Anno B, Tempo ordinario, XXXII domenica

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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Tutto ciò di cui viviamo

Anno B, Tempo ordinario, XXXII domenica
1Re 17,10-16; Sal 145; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44
Loda il Signore, anima mia.

Mc 12,38Diceva loro mentre insegnava: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave”.
41E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. 43Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.

La scena si svolge nel Tempio, che è in qualche modo il vero protagonista di questa pagina. I capitoli 11 e 12 di Marco narrano gli ultimi giorni di Gesù, spesi ad insegnare nel Santuario di Gerusalemme. Gesù vi entra varie volte, nelle ore del mattino, e ne esce a sera, per recarsi nella vicina Betania, dove trascorre le notti (11,11.15.19.20.27). L’unità narrativa di 11,27-13,2, in particolare, raccoglie i fatti e i detti dell’ultima visita di Gesù al Tempio: dopo questo suo commento all’elemosina offerta dalla vedova a Dio, Gesù se ne va per non ritornarvi mai più. Marco sostiene, anzi, che Gesù si allontana per l’ultima volta dal Tempio profetizzandone addirittura la distruzione (13,2).
L’evangelista sottolinea inoltre che quei discorsi, proprio per il luogo in cui furono pronunciati, nel ebbero un particolare carattere di ufficialità (11,27s) e che in quell’occasione Gesù pronuncia anche il suo ultimo insegnamento pubblico, dopo il quale nessuno osa più interrogarlo (12,28-34) e quest’ultimo discorso non si conclude – fatto probabilmente unico in tutti i vangeli – con un vero e proprio loghion di Gesù, ma con quella che è forse la più lunga e articolata battuta che i vangeli attribuiscano ad un personaggio che non sia Gesù stesso. Questo personaggio, cui Gesù lascia la scena, è uno scriba che gli riconosce il titolo di Rabbi ed il tema dello scambio dialettico, ancora una volta, è il “cuore della legge”: la contrapposizione che Gesù instaura nei due quadri immediatamente successivi tra la categoria degli scribi (istruzione, ricchezza, autorevolezza, esposizione pubblica, visibilità) e la vedova (debolezza economica e scarsa considerazione sociale) non è necessariamente da intendere come un contrasto tra i rispettivi ruoli sociali, quanto piuttosto tra i tipi umani e spirituali che lo scriba e la vedova incarnano. Esattamente come l’omaggio dello scriba che rispose con saggezza, la bellezza del gesto della vedova, è decrittata da Gesù come un’onoranza funebre inconsapevolmente rivolta alla propria stessa persona e da lui elevata ad esempio, in contrasto con l’ammirazione rivolta dai discepoli all’appariscente eleganza dei paramenti liturgici degli uomini del Tempio e dell’apparato rituale ed alla costruita bellezza del tempio stesso.
Nel Tempio si svolge insomma il giudizio finale, e qui Gesù agisce e parla da giudice escatologico. Nella visione biblica il giudizio è appunto “legare e sciogliere”: sciogliere, cioè “separare”, e “legare”, cioè radunare. Gesù giudica, discernendole, le due facce del “tempio”, dell’umanità che lo popola, degli atteggiamenti religiosi che ne giustificano la ragion d’essere: funzione politica e confidenza in Dio. Nell’unica offerta senza riserve «di tutto ciò che si ha per vivere», il Cristo che si appresta alla croce individua l’atteggiamento religioso che ha scelto per sé e al tempo stesso la sentenza con cui Dio si appresta a rispondere.

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