di volta in volta emergente entro concrete condizioni di pensabilità in cui tale fondazione avviene. E’ chiaro pure che, tra queste condizioni, vi è anche l’accumulo di esperienza ed identità collettiva, di memoria giuridica. Ma tra queste condizioni, una delle più potenti in ordine all’attuarsi di quella che abbiamo chiamato “legge della crescita” c’è anche, paradossalmente, la resistenza che queste condizioni oppongono alla rivendicazione spontanea dei diritti. Uno dei più potenti fattori di sviluppo dei diritti è la risposta ai tentativi di una loro violazione (che significano, da un punto di vista epistemologico, il tentativo della loro confutazione pratica). La dialettica, il contraddittorio e il conflitto psicosociale sono le condizioni di pensabilità dei diritti, non meno di cooperazione e consenso.
    Per il momento concludo dicendo che il diritto positivo in questa prospettiva ha un interesse a cercare un dialogo interdisciplinare con le scienze umane e anche con saperi di tipo non scientifico ma sapienziale, come la filosofia o le tradizioni religiose, in ordine all’individuazione, al riconoscimento e alla tutela dei diritti umani. Ed è qui che io vedo innestarsi la comparsa di un nuovo modello di scientificità rivestito da discipline come bioetica e biodiritto.

    • 21 dicembre 2009 alle 15:04

      Verissimo, quello che dico sulla sincope. Perà non ti ha impedito di veder bene.
      Adunque, riprendiamo da dove hai ripreso.
      Tutto quello che dici non sposta di una vigola il problema che io avanzo (Io? No, nulla di nuovo: il giuspositivismo pone.) in ordine al rapporto potere-dovere.
      Infatti, tutto quello che dici sposta solo la barra del dove, quando, cosa, come e perchè “deve riconoscere”; perfino aggiunge che essi siano dinamicamente mutabili (vedi che hai tendenze eretiche ahahahahahahahah!!!!!!). Ma non supera l’obiezione del giuspositista per il quale il “deve” ripete solo da sè.
      Questo e quanto deduci dal “personalismo” (giusnaturalista) è certo un passo avanti che il “criticismo” (giuspositivista) accoglie a braccia aperte, come accoglie a braccia aperte l’invito della tua chiusa.

      Ok. Abbiamo posto tutte le premesse per un dialogo costruttivo. Ma la dimensione personalistica – non diversamente da quella classica – non supera nè il necesario dualismo del giusnaturalismo nè il necessario monismo del giuspositivismo.
      Quello che proponi è veramente acrobatico!
      Domini o non la persona sulla natura, la persona – mi pare di capire – è essa stessa natura, così come lo è il diritto ad (e da) essa relativo.
      E non è questa una sostituzione dell’oggetto?
      Devo o non. Deve o non. Non a che condizioni deve. Il diritto positivo “adeguarsi” a quello del diritto naturale personalisitico?
      Se si, uno dei due sistemi si smaterializza nell’altro, per poi risorgere immantinenti e chiedere chi è la misura della persona? Questo o quello sono diritti umani?

  17. 21 dicembre 2009 alle 15:05

    recte:
    Verissimo, quello che dici sulla sincope. Però non ti ha impedito di veder bene.

  18. 26 dicembre 2009 alle 18:22

    Aggiunto un saggio di approfondimento per questo forum.
    Vedi nella nostra Biblioteca di Terra di Nessuno:

    R. Bucci, “Medical Humanities”: identikit
    http://wp.me/P25ki-v2

  19. 29 dicembre 2009 alle 17:35

    Caro Kal
    Riprendo il discorso dopo l’ennesima interrruzione, dovuta, questa volta, alle fatiche delle vacanze.

    Prima di continuare nella risposta alle tue domande, dobbiamo stabilire una pregiudiziale che è etica, oltre e prima che psicologica ed epistemologica: quella di calarci con simpatia nel punto di vista dell’altro. Mi riferisco in particolare alla tua frase con la quale sintetizzi il mio punto di vista: «la persona è essa stessa natura». Questa tua sintesi è effettivamente conforme al mio pensiero, ma entro precise condizioni del discorso, che occorre esplicitare.

    Questa “natura” nel giusnaturalismo è considerata la fonte del diritto nella sua duplicità dialettica di “libertà” e “dovere” che il termine latino “ius” riduce ad unum.
    Un primo rischio di fraintendimento c’è già nel rapporto tra “dovere” e il senso della libertà in quanto quest’ultima è duplice: possiamo considerarla, infatti, sia come “scelta” sia come “autonomia”. Questi due significati sono riuniti in uno solo quando soggetto e oggetto del dovere sono identici, cioè nel deliberare di sé. Come quando diciamo che il primo dovere è quello di essere se stessi, possiamo chiederci se riguardo a questo deliberare di sé siamo di fronte ad un obbligo o ad una libertà. Non si tratta piuttosto del compimento di ciascuna delle due nell’altra?

    Guardiamo ora più da vicino questo “dovere”. Percepito come una legge naturale esso è soggetto a un’alternativa: o è “contenutistico”, cioè è in qualche modo un preciso dover essere/agire in una determinata maniera o entro certi precisi limiti, e dunque è un dovere eteronomo; oppure è “autonomo”, cioè è un dovere intrinseco alla natura interna del soggetto agente, che è la persona ad imporre a se stessa, ma allora sarà un dovere puramente formale, senza contenuto: un puro “tu devi” che non dice “che cosa” devi qui ed ora.
    Il «tu devi» kantiano, ad esempio, è puramente formale. Ma “cosa” si deve? Qui il deontologismo del Kant della Ragion pura sfocia alla fine nel teleologismo delle massime: «tratta la persona sempre come fine, mai come mezzo» (Kant) la persona è trattata a suo modo come un assoluto, senza che tuttavia Kant sia in grado di costruire un ponte tra il formalismo dell’imperativo categorico e il personalismo delle massime.
    Ciò che tu hai chiamato «la persona [in quanto] è essa stessa natura» è, a mio avviso, questo ponte tra libertà e dovere, autonomia e scelta, contenuto e forma, assolutezza e universalità da una parte e concretezza ed individualità dall’altra.

    Cerchiamo di chiarire brevemente come e perché. Innanzi tutto preciso che l’espressione «la persona è essa stessa natura» va intesa nel senso della sostanzialità della persona: è la persona che è sostanza, non la natura. La persona non è un caso particolare di una natura, ma la sua epifania: ciò che chiamiamo “natura umana” esiste davvero – fatto sta che ci vincola moralmente e giuridicamente con i diritti “umani”, per esempio- ma solo in quanto sussistente nelle persone, con le persone e nelle persone, nella loro coscienza individuale, di classe, di ruoli, di appartenenze, di diversità, di credenze, di espressione, di rivendicazione, di aspirazioni, di bisogni, di ideali, di utopie, di speranze.

    Vediamo quali conseguenze derivano da questa nostra bizzarra impostazione del rapporto natura-persona sul piano normativo (etico e giuridico). In contrapposizione al “particolare” e “relativo”, dimensioni proprie della cultura, nella concezione giusnaturalistica classica la natura riveste due caratteristiche essenziali (per le quali soprattutto essa non riscuote le simpatie del pensiero liberale, che si orienta perciò verso la teoria rivale) l’assolutezza e l’universalità. Ma se «la persona è in se stessa natura» o, detta in altro modo, «persona è sostanzialmente natura» allora queste caratteristiche derivano alla natura dalla persona, non viceversa: la persona è a suo modo assoluta, è ciascuna persona ad essere un universale individuale che contrae in sé l’intera natura umana. Ed è in forza di questa assolutezza ed universalità che si addice alla sua natura che la persona, ovunque esista, non può mai essere trattata come mezzo ma sempre come fine.
    Questo quanto alla forma dell’obbligazione che promana dalla persona. Quanto al contenuto: se la persona è sostanza ogni sua deliberazione è piena di contenuto perché vi è sempre in gioco il senso della sussistenza personale, la sua “salvezza”. Sia il cambiamento che la conservazione possono dar luogo allo sviluppo come all’autodistruzione.

    Caro Kalos. Quando tu mi/ti chiedi: Il legislatore deve/può? Rispondo: anche il legislatore è persona. Dunque, direi: «deve». Ma quando c’interroghiamo su “cosa” concretamente egli deve, c’interroghiamo in realtà sul rapporto tra contenuto e forma del dovere, ed anche tra particolarità ed universalità della statuizione.
    Il legislatore non è, nella prospettiva del giusnaturalismo personalistico, una figura astratta del diritto, ma anche lui una sostanza personale, dunque occorre che prima di deliberare di qualsiasi cosa egli deliberi di sé e si chieda se ciò che pone come norma o legge possa conciliarsi con questa sua autonomia ed esigenza universalistica della decisione.
    Nel dovere di deliberare di sé, che è l’«essere in sé natura» della persona, questo rapporto è dunque “drammatico” in tutti i sensi del termine: cioè è un rapporto dall’esito incerto e caratterizzato da una sua intrinseca “politicità”, discorsività ed intersoggettività. In una parola: responsabilità. La persona è, quasi etimologicamente, direi, uno che risponde di fronte ad un altro, innanzi tutto di sé e dei propri atti; il centro di attribuzione di una libertà responsabile. Quando il legislatore positivo legifera agisce in certo senso in persona humanitatis, compie un atto grave in cui è in gioco la sua salvezza, vale a dire in cui personalmente coinvolta anche l’interpretazione che egli esistenzialmente incarna dell’umano.

  20. 4 gennaio 2010 alle 13:51

    Vedi sull’argomento di questo forum un nuovo contributo inserito nella nostra Biblioteca di Terra di Nessuno.

    Quirino Quisi,
    Diritto alla salute: equità nell’erogazione dei servizi
    http://wp.me/P25ki-vj

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