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“Non rompere le palle, fratello”. La bestemmia teologica di Monsignor Fisichella

Mons. Salvatore Fisichella, Vescovo Ausiliare ...

Mons. Rino Fisichella

La conoscete la barzelletta di quel tale che nel corso di una lite dà del cornuto a un altro? “Misuri le parole!”, gli ribatte quest’ultimo. E il primo: “Le misurai: risultò cornuto preciso!”.
Nello stesso giorno in cui a un tassista può accadere di essere massacrato di botte per avere investito un cane, pare possa anche accadere, nella stazione della medesima città, che un frate si rivolga in questa maniera così poco caritatevole a chi gli chiede un’elemosina: “Non rompermi le palle, ché vado di fretta”.
Certo, occorre contestualizzare – giusto per applicare la casistica del Rettore Emerito della Pontificia Università Lateranense, Monsignor Fisichella – prima di giudicare; ma mi domando se la contestualizzazione non porterebbe a rendere confrontabili i due episodi, nonostante l’evidente parvitas materiae del secondo rispetto al primo. “Contestualizzare”, in questo caso, significa valutare la gravità oggettiva del fatto anche in base a chi agisce, alla sua autorevolezza e immagine, alle responsabilità pubbliche che lo investono del dovere di dare il buon esempio. Da un seguace del Poverello di Assisi ci si aspetterebbe un modo più compassionevole di rivolgersi ad un fratello afflitto, anche se in fondo si tratta solo di parole, di una frase tagliente sfuggita per impazienza o nervosismo, mentre altri, meno vincolati al buon esempio, riducono in fin di vita un uomo per una venialità.
L’impressione, però, è che Mons. Fisichella esprima una certa chiesa equivocamente dialogante col mondo quando getta un salvagente teologico al comune sentire di una collettività tanto degrata nella sua capacità di giudizio morale. Quando, per esempio, applicando al contrario la classica “fons moralitatis” delle “circostanze”, Fisichella invita a “contestualizzare” le bestemmie del Presidente del Consiglio, anche chi non ha mai letto le risposte dell’Alto Prelato alle lettrici del rotocalco “Oggi” ha l’impressione che il Vescovo giudichi veniale l’atto non perché inserito in un contesto di cameratesca trivialità ma perché compiuto da Silvio Berlusconi. Insomma, l’impressione che non si riesce a reprimere è che in analoghe circostanze Monsignore non l’avrebbe perdonata neppure a se stesso. Non è così, Monsignore? 
Sempre applicando il criterio della rilevanza delle circostanze nel giudizio ultimo-pratico, anche la futilità del contesto nel quale la frase blasfema è stata pronunciata dovrebbe in realtà essere considerata un’aggravante dal punto di vista strettamente morale. A lei non c’è bisogno di ricordare che in Teologia Morale la bestemmia è sempre “materia grave”, che ricade nel secondo comandamento, ma anche l’uomo della strada sa che la bestemmia è una cosa serissima, per la quale Nostro Signore ci ha rimesso la pelle. Ci si vedrebbe lei, Monsignor Fisichella, magari per rendersi più attraente al suo pubblico, a pronunciare una bestemmia, sia pure inserita nel contesto di una stupida barzelletta?
Misuri dunque con obiettività morale la bestemmia del Presidente del Consiglio, Monsignore. Risulta ‘orcoddio preciso.

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Categorie:Zibaldone
  1. manlio schiavo
    15 ottobre 2010 alle 17:32

    Al (mon)signor Fisichella
    Da un credente e cristiano praticante al (mon)signor Fisichella

    Grazie, sinceramente grazie, perché se ancora nutrivamo qualche dubbio o incertezza sul modo di “essere” e di “pensare” di una parte rappresentativa dell’istituzione, ora ci appare sempre più chiara ed evidente una certezza: ancora oggi, all’interno della nostra grande comunità che è la Chiesa abbiamo i “sepolcri imbiancati”, i “farisei ipocriti”, che sostengono- a parole- che bisogna stare attenti “a non venir meno a quello che è il nostro linguaggio e la nostra condizione” (di credenti, di cristiani, di testimoni del Vangelo); ma che, nello stesso tempo, di fronte ad atteggiamenti e a parole s-pudorati e in-decenti, sostengono
    ( da credenti! da cristiani! da testimoni del Vangelo! da autorevoli rappresentanti dell’istituzione!) che “dobbiamo … guardare a cose più importanti” .
    Proprio contestualizzando, ci sono, quindi, cose più importanti (!) del rispetto del senso di Dio e del suo Nome, del rispetto per la dignità della persona e della donna, in particolare.
    Fatta salva sempre la disponibilità al perdono per chi dia prova di sincero e reale pentimento, da parte del (mon)signor Fisichella nessuna parola evangelica “forte” di indignazione, nessun richiamo evangelico “forte”: non bisogna “disturbare” più di tanto il “Grande Fratello”!
    “Nessun servitore può servire due padroni” (Lc 16,13).
    “ I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro:« Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole»” (Lc 16,14-15).
    E questo (mon)signore è Presidente del Pontificio Consiglio per promuovere la nuova evangelizzazione??

    • 16 ottobre 2010 alle 11:03

      Caro Manlio,
      le do il benvenuto in questa Terra di Nessuno. La ringrazio del suo contributo e della sua indignazione. Glielo dico perché penso che anche a lei capiti, come accade a me, di sentirsi un po’ fuori luogo quando ci si indigna. Si passa un po’ per bacchettoni, insomma.
      Chi è Fisichella? Il suo “coccodrillo” dice al momento, appunto, che egli è da poco il primo Presidente del neonato Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, istituito col motu proprioUbicumque et Semper “di Benedetto XVI (vedi). Fisichella dovrà, in pratica, mettere in piedi questa nuova istituzione della Santa Sede.
      Alla cerimonia di presentazione (12 ottobre 2010) Fisichella ha detto, tra l’altro: “Non rimaniamo in silenzio davanti al distacco di molti fedeli dalla Chiesa […] Se forse lo siamo stati davanti a queste situazioni [scil. scristianizzazione e secolarizzazione], ora è il momento di riprendere la nostra parola forte e coraggiosa perché siamo araldi del Vangelo […] I cristiani sono chiamati a essere presenti in politica, nella cultura, nella scienza e devono dare una testimonianza coerente. I laici, in particolare, possono agire laddove solo loro possono agire”. “Dovremo evitare anzitutto che ‘nuova evangelizzazione’ risuoni come una formula astratta. Dovremo riempirla di contenuti teologici e pastorali e lo faremo forti del magistero di questi ultimi decenni […] studiare e favorire l’utilizzo delle moderne forme di comunicazione, come strumenti per la nuova evangelizzazione”.

      Da studente di teologia ho personalmente conosciuto Fisichella quando insegnava alla PUG, la Pontificia Università Gregoriana. Allora si parlava di Fisichella solo col tempo futuro: “sarà”, “diventerà”. Questa notazione pongo qui a margine per dire che Fisichella può cercare d’imbrogliare i giornalisti quando applica il teorema delle “fontes moralitates” alle bestemmie di Berlusconi, ma non può certo ingannare se stesso come teologo. Quindi penso che l’uso distorto (“a convenienza”, si dice qui da noi) del teorema sia stato consapevole da parte del Fisichella. Spero vivamente che ciò non sia un esempio pratico di quello che il Monsignore intenda con l’espressione “riempire di contenuti teologici” la Nuova Evangelizzazione.
      L’altro dettaglio che di lui mi colpiva era il look strigliato che esibiva, il clergyman impeccabile e l’aura all’Acqua di Parma entro la cui sfera si muoveva, e di questo dirò per chiosare l’espressione fisichelliana “uso dei mezzi di comunicazione” nella rievangelizzare. Molti anni dopo ho rivisto il professor Fisichella in tv, allorché il suo futuro era ormai divenuto indefettibilmente presente, nelle sue frequenti comparse nel salotto di Bruno Vespa, invitato, suppongo, più in qualità di Cappellano della Camera dei Deputati che di Preside della Pontificia Università Lateranense. Sono anche divenuto accanito lettore della sua rubrica di posta nella rivista “Oggi”.
      Non sono mai riuscito a non associare l’immagine che promanava dallo schermo e dalle righe con la fragranza di Acqua di Parma.

  2. giulia
    15 ottobre 2010 alle 22:16

    Giampiero Tre Re

    Io non so quante volte ciascuno ha incontrato un fratello meno fortunato su un soglio di strada Quante volte ciascuno ha negato qualcosa voltando lo sguardo Nè se fosse stato giusto Più volte mi sono chiesta se lo fosse quelle volte in cui ho porto una moneta Aldilà della profonda dignità del gesto in chi la accoglie.
    Non rompere le palle fratello Non so se fosse il più contrastato invito a uno scambio radicale La contraddizione di chi potrebbe avere tutto La rabbiosa protesta malcelata al male e alla sofferenza Non so se era in quel momento un invito radicale a un cambiamento. Quando non meno spesso le nostre strade si riempiono di bisognosi. Davvero c’ è ancora da chiedere alla carità dei religiosi..

    • 16 ottobre 2010 alle 9:38

      Cara Giulia,
      vorrei saper leggere attraverso il suo singolare uso della punteggiatura, in cui esiste solo il punto fermo. Che a volte si assenta, laddove non dovrebbe, e te lo ritrovi inatteso alla fin dei conti, a formare un inedito due punti. E non sai se quello sta lì in più o in meno, a raddoppiare un’affermazione o come una sospensione incompleta, a lasciare in aria un interrogativo. O semplicemente da punto sfuggito alla punta delle dita, impertinente soprannumerario.

    • giulia
      16 ottobre 2010 alle 11:25

      Giampiero Tre Re
      Allora ci siamo Capiti Grazie
      .Ti Aspetto Un Bacio 🙂
      Indietro!

  3. Rosa
    17 ottobre 2010 alle 17:59

    Non do mai elemosine. Come atto compassionevole potrei, ammesso che il semaforo me lo permettesse, parlare della pratica buddista, che permette di trasformare la vita e realizzare un buon successo sociale ed economico.
    Le persone che vivono chiedendo soldi agli altri, mi fanno tanta pena, ma non perchè le considero sfortunate. Esse calpestano la loro natura e ignorano le loro potenzialità.
    Chiedere, come pure fare la carità è una cosa che mi ripugna.
    Ognuno dovrebbe sbracciarsi e impegnarsi per realizzare un progetto di vita, il proprio pogetto di vita.
    Dare anche un centesimo, significa alimentare il senso della deresponsabilizzazione. Se sei povero, non è la sfortuna o il destino che ti ha sfavorito, ma sei tu che non hai saputo fare. Nella vita, comunque, c’è sempre una nuova opportunità e si ricomincia da questo momento.
    A quel povero direi: non rompere le palle e vai a cercarti un lavoro!

  4. giulia
    3 febbraio 2011 alle 20:57

    Matilda

  1. 13 ottobre 2010 alle 13:01

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