Giorgio Chinnici, Pedofilia tra seduzione e violenza

La pedofilia: tra seduzione insidiosa e violenza

di Giorgio Chinnici

L’A. è professore nell’Università di Palermo. Consulente Commissione Nazionale Antimafia.
Il testo qui riprodotto è stato pubblicato per la prima volta come saggio introduttivo del volume: G. Chinnici (a cura di) et al. Sulle tracce della pedofilia. Aspetti psicologici, criminologici, etici e giuridici, Sviluppo Solidale, Palermo, 2004.

Circa trent’anni fa, nel contesto di una ricerca sulla criminalità senile, ho proceduto alla rilevazione degli ultrasessantenni, condannati e imputati, presenti nel carcere dell’Ucciardone, con riferimento al reato commesso e ad altre variabili sociologiche.
Tale popolazione carceraria presentava, con apprezzabile frequenza, delitti di natura sessuale rubricati sotto la fattispecie di violenza carnale e di atti di libidine. Assenti risultavano, tra i dati rilevati, l’incesto e gli atti sessuali su minori, a eccezione di un detenuto che aveva a carico un delitto di violenza su minore tra i più infami.
Di questo detenuto l’agente di custodia, che mi assisteva o, forse, mi controllava perché non violassi l’ obbligo dell’ anonimato nella rilevazione, mi illustrò l’orrida storia di cui era stato protagonista. Un bambino di poco più di un anno era morto senza avere manifestato particolari patologie. Ciò determinò l’intervento dell’autorità giudiziaria che, come primo atto, sottopose il cadavere ad esame autoptico, dal quale emerse un ingorgo di sperma nell’apparato digerente del piccolo.
Le indagini individuarono nel nonno del bambino il responsabile di quella morte, quale conseguenza di pratiche sessuali abominevoli. Quel caso, allora quanto mai sconvolgente, da lasciare basiti, nella scala di graduazione dei delitti sessuali, esulava del tutto rispetto al grado estremo di gravita della criminalità sessuale considerata come fenomeno normale. Esso perciò si configurava come punto singolare, inadeguato a rientrare, in modo congrue,in una delle tipologie statistiche adottate nella ricerca.
È pure da segnalare che il caso, allora, per quel che mi risulta, non ebbe risonanza sui giornali; esso pertanto restò a conoscenza di una ristretta cerchia dalla quale, è da supporre, fossero esclusi anche i compagni dì detenzione, che, in caso contrario, quasi certamente avrebbero applicato sanzioni dalle conseguenze imprevedibili.
Suffraga questa opinione la recente istituzione, nelle strutture penitenziarie, di sezioni protette riservate agli autori di violenze sessuali su minori per sottrarli a rappresaglie, sempre minacciosamente incombenti, da parte degli altri detenuti, che considerano tali autori privi di qualsiasi “dignità criminale” e meritevoli, quanto meno, di assoluto ostracismo.
Se per quel soggetto non si verificò nessuna conseguenza di questo tipo, è da supporre che i detenuti non avessero avuto piena conoscenza dei fatti oppure che, per la loro enormità e mostruosità, li avessero ritenuti non credibili. Circostanze, queste, favorite da un clima culturale non pervaso dall’attuale allarme pedofilia e dalle ricorrenti rappresentazioni mediatiche del pedofilo, figura criminale insidiosa che imperversa in un vasto orizzonte di atti scellerati. Atti che spaziano dalle molestie sessuali a minori fino a pratiche di penetrazione carnale che possono provocare la morte, che a volte è procurata deliberatamente dal pedofilo come atto estremo di sadismo sessuale o come mezzo per prevenire conseguenze penali, rese più probabili dalla permanenza in vita dell’abusato.
In questo orizzonte si amplia e si consolida, poi, lo scenario della pedofilia in Internet e del turismo sessuale, divenuti fonte di un mercato globalizzato in cui il business del vizio e della perversione realizza un fatturato miliardario. Il costante aumento degli spazi e dei titoli riservati ai delitti di violenza sessuale su minori, in tutti i mezzi di comunicazione di massa, ha indotto e consolidato nell’opinione pubblica la convinzione che la pedofilia sia una delle emergenze più gravi del nostro tempo. Anzi, un’emergenza di particolare allarme per la sua lievitazione qualitativa e quantitativa nonché per la pervasività, nei diversi ambiti sociali, che tendono a conferire alla pedofilia valenza pressoché strutturale della società globale.
L’acquisizione dei termini “pedofilo” e “parafilia” nell’edizione del 1990 del vocabolario della lingua italiana di Giacomo Devoto e Giancarlo Oli, depone a sostegno di questo trend. Gli autori infatti adottano il criterio secondo cui i neologismi per entrare nel dizionario non devono risultare effimeri, ma avere dignità e durevolezza Cioè a dire che in esso “deve confluire quanto si è stabilizzato o viene ad ogni modo considerato come segnale significativo della novità della lingua”, novità da considerare come traduzione fonetica di una nuova realtà che, nel nostro contesto, riguarda il fenomeno della dilatazione del campo semantico del termine “pedofilia”. Infatti, se prima del 1990 la pedofilia veniva registrata come categoria astratta di patologia sessuale,successivamente essa si inscrive nel repertorio più ampio delle parafilie: viene cioè a configurarsi come una delle modalità del soddisfacimento dell’istinto sessuale, nella quale rientrano feticismo, voyeurismo, esibizionismo, necrofilia, gerontofilia ecc..
Infine l’inclusione della voce “pedofilo” dà corpo al nuovo soggetto che la pedofilia produce quale nuovo soggetto consolidato in ambito penalistico.
Tornando ai mass inedia, va detto che l’inflazione di articoli su giornali e rotocalchi e di servizi radiotelevisivi, in tema di pedofilia, determina un rimbombo informativo che appanna e distorce sia la dimensione quantitativa del fenomeno sia la sua reale configurazione. Ciò perché nell’immaginario collettivo si impongono e si fissano in modo selettivo gli aspetti più sensazionali e più emozionali delle narrazioni che, poi, raccordate, costruiscono immagini in cui il pedofilo si standardizza tout court in mostro. Questa rappresentazione è alla base del diffuso allarme che, nell’opinione pubblica, induce sospetti verso chiunque, a vario titolo, intersechi gli spazi vitali dei bambini.
L’eccesso martellante di notizie determina anche il fenomeno delle cosiddette false memorie che inducono certi soggetti, particolarmente suggestionabili, a considerare come propri vissuti fatti appresi dai mass media o raccontati da altri.
Un’altra distorsione riguarda poi la convinzione che la pedofilia sia un fenomeno del tutto peculiare del nostro tempo, le cui manifestazioni di violenza, spesso, estrema non hanno precedenti nel passato recente o remoto. In realtà, non esistono studi e dati che permettano di dare adeguato conto delle variazioni, qualitative e quantitative, subite nel tempo dal fenomeno. Risulta impossibile fare comparazioni temporali: per il passato sono del tutto inesistenti dati statistici, ma anche per l’oggi il fenomeno è gravato da un elevato numero oscuro. Ciò perché gli abusi sessuali sui minori avvengono per la maggior parte in ambito familiare o in ambienti protetti in cui i bambini sono affidati alla cura di insegnanti, educatori, medici e operatori vari.
La visibilità degli abusanti risulta pertanto di per sé ridotta, ma anche quando si perviene alla conoscenza degli abusi, più fattori cospirano all’omissione della denuncia. l’attori che spaziano dalla trascuratezza, soprattutto in ambiti sociali degradati, alla connivenza, all’omertà e alle tante remore che inducono a non rendere pubblico lo scandalo che marcherebbe d’infamia la famiglia: gli autori, di frequente, sono infatti genitori, nonni; fratelli, zii, conviventi e amici.
Nemmeno per l’oggi si può avere una stima attendibile della consistenza numerica degli abusi sessuali con vittime minori. Rispetto al passato, la pedofilia è invece di sicuro molto più “raccontata”, cosa questa che ha ricadute nella promozione del fenomeno, sia in termini di offerte sia di domanda, ma anche di misure private e pubbliche di prevenzione nonché di un qualche incentivo alla denuncia.
In proposito si deve pertanto rilevare che il clamore mediatico crea un effetto di alone e di turbolenza percettiva che favorisce isterismi collettivi a scapito di una serena riflessione. Va pure detto che la percezione della amplificazione ipertrofica del fenomeno è determinata dal mutamento culturale attuale, che induce a una elevata attenzione e sensibilità verso l’infanzia; contrariamente a quanto avveniva in passato, in cui il concorso di tanti fattori e condizioni determinavano una diffusa e grave trascuratezza verso il mondo dell’infanzia, nonché la pratica di abusi, violenze, punizioni brutali, segregazioni istituzionali e ogni forma di sfruttamento lavorativo e sessuale.
Ciò permetteva che i crimini più esecrandi a danno di minori si consumassero sotto cappe di silenzio, malgrado i tanti complici e i segnali più che evidenti.
Emblematico, in proposito, il caso di Gilles de Rais che, quasi certamente,tocca la punta più alta delle atrocità nella storia dell’infanzia. Questi, discendenti di una delle famiglie dominanti della Francia, cavaliere di rango e comandante militare a fianco di Giovanna d’Arco, fu giustiziato a Nantes nel1440 dopo aver ammesso le più turpi violenze su centinaia di bambini. Leggiamo nel verbale del processo l’impasto di sadismo, crudeltà e depravazione che permeava quel nobile cavaliere:

«Dinanzi a tutti confessò che, per causa della sua bramosia e per suo piacere sensuale, rapì e fece rapire tanti bambini da non sapere con esattezza precisare il numero; i quali bambini egli uccise e fece uccidere, e con essi commise il vizio e il peccato di sodomia, e disse e confessò che spandeva il suo seme nel modo più peccaminoso sul ventre di detti bambini, sia prima che dopo la loro morte, e anche mentre morivano; ai quali bambini qualche volta egli stesso, e a volte altri suoi complici […] infliggevano diverse specie di torture; talaltra separavano la testa dal corpo a mezzo di spade, pugnali e coltelli, con un bastone o con altri oggetti contundenti, o ancora li attaccavano nella sua stanza a una pertica o a un gancio con della corda e li strangolavano; e quando agonizzavano, egli commetteva con loro il vizio sodomitico nel modo suddetto, […] e molto spesso, quando i detti fanciulli stavano morendo, e gli si sedeva sul loro ventre divertendosi a vederli morire. […]Mentre avviene tutto ciò, il cavaliere si masturba, con ogni vittima una, anche due volte. Finita l’orgia, i servi puliscono la stanza, lavano via il sangue, bruciano le membra nel camino o le gettano nella latrina e più tardi fanno sparire lo scheletro».

Sembra opportuno notare, poiché può favorire l’individuazione di adeguate chiavi di lettura, che questo rituale a distanza di oltre cinque secoli, coincide puntualmente con quello descritto dai pentiti, nella camera di tortura della mafia, finanche nella masturbazione del capo mafioso mentre dirige e guida gli strangolamenti delle vittime condannate dal suo tribunale.
La puntuale coincidenza dei comportamenti di due soggetti tanto diversi- il mafioso e il nobile cavaliere – e in tempi tanto distanti, mette in evidenza la persistenza inossidata della forza delle pulsioni sessuali e della tenebrosità dei fondali dell’animo umano nonché la loro trasversalità sociale e culturale. Questa sovrapponibilità di eventi indipendenti e isolati consente di assumere pulsioni sessuali e fondali dell’animo umano come dati strutturali della psiche. Sulla base di queste premesse, lo psichiatra Robert J. Simon, richiamandosi a Platone, opera una precisa discriminazione: «I buoni lo sognano, i cattivi lo fanno», criterio, questo, assunto come titolo di un suo libro. A sostegno di questa sua tesi, l’autore, tra l’altro, cita un’intervista al Dalai Lama, Sua Santità Tensin Gjato, premio Nobel per la Pace nel 1989, in cui lo stesso rivela che nei suoi sogni gli capita di essere, a volte, avvicinato da donne, e che in tali circostanze la sua reazione risolutiva è quella di dire “sono bbikabu, sono un monaco, come vede, in qualche modo si tratta di sesso…analogamente mi capitano sogni in cui qualcuno mi batte e io voglio reagire. Allora mi ricordo subito che “sono un monaco, non devo uccidere”». La tesi di Simon e la testimonianza del Dalai Lama rivelano che nell’uomo le spinte erotiche hanno pervasività assoluta ed esercitano forti pressioni per il loro soddisfacimento e la ricerca del piacere. A tal fine mode e forme vanno dalla risposta sublimale inibitoria del Datai Lama a quella di estremo orrore di Gilles de Rais. Ci pare perciò di poter affermare che la collocazione dei singoli individui all’interno di questi estremi sia determinata da! loro grado di ancoraggio a valori, norme, fedeltà ai propri ruoli, senso di disciplina, sensibilità, empatia etc. Il pedofilo, rispetto a questo quadro di condizionamenti e antidoti, risulta del tutto disancorato, con totale abbandono alla deriva, ingordo del piacere sessuale, privo di ogni remora e sordo rispetto a ogni sofferenza delle vittime. Secondo quest’ottica, il pedofilo più che come mostro o malato, va visto come abitante di un pantano morale, la cui popolazione,per tanti versi, è del tutto rappresentativa della società più generale, segnata però da una forte carica di depravazione.
Proprio questa carica di depravazione deve essere assunta come fonte prioritaria per gli interventi educativi al fine di far prendere piena coscienza delle violazioni di ordine morale, culturale, umano e delle aspettative di ruolo che sono alla base della ripulsa generalizzata che la società manifesta per i pedofili. Tale ripulsa, all’interno della popolazione carceraria, lievita in forme di particolare disprezzo e ostracismo, nonostante la spiccata propensione di tale comunità alla solidarietà e alla comprensione verso i compagni di detenzione. Questa presa di coscienza può fare sperare percorsi verso mete di modelli di vita gratificanti e socialmente approvati- Un ruolo di catalizzatore, in questa direzione, può essere svolto dall’induzione nel reo di un rapporto di empatia con la vittima; ciò favorirebbe la percezione degli effetti devastanti prodotti dalle sue azioni nel vissuto del minore, (Scardaccione-Baldry-Scali,1998), che a sua volta potrebbe attivare processi di resipiscenza tali da sortire effetti riabilitativi.
Assumere la categoria della depravazione come connotato rilevante, del pedofilo può suscitare l’obiezione che così si introduce una variabile complessa, gravida di valutazione morale, capace di inquinare l’elaborazione razionale delle osservazioni e dei risultati empirici che stanno alla base delle particolari teorie del comportamento pedofilo.
In proposito è da dire che nell’ambito della pedofilia si è prodotta una congerie di teorie che, oggi più che mai, rivelano la loro inadeguatezza a dare conto dei motivi e dei fattori individuali che determinano l’abuso sessuale su minori. La carenza esplicativa delle teorie discende innanzitutto dalla radicale diversità di ipotesi e presupposti ad esse sottese. , .
A ciò si aggiunge che i campioni di abusanti, su cui si basano le inferenze,sono, nella grande maggioranza, non rappresentativi dell’universo pedofilo,sia perché costituiti dai particolari soggetti osservati nell’ambito dell’attività di singoli professionisti (psichiatri, clinici, psicologi, sociologi), sia per la diversità dei loro contesti territoriali, sociali e culturali.
La ricerca sulla pedofilia condotta nel territorio della provincia di Palermo, nel contesto del “Progetto Orchidea”, mi ha confermato nella condizione di tale inadeguatezza: per nessuno dei pedofili, condannati con sentenza definitiva da me intervistati nella Casa Circondariale Pagliarelli di Palermo,ho riscontrato la possibilità di inquadrarlo in qualche paradigma discendente dal vasto repertorio di teorie. Howitt (2000, p. 159) elenca e contrappone i principali e disparati approcci per la spiegazione del fenomeno:

1. Una teoria vede l’origine della pedofilia nello sviluppo psicologico del bambino, un’altra nell’ambito delle concezioni sociali dell’infanzia.
2. Una teoria sostiene che la pedofilia sia una costruzione sociale, in cui i rapporti benefici tra adulti e bambini sono cristallizzati, un’altra sostiene che essa sia motivata da forze distruttive.
3. Una teoria incolpa la mascolinità; un’altra le madri, un’altra la sessualità adolescenziale.
4. Una teoria vede la pedofilia come una perversione, un’altra come centrale allo sviluppo umano.
5. Una teoria sostiene che il pensiero distorto è invocato per scusare la pedofilia, un’altra che il pensiero irrazionale, che sta dentro la società, criminalizza il pedofilo.
6. Una teoria vede nel pedofilo un abile manovratore, un’altra invece un adulto incompetente, incapace di relazionarsi con gli altri.
7. Una teoria vede la pedofilia come il risultato di un conflitto psicologico profondo, un’altra come il prodotto di un apprendimento occasionale.
8. Una teoria vede il pedofilo conio un malato psicologico, un’altra come un determinato tipo di individuo.
9. Una teoria vede il pedofilo come vittima della cultura del suo tempo,un’altra come vittima di esperienze infantili.
10. Una teoria sostiene che la pedofilia è causata da un fattore singolo, un’altra da fattori molteplici e in correlati.
11. Una teoria vede la pedofilia come un processo consequenziale, un’altra come una caratteristica individuale.
12. Una teoria comporta delle implicanze per la terapia, un’altra no.

De Leo e Di Tullio D’Elisiis in questo volume esaminano criticamente le principali teorie.
Già questa lunga, ma parziale, elencazione di visioni da la misura di quanto sia difficile trovare un ragionevole grado di convergenza di opinioni su un ben configurato identikit del pedofilo e sui processi che lo determinano. Ne segue che le ricerche empiriche, basate su campioni tratti da popolazioni con contesti culturali diversi e ancorate a teorie, a loro volta diverse, difficilmente potranno individuare fattori determinanti comuni a ciascun trasgressore. All’interno di queste visioni trova spazio di legittimazione chi sostiene che la demonizzazione del pedofilo è conseguenza di una costruzione sociale che non riesce a vedere i positivi aspetti relazionali nella diade pedofila.Questa tesi è sostenuta dalla Danish Association che esalta la gratificazione e il piacere tratti dai bambini per la carica di sentimenti e per la reciproca simpatia che informano il rapporto. I rapporti da stigmatizzare e reprimere – secondo l’Associazione – sono solo quelli in cui si esercita coercizione, nella generalità dei casi prevale invece una funzione pedagogica che risulta arricchente per i bambini.
La difficoltà di fissare la pedofilia in stabili profili diagnostici si rivela anche nelle diverse accezioni adottate dal DSM (Diagnostic and statistical manual of Mental Dosorders) dell’American Psychiatric Association. Il DSMI del 1952 configura la pedofilia come una deviazione sessuale, comportamento cioè che si allontana, in maniera marcata, dalle pratiche sessuali prevalenti e socialmente approvate. Nel 1968 il DSM II considera ancora la pedofilia una deviazione sessuale originata da disturbo mentale non psicotico. Nel DSM III del 1980 il fenomeno viene catalogato tra le parafilie , cioè tra le pratiche sessuali perverse, quali sadismo, esibizionismo, voyeurismo. Tali pratiche si associano a elevata eccitazione sessuale, fantasie erotiche non usuali a lungo termine e spinte alla loro realizzazione; a queste si associano disfunzioni rispetto a comportamenti sessuali convenzionali relativi a problemi dell’eccitazione, del desiderio e dell’orgasmo. Fantasie ed impulsi hanno come oggetto attività sessuali con soggetti pre-puberi non ancora adolescenti. Nel 1987 l’A.P.A. con il DSM III-R abbandona il requisito contenuto nel DSM III che prescriveva che gli atti sessa li con bambini, per essere considerati pedofili, devono associarsi a ideazioni fantasmatiche ed essere un sistema “ripetutamente preferito” per l’eccitazione sessuale. La pedofilia si configura sempre come una parafilia e si attribuisce la diagnosi anche a persone che raggiungono l’eccitazione con altri stimoli e hanno preferenze sessuali sia per minori infantili sia per adulti.
Nel 1994 l’A.P.A. redige il DSM IV in cui prescrive che si può considerare pedofilo chi presenta fantasie ricorrenti, intense, sessualmente eccitanti e forti desideri o comportamenti che implicano oggetti non umani, l’umiliazione del soggetto o del partner, bambini o persone non consenzienti per un periodo di 6 mesi (criterio A).
Il criterio B del DSM IV implica che per alcuni individui, le fantasie, gli stimoli e i comportamenti ricorrenti devono produrre disagio significativo o difficoltà sociali, occupazionali o in altre aree importanti di funzionamento.
Questi criteri evidenziano una marcata componente relazionale su cui il pedofilo articola le sue azioni, che vanno da forme di insidiosa seduttività, coinvolgente e gradualmente allettante per i minori, fino alle violenze più devastanti sul piano fisico e psichico. Per gli approcci seduttivi, di cui i pedofili tendono ad esaltare le ricadute gratificanti sui bambini, va fatta un’opera di demistificazione per evidenziarne il nucleo intrinseco di speciale violenza. L’incapacità di intendere gli interessi e i fini dell’adulto, l’asimmetria di potere, la fiduciosa sottomissione a un conoscente o familiare, che apre a curiosità e piacere, rendono il minore del tutto succube a ogni volere dell’adulto, con cui, spesso, perviene a un rapporto di complicità che funge,anche per lungo tempo, da solido schermo per l’abietta relazione.
Infine, l’ultima revisione del Manuale (DSM IV-TR, APA 2000) apporta una consistente modificazione sulla diagnosi della pedofilia. Questa, al pari delle altre parafilie, viene diagnosticata «anche se non causa disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o altre importanti aree del funzionamento» (Terribile – Picozzi 2002). Questa trasformazione dei criteri diagnostici del DSM rivela quanto il fenomeno della pedofilia sia complesso e sfuggente nei contorni e nel suo divenire, soggetto com’è a costanti modificazioni quantitative e qualitative. Per questa ultima edizione del DSM è da rilevare che la diagnosi di pedofilia registra un allentamento dei condizionamenti del pensiero psichiatrico. Si profila, così, un processo di depsichiatrizzazione che può sortire convergenze desiderabili delle visioni pec(u)liari delle diverse aree disciplinari, nonché sinergie nella ricerca, atte a far confluire, in una configurazione unitaria della pedofilia, le diverse sfaccettature di ordine psicologico, sociologico, criminologico e culturale, messe a fuoco nei diversi campi del sapere. Ciò è quanto mai necessario oggi, poiché risulta sempre più chiaro che la pedofilia – come annota il quarto rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza dell’EURISPES e del TELEFONO AZZURRO – è costituita da un vero e proprio insieme di fenomeni diversi, che tanto l’informazione giornalistica quanto la consapevolezza collettiva tendono a confondere, sovrapponendoli e mescolandoli fra loro, tra cui

– la pedofilia in senso stretto, ovvero come parafilia;
– la violenza sessuale a danno dei bambini;
– l’abuso intrafamiliare;
– la prostituzione minorile e la tratta di minorenni a scopo sessuale.
– la pornografia minorile, cartacea e su Internet;
– il turismo sessuale a danno di minori.

Considerato lo spazio, sempre più dilatato e variegato, popolato da bambini per uso sessuale, con violenza esplicita o meno, per la popolazione degli abusanti risulterà sempre più pletorica e frammentata la loro tipizzazione, fino a farne perdere di vista le caratteristiche comuni. Per certi ambiti, soprattutto per quello penale, risulta perciò adeguata e opportuna l’accezione di pedofilo nel senso ampio di trasgressore sessuale contro soggetti minorenni. In esso – annota FORNARI, in HOWITT 2000 – è poi da osservare che, come in tutti i pedofili, sono presenti: ostilità, spirito di vendetta, desiderio di far del male, di danneggiare, di trionfare su un oggetto disumanizzato.
Sono questi elementi che, soprattutto, si impongono nella percezione collettiva e da cui si origina la carica di disprezzo che sostanzia il giudizio, largamente condiviso, sul pedofilo, considerato essenzialmente criminale, con scarsa propensione ad accordargli comprensione di tipo psicopatologico. In proposito va tenuto presente che, anche a livello di ricerca, si avanzano dubbi sulla patologizzazione del pedofilo; Capri (1999), dopo aver notato che «la pedofilia non ha ancora una sua sistematizzazione autonoma scientifica nella psicopatologia in quanto collocata tra i disturbi sessuali e che spesso non viene addirittura menzionata in modo specifico», afferma che i problemi psicopatologici e l’inquadramento nosografico della pedofilia devono considerarsi tuttora «pieni di ombre e di aspetti non ancora chiariti, sia a livello psicologico, sia a livello psichiatrico». Dopo di che passa ad interrogativi perentori con chiara vena retorica: «Ma siamo certi di trovarci di fronte ad un quadro psicopatologico? Ed ancora, il pedofilo “soffre” di un disturbo specifico?» Questi interrogativi che, di primo acchito, possono apparire provocatori, di fatto, hanno una loro fondata validità. Validità che, in qualche misura, viene suffragata dalle sei edizioni del DSM: queste inseguono il fenomeno senza riuscire a fissare – come si è visto – criteri diagnostici definitivi.

Se a livello psicologico e psichiatrico la ricerca registra questo deficit di comprensione del fenomeno, altrettanto, se non di più, si deve dire per la sua conoscenza in ambito sociologico e criminologico. Ciò è quanto abbiamo potuto sperimentare direttamente con l’ équipe del Progetto Orchidea che, a latere ai corsi di formazione per gli operatori penitenziari, sociosanitari e per giovani laureati, si è posto l’obiettivo di realizzare un quadro, il più possibile rappresentativo, del fenomeno pedofilia nella Provincia di Palermo. La collocazione temporale della ricerca, a distanza di oltre quattro anni dall’approvazione della legge n. 269 del 3 Agosto 1998 dal titolo “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno dei minori, quali nuove di forme di riduzione in schiavitù” ma entrata nel linguaggio collettivo con l’espressiva traduzione di “legge contro la pedofilia”, permette di cogliere le ricadute positive della legge, sia in termini di prevenzione e repressione sia nei suoi effetti di irradiazione culturale. Il lungo dibattito, sul piano politico, giuridico, sociologico ed etico, che ha preceduto e seguito l’approvazione della legge, con la sua larga eco avuta nei mass-media, ha favorito una diffusa e consolidata presa di coscienza dell’allarmante fenomeno nonché dei suoi effetti devastanti che investono, a vari livelli, la società. Ciò ha contribuito, in larga misura, ad avviare un processo di superamento delle tante remore che hanno determinato, e ancora determinano, l’elevato “numero oscuro” di cui è gravato il fenomeno, cioè il notevole scarto tra le dimensioni reali dell’abuso sessuale sui minori e quelle che vengono registrate nelle statistiche delle diverse agenzie di controllo, in particolare nelle statistiche giudiziarie. Un chiaro indicatore di questo processo di superamento delle remore è dato dall’incremento di denunzie di reati di pedofilia verificatosi negli ultimi anni in Italia. Per Palermo poi, come si evince dall’analisi della serie storica dei delitti di violenza sessuale sui minori, operata da Mazzola e qui riportata, l’incremento di denunzie si mantiene al di sopra della media nazionale. La scelta di un’area territoriale limitata, per una ricerca sul tema in questione risulta, oltre che opportuna, necessaria per procedere a osservazioni e rilevazioni intensive di variabili che valgono a illuminare i vari aspetti, soprattutto soggettivi, di autori e vittime, variabili queste del tutto assenti nei dati ufficiali a livello macroterritoriale.
Questi ultimi dati costituiscono comunque un riferimento fondamentale: essi vengono assunti come base cui rapportare, quando possibile, i dati locali; si ottengono così valori relativi che consentono comparazioni significative e quindi la rappresentazione dell’articolazione, quantitativa e qualitativa, che il fenomeno presenta nelle particolari realtà territoriali. Queste modalità di conoscenza sono indispensabili soprattutto per attagliare politiche di intervento congruenti e che risultino di sicura incisività per la prevenzione e il recupero. In quest’ottica, sarebbe augurabile che le iniziative di ricerca locali trovassero forme di intesa e di coordinamento tali da assicurare livelli adeguati di uniformità, sia nella rilevazione dei dati sia negli approcci metodologici, ciò conferirebbe ai risultati delle ricerche significati univoci e quindi possibilità di comparazioni pregnanti. La ricerca condotta all’interno del Progetto Orchidea osserva il fenomeno sotto diverse angolazioni e con approccio multidisciplinare. I risultati cui pervengono i diversi contributi possono rappresentarsi come tessere di un puzzle i cui contorni non permettono perfetti incastri e quindi inadeguati per produrre una configurazione il più possibile aderente alla realtà del fenomeno pedofilia. Essi – i singoli contributi – ne costituiscono però solide tracce da cui muovere per individuare e costruire le fonti da cui attingere dati che consentano di dare valido supporto alla ricerca e quindi di perseguire immagini sempre più rappresentative del fenomeno reale. Per esempio, per avere il contesto ambientale in cui si consumano le violenze a danno di minori occorre poter disporre delle variabili biologiche, sociali e culturali delle vittime e degli autori nonché delle loro relazioni: parente, amico, conoscente, sconosciuto. Dal contributo di Curatolo, Papuzza e Pipitone risulta, poi, quanto sia distorto l’identikit del pedofilo tratto dalla lettura della cronaca giornalistica. L’esigenza dei giornali di fare notizia li porta a selezionare i casi di violenza più sensazionali e/o quelli con autori che hanno ruoli stridenti con abusi sessuali su minori. È questo il caso di figure professionali destinate ad accudire bambini o minori: sacerdoti, medici, insegnanti, infermieri e così via. L’immagine che ne risulta è pertanto quella del pedofilo che tende al mostro e con status socio-culturale spinto verso l’alto.

A questa immagine sicuramente amplificata, si contrappone il gruppo di condannati, con sentenza passata in giudicato, da me intervistati nella Casa Circondariale di Pagliarelli, e altri due, ormai liberi, che avevano scontato la pena.
Per un tale gruppo va detto che esso non costituisce un campione rappresentativo della più generale popolazione pedofilia. Già l’incorrere nella sanzione assume valore discriminante rispetto agli omologhi rei che non incappano nelle maglie della giustizia, si determina cioè un processo di selezione secondo particolari caratteristiche di tipo sociale, economico e culturale. È poi da considerare che dei reclusi, che erano oltre 20, solo 10 hanno dato il consenso ad essere intervistati, e ciò determina un’ulteriore selezione che inficia ancor di più la rappresentatività del campione. Le considerazioni che seguono sono pertanto indicative delle caratteristiche di un campione che non possono essere inferite come connotati della reale popolazione pedofila. Va tuttavia detto che alcuni valori, tratti dal particolare campione, sono in linea, magari per pura casualità, con quelli ricorrenti nelle poche ricerche condotte in Italia. Per quanto riguarda la provenienza, sei erano residenti in Provincia di cui cinque condannati per violenza sulle figlie; il sesto, single, aveva abusato di un ragazzino della famiglia abitante nella casa accanto alla sua. Gli altri quattro reclusi e i due liberati erano residenti in città: di essi, cinque avevano commesso violenza sulle figlie, uno abusi sulla figlia della convivente.
L’età media risulta intorno ai quarant’anni per quelli della provincia mentre è di circa 35 per i residenti in città. Il gruppo, nel suo complesso, non presenta divari considerevoli di età, nessuno supera i 50 anni. Il livello di istruzione è basso, tre sono del tutto analfabeti, solo due hanno dichiarato di avere conseguito la licenza media e di avere abbandonato la scuola durante il primo anno di scuola superiore. Tra gli abitanti dei due ambiti territoriali – Palermo città e resto della provincia – si rileva una netta differenziazione: gli abitanti della provincia dimostrano una condizione economica di apparente tranquillità, uno si può considerare decisamente agiato (ha un impiego pubblico e possiede case e terreni). Tre dei residenti in città hanno vissuto, in quartieri degradati, di espedienti e di piccola criminalità predatoria; due di essi, di aspetto piuttosto sgradevole, lamentavano trascuratezze e dinieghi sessuali da parte della moglie. Tratto unificante del gruppo era la recisa negazione di qualsiasi responsabilità rispetto alle imputazioni. Due della provincia, addirittura, indicavano la pena di morte quale “giusta” condanna per gli uomini «bestia» che violano i propri figli. Con riferimento alla dicotomia urbano-rurale, riferita all’insieme dei comuni e alla città, la prevalenza di condannati reclusi residenti in provincia è in consonanza con i risultati raggiunti da Mazzola che, nel lungo periodo, riscontra tassi di denunzie notevolmente più elevati nel complesso dei comuni della provincia.
In considerazione del notevole numero oscuro che grava la criminalità degli abusi sessuali sui minori sarebbe azzardato correlare tali maggiori tassi di denunzie ad un più alto tasso di criminalità reale in provincia.
Può ritenersi invece plausibile l’ipotesi che la prevalenza di denunzie in provincia (criminalità apparente) sia determinata dalla combinazione di due fattori che caratterizzano le comunità più piccole: il maggiore controllo informale, e la conseguente maggiore visibilità dei comportamenti individuali nonché la persistente forza che i valori culturali della famiglia hanno in tale contesto territoriale. Il controllo sociale accentuato, più il culto della famiglia e la particolare considerazione dei suoi valori, determinano una maggiore propensione a denunziare e a desiderare la punizione di chi, a ben vedere, è percepito come infamante anche per l’intera comunità, oltre che per la propria famiglia. In proposito va pure detto che all’interno della famiglia si attivano meccanismi volti a soprassedere nella denunzia, sia per cercare di sfuggire al marchio emarginante dell’intera comunità sia per il timore di dissesti economici, ciò in considerazione che il genitore è, quasi sempre, l’unica fonte di reddito.
Nel colloquio con la moglie di un condannato, rientrato in casa, dopo aver scontato la pena, c’era l’esplicito riferimento a un certo pentimento per avere contribuito, a suo tempo, alla condanna del marito con la denunzia per violenza sessuale sulla figlia. Per rimuovere, o quanto meno, attenuare la responsabilità del marito e ridurre, o eliminare, ogni remora a un convinto impegno per la ricomposizione della coppia – entrambi poco oltre i 40 anni – la signora fa un plastico riferimento al sospetto di una possibile, attiva, complicità della figlia abusata, allora decenne: «Signor mio, quannu c’è l’acqua cu pò diri runni veni?» («quando c’è l’acqua, chi può essere sicuro di individuare la fonte?»).
A conclusione di queste considerazioni sul gruppo di pedofili intervistati, si può affermare che il basso livello sociale e culturale che li caratterizza preclude loro ogni possibilità di accesso ai moderni mercati della pedofilia informatica e del turismo sessuale; le loro condizioni li fissano in pratiche pedofile tradizionali con accentuata componente incestuosa prevalente rispetto ai valori medi nazionali, i quali si attestano sul 30% di abusi consumati su minori della famiglia, di cui la metà circa a carico del genitore (Eurispes – Telefono Azzurro, 2003). Ciò sta a significare che i soggetti condannati, qui considerati, manifestano una totale carenza di risorse sessuali minorili esterne alla famiglia, che li porta a regredire verso le forme arcaiche dell’incesto.
Ciò è il prodotto di circuiti relazionali e sociali asfittici, quale portato delle nuove povertà che affliggono le fasce marginali della società. Un altro punto da tenere presente, per ulteriori ricerche, riguarda l’assenza di indizi, per la realtà palermitana, che facciano sospettare una qualche trasversalità sociale dei pedofili: sulla base dei dati esaminati, i pedofili, a Palermo, sono concentrati nelle classi più marginali e negli ambienti più degradati.
Discutendo della realtà palermitana, devo detestare i tentativi di stabilire collegamenti mafia-pedofilia: si tratta di pure aberrazioni che insultano l’intelligenza (Cortellessa – Fusaro, 2003).

Bibliografia citata:

Scardaccione G., Baldry A., Scali M., La mediazione penale. Ipotesi di intervento nella giustizia minorile, Giuffrè, Milano 1998.

Howitt D., Pedofilia e reati sessuali contro i bambini, tr. it., Centro Scientifico Editore, Torino 2000.

Capri P., Il profilo del pedofilo. Realtà o illusione? In L. De Cataldo Neuburger (a cura di), La pedofilia. Aspetti sociali, psico-giuridici, normativi e vittimologici, CEDAM, Padova, 1999.

Eurispes – Telefono Azzurro, 4° Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia, della preadolescenza e dell’adolescenza, Eurispes, Roma, 2003.

Cortellessa L. – Fusaro N., Pedofilia e criminalità, Koinè, Roma, 2003.

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