Anno B, Pentecoste

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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Tutta la verità

Anno B, Pentecoste
Atti 2,1-11; Sal 103; Gal 5,16-25; Gv 15,26s. 16,12-15
Manda il tuo Spirito Signore a rinnovare la terra


Gv 15,26«Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; 27e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio.

Gv 16,12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà».

Difficilmente troveremo nel Vangelo di Giovanni un brano di più ardua interpretazione (mi riferisco in particolare a Gv 16,8-11). Ciò è appunto dovuto ad una mancanza di “Spirito”, vale a dire: un difetto non di contenuto di verità ma di condivisione di uno stesso “linguaggio esistenziale”, che impedisce la perfetta comprensione e il dialogo.
Per questo motivo, tra l’altro, è stato tradizionalmente possibile equivocare il vangelo di Giovanni per un documento antiebraico. Al contrario, com’è stato anche di recente dimostrato da una giovane biblista palermitana, Marida Nicolaci, non è possibile comprendere “tutta la verità” del vangelo di Giovanni senza una profonda, e completa, conoscenza del mondo ebraico, anche nelle sue espressioni apparentemente distanti dalla sfera religiosa; perché Gesù e la comunità primitiva appartengono a quella cultura.
In particolare, le difficoltà interpretative di questo brano dipendono dalla nostra ignoranza del diritto processuale ebraico, usato qui da Gesù (che, in qualità di rabbi, ne aveva una profonda conoscenza) da sfondo metaforico del suo ragionamento teologico.
La verità tutta intera di cui Gesù qui parla non è dunque da intendere in primo luogo come una verità fattuale o storica, ma è piuttosto da avvicinare ad una verità giudiziale. Il linguaggio usato (testimone, giustizia, giudizio) lo suggerisce. Lo Spirito Santo è qui indicato simbolicamente nella figura del goel, il difensore (in greco paràkletos, consolatore o avvocato) cioè chi sta in giudizio accanto ad una delle parti in causa.
Da ciò possiamo ricavare una serie di considerazioni, la principale delle quali mi pare sia quella che nessuna “verità”, del tipo di quella di cui Gesù parla qui, è raggiungibile prescindendo da un contraddittorio, un conflitto simile ad una lite processuale. “Convincere” (Gv 16,8), cioè la “dimostrazione” di una simile verità non consiste in una persuasività intellettuale o nella forza argomentativa del ragionamento, ma in una sentenza che divide il torto dalla ragione ed impone ad una delle parti l’abbandono delle proprie tesi e di abbracciare quelle altrui, riconosciute in questo modo “vere”, reintegrando in questo modo tutta la verità e la giustizia. Poiché nel diritto ebraico la legge non è impersonale, il giudice non si limita ad applicare la legge ma la incarna, dandole, nella propria figura di giudice, nella propria virtù di giustizia, nella saggezza della sua sentenza, concentrazione e visibilità storica. Allora tra tutti gli attori del processo viene a stabilirsi un’intima partecipazione non solo alla legge ma al suo senso, che sono appunto la verità e la giustizia.
Per questa intima partecipazione Gesù dice: “Tutto ciò che il Padre possiede è mio”, dunque lo Spirito stesso, in quanto dal Padre “procede”, è di Cristo, è in qualche modo Cristo stesso: parla come lui, ne riprende di continuo le parole, perché non si disperdano nel tempo.
“Tutta la verità” di cui Gesù qui parla, non è dunque qualcosa da conoscere intellettualmente, una dottrina, che ha bisogno di una sua sistematica completezza, ma una verità che è scienza ma anche scelta, partecipazione vitale; è una verità che è anche il pensiero di Gesù, le sue parole. Ma è soprattutto la sua essenza personale, che trova compimento alla sua identità esclusivamente nella sua relazione col Padre e nello Spirito.

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