Anno B, Tempo ordinario, XXIX domenica

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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Il potere e la gloria

Anno B, Tempo ordinario, XXIX domenica
Is 53,10s; Sal 32; eb 4,14ss; Mc 10,35-45
Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo

Mc 10,35 E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». 36 Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: 37 «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38 Gesù disse loro: «Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». 39 E Gesù disse: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. 40 Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
41 All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. 42 Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. 43 Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, 44 e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. 45 Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Dopo aver presentato il pensiero di Gesù sul matrimonio e sui beni terreni, la liturgia domenicale propone una riflessione fondante sul terzo pilastro della militanza ecclesiale, quello del potere nella Chiesa e del suo esercizio. Posta tra l’ultima profezia di Gesù sulla propria morte violenta e la guarigione miracolosa del cieco di Gerico (di cui leggeremo domenica prossima) l’odierna pagina di Marco presenta la struttura bipartita, che ormai ci è familiare, tipica del “Grande viaggio”: un loghion, che risponde ad una richiesta o anche ad una diatriba (10,35-40), seguito da una catechesi o un approfondimento riservati ai discepoli o ai dodici (41-45).
Anche dal punto di vista tematico il brano è omogeneo agli altri episodi del Grande viaggio. Qui queste tematiche si precisano nell’incompatibilità tra il desiderio di grandezza e quello di salvezza. Nel corso di questo viaggio abbiamo visto spesso i dodici sconcertati (10,26), addirittura spaventati e sbigottiti (32), dalle idee e dalla condotta del Maestro; l’effetto divergente del pensiero di Dio sulla mente umana, delle folle, dei capi religiosi, degli stessi discepoli (8,33s; 9,35s; 38s; 47); la radicalizzazione del linguaggio paradossale e di rottura adottato da Gesù (10,25).
L’incomprensione dei discepoli sulla vera meta del viaggio, nonostante i ripetuti avvertimenti da parte del Cristo, è il risultato di una resistenza spirituale, che diventa psicologica, ad accettare il fallimento del Messia come via obbligata per la salvezza. Alla fine, cosa chiedono oggi al Maestro i figli di Zebedeo? Tutto sommato: stabilità, punti di riferimento sicuri, la certezza di non aver abbandonato invano famiglia e lavoro. Rassicurazione e stabilità che solo l’autorità può dare. Una richiesta goffa, ed anche sprovveduta, considerato il fatto che Gesù sta per subire la croce per la loro salvezza. Ma la richiesta di Giacomo e Giovanni, in fondo, rispecchia il modo in cui normalmente l’uomo religioso pensa la salvezza.
Naturalmente, come dicevamo, sottesa al brano vediamo trasparire anche una questione cui la comunità di Pietro, per la quale principalmente Marco scrive il vangelo, doveva essere assai sensibile e cioè se vi sia un potere nella Chiesa, su chi sia legittimato ad esercitarlo e come.
La risposta di Gesù invita il discepolo a concentrarsi sul proprio kairòs e sulla concretezza del proprio mandato, più che su astratte questioni istituzionali. Gesù non ha certezze da offrire, da questo punto di vista. Egli dice chiaro e tondo che non vuole, ma neppure può, sostituirsi non tanto a Dio, quanto alla personale responsabilità del discepolo di comprendere la propria vocazione ed aderirvi con tutto se stesso (38-40). Pur non escludendo un assetto istituzionale delle strutture della futura comunità cristiana, le parole di Gesù rivelano una sua propensione a considerare prioritario il loro carattere spirituale o carismatico.
Ma ciò significa anche che l’autorevolezza nella Chiesa non dipende dalla posizione esteriormente assunta rispetto a Cristo, dallo stare gerarchicamente più o meno prossimi a lui in quanto capo, in altre parole dal ruolo istituzionale che si ricopre, ma nel comprendere profondamente i passi di Gesù verso Gerusalemme, nel condividerne «il calice e il battesimo», nell’assimilarne il senso della missione e gli atteggiamenti interiori. Il destino.

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