Dio di Abramo, Ratzinger e Mancuso

Non esiste alcuna specificità della morale cristiana. Non esiste non solo e non tanto nel senso che la riflessione teologica non possa far altro che esprimere ed, in fondo, appiattirsi su un’etica filosofica, ma soprattutto nel senso che la vocazione della riflessione morale cristiana non sta nell’affermare qualcosa, bensì nel negare per principio che le esigenze morali del vangelo possano mai essere compiutamente esaurite da una qualsiasi formulazione di una moralità positiva, sia pure teologica.
Ciò nonostante, a dispetto dell’ignoranza, diffusissima tra i cattolici italiani, circa la propria religione, l’identità del cattolicesimo nostrano si gioca oggi, più che su questioni o verità rivelate strettamente attinenti alla fede, come sempre avveniva in passato, su un pugno di principi morali ritenuti irrinunciabili ancorché divenuti tali solo molto di recente. Significativo al riguardo è l’uso nella comunicazione di neologismi per indicare questi principi quali “eticamente sensibili” o “valori non negoziabili”: la vita fisica, la famiglia fondata sul matrimonio, l’educazione. Sullo sfondo di questa strada senza uscita in cui il magistero italiano è andato a cacciarsi, il secondo libro di Benedetto XVI dedicato a Gesù di Nazareth si muove con moto apparente di paradossale controtendenza.

In una recensione apparsa oggi sul quotidiano La Repubblica, il teologo Vito Mancuso avanza alcune critiche avviando il discorso proprio a partire dall’enorme differenza di verità che in ordine alla salvezza esiste tra principi di fede e valori morali e a partire dal fatto che Ratzinger non sembra voler riservare a questi ultimi nessuna particolare considerazione. Secondo Mancuso lo scopo del Papa già nel primo volume era manifestamente quello di saldare l’identità divina del Cristo alla storicità della sua vicenda esistenziale esattamente testimoniata nei vangeli. Sempre secondo Mancuso, però, in questo secondo volume il Papa si sarebbe visto costretto a venir meno al suo proposito di stabilire una così netta corrispondenza tra storicità di Gesù di Nazareth e identità divina del Cristo della fede. Nelle pagine dedicate al processo a Gesù, ad esempio, Ratzinger stesso deve ammettere che questa stretta corrispondenza, oltre che abbandonata in esegesi, non è neppure autorizzata dagli stessi Vangeli. La critica del teologo milanese traspare chiaramente tra le righe: ad esser presa di mira è la concezione “reificante” della verità assunta dal Papa, in particolare della verità storica, cui la mente può solo inchinarsi. «Non è data nessuna statica verità oggettiva che si impone alla mente e che occorre solo riconoscere», scrive Mancuso, il quale preferisce leggere invece, nei Vangeli, la dimostrazione di un diritto, esercitato dagli stessi evangelisti, di interpretazione del dato storico in nome di una superiore libertà cristiana.
Sfortunatamente, però, in questo modo la questione diventa una controversia irrisolvibile, posto che tanto Ratzinger quanto Mancuso trattano la cristologia dei sinottici esattamente come se fosse la cristologia speculativa del prologo giovanneo o come se davvero la nozione di storicità in Matteo, Marco e Luca coincidesse in tutto e per tutto con quella di noi “moderni”. Difficilmente, per dirla tutta, i due teologi Ratzinger e Mancuso troverebbero per questa via un punto di accordo quando si trattasse di stabilire in che senso debba intendersi la “storicità” dei racconti evangelici della Resurrezione.
Occorre invece chinarsi prima di tutto sui testi a comprenderne il senso del narrare; i modi linguistici, i caratteri espressivi e concettuali della differenza tra storicità e narratività. E di come appare diversamente ciò che noi chiamiamo “verità storica” dal punto di vista della storicità e rispettivamente dall’altro, quello della narrazione.

C’è un tempo per ogni cosa e forse questo è il tempo di alleggerire l’insistenza con la quale da secoli ormai la cristianità privilegia una lettura speculativa del testo sacro, per tornare alla scoperta del senso evangelico del narrare.
Prendiamo, ad esempio, un altro degli spunti del libro del Papa che più stanno facendo discutere: il giudizio sul presunto carattere politico e sulla portata rivoluzionaria della predicazione di Gesù. Concordo col teologo Ratzinger quando nega che Gesù fu un rivoluzionario, perché la rivoluzione è un mito della modernità. L’illusione di azzerare la storia per ricominciare da capo rimane appunto un mito, a meno che non ci si appelli ad una grazia trascendente capace di liberare l’uomo dall’alienazione più radicale: quella della sua stessa autodistruttività. Affinché Gesù possa legittimamente essere chiamato rivoluzionario dovrebbe dunque ammettersi proprio ciò che Ratzinger propone: il carattere non mitologico della Resurrezione. Ma non concordo col teologo Ratzinger quando afferma che Gesù avrebbe separato storicamente religione e politica. Il racconto sinottico dice in realtà molto di più, Gesù separava piuttosto fede e religione. E così (giusto per fare solo un esempio su un punto da sempre assai travagliato del dibattito intra ed interconfessionale, fino ad arrivare al nostro Mancuso) quando Matteo dice che «tutto il popolo» reclamò la condanna a morte di Gesù (Mt 27,25), l’evangelista si riferisce alle strutture storiche e alle istituzioni visibili del giudaismo, in particolare al Sinedrio e al culto del tempio, più che all’esperienza di fede di Israele in quanto popolo eletto.
La definizione “narrativa” della fede in rapporto alla religione, oltre che spiegare molto meglio la personale vicenda storica di Cristo, lungi dal separare fede e politica accresce la rilevanza politica della fede, perché acuisce il rapporto tra politica e prassi cristiana nel segno della conflittualità. E questo è anche il senso proprio della “metanoia” dei sinottici: il “pentimento” è il controllo dell’ortoprassi cristiana sull’autenticità della professione di fede nel segno di un continuo esercizio critico di falsificazione di qualsiasi modello di morale religiosa che si pretenda definitiva.

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  1. 11 marzo 2011 alle 20:55

    Siii.
    Ma non è che ci puoi scummigghiare la carte accussì, tu. E che ci lasci poi nda le mani, secci levi la rreligggione! Come puoi essere attore nel mercato globale, se pensi all’evangelizzazione: strictu sensu.

    E’ vero che c’è un tempo per ogni cosa, infatti è anche vero che non c’è nulla di nuovo sotto il sole; cambiano solo le sovrastrutture, ma al fondo, ben nascosto, c’è solo u cumannari, ca ‘ megghiu du …tiri.

  2. lycopodium
    12 marzo 2011 alle 20:13

    D’accordo con l’inconsistenza delle tesi di Mancuso, ma non credo si debba ancora riproporre il vecchio clichè della contrapposizione fede/religione. L’uomo creato è homo religiosus e nei suoi confronti l’opera di Cristo non è certo quella di distruzione, se mai di conversione.

    • 13 marzo 2011 alle 0:59

      Benvenuto su Terra di Nessuno.
      – Perché definisce «vecchio clichè» la contrapposizione (veramente io ho scritto «separazione») fede/religione? Può citare qualche pezza d’appoggio?
      -Anche se qui propongo il ritorno alla narratività come terapia alla crisi di comunicativa del magistero cattolico contemporaneo non ho nulla in contrario per principio all’approccio speculativo che lei sembra prediligere. Così potrei semplicemente risponderle che se la creatura umana è naturaliter religiosa, la fede, in quanto virtù teologale, è grazia increata, trascendente, soprannaturale. La distinzione tra religione e fede appare già abbastanza evidente, anche senza appellarsi a Paolo secondo il quale la religione è destinata a scomparire come la profezia, mentre la fede è tra quelle cose che resteranno per sempre, insieme alla speranza e alla carità.
      Ma che può dirci al proposito la cristologia narrativa? Che Gesù di Nazareth fu effettivamente un religioso. Figlio di un fariseo, educato secondo la migliore tradizione del giudaismo, ebreo osservante, rabbi, ancorché laico, tra i più profondi conoscitori della Torah di Mosè di tutti i tempi, Gesù frequenta la sinagoga e il Tempio, venera le Scritture e i simboli religiosi, celebra devotamente i riti e rispetta i cicli liturgici. Al tempo stesso vediamo che Gesù di Nazareth relativizza la norma religiosa, non solo quelle igieco-alimentari ma anche quelle più elevate, come quelle matrimoniali e persino quelle sul sabato. Persino la predicazione apocalittica di un contestatore religioso come Giovanni Battista è lasciata alle spalle: vediamo Gesù abrogare leggi, attribuirsi prerogative, come il perdono dei peccati, dalla Torah riservate a Dio solo, dichiarare provvisorio il culto del Tempio e soprattutto contestare radicalmente il sacerdozio giudaico, delegittimandolo. Fino a subire la reazione del potere religioso che ne decreta la morte. Colpito da una maledizione legale (cfr. Dt 21,23) il Nazareno viene consegnato al braccio secolare e giustiziato. Sepolto con gli onori delle esequie religiose del tempo viene annunziato tre giorni dopo investito di un potere che nessuna religione si è mai nepppure sognato in precedenza: quello della vita eterna.

  3. lycopodium
    13 marzo 2011 alle 8:53

    Uno così va giustamente adorato, invocato, pregato, accolto; con Uno così bisogna entrare in comunione e con i modi e i tempi che Lui ha consegnato…
    L’approccio narrativo, quando non si limita a fare la narrazione della narrazione della narrazione, lì giunge.
    È ovvio che l’Evento di Gesù Cristo non è successione o semplice compimento sul medesimo piano della dimensione religiosa, ma una volta avvenuto, l’accedervi non implica affatto l’oltrepassamento, la distruzione o la censura.
    L’homo religiosus è già pensato e creato il Cristo, originalmente e originariamente.

    • 13 marzo 2011 alle 18:23

      @Lycopodium
      «Uno così va giustamente adorato…»: sì, sarebbe la naturale conclusione di un’esperienza religiosa. Ma non è così che finisce il vangelo, non con la celebrazione, ma con l’annuncio: si torna al kerygma, alla metànoia, alla sequela, alla missione. Uno così ci chiama amici, non servi. Ci accoglie nell’unicità altrimenti incomunicabile della sua esperienza filiale di Dio.
      «L’approccio narrativo … lì giunge». Scusi, lì dove?
      «L’evento Cristo non implica … la distruzione o la censura». Ho parlato di separazione fede/religione, non di contrapposizione o distruzione. Certo, la grazia eleva la natura, non la distrugge. Narrativamente: non è il popolo ebraico che è abolito o la sua religione, ma solo il culto del Tempio, il sacrificio.
      Da un punto di vista narrativo la separazione tra fede e religione significa innanzi tutto che l’evento Cristo redime la religione dalla sua connaturata violenza, dalla sua tendenza a giudicare, a separare e relegare, dalla sua pretesa di assolutezza, di monopolizzare l’accesso al divino, di bastare alla salvezza. L’evento Cristo ci dice che l’esperienza di fede e l’appartenenza religiosa sono cose indipendenti: si può aver fede senza esser religiosi ed esser religiosi senza avere fede. Anzi quest’ultima è la condizione normale dell’essere religioso: in quanto pretesa di autogiustificazione è pregiudizialmente chiusa all’esperienza di fede. Un ostacolo, specie alla fede altrui.

  4. lycopodium
    13 marzo 2011 alle 8:55

    p.s. Quanto al clichè, sta dappertutto. Il che è statisticamente impossibile che sia diverso da un riflesso condizionato (un impensato anche in ottimi pensatori).

    • 13 marzo 2011 alle 10:56

      Se sta dappertutto non le sarà difficile fornire qualche esempio.

    • 13 marzo 2011 alle 15:07

      Scusi sig. piede di lupo, ma la sua risposta non le semba un po’ troppo stitica; specie per un lycopodium?!

      • lycopodium
        17 marzo 2011 alle 9:01

        Non direi, forse troppa sintesi, ma un commento non è un saggio (che cmq non sono capace di scrivere).
        Quanto al nickname, stando allo dottrina omeopatica, mette insieme l’assonanza al nome&cognome e la consonanza all’habitus fisico e mentale.

  5. lycopodium
    17 marzo 2011 alle 9:42

    @ Giampiero Tre Re
    Esiste la violenza “religiosa”, come quella “irreligiosa”.
    L’esperienza religiosa, poi, non necessariamente è un tentativo di catturare Dio, di usurpare la sua maestà, di imporsi a Lui.
    E al sacrificio veterotestamentario, Cristo ha risposto con la Croce.
    Grazie cmq per le sue risposte.

    • 18 marzo 2011 alle 1:35

      Non so cosa intenda per violenza «irreligiosa» (supponendo che il termine non denoti semplicemente la violenza non religiosa o antireligiosa) ma comunque rimane il fatto distintivo che quella praticata nella religione è una violenza istituzionalizzata.
      Quanto al tentativo di «catturare» Dio, quello è proprio escluso in partenza, perché non v’è alcuna possibilità di conoscenza personale naturale di Dio. Direi piuttosto che vi è una tendenza della religione di imporsi alle persone.
      Quanto a ciò che lei dice sul sacrificio dlla Croce non ho nulla da obiettare. Preciso solo che quantolei dice può realizzarsi solo considerando che il sacrificio veterotestamentario è vera violenza, agìta attraverso il meccanismo della sotituzione vicaria (l’agnello sta per l’essere umano). Solo così la Croce di Cristo può essere simbolicamente la redenzione della violenza nel sacro, per esempio nelle prole di Paolo: «Cristo è morto per tutti, quindi tutti sono morti in Cristo».

      Felice di poter essere utile. Grazie a lei per aver scritto.

  6. Sebastian
    17 marzo 2011 alle 17:00

    A proposito di Religion! Da metà Aprile un nuovo film di Moretti:

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