Anno B, Tempo ordinario, XVII domenica

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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Punto di non ritorno 

Anno B, Tempo ordinario, XVII domenica
2Re 4,42ss; Sal 144; Ef 4,1-6; Gv 6,1-5.
Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente

 

Gv 6,1 Dopo queste cose Gesù se ne andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè il mare di Tiberiade. 2 Una gran folla lo seguiva, perché vedeva i miracoli che egli faceva sugli infermi. 3 Ma Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
4 Or la Pasqua, la festa dei Giudei, era vicina.
5 Gesù dunque, alzati gli occhi e vedendo che una gran folla veniva verso di lui, disse a Filippo: «Dove compreremo del pane perché questa gente abbia da mangiare?» 6 Diceva così per metterlo alla prova; perché sapeva bene quello che stava per fare. 7 Filippo gli rispose: «Duecento denari di pani non bastano perché ciascuno ne riceva un pezzetto». 8 Uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro, gli disse: 9 «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cosa sono per tanta gente?» 10 Gesù disse: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. La gente dunque si sedette, ed erano circa cinquemila uomini. 11 Gesù, quindi, prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì alla gente seduta; lo stesso fece dei pesci, quanti ne vollero. 12 Quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché niente si perda». 13 Essi quindi li raccolsero e riempirono dodici ceste di pezzi che di quei cinque pani d’orzo erano avanzati a quelli che avevano mangiati.
14 La gente dunque, avendo visto il miracolo che Gesù aveva fatto, disse: «Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo». 15 Gesù, quindi, sapendo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo.

La liturgia interrompe la lectio continua del vangelo di Marco per inserire il “Discorso del pane” tratto dal capitolo 6 del vangelo di Giovanni, che ci accompagnerà lungo le prossime cinque settimane, a partire da questa. I versetti di oggi ne raccontano l’antefatto: il miracolo della prima moltiplicazione dei pani, che anche Marco narra. I due evangelisti sono d’altronde concordi sull’epoca dei fatti: ci troviamo nel pieno di quella che abbiamo chiamato la “crisi di Galilea” in cui appare sempre più chiaro ai discepoli, ai capi religiosi ed al popolo l’incompatibilità tra la novità del Regno, nella predicazione di Gesù e l’interpretazione giudaizzante della Torah. All’epoca dei fatti, Gesù è già stato espulso dalla sinagoga di Nazareth e la parola adesso spetta alle autorità religiose centrali di Gerusalemme.
Ma, a differenza di Marco, Giovanni correda il segno della moltiplicazione dei pani con una lunga spiegazione sotto forma di diatriba in stile rabbinico, tra Gesù ed altre autorità religiose. Il Discorso del pane è un punto chiave del cristianesimo, un punto di non ritorno, sempre riconosciuto nella storia dell’esegesi del Nuovo Testamento tra i vertici dell’autorivelazione divina di Cristo. Una pagina del vangelo davvero «dura» che manifestò da subito il proprio singolare destino storico di stabilire criteri di demarcazione della fede non necessariamente rispettosi degli steccati delle ortodossie formalizzate dalle vicendevoli scomuniche. Infatti, su queste parole di Cristo non solo si consumò il primo drammatico “strappo” della sua comunità dal giudaismo istituzionale ma anche quello che potremmo identificare come il primo scisma dentro la comunità stessa di Gesù.
Più che il contenuto del brano di oggi, universalmente noto anche per la suo valore poetico, interessa porre qui in luce elementi apparentemente di dettaglio, ma che offrono in realtà alcune coordinate essenziali per l’interpretazione del brano. La moltiplicazione dei pani si svolge in primavera, forse nell’anno 28. L’evangelista insiste su questa annotazione temporale, sia quando riferisce elementi oggettivi (“Era vicina la Pasqua dei giudei” (6,4)); quando carica di valenza simbolica certi elementi narrativi (“C’era molta erba in quel luogo”; Gesù passa più volte da una riva all’altra del Lago di Galilea, una volta addirittura a piedi, sulle acque) enfatizzando l’azione dell’attraversamento che evoca, a sua volta, la pesach ebraica, il passaggio del Mar Rosso. I fatti, insomma, si svolgono entro una cornice liturgica pasquale. Come vedremo nelle prossime “Litterae” l’interpretazione che Gesù darà del segno dei pani allude di continuo a quel precedente per svilupparsi come un midrash, un’ermeneutica parallela di due fatti storici, che in tal modo dischiudono vicendevolmente e definitivamente i rispettivi contenuti di senso.
Questo pre-testo liturgico e veterotestamentario deve fare da sfondo ad ogni ipotesi di decodifica della cifra simbolica del brano. Allora azzardiamo una nostra piccola mistagogia del miracolo dei pani, in cui soprattutto l’azione dei personaggi diventa segno. I cinquemila che siedono sull’erba sono i reduci d’Israele. Il popolo che essi simboleggiano non è quello all’inizio del suo viaggio di liberazione; infatti, non consumano il cibo in piedi, perché sono ormai giunti nella Terra promessa, nel Regno. Nei cinque pani e due pesci che gli vengono offerti, Gesù accetta il lavoro storico salvifico del popolo dell’antica alleanza e ne moltiplica il frutto, inaugurando così i tempi nuovi della definitiva alleanza. Nella stessa direzione va la raccomandazione di Gesù di non disperdere nulla. La raccolta delle dodici ceste di pezzi avanzati indica il raduno del resto d’Israele, la volontà di Gesù di passare oltre l’antico patto senza tuttavia rinnegare nulla di esso. Per questo la mentalità religiosamente conservatrice, restrittiva, nazionalistica tradita da chi risponde al segno pensando Gesù nei panni di un monarca messianico ha il sapore di una deludente ricaduta all’indietro.

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