Filocalia 1 (seconda parte)

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Giampiero Tre Re. Webmaster.
FILOCALIA 1
(SECONDA PARTE)

Testi di ascetica e mistica della chiesa orientale
a cura di Giovani Vannucci
libreria editrice fiorentina

Al P. Raffaello Taucci che nello smarrimento dei tempi ha conservato l’immagine del monaco vero

1989
Libreria Editrice Fiorentina – 50132 Firenze
S. DIADOCO DI FOTICEA
Breve nota biografica

Vescovo di Foticea in Trespotia (Epiro), verso la metà del secolo VI fu il continuatore dell’insegnamento di Evagrio e dello PseudoMacario.
La liberazione dalle radici passionali conduce l’uomo alla purità del cuore, che è la santificazione di tutte le capacità percettive dell’uomo, e al totale cambiamento interiore, che è l’immersione nel godimento di Dio.
Nella traduzione ci siamo serviti del testo greco pubblicato da ‘. de Places in Sources Chrìtiennes, Paris, 1954.

SAN DIADOCO, VESCOVO DI FOTICEA

Cento capitoli sapienziali

Prologo: dieci definizioni.

1. La Fede: l’inquietudine di Dio libera da passionalità.
2. La Speranza: l’amoroso peregrinare della mente verso le realtà sperate.
3. La Pazienza: l’attendere instancabile e perseverante del compimento delle realtà invisibili, contemplate con l’occhio interiore come già presenti.
4. Il distacco dall’avidità del possesso: volere il non possesso con l’intensità di uno che brama il possesso.
5. La Sapienza: il dimenticare se stesso nel rapimento che ci trasporta in Dio.
6. L’umile sentire di sè: l’ignorare sempre i propri meriti.
7. L’imperturbabilità: la brama ardente di non agitarsi.
8. La purità del cuore: la sensibilità costantemente aderente a Dio.
9. L’amore: l’accrescimento dell’amicizia verso chi ci reca oltraggio.
10. Il perfetto cambiamento interiore: immersi nel godimento di Dio, reputare gioia l’orrore della morte.

Parole di giudizio e di discernimento spirituale
dette da Diadoco, vescovo di Foticea

4. Ogni uomo è creato secondo l’immagine di Dio; il raggiungere la somiglianza divina è concesso a chi sottomette la sua libertà a Dio per mezzo di un grande amore. Non apparteniamo più a noi stessi, quando siamo somiglianti a Colui che, mediante l’amore, ci ha riconciliati con Dio. Ciò sarà possibile quando saremo persuasi che non dobbiamo lasciar commuovere la nostra anima per la facile gloria mondana.

5. L’autodeterminazione è la volontà propria dell’anima ragionevole, atta a muoversi verso l’oggetto della sua scelta; orientiamola solo verso il bene, perché con i pensieri retti consumi il ricordo del male.

7. …‘ giusta l’attesa insonne della luce che porta alla parola, nella fede resa attiva dall’amore; niente è più squallido di una mente che, separata dalla vitale comunione con Dio, costruisce sistemi filosofici sul mistero A divino.

8. Non è lecito a chi è privo di luce interiore d’occuparsi delle verità spirituali, e neppure è concesso di parlare a chi, per la benignità dello Spirito Santo, è stata elargita una luce abbondante. La penuria di luce porta con sè l’ignoranza; la ricchezza di luce è impedimento al parlare. Ebbra dell’amore divino la anima sigilla le labbra nel silenzio e s’immerge nel gaudio della gloriosa luce di Dio. Bisogna seguire una via di mezzo nell’attività concernente la comunicazione delle parole divine. Questa misura è dotata, da una parte,
di una misteriosa bellezza di forma, dall’altra, della luce interiore, che nutre la fede di colui che parla in virtù della fede. Cosicchè colui che insegna è il primo a gustare i frutti della conoscenza che nasce dall’amore.

9. … La conoscenza è il frutto della preghiera e di una abituale pace dei pensieri, raggiunta con il completo distacco dall’esteriorità.
La sapienza nasce dalla meditazione, libera da ogni forma di vanità, delle parole di Dio; ma prima di tutto è figlia della grazia gratuita di Dio.

28. Solo lo Spirito Santo opera la purificazione della mente… con ogni mezzo, soprattutto con la pace dell’anima; bisogna far riposare in noi lo Spirito Santo. In tal modo la lucerna della conoscenza sarà sempre accesa in noi. Risplendendo questa luce, nelle riserve dell’anima, manifesta alla mente tutti gli aspri e tenebrosi attacchi demoniaci, e, investendoli con il suo santo e luminoso chiarore li rende più fiacchi…

30. La facoltà percettiva della mente è un gusto preciso delle cose da discernere. Come mediante il senso corporale del gusto, quando siamo sani, discerniamo il buono dal cattivo con sicurezza, così la mente, quando comincia a muoversi nella piena salute e nel distaccamento perfetto, è atta a sentire il divino conforto e a non lasciarsi depredare da ciò che le è contrario…

33. Quando l’anima, per una spinta non equivocabile e non immaginaria, si accende dell’amore divino, e quasi trascina il corpo stesso nelle profondità di questo amore ineffabile… e quando non comprende null’altro
se non la mèta del suo cammino, sappiamo
con certezza che essa è mossa dall’azione dello
Spirito Santo. Immersa in questa dolcezza indicibile, non riesce a pensare ad altro, trasportata com’è da un’indefettibile gioia.
Ma se la mente, durante questo rapimento,
viene penetrata da un qualsiasi dubbio o da
un pensiero non giusto, se invoca il nome
santo per respingere il male e non per la ricerca del solo amore di Dio, è necessario pensare che la consolazione avuta sotto forma di gioia venga dal seduttore. Questa gioia è deforme e disordinata, volendo il nemico rendere adultera l’anima. Quando infatti, vede la
mente fiduciosa dell’esperienza delle sue facoltà percettive, provoca l’anima con quelle
consolazioni apparentemente buone, e dividendola con questa vana e morbosa dolcezza, non
le permette di conoscere la sua unione con lui,
il maligno…
Non è possibile gustare sensibilmente la bontà divina o sentire in modo evidente l’amarezza demoniaca, se non si è persuasi veramente che la grazia ha fissato la sua dimora nelle profondità dell’anima, e che gli spiriti del male soggiornano nelle regioni attorno al cuore.
I dèmoni non vogliono che ciò sia ritenuto vero dagli uomini, temendo che la mente si armi contro di loro nella sua invocazione di Dio.

34. Differente è l’amore naturale dell’anima da quello che in lei porta lo Spirito Santo. L’uno, infatti, può essere risvegliato, in una certa misura, dalla nostra volontà. Per questo con facilità, se non rimaniamo con forza attaccati al nostro intento, gli spiriti del male ce lo possono rapire. L’altro infiamma l’anima dell’amore di Dio in modo che tutte le regioni dell’anima aderiscono ineffabilmente alla dolcezza del desiderio di Dio, in una semplicità senza limiti di orientamento. La mente è resa fertile dall’opera dello Spirito che fa erompere in lei una sorgente di amore e di gioia.

35. Il mare in tempesta è solito placarsi quando vi si versa dell’olio, la cui azione vince la sua agitazione. Così, quando l’anima nostra è toccata dalla dolcezza dello Spirito Santo con piacere s’acqueta. Con gioia infatti si lascia vincere da quella dolcezza senza passionalità o ineffabile che tutta come ombra l’avvolge. Sotto gli assalti gravi e senza tregua dei demoni rimane immune da ira e sazia di tutta la gioia…

40. Non c’è dubbio che quando la mente è sotto l’azione della luce divina diventi del tutto chiara cosicché, essa stessa, possa vedere l’abbondanza della sua luce. Questo avviene quando il potere dell’anima domina sulle passioni. Tutto ciò che appare all’anima sotto forma d’immagine, o di luce, o di fuoco proviene dall’astuta abilità del nemico, che, come insegna S. Paolo, si traveste in Angelo di luce (2 Cor. 11, 14).
La via dell’ascesi non deve essere intrapresa con la speranza di avere tali visioni, un’anima che ha queste intenzioni diventa facile preda di Satana.
Dobbiamo riuscire ad amare Dio con tutte le nostre facoltà percettive e con latitudine di cuore, cioè con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente (Luc. 10, 27). Chi è mosso dalla grazia di Dio a far questo, pur rimanendo nel mondo, è esule dal mondo.

42. Tutte le virtù concordano nel distacco da qualcosa di male; chi è impegnato nel distacco bisogna che lo sia di fronte a tutto il male. Se amputi un membro, sia pure il più piccolo, all’uomo, ne rendi deforme tutta la figura. Egualmente il trascurare una sola virtù, distrugge, ;n un modo che l’uomo non sa, tutta l’armoniosa bellezza del perfetto distacco dal male. Perciò ci è richiesto non solo di lavorare amorosamente le buone qualità della nostra parte fisica, ma anche quelle che conducono alla purificazione l’uomo interiore…
43. …Riguardo al distacco dai cibi, la vigilanza deve esser tale da non permetterci di considerarne alcuno come inquinante. Ciò sarebbe esecrabile e un ,ritrovato diabolico. Non dobbiamo esser distaccati dai cibi come da qualcosa di male in se stessi; ma dobbiamo, astenendoci dal troppo abbondante e delicato mangiare, frenare con moderazione le parti vulnerabili alla fiamma della passione carnale. Tale vigilanza ci permette di dare a sufficienza ai poveri, e questo è un segno d’un sincero amore.
44. Il mangiare e il bere tutto ciò che vien messo davanti, con rendimento di grazie a Dio, non è in contrasto con le direttive della conoscenza spirituale; tutto infatti e veramente buono (Gen. 1, 31). Segno di grande discrezione e di avanzamento nella conoscenza spirituale è l’astenersi dal cibo abbondante e raffinato. Quando avremo gustato con ogni facoltà percettiva e con tutta la latitudine del cuore la dolcezza di Dio, con naturale spontaneità ci asterremo dai piaceri del mondo esteriore.
45. Il corpo, da troppo cibo gravato, rende pigra e torbida la mente; l’eccessiva astinenza rende la parte contemplativa dell’anima triste e infastidita della parola divina. ‘ necessario proporzionare il cibo all’attività del corpo; cioè: frenato quando è in buono stato, nutrito quando è debole. Chi affronta la pugna spirituale non deve avere un fisico debilitato, ma gli occorrono le forze necessarie alla lotta; così, attraverso il travaglio dell’impegno fisico, l’anima è convenientemente purificata.

54. Quando sopportiamo con irritazione le malattie del corpo, dobbiamo capire che ancora la nostra anima è sottomessa ai desideri della carne. Rimpiangendo il benessere fisico, essa non vuol rinunciare ai beni della vita, anzi ritiene una grande tristezza il non poter, a causa delle malattie, gioire del loro incanto.

Se riesce ad accettare con rendimento di grazie il patire fisico, può avere la certezza di essere sulla soglia della liberazione dalle passionalità, ed è pronta ad accogliere con gioia la stessa morte, sentita come introduzione a più vera vita.

55. Giammai l’anima bramerà il distacco dal corpo, se il suo costante sentimento non è l’indifferenza totale perfino per l’aria che respiriamo. Tutti i sensi fisici sono opposti alla fede: essi aderiscono alle apparenze presenti, essa annunzia l’opulenza dei beni futuri. L’atleta spirituale non deve interessarsi ai bei rami degli alberi; alle riposanti ombre; alle amene scaturigini dell’acqua; ai variopinti prati; alle case confortevoli; alle conversazioni familiari. Neppure deve perseguire i pubblici onori, anzi non deve fermarci il pensiero se si presentano alla memoria. Con rendimento di grazie si serva solo dell’essenziale; consideri la vita come via straniera e spoglia di ogni riposo per la carne. Solo così potremo spingere la nostra mente a percorrere la strada stretta e a impegnarla nel pellegrinaggio verso l’eterno.

56. Eva, la nostra antica madre, c’insegna che la vista, il gusto e gli altri sensi distolgono l’orientamento del cuore, quando facciamo un uso non giusto di essi. Finchè, infatti, Eva non fermò con piacere lo sguardo sull’albero della proibizione, conservò intatto nel cuore il comando di Dio. Eva, come ricoperta dalle ali dell’amore divino, ignorava la sua nudità. Ma dopo che guardò con piacere l’albero e lo tocco con desiderio ardente, e con piacere intenso gustò il suo frutto, fu subito attratta all’amplesso fisico, consegnandosi indifesa alla
passione. Tutto il suo desiderio fece convergere nel godimento delle realtà presenti ai sensi coinvolgendo Adamo nella sua colpa mediante l’attraente apparenza del frutto. Da allora la mente umana con fatica ricorda Dio e i suoi comandamenti.
Tenendo fisso lo sguardo nelle profondità del cuore, col ricordo incessante di Dio, viviamo come ciechi in questa vita ingannevole.
La sapienza dell’amore spirituale, taglia le ali all’amore delle realtà sensibili. Giobbe, l’uomo dalle molte esperienze, ciò insegna dicendo: «Se il mio cuore ha seguito i miei occhi» (Giob. 31, 7). La pratica esposta è segno di perfetta continenza.
57. Chi costantemente dimora nel recinto del proprio cuore, è straniero alle gioie della vita. Chi percorre le vie dello spirito, ignora il pungolo del desiderio carnale. Egli infatti si muove liberamente nella cittadella delle virtù. Le virtù sono le vigili sentinelle della fortezza della castità, per questo le armi demoniache non possono più nulla contro di lui, anche se lo fanno bersaglio dei dardi dell’amore volgare.

58. Quando l’anima nostra principia a non desiderar più le cose piacevoli della terra, allora, quasi sempre, è occupata da uno scoramento mentale che non le permette più di compiere gioiosamente il servizio della parola, nè la lascia il desiderio pungente dei beni futuri. Inoltre svaluta talmente la presente vita effimera, da fargliela considerare inetta ad ogni azione degna della virtù; diminuisce il valore della stessa saggezza dicendo che è stata concessa a molti altri, oppure che non ci promette una conoscenza perfetta. Sfuggiremo questa sofferenza di tiepidezza e di smarrimento, stabilendo dei ben definiti limiti alla nostra facoltà mentale, in modo che il nostro sguardo interiore sia fisso unicamente in Dio. Solo così la mente tornerà presto al suo fervore e potrà liberarsi da questa non ragionevole dissipazione.
59. Quando avremo col pensiero di Dio chiuse tutte le possibilità di divagazione alla nostra mente, allora essa ci richiede, in modo assoluto, un impegno che soddisfi le sue esigenze di azione. Bisogna, a questo punto, darle l’invocazione del «Signore Gesù» come l’attività che sola soddisfa del tutto il suo proposito. ‘ scritto: «Nessuno può dire ‘Signore Gesù’ se non in virtù dello Spirito Santo».
Contempli questa parola, perla preziosa nei suoi scrigni, e non segua altra immaginazione. chiunque fissa senza tregua, negli intimi recessi del cuore, questo nome glorioso, può riuscire a contemplare la luce della sua mente. Tenendo saldo nella mente, con ferma sollecitudine, questo nome consuma, in un sentimento intenso, ogni inquinamento dell’anima. Il nostro Dio è fuoco che consuma (Deut. 4, 24). In seguito a questo, il Signore spinge l’anima verso l’amore della sua luminosa natura.
Quel nome glorioso e desiderato dimorando a lungo, mediante l’evocazione mentale, nel fervore del cuore, fa sorgere in noi la costante tendenza ad amarne la bontà, senza che niente vi si opponga ormai più. E questa la perla preziosa che dobbiamo acquistare vendendo i propri beni per avere, trovandola, una gioia ineffabile.

60. Una è la gioia iniziale, altra quella del termine raggiunto. La prima è ancora accompagnata da raffigurazioni immaginifiche, l’altra ha il potere dell’umiltà. Tra l’una e l’altra si incontra la tristezza benedetta da Dio e le lacrime senza dolore. ‘ scritto infatti: «La grande sapienza è accompagnata da molta conoscenza; e chi accresce conoscenza accresce anche il patire » (Eccle. 1, 18).
Per questo è necessario che l’anima prima sia invitata al combattimento spirituale da una gioia iniziale, quindi che venga corretta e provata dalla verità dello Spirito Santo, sul male fatto e sulle cose vane che ancora compie… Quando la correzione divina l’avrà provata come in un’ardente fornace, allora l’anima avrà in suo possesso, nella fervida evocazione di Dio, l’operazione di una gioia libera da rappresentazioni immaginifiche.

61. L’anima turbata dall’ira, od oscurata dalla crapula, o gravata da pesante avvilimento non può con la mente, per quanta violenza si faccia, conservare costantemente l’invocazione al Signore Gesù. Ottenebrata dalla vigoria delle passioni, diventa del tutto remota alle sue potenze recettive… essendo la superficie dell’anima indurita dall’asprezza delle passioni.
Quando l’anima è libera da turbamenti, anche se l’oblio toglie, per breve tempo, l’oggetto del suo ardente amore, ben presto la mente riprende la sua operazione e con fervore torna al possesso della sua ambita e salutare preda. Allora veramente l’anima possiede quel dono di grazia che la fa meditare ed invocare l’implorazione: «Signore Gesù!…».
Davanti alla perfezione della virtù della preghiera siamo come fanciulli bisognosi dell’aiuto dello Spirito, perché tutto il nostro pensare sia penetrato e maturato dalla sua ineffabile dolcezza…

63. Chi ha avuto il dono della conoscenza vera ed ha gustato la soavità di Dio, non deve più ricorrere alla giustizia umana, nè chiamare in giudizio nessuno, anche se gli fossero stati portati via gli abiti di dosso. La giustizia delle autorità di questo mondo, è del tutto inferiore alla giustizia di Dio; anzi è nulla al suo confronto. Se operiamo in maniera differente, che diversità c’è tra i discepoli di Dio e quelli del secolo presente, se il diritto di questi ultimi non fosse imperfetto di fronte a quello dei primi? Infatti in un caso si parla di diritto degli uomini, nell’altro di giustizia divina. Nostro Signore Gesù così ha operato: «Maledetto non rispose con maledizioni; sottoposto a maltrattamenti, non rispose con minacce » (1 Pet. 2, 23). Patì senza dir parola, tollerando che Gli togliessero le vesti, e giunse a chieder al Padre la salvezza dei carnefici…
64. Alcuni uomini devoti dicono: «Non bisogna che il primo venuto possa toglierci ciò che abbiamo per il nostro sostentamento e per l’aiuto ai poveri,… sarebbe diventare, con la nostra rassegnazione, occasione di peccato per chi ci fa torto ». Questo ragionamento indica che costoro preferiscono i loro beni al loro bene essenziale.

Lasciare la preghiera e la vigilanza del cuore, per iniziare delle contenzioni con chi mi vuol molestare e perdere il tempo nelle aule dei tribunali, è porre chiaramente i beni terreni al di sopra della mia salvezza, per non dire del comandamento salutare che dice: «Se qualcuno ti prende i beni, non reclamare » (Mat. 5, 40). Dopo aver discusso e recuperato la refurtiva, è forse liberato il ladro dal suo peccato ?…
‘ bene sopportare la violenza di chi ci vuol fare torto e pregare per lui, affinchè sia liberato dal debito del furto con il pentimento, non con la restituzione. La giustizia di Dio vuol questo da noi: che ritroviamo non i beni rubati, ma il ladro liberato dal suo peccato per il pentimento.
65. Cosa perfettamente esatta e del tutto utile è, una volta conosciuta la via del culto perfetto a Dio, il vendere i nostri beni e distribuirne il ricavato, seguendo il comandamento del Signore (Mat. 19, 21 ); invece di trascurare, sotto il pretesto d’obbedire ai comandamenti, questa salutare ingiunzione. I frutti di questo gesto saranno: la povertà invulnerabile ad ogni assalto, sdegnosa di ogni ingiustizia e di qualunque lite, poichè nulla più avremo che attiri la fiamma dell’altrui cupidigia. Allora proveremo il calore confortante dell’umiltà, che ci prenderà nudi nel suo seno e ci scalderà come madre che ha in braccio il figlio che, nella sua innocenza, si è liberato del vestito, felice della sua nudità più che di variopinta veste…

66. … Bella cosa è, in pieno accordo con la vera saggezza, rinunciare, con un atto di culto perfetto, alla irragionevole vanagloria delle ricchezze per non amare i propri naturali desideri, e per liberarci una volta per sempre dalla gioia di rinunciare ai nostri beni e annientare virilmente la nostra anima con la persuasione di non esser più in grado di fare della beneficenza… Quando abbiamo dato fondo a tutte le nostre possibilità, una tristezza indefinita e un’umiliazione ci occupano col pensiero di non esser più capaci di compiere qualcosa di degno per la giustizia. L’anima si ripiega in se stessa umiliata grandemente, ciò che non può più fare giorno per giorno con l’elemosina, cerca di compierlo con la preghiera, la pazienza e l’umiltà… Il dono di ricevere ed annunciare la parola di Dio è dato solo a chi spoglia se stesso di tutti i beni… per annunciare nella povertà amante di Dio la ricchezza del regno di Dio…

67. Tutti i doni del nostro Iddio sono perfetti e elargiscono tutta la bontà, nessuno infiamma e muove il nostro cuore verso l’amore della bontà divina quanto il dono della parola divina.
Pollone primaverile della grazia, rende la anima partecipe delle primizie dei doni divini. Ci prepara gioiosamente a non apprezzare l’amore verso la vita, facendoci pensare che abbiamo, di fronte alle corruttibili bramosie, la ineffabile ricchezza della parola di Dio. Quindi accende nella nostra mente un fuoco rinnovatore che la rende partecipe degli spiriti che servono il Signore.
68. La nostra mente, il più delle volte, è insofferente dell’orazione, perchè la virtù della preghiera, con la sua immobile concentrazione sul pensiero di Dio, non le permette la latitudine spaziosa che esso domanda. Quando però si offre a ricevere, nel più completo abbandono di sè, la parola divina, allora trova la gioia per la vastità libera della contemplazione di Dio. A questo punto è necessario di non lasciarle le briglie sciolte per assecondare il suo desiderio di comunicare, nella gioia, le parole accolte durante la contemplazione. Tal modo di agire sarebbe un sorpassare i limiti del giusto. Dobbiamo contenere l’esuberanza della mente contemplante, con la preghiera vocale, il canto dei salmi, la lettura della Sacra Scrittura, e lo studio delle speculazioni dei sapienti, la cui fede è la forza segreta delle loro parole. Così facendo, non mescoleremo le parole della nostra mente con quelle della Grazia; e saremo salvi dalla vanagloria e dalla dissipazione che l’abbondanza della gioia e delle parole può produrre. A l’ora della contemplazione la nostra mente sarà incontaminata da ogni forma di rappresentazione fantastica, e sarà occupata da pensieri che portano con sè il dono delle lacrime. Al momento del silenzioso raccoglimento, la mente, compenetrata dalla dolcezza della preghiera, non solo sfugge alla dissipazione su accennata, ma sempre più diventa nuova per immergersi con ,gaudio e senza resistenza nella contemplazione divina; e insieme con grande umiltà progredisce nella acquisizione del discernimento. Non bisogna dimenticare che esiste una preghiera al di sopra di tutta la vastità della contemplazione dei misteri divini; essa è concessa a quelli che con tutte le capacità percettive e con un senso d’illimitata plenitudine comunicano alla Grazia divina.

70. Tenendo aperte di continuo le porte del bagno si perde il calore dell’ambiente interno; così, quando l’anima cede al desiderio del troppo parlare, anche se è bene ciò che dice, disperde l’intima presenza a se stessa per la porta della voce. Priva dei pensieri giusti, manifesta in modo tumultuoso a chiunque le capiti il susseguirsi dei suoi pensieri, perchè non possiede più lo Spirito Santo che la preservi dalla dissipazione, con pensieri privi di immagini sensibili. Il bene rifugge sempre dalla loquacità, alieno com’è dal tumultuoso fantasticare. Grande cosa è il silenzio opportuno, è il padre del pensiero penetrante.

71. Il dono della conoscenza di Dio, mediante l’amore, ci insegna che numerose passioni molestano i primi passi dell’anima contemplativa, soprattutto la collera e la malevolenza; e ciò accade non tanto a causa degli spiriti del male, quanto dall’avanzare dell’anima nella via dell’illuminazione. Finchè l’anima si lascia guidare dalla prudenza mondana, per quanto veda conculcato ciò che è giusto dalla gente, non ne è nè commossa nè turbata; preoccupata com’è dai suoi personali desideri, non ha uno sguardo per ciò che è giusto davanti a Dio. Ma quando comincia ad ascendere al di sopra delle sue passioni, non tollera, per il distacco dai beni terreni e per 1′ amore che possiede, neppure nel sogno, che venga conculcato ciò che è giusto. Per questo non tollera i peccatori e si agita finchè non veda i trasgressori della giustizia fare, religiosamente, onorevole ammenda. Così odia i cattivi ed ama i giusti; l’occhio dell’anima prende difficilmente abbagli quando, per la prolungata continenza, riduce a tenuissimo velo il corpo che la copre. Tuttavia è miglior cosa piangere sull’insensibilità dei peccatori che odiarli; anche ammettendo che essi siano degni di odio, la ragione non vuole che l’anima che possiede l’amore di Dio sia turbata dalla malevolenza; finchè l’odio dimora in un’anima il dono della conoscenza di Dio mediante l’amore rimane sterile.

72. Il teologo la cui anima è fecondata e infiammata dalle stesse parole di Dio, approda, dopo varie vicissitudini, nel largo spazio della invulnerabilità dalle passioni… L’uomo che ha il dono del discernimento degli spiriti, reso forte dall’esperienza attiva, raggiunge la liberazione dalle passioni. L’uomo, invece, che ha ricevuto il dono della parola di Dio, purchè rimanga nell’umiltà, raggiunge l’esperienza del discernimento degli spiriti. Il primo, se mantiene immune da errore il discernimento della sua anima, raggiunge lentamente la virtù della contemplazione. Questi due doni non sono concessi insieme e per intero allo stesso soggetto perchè chi possiede l’uno, ammirando chi ha ricevuto l’altro, possegga l’umiltà e l’amore ardente della giustizia…

73. Quando l’anima naviga nell’abbondanza dei frutti a lei connaturali: immunità da passioni, virtù conformi alla sua natura, canta i salmi con voce più sonora del solito e desidera accrescere la preghiera vocale. Ma quando lo Spirito Santo in lei opera, dice i salmi e le preghiere, abbandonandosi all’intima dolcezza, nel segreto del suo cuore.
Il primo modo è accompagnato da una gioia attivata della fantasia; il secondo è accompagnato da lacrime spirituali e da una avida ricerca di silenzio. L’intima presenza di Dio, resa ardente dal tacere della voce, prepara il cuore ad avere pensieri di comprensione e di dolcezza. Così ci è dato di vedere i servi della preghiera prostrati con lagrime nel la terra del cuore, con la speranza di raccogliere bracciate di gioia.
Ma quando siamo oppressi da un grande avvilimento, è bene alzare un po’ più alta la voce nel canto dei salmi, per accordare la melodia dell’anima con la gioia della speranza, finché la pesante nube non sia dissipata dal soffio del ritmo melodioso.

74. Appena l’anima giunge alla conoscenza di se stessa, nasce in lei un movimento fervido avido di Dio; non più agitata dalle sollecitudini della vita partorisce un desiderio di pace orientato in modo insufficiente verso il Dio della pace. Però essa troppo presto vien distratta da questa ricerca, tradita dal richiamo dei sensi e dalla sua natura stessa tanto manchevole che consuma presto il bene ricevuto. ‘ questo il motivo per cui i filosofi greci non giunsero a possedere ciò che speravano raggiungere con la sola austerità di vita, mentre le loro forze mentali non erano alimentate dalla sapienza eterna e vera.
Quando, invece, lo Spirito Santo dona al cuore il fuoco sacro, la mente diventa del tutto pacificata e salda, invita tutte le parti dell’anima alla ricerca di Dio e non è attratta da nulla di esteriore il fuoco sacro inebria l’uomo intero di un amore senza limiti e di una gioia senza fine. Il cammino spirituale passando dalla prima esperienza deve terminare nella seconda; l’amore naturale è segno di una certa sanità della natura impegnata nell’austerità della vita, ma non può mai render la mente così sana da rimaner salda nell’invulnerabilità dalle passioni, questo spetta all’amore spirituale.

78. Noi siamo ad immagine di Dio per la attività mentale dell’anima, della quale il corpo è come la casa. A causa del peccato di Adamo non solo le linee delle forme impresse nell’anima furono profanate, ma anche il corpo decadde verso la corruzione, a motivo di ciò il santo Verbo di Dio è disceso nella carne, facendoci il dono, essendo Dio, dell’acqua della salvezza nel battesimo rigeneratore. Siamo dunque rigenerati dall’operazione dello Spirito Santo vivificatore, comunicata attraverso il battesimo. Per questo, almeno quelli che vanno a Dio con tutte le forze interiori, sono subito, nell’anima e nel corpo, purificati dalla presenza dello Spirito Santo che prende in noi dimora e mette in fuga il peccato. Non è infatti possibile che nell’anima, la cui forza è una e semplice, vengano ad abitare due presenze contrarie. Quando la grazia di Dio, mediante il battesimo, con amore infinito riprende a tracciare le linee dell’immagine divina per condurre nell’uomo l’immagine alla perfetta somiglianza futura, dove può rifugiarsi la figura del demonio quando sappiamo che «Nulla c’è di comune tra la luce e le tenebre ? » (2 Cor. 6, 14). Noi atleti della santa gara, crediamo che, per il lavacro dell’incorruzione, il serpente dai molti volti è stato allontanato dalla abitazione segreta della mente. Però noi siamo sorpresi se dopo il battesimo i nostri pensieri giusti sono ancora frammisti a pensieri malvagi, il santo lavacro toglie l’inquinamento del peccato, ma lascia intatto il dualismo della nostra volontà e non impedisce gli assalti degli spiriti maligni, nè le loro ingannevoli insinuazioni, affinchè l’immagine che non riuscimmo a salvare nello stato di pura natura, nel Paradiso Terrestre, la salviamo con le armi della giustizia dateci dalla potenza divina.
81. La conoscenza spirituale insegna che esistono due specie di spiriti maligni: gli uni sono più sottili, gli altri più densi. I primi muovono guerra all’anima, gli altri son soliti tenere schiava la carne con sordide soddisfazioni. Opposta è la tattica degli uni e degli altri, concordano però nell’intento di nuocere agli uomini. Quando la grazia dimora nell’uomo, si insinuano, come serpi, nel profondo del cuore e impediscono all’anima di volgere lo sguardo verso il desiderio del bene. Quando la grazia ha stabilito la sua dimora nella mente, si aggirano come oscure nubi nelle regioni del cuore, assumendo l’aspetto delle passioni peccaminose e delle molteplici dissipazioni, allo scopo di turbare l’intimo raccoglimento in Dio della mente e staccarla dalla familiare conversazione con la grazia.
Accendono, questi spiriti maligni, le passioni dell’anima, in particolare la presunzione, madre di ogni vizio; riflettendo sulla dissoluzione che attende il nostro corpo, possiamo riuscire a vergognarci dell’alterigia della nostra meschina vanagloria. La stessa operazione dobbiamo fare quando gli spiriti maligni, che muovono guerra al nostro fisico, si adoprano a sollevare nel nostro cuore il ribollio dei desideri turpi, il pensiero della dissoluzione del corpo, unito all’interiore invocazione di Dio, può dominare tutta la varietà degli spiriti avversi.
Se, stimolati da questa considerazione, detti spiriti ci suggeriscono un disprezzo illimitato per la natura umana, come non avesse valore perché legata alla carne, ricordiamo l’onore e lo splendore del Regno dei Cieli, senza perder di vista la cruda amarezza del giudizio, affinché siano armoniosamente contemperati e il pensiero che ci solleva dallo scoramento e il pensiero che deve liberarci dalla frivolezza del cuore.

83. Il cuore produce da se stesso pensieri buoni e non buoni; non che i pensieri non buoni siano il suo naturale frutto, a motivo dell’inganno primordiale conserva come una abitudine l’impronta di ciò che non è buono. Nel maggior numero dei oasi però concepisce pensieri non giusti per l’amara attività dei dèmoni. Li sentiamo crescere in noi, come se nascessero dal cuore… La ragione di questa sensazione è che la mente, possedendo una sottilissima capacità di percezione, si appropria, attraverso la mediazione della carne, di quei pensieri che le vengono suggeriti dagli spiriti maligni. Inoltre la propensione della carne a seguire i pensieri non giusti s’inserisce, in un modo che ignoriamo, nell’attività dell’anima la quale viene a trovarsi così più disposta verso di essi… Chi prova piacere ai pensieri suggeriti dalla malizia di Satana e imprime, per così dire, il loro ricordo nel cuore, certamente lo ritrova in seguito come frutto della sua attività mentale.
85. Se uno, dal fatto di scoprire in sè pensieri giusti e non giusti, concluda che lo Spirito Santo e il diavolo abitano insieme nella sua mente, sappia che ancora non ha gustato e veduto quanto è soave il Signore.
La grazia nasconde la sua presenza nell’anima di chi è battezzato, perchè è in attesa di vederne l’orientamento. Quando tutto l’uomo, nel fisico e nello spirito, si orienta verso il Signore, allora la grazia, con un’ineffabile sensazione, rivela la sua presenza nel cuore. Poi, torna ad osservarne il movimento e permette che i dardi del demonio giungano ai più profondi sensi del cuore, perchè 1′ anima cerchi Dio con più fervente proposito ed umile disposizione. Appena l’uomo comincia a progredire nell’osservanza dei comandamenti e nell’invocazione instancabile del nome di Gesù, il fuoco della santa grazia alimenta anche le potenze percettive esteriori del cuore, consumando tutta la zizzania che cresce sulla terra umana…
Quando l’atleta avrà unito in un solo nodo tutte le virtù e soprattutto la perfetta povertà, allora la grazia illumina la sua più intima natura con una sensibilità più profonda che lo conduce ad un più grande e ardente amore di Dio. Da questo momento le frecce demoniache si spezzano al di fuori della sensibilità corporea. La brezza dello Spirito Santo, che innalza il cuore verso aure di pace, estingue i dardi incendiari del dèmone…
88. Se uno, durante la stagione invernale, si mette all’alba all’aperto e si espone tutto al sole che sorge, le parti anteriori del suo corpo vengono riscaldate, mentre il dorso resta freddo, perchè il sole non è sopra la testa. Così chi principia il cammino della vita spirituale, ha il cuore parzialmente riscaldato dalla santa grazia. La mente comincia a produrre frutti di pensieri spirituali, le regioni esterne del cuore continuano ad aver pensieri carnali, non essendo ancora tutte le parti del cuore illuminate, nella loro intima sensibilità, dalla luce della santa grazia.
Non avendo compreso questo fatto, alcuni hanno pensato che nella mente degli atleti dello spirito esistano due presenze antagoniste. Invece accade che, nello stesso istante, l’anima abbia pensieri buoni ed altri non buoni, come nell’esempio portato sotto l’identico contatto del sole, l’uomo aveva freddo e caldo. Da quando la nostra mente è deviata verso uno stato di doppia conoscenza, è costretta, anche contro il suo volere, a portare pensieri buoni e cattivi, soprattutto in coloro che hanno raggiunto la finezza del discernimento. Appena si affretta, la mente, a pensare a qualcosa di buono, subito si presenta il ricordo del male; a motivo della disobbedienza di Adamo la memoria dell’uomo è come scissa in una doppia forma di pensare.

Cominciando a praticare, con fervore, i comandamenti di Dio, tutte le nostre facoltà di percezione verranno a trovarsi illuminate dalla Grazia con una sensibilità profonda, la quale, consumando il nostro modo di pensare, penetra di dolcezza il cuore con la pace di una inalterabile capacità d’amare, e ci allena a pensare conformemente allo spirito, e non più alla carne. Questo accade continuamente a chi si accosta alla vita perfetta ed ha sempre presente l’invocazione del Signore Gesù.
Se fervorosamente amiamo la virtù che conduce a Dio, lo Spirito Santo farà gustare, fin dai primi passi del cammino spirituale, all’anima, in un sentimento di plenitudine compiuta, la dolcezza divina, perchè la mente conosca con esattezza la ricompensa che corona
il travaglio per giungere ad amare Dio. I
In seguito, lo stesso Spirito, nasconde ordinariamente la magnificenza di questo dono vivificante, affinchè, dalla constatazione di non aver raggiunto ancora come costante abitudine l’amore, possiamo conoscere il nostro assoluto non valore…
L’anima, a questo punto, soffre conservando il ricordo dell’amore spirituale, non riesce a riceverne il sentimento perchè non è giunta al compimento delle operazioni immuni da difetto.
Nell’attesa, deve far violenza a se stessa per praticarle e giungere, attraverso il loro compimento, a gioire della dolcezza divina in un sentimento di plenitudine compiuta…

92. … Il dono della conoscenza spirituale che unisce l’anima con Dio, essendo in sè realtà d’amore, non permette al pensiero di dilatarsi nella contemplazione divina se prima non abbiamo ricomposto nell’amore anche colui che per leggerezza non è in pace con noi. Se costui non vorrà riconciliarsi e sarà andato, per sfuggirci, ad abitar lontano, la conoscenza spirituale ci urge a collocare accanto agli altri sentimenti, le linee del suo volto in Imo spazio non angusto dell’anima, per osservare in tal modo, nel profondo del cuore, la legge dell’amore…

94. Come la cera se non viene scaldata e resa molle, non può ricevere l’impronta del sigillo; così l’uomo, non provato da travagli e infermità, non può contenere l’impronta della virtù divina…

97….Chi vuole portare il cuore a perfetta purificazione, lo infiammi costantemente con l’invocazione del Signore Gesù, facendo di essa l’unica sua preoccupazione e la sua pratica costante. Quando ci si vuole liberare dalla corruzione non basta pregare ogni tanto, è necessario essere sempre impegnati nella preghiera, mediante la vigilanza cosciente sulle proprie forze mentali, anche quando siamo lontani dalla casa riservata all’orazione…
ISACCO DI NINIVE
Breve nota biografica
Nacque nel VII secolo a Bet-Qatrajè, fu consacrato vescovo di Ninive dal primate nestoriano Giorgio I (658-80). Dopo breve tempo rinunciò all’episcopato. A questo proposito la Filocalia riferisce questo episodio: «Due uomini, – un creditore e il suo debitore – andarono alla residenza vescovile di Isacco. Il primo domandava l’immediato pagamento del debito, il secondo, riconoscendo i suoi obblighi, chiedeva una dilazione. Il creditore invece insisteva col dire: «Se costui non mi restituisce subito il mio avere, lo denuncerò in tribunale ». Al che il Vescovo replicò: «Secondo il comando del Vangelo tu non devi domandare indietro il tuo» (Luc. 6, 35), quanto più grande deve essere la tua magnanimità con quest’uomo che ti promette di restituire ciò che è tuo. Ma il crudele uomo replicò: «Togli il comandamento evangelico per il presente caso». ‘ rifiutò di ascoltare più a lungo.
Il vescovo di Dio disse a sè stesso: «Se questa gente non obbedisce ai comandamenti del Signore, cosa sto a fare io qui ? » Abbandonò la casa vescovile e se ne tornò alla sua amata solitudine.
S. Isacco scrisse in siriaco, le sue opere furono tradotte in greco, arabo, latino, italiano (ed. Venezia 1500), francese, spagnolo, russo…
I testi di Isacco sono in P. Bedian: Mar 1. N. De perfectione religiosa Paris 1909 testo siriaco; P. Migne Greco 86; A. J. Wensinck: Mystic treatises by Is. of. Nin. Amsterdam 1923, versione inglese. P. Sbath: Traitìs religieux… extraits des oeuvres d’I.de N. Cairo 1934, testo arabo e versione francese.
I suoi scritti ebbero un influenza grandissima nell’Oriente ed in Occidente. Nella nostra versione abbiamo seguito Early Fathers of Philocalia p. 183-280, tenendo presente dove è stato possibile la versione riportata dal Migne e quella italiana edita dal Sorio nel 1845 a Roma.
S. Isacco trasporta in un linguaggio più semplice e umanamente più caldo la dottrina spirituale di Evagrio il Pontico.

S. ISACCO DI SIRIA (NINIVE)
Ammaestramenti spirituali
1. Il timor di Dio è il primo passo nella vita virtuosa; la sorgente della fede è un germe inserito nel cuore che raccoglie i vaganti pensieri, quando la mente è attratta dalle realtà esteriori la tien salda nella considerazione della futura restaurazione dell’uomo.
3. Il cammino verso la vita inizia sempre con il ricevere, nella mente, la Parola di Dio e con l’impegno della povertà. Queste due cose crescono in noi con armoniosa vicenda. Se lasci che il tuo essere sia fecondato dall’amoroso studio della parola di Dio, progredirai nell’impegno della povertà; l’avanzare nello spirito del non possesso ti darà agio di assimilare la Parola di Dio. L’uno e l’altro concorrono al rapido crescere dell’edificio delle virtù.

4. Se vuoi dare l’anima tua a Dio, dilungati dalle cose mondane. Con questo non voglio dire che tu debba cambiare dimora, ma che debba allontanarti dalle operazioni mondane. La virtù della separazione dal mondo è nel non lasciare irretire la mente nei legami dell’esteriorità.
6. Un cuore dubbioso rende pusilla l’anima; mentre la fede può rendere ferma la volontà, anche se il corpo viene privato delle membra. Finchè l’amore della carne predomina in te, non potrai essere audace e impavido in mezzo alle battaglie impegnate intorno all’oggetto del tuo amore.

7. Non ha raggiunto la mondezza del cuore chi vede sostare i pensieri vituperevoli durante il tempo degli esercizi, dei lavori o delle fatiche dell’ascesi. Il segno della modezza del cuore è visibile quando, per la purità interiore, uno raggiunge la casta visione mentale e più non si interessa ai pensieri non puri.
Mentre l’onestà della coscienza testimonia la purità delle cose che cadono sotto la visione fisica degli occhi, la mondezza stende un delicato velo nel luogo riposto dei pensieri, in modo che la brutalità esteriore non altera la innocenza interiore che, come vergine casta, e custodita inviolata per Cristo dalla fede.

8. Per allontanare dall’anima le tendenze sbagliate, precedentemente acquisite, nulla è di maggior aiuto che immergersi con amore nello studio delle Sacre Scritture e capire la profondità dei pensieri che esse contengono. Quando i pensieri di uno giungono a gustare la gioia di penetrare la nascosta saggezza delle parole, costui lascia dietro a sè e dimentica tutto ciò che è mondano, proporzionalmente all’illuminazione che trae dalle parole. Ma anche quando la mente fluttua appena sulla superficie delle acque delle Sacre Scritture e non sa scendere nelle profondità che vi sono contenute, perfino allora, il solo fatto di impegnarsi con zelo a capire le Scritture è sufficiente a fissare i pensieri sull’idea del sacro, e a trattenerli dal cercare ciò che è materiale e carnale.
9. In tutto ciò che leggi nelle Scritture procura di trovare il senso ultimo della parola, di penetrare nelle profondità del pensiero dei Santi e di capirlo con esattezza. Coloro la cui vita è guidata dalla grazia Divina verso l’illuminazione, hanno sempre la sensazione che qualche raggio di luce interiore accompagni la parola scritta e permetta alla mente di distinguere, dentro alle spoglie parole, ciò che è detto con riposta intenzione per l’alimento dell’anima.

11. Ogni creatura è naturalmente attratta da un’altra a lei somigliante. Così l’anima, resa viva dallo Spirito, assorbe con ardore il contenuto di una parola, appena sente che nasconde una energia spirituale. Non a tutti è concesso di esser fermati dallo stupore di una parola carica di vigore spirituali. Tali parole chiedono un cuore disciolto dalle realtà effimere; nella mente vincolata da preoccupazioni temporali le energie spirituali non possono risvegliare amore e ansia di possesso.

14. Vuoi con la mente riposare in Dio ? Cerca di essere misericordioso. L’amore spirituale che imprime nell’uomo l’immagine invisibile di Dio, non ha altra via se non quella di cominciare prima di tutto ad avere misericordia nella stessa misura nella quale il Padre celeste è misericordioso, come ha detto il Signore. (Luca 6, 36).

15. La parola non sostenuta dall’azione, è come un artista che dipinge dell’acqua sul muro, e non può togliersi con essa la sete. Quando un uomo parla della virtù secondo le sue proprie esperienze, è come se offrisse agli altri del denaro guadagnato col proprio lavoro. ‘ se un uomo porge a chi l’ascolta insegnamenti tratti dalla sua esperienza personale, apre le labbra con fiducia e dice ai suoi figli spirituali quello che il vecchio Giacobbe disse al casto Giuseppe: «Io do a te qualcosa di più che ai tuoi fratelli; Sicima, che ho strappato con la spada e l’arco dalle mani degli Amoriti. (Gen. 48, 22).

16. Qualcuno disse con perfetta verità che il timore della morte affligge chi è condannato dalla propria coscienza; chi porta in sè stesso una buona testimonianza ha eguale desiderio della morte e della vita.

17. Se alcunchè è stato profondamente inserito nell’anima tua, ne porterai il possesso nella presente e nella futura vita. Se è qualcosa di bene, gioisci e ringrazia Dio; se è qualcosa di male, gemi e piangi, e lotta per liberartene finchè rimani unito al corpo.

20. L’esercizio di portare la croce è di due specie: una consiste nel sopportare le afflizioni corporali, ed è chiamato propriamente attività; l’altra consiste nel sottile travaglio mentale, la meditazione su Dio, l’esercizio della preghiera ed è chiamato contemplazione. La prima, purifica la parte attiva dell’anima, l’altra ne illumina la parte mentale. Colui che, prima di perfezionarsi nel primo esercizio, passa al secondo, attratto dalle sue gioie, ed anche dalla propria pigrizia, vien colto di sorpresa dall’ira divina per non aver prima mortificato le sue «membra che sono sulla terra » (Col. 3, 5). Cioè per non aver superato la sterilità del pensiero con il paziente esercizio del portare la croce, e per aver presunto di permettere alla propria mente l’ideale della gloria della croce. Questo è il significato delle parole degli antichi Santi: «Se uno presume di innalzarsi fino alla Croce prima di aver guarito i propri sensi dalle infermità e di aver conquistato la regione del pensiero pacificato, è raggiunto dall’ira di Dio». Chi ha la mente turbata da vergognose passioni, ed è pronto a riempirla di fantasie, ha le labbra sigillate perchè, senza aver purificato la mente con la sofferenza e il dominio dei desideri carnali, pone la sua fiducia su quello che il suo orecchio ha udito e quello che è scritto con l’inchiostro e si incammina per un sentiero avvolto dall’oscurità mentre i suoi occhi sono ciechi.

21. Immagina la virtù come il corpo, la contemplazione come l’anima e che insieme formino un uomo perfetto, le cui due parti – i sensi e la mente – sono unificati dallo spirito. Come è impossibile per un’anima manifestare la sua essenza prima che il corpo sia completato in tutte le sue parti, così è impossibile all’anima il raggiungere la contemplazione senza un’opera attiva di virtù.

22. Quando senti dire essere necessario liberarti da ogni legame mondano, abbandonare il mondo, purificarti da ogni influsso del mondo, devi avanti ogni altra cosa apprendere e capire il vocabolo mondo, non nel suo significato comune, ma nel suo puro interiore senso. Quando avrai compreso le svariate cose
racchiuse in quel vocabolo imparerai anche la distanza tra l’anima tua e il mondo, e quante cose mondane sono mescolate a quelle dell’anima.
«Mondo » è un nome collettivo, racchiudendo in sè tutti gli istinti che denominiamo passioni. Volendo parlare dell’insieme degli istinti passionali diciamo «mondo »; quando parliamo di essi volendoli designare con i loro rispettivi nomi li diciamo «passioni».

23. Imparato il senso della parola «mondo », consideriamo tutto ciò che implica in sè stesso, saprai ciò che ancora ti lega al mondo, e in cosa ne sei separato. Per spiegarmi più in breve dirò, che il mondo è la vita che segue i dettami della carne, quanto più uno rompe con essa i suoi rapporti tanto più è libero dal suo dominio.

24. La paura di perdere la vita fisica è spesso tanto forte nell’uomo, da impedirgli ogni onorifica e lodevole impresa. Se raggiungi il timore di perdere la vita dell’anima, la paura fisica si discioglierà in essa come cera nella fiamma.

25. L’anima secondo la sua natura è intatta da passioni. Queste sono un qualcosa di sopraggiunto, per la colpa commessa dall’anima. Avanti, l’anima era luminosa e pura per l’illuminazione divina, e tale tornerà rimontando la sorgente. Questo fatto è la prova che l’anima agitata dalle passioni decade dalla sua natura…

26. Lo stato secondo natura dell’anima, è la conoscenza del Divino nelle creature, corporee ed incorporee. Lo stato sopra naturale, è la sottile contemplazione della Divinità transustanziale. Lo stato contro natura, è la disposizione che si aggiunge all’anima quando e mossa e resa schiava degli istinti passionali. Da questo è evidente che la passionalità non è propria alla natura dell’anima.

27. Se vuoi conoscere ciò che c’è nel profondo di un altro e non hai raggiunto ancora la perspicacia spirituale, osserva le sue parole, il suo modo di vivere, le sue tendenze. L’uomo che ha raggiunto la mondezza del cuore ed è incontaminato nel suo vivere, dice le parole dello Spirito con casta verecondia; giudica la realtà Divina e quella del suo proprio essere secondo la misura della sua capacità di comprendere. Chi ha il cuore scomposto dalla passionalità, ha anche la parola agitata da essa. Può parlare delle cose sante dello spirito, sempre però sotto l’influenza della passionalità che ha nel cuore. L’uomo saggio avverte ciò fin dal primo incontro, l’uomo dal cuore puro ne sente il cattivo odore.

28. Le operazioni del monaco sono: la libertà dalle agitazioni della carne; il travaglio del fisico per raggiungere la regione della preghiera; il ricordo mai interrotto di Dio nel cuore.

29. La preghiera è una cosa, e la contemplazione è un’altra, benchè la preghiera e la contemplazione si generino a vicenda. La preghiera è il seme, la contemplazione il raccolto: quando il mietitore contempla ammirato l’ineffabile visione delle belle spighe cresciute dai piccoli spogli chicchi che ha seminato.
30. Il Salvatore incominciò la redenzione col digiuno. Similmente tutti quelli che lo seguono, pongono su questo fondamento il principio della loro pugna, il digiuno è l’armatura allestita da Dio. Chi lo trascura non eviterà la sconfitta Se Colui che fece la legge digiunò, chi è sottoposto alla legge, potrà esimersi dal digiunare ? Per questo la stirpe umana non conobbe vittoria prima del digiuno, e lo spirito del male non fu mai sopraffatto dalla nostra natura; fu l’arma del digiuno a privare Satana di ogni vigore fin da principio. Il
Signore Gesù fu il condottiero e il primo esempio di questa vittoria, che pose la prima corona di vittoria sopra il capo del genere umano. Lo spirito del male quando vede che uno di noi possiede tale arma, subito è preso da spavento e ricorda come il Salvatore lo sconfisse nel deserto, e la sua forza si consuma su quest’armatura dataci dal nostro condottiero. Chi veste l’armatura del digiuno è sempre acceso di zelo. Mediante il digiuno l’uomo rimane saldo, senza tentennamenti di mente, durante l’assalto delle violente passioni.

31. Le fatiche e il lavoro ascetico aiutano l’anima a raggiungere la liberazione dalle passioni, mortificano le membra che sono sulla terra (Col. 3, 5), danno pace di pensiero quando, raggiunto il silenzio, cessa il turbamento dei sensi esteriori. Nè altra via esiste per raggiungere la pace. Può seccare la radice dell’albero annaffiato ogni giorno ? Può mancare l’acqua dalla brocca se ogni giorno vi viene rimessa ? Quando l’uomo raggiunge il silenzio allora l’anima può facilmente discernere le passioni; l’uomo interiore si sveglia all’opera dello spirito e, di giorno in giorno, avvicina l’anima sua alla perfetta mondezza del cuore.
32. Qual’è il segno della mondezza del cuore ? Quando uno vede tutti gli uomini essere buoni, e niun uomo gli appare immondo o contaminato; allora è mondo di cuore.

32 bis. Cos’è la mondezza del cuore e qual’è la sua estensione ? La mondezza è quando l’uomo dimentica l’aspetto alterato della creazione (cfr. n. 26). La sua estensione è quando l’uomo una volta libero da tali deformazioni ritorna alla prima semplicità ed innocenza della natura, sicchè sia fanciullo senza difetto di fanciullo.

33. Quale esercizio deve fare il solitario quando custodisce il silenzio nella sua cella ? Che bisogno ha l’uomo vigilante, sobrio nei pensieri dell’anima, di chiedere in che modo deve comportarsi quando è solo e in se stesso raccolto ? L’operazione del solitario nella sua cella è il pianto. Il dimorare nella solitudine simile all’abitare nei sepolcri, lungi dal gaudio umano, insegna al monaco che la sua operazione è il pianto. Tutti i santi hanno lasciato questa vita nel pianto. Preghiamo il Signore che ci elargisca questo dono. Se avremo questo dono benedetto, che è il migliore e il massimo di tutti i doni, ci darà l’aiuto per raggiungere la mondezza del cuore. Ed una volta conquistata la mondezza del cuore, non ci verrà tolta fino al termine dei nostri giorni.

34. Beati quelli che hanno il cuore mondo, non ci sarà momento nel quale non ricevano la dolcezza delle lacrime; in questa dolcezza sempre vedranno il Signore. Mentre le lacrime sono ancora nei loro occhi, meritano la visione delle rivelazioni di Dio per l’eccellenza della loro preghiera, e non fanno preghiera senza lacrime. Questo è il significato delle parole del Signore: «Beati quelli che piangono, saranno consolati » (Matt. 5, 4). Perché, quando il monaco sarà riuscito con le lacrime a passare oltre la regione delle passioni ed entrare nella valle della mondezza dell’anima, incontrerà quel conforto che Dio largisce a quelli che piangono.
Il far cordoglio e il versare lacrime, sono il dono della liberazione dagli istinti passionali. Se le lacrime di uno, che fa cordoglio e piange di tanto in tanto, possono aprirgli la strada all’invulnerabilità alle passioni, e purificarne la mente da ogni traccia di passione, cosa dobbiamo dire di chi giorno e notte compie con chiara consapevolezza questa operazione ?

39. Quando un’anima abbandonata a Dio con fede, sperimentando spesso il suo aiuto, non si cura più di sé , ma è avvolta nello stupore e nel silenzio, non è più possibile che ritorni ai suoi ordinari mezzi di conoscenza. Se lo facesse si troverebbe abbandonata dalla Provvidenza Divina, che, in segreto e senza posa, ha cura, e veglia su di lei. Se, così, un’anima viene abbandonata è perché ha dimostrato di vivere di fantasie che la legano a se stessa, quasi fosse capace di provvedere a sé , basandosi unicamente sulla propria conoscenza.

41. Colui al quale è dato di gustare la dolcezza della fede e che poi di nuovo ritorna alla sapienza puramente umana, è come uno che ha trovato una perla preziosa e l’ha ceduta per una moneta di rame, o come un uomo che ha rinunziato alla libertà di essere padrone di sé per ricadere in una misera condizione di timore e di schiavitù.
42. Esistono tre centri di elevazione e di decadimento della conoscenza: il corpo, l’anima, lo spirito. La conoscenza è il dono di Dio alla natura delle creature razionali, concesso fino dal momento della creazione. In sé stessa è semplice ed indivisibile come la luce dal sole, ma a seconda della sua attuazione, è soggetta a cambiamenti e divisioni.

43. Il primo tipo di conoscenza è determinato dai desideri della carne: ricchezza, vanagloria, inutili ornamenti, comodità fisiche, amore per la cultura libresca che serve nella amministrazione di questo mondo per produrre innovazioni attraverso invenzioni, arti e scienze; e inoltre tutte le altre cose che fan da corona al corpo nel mondo visibile. A causa di questi tratti particolari, la conoscenza diventa contraria alla fede. Si chiama conoscenza spoglia, perché esclude ogni pensiero di Dio, e dando preponderanza al corpo, genera nella mente una impotenza di raziocinio, limitando ogni suo interesse soltanto alle realtà esteriori.
Così è fatta l’opinione che questa conoscenza inesatta ha di sé stessa, da immaginare che tutto accada tramite la sua sagacia, e in ciò va d’accordo con chi asserisce che nessuna Potenza dirige il mondo. ‘ nondimeno essa non può esistere senza costanti cure e timori per il corpo, ed è quindi sottomessa allo scoraggiamento, al dolore, alla disperazione e ai timori. Timori causati dal demonio c timori causati dagli uomini; notizie di ladri e di assassinii, preoccupazioni per malattie, per bisogno, o per mancanza delle cose necessarie al vivere; timore della morte, della sofferenza, degli animali feroci e di altre simili cose. ‘ tutto ciò rende questa conoscenza simile ad un mare in burrasca, sul quale i marinai passano il giorno e la notte colpiti da ogni parte dalla violenza e dalla furia delle onde.
Poiché tale conoscenza è incapace di trasferire ogni preoccupazione in Dio, per mezzo della fede e della fiducia in Lui, si trova costantemente occupata a sviluppare e ad inventare vari espedienti che riguardano lei stessa. Ma quando accade, in alcuni casi, che questi espedienti falliscano, essa non vede in ciò la misteriosa mano della Provvidenza e comincia a discutere con coloro che si oppongono a lei e le resistono. Proprio su questo tipo di conoscenza si impianta l’albero del bene e del male, l’albero che sradica l’amore. Le sue caratteristiche sono l’orgoglio e l’arroganza. ‘ piena di sé mentre cammina nell’oscurità, valuta ciò che possiede secondo un metro terreno, e non sa che vi è qualche cosa di meglio di lei stessa.

44. Il secondo tipo di conoscenza. Quando uno si dilunga dal primo modo, comincia a volgersi verso desideri e pensieri dell’anima, allora nella luce della natura della sua anima, egli compie le seguenti ottime azioni: digiuno, preghiera, elemosina, lettura delle Sacre Scritture, vita virtuosa, lotta con le passioni e così via. Perché, tutte le buone azioni, tutte le eccellenti disposizioni che si trovano nell’anima e gli ammirabili modi di servizio nella casa di Cristo, in questo secondo tipo di conoscenza, sono opera dello Spirito Santo, che dà il potere di agire. Allo stesso tempo questa conoscenza mostra anche al cuore le vie che conducono alla fede, e raccoglie in sé tutto ciò che è utile per il viaggio verso la vera vita.
Ma anche qui la conoscenza è sempre materiale e molteplice. Contiene solo la via che conduce e spinge verso la fede. Vi è però un tipo di conoscenza, ancor più elevato: se uno persevera con successo nella sua opera, gli sarà possibile con l’aiuto di Cristo, innalzarsi a questo terzo tipo, purché abbia posto le basi della sua attività nel silenzio della solitudine, nella lettura delle Scritture, nella preghiera ed in altre buone opere, per mezzo delle quali si ottiene tutto ciò che si riferisce alla seconda conoscenza. Per mezzo di questa tutte le cose belle si compiono, infatti essa è chiamata la conoscenza dell’operare, perché attraverso le azioni esterne, tramite i sensi del corpo, svolge la sua attività sul piano fisico.

45. Il terzo tipo di conoscenza è quello della perfezione. Per mezzo di essa uno può affinarsi, conquistare tutto ciò che è spirituale e giungere alla somiglianza, mentre è ancora in vita, delle potenze invisibili che compiono il loro servizio, non per mezzo delle azioni esterne, ma tramite la vigilanza della mente. Quando la conoscenza si innalza al di sopra delle cose terrene e delle preoccupazioni esteriori, quando comincia ad esperimentare pensieri appartenenti all’interiorità, quando è attirata verso l’alto e segue la fede nella sua sollecitudine per la vita futura, nel suo desiderio di ciò che ci è promesso e nella ricerca intensa dei misteri nascosti, allora assorbita, tramutata e rigenerata dalla fede, diviene soltanto spirito. Allora può volare verso i regni dell’incorporeo e raggiungere gli abissi dei mare inviolato, che svelano il meraviglioso operare divino nella natura delle creature incorporee e corporee; scoprire i misteri accessibili ad una mente semplice e pura. Allora gli intimi sensi si destano all’attività spirituale secondo l’ordine che regna nella vita immortale e incorruttibile; si compie così ciò che potremmo designare come resurrezione dello spirito, pegno della finale resurrezione.
46. Queste sono le tre possibili forme della conoscenza. Dall’uso della ragione fino al giorno della morte, la conoscenza dell’uomo si polarizza in una di queste tre forme. Il colmo di tutti gli errori e dell’empietà, la perfezione della bontà e la penetrazione di tutte le profondità dei misteri dello spirito, sono il risultato della stessa capacità conoscitiva stimolata da uno di questi centri. In essa capacità, sono contenuti tutti i moti della mente, sia che ascenda o discenda, nel bene, nel male o in qualcosa posto tra i due. Questi gradi della conoscenza sono chiamati dai padri: naturale, contro natura, soprannaturale. Essi costituiscono le tre direzioni lungo le quali l’anima razionale compie il suo cammino verso l’alto o verso il basso; cioè, come già dicemmo, quando l’uomo opera giustamente conforme alla sua natura, oppure quando mediante il ricordo è rapito verso l’alto, al di sopra della sua natura, nella contemplazione di Dio, o quando va al di fuori con il gregge dei porci, dopo aver dissipato le ricchezze del giusto discernimento, per vivere da schiavo con una moltitudine di demoni.

47. Quando la conoscenza non è libera dalle concupiscenze, primo grado di conoscenza, l’anima è insensibile a camminare secondo la volontà divina. La conoscenza seconda accende l’anima, e la rende impaziente di giungere alle soglie della fede. La conoscenza terza, e la quiete da ogni operazione, il godimento dei misteri della vita futura, mediante un’unica e semplice tensione mentale. Finché
il nostro essere sarà incapace di trapassare tutta la natura e il gravame della carne, rimaniamo in una condizione di continua mutabilità da un grado all’altro della conoscenza. Ora, come tapino accattone, l’anima comincia il suo servizio nel secondo stadio della conoscenza, quello mediano delle virtù, altre volte resa simile a chi ha ricevuto lo spirito della figliolanza divina nel mistero della liberazione, gioisce nella qualità della grazia spirituale che e il riverbero del suo Donatore; quindi ritorna alle umili operazioni compiute con la collaborazione del corpo. Quaggiù, in questa vita imperfetta, non c’è libertà perfetta.

48. Nel secondo grado, l’operazione della conoscenza consiste in esercizi diuturni e laboriosi. L’operazione nel terzo grado è attività di fede, compiuta non mediante le azioni ma attraverso le rappresentazioni spirituali nella mente. Tale operazione è propria dell’anima, trascendendo essa i sensi. Per fede non voglio si intenda ciò che concerne la distinzione delle Ipostasi divine cui prestiamo il culto; neppure il miracolo della dispensazione della vita divina tramite l’Incarnazione, fede questa veramente preziosa; per fede intendo quella che è accesa nell’anima dalla luce della grazia e che dà vigore al cuore con la testimonianza della mente, introducendovi la certezza della speranza.
Questa fede non si manifesta nell’accrescimento di interesse per le cose che giungono attraverso l’udito, parole lette o parole dette ma nello spirituale vedere. La mente vede le cose occulte nell’anima, l’invisibile tesoro divino, nascosto alla vista di chi è legato alla carne e manifestato dallo Spirito a quelli che son nutriti dal cibo di Cristo ed hanno appreso le sue leggi.

49. … La conoscenza elargita dalla divina potenza, si chiama soprannaturale; è insondabile e ben più in alto della conoscenza naturale. L’acume penetrativo di questa conoscenza non nasce dalle realtà materiali che sono esteriori, esse generano le altre due forme di conoscenza; ma germoglia e appare nelle più riposte parti dell’anima, libera da materia, inattesa, spontanea ed improvvisa. Rivela la verità della parola di Cristo: Il Regno di Dio è in voi (Luca 17, 21). Non alimenta la speranza con l’invio di immagini che la preannunciano, né la sua venuta è accompagnata da segni sensibili: manifesta se stessa nell’immagine impressa nella mente interiore, senza bisogno di forme che vengono dall’esteriorità.
La conoscenza prima, nasce dal costante e diligente lavoro di studio; la seconda sorge dalla vita retta e dalla fede naturale; la terza è figlia della fede che è superamento di ogni conoscenza e sosta di ogni operazione attiva.

51. Accetta, senza timore di errare, la parola nata dall’esperienza; anche se colui che la dice non è addottrinato dai libri. Il tesoro del re più facoltoso non respinge l’obolo che viene dal mendico; i fiumi rigurgitano dell’acqua dei piccoli rivi, e la loro corrente fluisce con potenza.

53. C’è un amore che come fiammella nutrita dall’olio, si spenge se l’olio finisce, o come torrente rimane asciutto quando non piove. C’è un altro amore che, come. sorgente, zampilla abbondante sulla terra e mai viene meno. Il primo è l’amore umano; il secondo l’amore che in Dio ha la sorgiva.

55. Non contrastare i pensieri disseminati dal nemico nella tua mente; rompi ogni discussione con essi pregando Dio. Non sempre in noi c’è sufficiente forza per contrastare e rompere i pensieri non retti. Anzi l’opposizione accanita può recarci delle ferite dure a guarire. Nonostante tutta la saggezza e le buone intenzioni, gli spiriti del male vincono sempre quando riescono a farti accettare battaglia. Supposto che tu riesca vittorioso la laidezza di quei pensieri contaminerà la tua mente e il loro tanfo rimarrà a lungo nelle tue narici. Se usi il metodo suggerito da me sarai liberato da tutto questo e dal timore; in queste tentazioni non c’è aiuto se non in Dio.

57. Abbi la sicurezza che Colui che ti protegge ti è sempre vicino; tu ed ogni creatura siete sotto il medesimo Signore. Egli con un solo cenno della sua mano mette ordine e moto in tutti gli esseri. Non turbarti e sii sereno. Nessuno spirito maligno, nessuna bestia nociva, niuno uomo malvagio possono importi il loro volere e farti del male. Ripeti all’anima tua queste parole: a Ho un Patrono che vigila su di me, nessuna creatura può ergersi contro di me senza il volere dell’Alto. Se la volontà del mio Signore è che il maligno domini le creature, chino la testa senza angoscia, non voglio che la volontà del mio Signore rimanga inadempiuta. In tal maniera, traversando prove e tentazioni, giungerai alla gloria. Sperimenterai che la mano di Dio dirige tutto in te e attorno a te; il cuore troverà la forza della fiducia nel Signore.

60. La scelta del compimento del volere di Dio, compete a chi desidera farlo; l’esecuzione di ciò che il volere divino richiede, è opera di Dio. L’uomo che elegge la volontà divina ha bisogno dell’aiuto di Dio. Quando un desiderio di bene nasce in te, nutrilo con preghiera frequente domandando non solo il soccorso divino ma il discernimento per sapere se il desiderio è conforme o no al suo Volere. Non ogni desiderio di bene che nasce nel cuore viene da Dio, ma solo quello che è utile alla nostra crescita spirituale viene da Dio.

61. Quando un desiderio buono non è benedetto dall’aiuto divino, esso viene dallo spirito del male e sarebbe dannoso e non utile, il suo adempimento. Il compimento dei nostri desideri di bene è al di là delle nostre capacità, e non avviene per queste ragioni: perché non c’è coerenza tra la nostra vita e il desiderio; o perché è alieno dall’impegno della nostra specifica vocazione; o perché non è ancora giunta l’ora del SUO adempimento o del principio del suo adempimento; o perché in noi non c’è sufficiente chiarezza e forza; o perché le attuali circostanze non sono mature. Lo spirito del male usa tutte le sue astuzie per presentarci l’esecuzione dei nostri desideri in una luce favorevole. Produce in tal maniera turbamento e inquietudine nell’anima, e agitazione fisica. Somma cura ci è necessaria nell’esame dei nostri desideri di bene. Il meglio è agire sempre con chiara cautela.

69. La volontà dello Spirito è questa: coloro che lo cercano passano attraverso il vaglio del patire. Lo Spirito di Dio non è in chi I ha trovato la quietitudine soddisfatta. Il segno distintivo dei figli di Dio è la sofferenza, mentre il mondo ricerca la quietitudine sensuale. Di quelli che cercano la carnale quietitudine Dio non sa cosa farsene; Dio vuole che l’uomo sia vivo nell’esistenza del mondo, nella sofferenza, nelle asprezze, nelle fatiche, nella penuria, nella nudità, nel bisogno, nella degradazione, negli insulti, in un fisico ribelle, nei pensieri di pianto. Tale stato di cose dimostra vero il detto: «Nel mondo avrete tribolazioni ». (Giov. 16, 23). Sa bene il Signore che chi ha una vita facile non può dimorare nel suo Amore; così vieta la facile vita e la gioia terrena a quelli che ama.

70. I santi, con l’amore implacabile verso Dio e le sofferenze affrontate per Lui, hanno acquistato l’audacia di contemplare Dio col volto scoperto e di pregarlo con fiducia. Grande è il potere della preghiera audace. Per questo Dio lascia che i suoi santi siano provati da ogni genere di dolore, vuole che abbiano esperienza concreta del suo soccorrevole aiuto e del suo amore vigile…
Per l’esperienza dell’aiuto divino ripetuta frequentemente nelle tentazioni, l’uomo acquista la fede solida che lo rende impavido e gioioso nella prova.

73. Teme l’ora della morte chi non è vigilante, avvicinandosi a Dio paventa il giudizio; ma quando tutto il suo essere è proteso verso le realtà future, il timore è inghiottito dall’amore. Finché l’uomo rimane nella conoscenza e nella vita della carne, la morte lo terrifica. Quando la sua conoscenza è spirituale e la sua vita è conforme alla santità costante è il pensiero in lui del giudizio futuro; in questo caso il suo essere è in accordo con la sua natura, vive nella regione dell’anima, ed è nella condizione giusta per accostarsi a Dio. Raggiunta la conoscenza della verità, risvegliata la conoscenza dei misteri divini e la speranza delle future realtà, l’amore inghiottisce l’uomo carnale che, quale un animale, teme la morte, e annulla anche l’uomo della ragione che ha il timore del giudizio divino.
Divenuto figlio, riveste gli ornamenti dell’amore invece del pungolo del timore.

74. Beato chi ha il pensiero sempre fisso in Dio, e che sempre rimane in solitaria comunione con Lui per apprendere la sua conoscenza. La gioia nel Signore è più forte di quella che viene dalla vita; chi riesce ad acquisirla non guarda a sofferenze e non ha più considerazione per la sua stessa vita. L’amore è cosa più soave della vita, più soave del miele e del miele filato. All’amore non importa se per l’amato affronta morte crudele. L’amore è alimento di conoscenza; la conoscenza è dote dell’anima vigorosa, il vigore all’anima viene da prolungata pazienza.
77. Se siamo fedeli all’impegno della sobrietà e pratichiamo il giusto discernimento con la conoscenza, l’impeto dell’assalto passionale non toccherà la nostra mente. Le porte del cuore gli rimangono chiuse, non per una resistenza combattiva, ma perché l’anima è colma di consapevole vigilanza e di conoscenza spirituale, mentre le forze del desiderio sono protese verso la contemplazione. L’uomo custodisce il riposto tesoro del cuore finché è fedele alla sobrietà ed all’oculata vigilanza. Quando abbandona queste posizioni diventa fiacco e il tesoro gli vien rapito.
L’operazione della vigilanza deve durare non solo fino all’apparir dei frutti, ma al termine del raccolto. La grandine può rovinare i frutti già maturi.

80. La vita presente può paragonarsi allo scrivere su tavolette cosparse di cera; quando uno lo desidera può aggiungere, cambiare o cancellare le lettere già scritte. La vita futura invece è come lo scritto su rotolo di pergamena polita, sigillato da regale suggello, in esso non è lecito aggiungere o togliere alcunché. Per questo, finché rimaniamo nel mezzo alla mutabilità, vigiliamo su di noi, avendo il potere di aggiungere o togliere a ciò che l’esperienza imprime in noi, raschiamo il male che Ci viene dal passato e aggiungiamo lettere di vita più giusta. Durante il tempo della vita presente, Dio non mette il suo sigillo a ciò che di bene o di male facciamo, il sigillo ultimo sarà apposto al momento del nostro ingresso nell’eternità.

81. La preghiera domanda un costante esercizio che renda la mente capace di raggiungere la sapienza. La solitudine – allontanamento da traffici e pensieri alieni – prepara la preghiera. La solitudine è la via della preghiera, e la preghiera è la via dell’amore divino; la preghiera svela i motivi di amare Dio.

84. Se metti su un piatto della bilancia i frutti del combattimento e delle pratiche spirituali e nell’altro il silenzio, vedrai che questo sarà più pesante di tutto il resto.
Svariati e numerosi sono i consigli che l’uomo ha a sua disposizione per il combattimento spirituale; se uno si consacra al silenzio, diventano superflui i primi e superflue le pratiche adusate; sperimenterà di aver trapassato la loro regione e di essere alla soglia della santità.
85. La misericordia fecondi ogni tuo movimento interiore. I a compassione sia lo specchio che in te riflette la somiglianza e la vera immagine di Dio e dell’essenza del Sacro. Mai raggiungerà la perfetta mondezza il cuore duro e spoglio di misericordia. L’uomo misericordioso è il medico della propria anima; ha dissipato le passioni Con Un vento gagliardo che nasce da lui stesso. La viva parola del Vangelo ci dice che esso è il dono pietoso di Dio.

90. Un sant’uomo disse: «Il silenzio tronca ogni pretesto e causa di nuovi pensieri, entro le mura della propria cella scolorano e appassiscono le memorie delle cose che ci concernono. Quando le cose passate tramontano nell’attività del pensiero, la mente, riportandole nella loro esatta prospettiva, rifà il cammino Verso la sua dignità ».

91. Un’altro disse: «Scegli la dilettevole operazione della veglia notturna, usata dai monaci perfetti a demolire il vecchio Adamo, e rinnovare il proprio spirito. Nelle ore notturne l’anima sente la vita immortale e questo sentimento la spoglia delle vesti tenebrose e apre la via alla discesa dello Spirito Santo ».

95. Se durante le diverse operazioni della vita solitaria riesci a mantenere la mente libera da divagazioni, e il canto erompe improvviso dal tuo labbro, rimanendo intatta la taciturnità interiore, e questo avviene senza la partecipazione del tuo volere e dopo lungo raccoglimento, sappi che stai andando avanti nella via del silenzio, e la dolcezza dell’anima sta mettendo profonde radici in te.
Perché lo sterile silenzio è veramente riprovevole.
Se ancora noti che ogni tua cogitazione ogni tuo ricordo e pensiero contemplativo, germoglianti dal silenzio, riempiono di lacrime i tuoi occhi, e vedi le lacrime scorrere sulle guance liberamente, sappi che la barriera che ti separa da Dio principia a crollare, con grande scorno dei nemici del tuo spirito.

Se alle volte avverti il tuo pensiero scendere nel più profondo di te stesso, senza tua premeditazione e in modo inconsueto, e se rimani in questo stato per del tempo, e se dopo continua in te pace di pensieri, e se tale esperienza diviene ricorrente, sappi che la nube della presenza di Dio ha cominciato a coprire la tenda della testimonianza (Esodo 40, 34).

Non esser stupito, se, dopo aver intrapreso l’impegno del silenzio, non trovi requie dagli impulsi passionali. Il cuore del mondo rimane per del tempo nell’ombra dopo il sorgere del sole; l’odore delle medicine e il profumo d’incenso a lungo restano nell’aria. Quanto più è vero questo con le passioni ! Sono come cani abituati a leccare il sangue dentro la macelleria, quando la porta è chiusa, stanno fuori abbaiando, finché la forza dell’abitudine non vien meno.

Il tuo avanzare è contrassegnato da questi chiari indizi: in ogni cosa sarai sorretto dalla speranza e nutrito dalla preghiera; la tua mente saprà servire utilmente e in ogni incontro con gli altri e nelle debolezze della natura umana; le deficienze del tuo prossimo non avranno più importanza; avrai intenso desiderio di lasciare la vita terrena e di raggiungere la futura; ogni penosa vicenda ti si presenterà come qualcosa di utile e di meritato, e ringrazierai Dio sempre.
98. La creatura umana è soggetta a mutazioni senza fine; lo stesso singolo uomo differisce da un’ora all’altra. L’uomo che possiede il chiaro discernimento può verificare la verità di quanto ho asserito prendendo se stesso come oggetto di esame. Se è addestrato al controllo delle sue forze e si osserva con vigile coscienza, potrà capire quanto frequentemente il suo pensiero muti, con quale rapidità da uno stato di pace passi al suo contrario, e riuscirà a scoprirne le cause.
S. Macario ammonisce i suoi frati a non disperare quando scoprono in loro un cambiamento verso il peggio. Perché anche chi ha raggiunto il livello della mondezza del cuore oscilla perennemente tra il meglio e il peggio, come l’aria che ora e calda ora è fredda; nonostante questo variare deve permanere nella vigilanza e mai abbandonarsi all’indulgenza verso di sé . Anche se sarà oculato nella giusta disciplina subirà tali oscillazioni, pur non volendo.
Il beato Marco, afferma la stessa cosa: «Il mutamento avviene in ognuno, come nell’atmosfera ». In ognuno, non solo nel peggiore e nel più abbietto, anche in chi ha raggiunto la perfezione. Similmente nella natura il freddo è seguito dal caldo, la grandine dal tempo buono, così nel nostro impegno, il tempo della grazia segue quello della lotta; alle volte l’anima è scossa e ondate crudeli l’assalgono, poi sopraggiunge il cambiamento, la grazia discende e colma il cuore dell’uomo con la pace di Dio, accompagnate da casto e calmo pensare.

100. L’umiltà senza compiere sforzi ottiene il perdono dei molti peccati; senza l’umiltà, qualunque sforzo è vano e produce iattura. L’umiltà è per ogni virtù ciò che è il sale per il cibo. L’umiltà nasce nel cuore dell’uomo che ha pensieri di contrizione verso se stesso si considera un nulla e si giudica con severità. Quando è presente ci trasforma in figli di Dio.

106. I modi per acquistare i umiltà sono: il ricordo dei peccati e della prossimità della morte sia fermo nel tuo pensiero; vesti poveramente; scegli sempre l’ultimo posto; con gioia accetta di compiere i più modesti e infimi servigi; non essere disobbediente; custodisci il silenzio; non amare gli incontri mondani; preferisci rimanere ignorato e reputato inetto; niuna cosa tenere esclusivamente per tua; non amare le conversazioni in mezzo alla moltitudine; non essere attaccato al lucro; soprattutto non voler biasimare o accusare alcuno; sii superiore all’invidia; non sopraffare nessuno, preferisci di essere sopraffatto dagli altri; compi il tuo lavoro ascetico nella segretezza; non ti preoccupare degli altri ma di te stesso. In poche parole: il sentirsi pellegrino sulla terra, la povertà e il silenzio partoriscono l’umiltà e la mondezza del cuore.

107. Il segno della perfezione raggiunta è: quando uno pur condannato dieci volte al giorno ad esser bruciato vivo per amore del suo prossimo e non dice basta !…

108. Nessuno perviene nella regione di questo amore se in lui non nasce un segreto sentimento di speranza. Chi ama il mondo non può amare gli uomini. Quando uno raggiunge questo amore è avvolto da questo amore e da Dio stesso. Chi ha trovato Dio non cerca niente di soprappiù, si spoglia anche del suo stesso
corpo. Se uno è rivestito, dell’amore per questo mondo e per la vita terrena, non potrà esser rivestito da Dio finché non rinuncia a tutto…

114. L’umile non è mai agitato, inquieto o turbato, mai ha pensieri esaltati o instabili, in ogni circostanza rimane calmo. Nulla lo sorprende, lo angoscia, o lo sgomenta, non essendo vulnerabile alla paura o all’alterazione durante le prove dolorose; nè alla frenesia o all’eccitazione nei momenti di gioia. Tutto il suo gaudio e contentezza sono in ciò che è conforme al beneplacito del suo Signore.

115. L’umile si perita dal pregare Dio chiedendo qualcosa, non conosce neppure il modo di formulare tali preghiere. Con semplicità custodisce nel silenzio i suoi sensi e aspetta la misericordia e ciò che il suo venerato Signore ama mandargli. Quando prostrato con la faccia al suolo, mentre i suoi occhi interiori si sollevano alla soglia del Santo dei Santi, dove dimora Colui la cui abitazione c la tenebra, davanti al Quale i Serafini abbassano gli occhi, riesce a ripetere queste parole soltanto: «LA TUA VOLONT∑ si compia in me, Signore ! ».

116. Cammina davanti a Dio nella pura semplicità, non nelle sottili astuzie della mente. La pura semplicità dona la fede; la speculazione sottile e tortuosa genera in te la vanità; la vanità partorisce la dimenticanza di Dio.

117. Quando nella preghiera ti metti davanti a Dio, il tuo pensiero diventi semplice come quello di un bimbo che non sa parlare.
Non dire davanti a Dio parole che nascono da cultura intellettuale, approssimati a Lui con ingenuo pensiero, davanti a Lui cammina come fanciullo che si sente protetto dallo sguardo paterno. ~ scritto: a Dio vigila sui semplici » (Salmo 114, 6). Semplice non è chi ha tenera età, ma chi possedendo la conoscenza che viene dal mondo dei sensi, vi rinuncia per imparare la perfetta Sapienza, che non si apprende dai libri. Prega Dio che ti aiuti a giungere a tanta sapienza. Usa nel chiederla, diligenza, fervore, ardore, finché non l’avrai ricevuta.
Questo dono ti sarà concesso, se con fede t’impegnerai ad affidare a Dio tutte le tue preoccupazioni e a sostituire le tue misure di prudenza con la Provvidenza divina. Dio vedendo il tuo desiderio, la purezza dei tuoi pensieri che riposano in Lui e non in te, la tua speranza fiduciosa, farà scendere in te questo potere inscrutabile e tu avrai coscienza di possederlo. La coscienza di tale potere ha permesso ad alcuni di affrontare senza paura le fiamme, ad altri di camminare sulle acque con la ferma sicurezza di non affondare.
119. Quando ti sarai consegnato con fiducia assoluta al Signore, Onnipotente nel proteggerti e nel vegliare su di te, non tornare più alle preoccupazioni della carne; ripeti all’anima tua: «Mi basta, in ogni possibile evenienza, l’aiuto di Colui cui ho consegnato me stesso. Non vivo più nella regione delle preoccupazioni; Egli sa questo ». Allora diverrai il testimone dei miracoli di Dio, vedrai Dio sempre vicino a chi lo teme, e la sua invisibile Provvidenza accompagnare i suoi fedeli. Non voler dubitare della sua presenza invisibile; spesso per darti sicurezza gioiosa si manifesterà sensibilmente ai tuoi occhi.

120. La grazia irrompe nel cuore appena questo rifiuta ogni aiuto sensibile ed ogni speranza umana, seguendo Dio con fede e purezza. La grazia è seguita da soccorsi appropriati. Il potere della grazia si manifesta avanti tutto nelle cose concernenti il corpo, aiutando ad averne la padronanza e a sperimentare vigorosamente le cure della Provvidenza anche nei suoi riguardi.
Sperimentato l’aiuto nella regione del sensibile, più facile è la convinzione di essere soccorsi in quella dell’invisibile. In essa, l’azione della grazia si esplica con il fare ordine in mezzo al groviglio dei pensieri e delle idee intricate, diventa facile scoprirne il significato recondito, il loro rapporto scambievole, il loro aspetto ingannevole, il loro concatenamento e il travaglio che danno all’anima. Insieme la grazia getta confusione nei desideri degli spiriti del male, e indica, come un dito puntato, la sofferenza cui uno sarebbe andato incontro, se fosse rimasto nella ignoranza. A questo punto nasce in lui il pensiero di poter pregare Dio per qualunque cosa, minima o grande.

121. …La saggezza nel combattimento spirituale, la conoscenza sperimentale della protezione divina, la certezza della vicinanza di Dio, la solidità della fede in Lui, sono direttamente proporzionate al patire di ciascuno.
122. Appena la grazia si accorge che una ombra di dubbio è penetrata nei pensieri di qualcuno e che costui principia a pensare superbamente di se stesso, lascia libera la via alle tentazioni. Il loro reale assalto non si placa, finché l’anima, riconosciuta la sua fragilità, non si raccolga vicino a Dio con umiltà.

123. Non stupirti se quando sei sulla soglia della virtù verrai assalito da gravi e intense tribolazioni. La virtù non è virtù se non implica arduo travaglio… Per questo Cristo ti dice: «Prendi prima la tua croce e poi seguimi ».

124. Niente è più forte della disperazione. Essa non conosce potere che la domi. Quando un uomo rimane privo di ogni speranza, nessuno lo può eguagliare nell’audacia. Nessun nemico può opporglisi, nessuna previsione di sofferenza può indebolire i suoi propositi. Ogni sofferenza possibile è più lieve della morte, lui ha piegato il capo per accettare la morte.

125. In ogni tempo, la speranza di ciò che è più facile rende l’uomo dimentico di ciò che è nobile, degno e grande. Tanto nel passato come ora, è questo fatto e nient’altro che ha privato l’uomo di vigore, cosicchè, non solo non ha raggiunto la vittoria ma ha perduto il suo vero bene. In breve: l’uomo dimentica il Regno dei cieli solo per la speranza di effimeri conforti nella vita presente. Chi non sa che l’uccello si avvicina al nido solo per la speranza di trovar riposo ?

140. Gesù, l’elargitore della vita, riassume la pienezza dei comandamenti nell’amore di Dio e nell’amore dell’immagine di Dio, l’uomo. Il primo sazia l’anelito della contemplazione; il secondo quello della contemplazione e della azione. L’essenza di Dio è semplice, invisibile ed in sé non manchevole di nulla; la coscienza, quando si immerge in se stessa non ha bisogno di attività fisica nel suo rapporto con Dio. La sua attività in ciò è semplice e si svolge in quella parte della mente che corrisponde alla semplicità di quella venerabile Causa che è oltre i sensi fisici. Il secondo comandamento dell’amore per l’uomo, a motivo del duplice aspetto della nostra natura, richiede che attuiamo nella carne quell’amore che è in atto
nella regione impalpabile della coscienza.
Siccome l’azione precede la contemplazione, non è concesso all’uomo di ascendere alla regione di ciò che è superno se prima non ha compiuto ciò che appartiene all’inferiore. Nessuno, che sia negligente nel compiere le opere che manifestano sensibilmente l’amore per l’uomo, può affermare di progredire in esso. Solo le opere provano l’esistenza dell’amore. Se siamo fedeli nel loro compimento, vien data all’anima la possanza di dilatarsi verso la regione della più alta contemplazione divina con un atto apprensivo semplice e incomparabile.

141. Chi vuole amare Dio sopra tutte le cose, abbia cura della mondezza del suo cuore; essa è nel superamento delle forze passionali. Le forze passionali sono la porta chiusa davanti alla mondezza del cuore. Senza la mondezza del cuore l’anima non può reggere nel tempo della preghiera; la fedele stabilità nella preghiera è il frutto della mondezza del cuore e del travaglio affrontato per raggiungerla. L’ordinato cammino verso di essa è il seguente: la pazienza unita al controllo di se stessi, muove battaglia alle forze passionali per acquisire la mondezza del cuore; la vera mondezza porta alla mente il dono della fedele stabilità nella preghiera.

142. … Facciamo, da parte nostra, ogni sforzo per ordinare la regione del nostro cuore
con le opere della penitenza e di una vita gradita a Dio; e ciò che sarà la volontà di Dio verrà spontaneamente da sé , se lo spazio del cuore è puro e incontaminato…
144. … Quando con l’osservanza dei comandamenti e il duro travaglio di una vita vera, l’uomo va oltre il regno delle passioni, acquista la santità dell’anima con i mezzi comuni dell’osservanza della legge, riceve il latte da una regione posta fuori dal mondo dei sensi, avendo deposte le impronte dell’uomo vecchio ed essendo nato di nuovo, come alle origini, nella regione dello Spirito. Quando, per opera della grazia, acquista i sensi dell’uomo interiore, diventa creatura visibile del regno dello Spirito, e viene a ricevere il mondo nuovo che è quello libero dal molteplice.

148. La contemplazione, retaggio dei figli di Dio è congiunta alla fede ed è alimentata dai pascolo delle Scritture. Molte parole, il cui senso è sigillato alla sapienza umana, diventano chiare con l’aiuto della fede, ne riceviamo la comprensione mediante quella contemplazione che segue l’opera della purificazione… La fede è madre della speranza…
149. … La vera porta della contemplazione è l’amore. Ogni ascesa nella rivelazione della Sapienza e nella contemplazione dei misteri, è guidata dall’amore di Dio. Prima di tutto, dobbiamo acquisire
l’amore, poi raggiungeremo senza sforzo la contemplazione delle realtà spirituali… L’amore è la regione delle rivelazioni; in essa la contemplazione viene incontro spontaneamente…

150. Finché uno si arrovella nel fare degli sforzi, tentando di costringere lo spirituale a scendere in lui, non ottiene che resistenza. Se, nella sua presunzione, si accanisce a tener gli occhi alti verso le realtà spirituali e tenta di conquistarle con le sue capacità mentali fuori del tempo prestabilito, la sua vista s’intorbida e invece di esse realtà, vede ombre e fantasmi. Quando comprenderai ciò, con discernimento e riflessione, smetterai di aspirare alla contemplazione prima del tempo prestabilito. Se ti sembra di veder qualcosa proprio della contemplazione, prima di essere entrato nella regione dell’amore e della mondezza del cuore, sappi che questo qualcosa è ombra di fantasma, non contemplazione…

167. … Leggi i Vangeli, nei quali Dio dischiude il mistero dell’universo, la tua mente scenda nelle profondità delle meraviglie divine.
La tua lettura si svolga nel silenzio, lontano da ogni agitazione. Sii libero da ogni preoccupazione che viene dalla carne e dal tumulto della vita, così, quando la dolcezza del senso delle parole evangeliche giunge, tu possa essere intimamente consapevole del suo soave sapore, superiore ad ogni sensazione e la tua anima ne fruisca.

185. Quando l’uomo si consacra per sempre a Dio, la sua vita scorre con serenità di mente. Senza la liberazione dalle passioni l’anima non può esser immune dal pensiero agitato, finché non avrà introdotto il silenzio nella sua sensibilità non raggiungerà il calmo pensare. La sapienza spirituale è il premio di aspre prove.
La finezza del pensiero si raggiunge con la lettura accurata.

Il calmo pensare introduce nei più segreti misteri.
Senza la fiducia nella realtà di fede, l’anima non può affrontare con audacia le tentazioni.
L’esperienza evidente della protezione divina, alimenta la speranza in Dio.

188. … Con la perseverante memoria in Dio, l’anima di tanto in tanto giunge allo stato di estasi e di stupore…

193. Le fatiche ascetiche senza la mondezza del cuore sono simili ad un seno sterile, non conducono alla conoscenza di Dio. Alcuni finiscono le forze fisiche nell’ascesi, ma, essendo negligenti nell’estirpare le male radici delle passioni nella loro mente, non raccolgono niente.

194. Quando l’anima è illuminata dal costante ricordo di Dio ed è vigilante di giorno e di notte, il Signore la protegge con una nube che di giorno le dà il sollievo dell’ombra e di notte ne illumina l’oscurità.

205. Quando la tua anima è vicina ad abbandonare la regione delle tenebre, vedrai questi segni: il cuore sarà una fiamma, accesa e ardente giorno e notte; il mondo ti apparirà effimero come polvere e spregevole come rifiuto; la dolcezza dei nuovi pensieri che giorno e notte sbocceranno in te ti renderà indifferente ai cibi. Una fontana di lacrime si dissigillerà in te, scorrerà libera come sorgente perenne accompagnando ogni tua azione: la lettura, la preghiera, la meditazione, il tuo cibo e la tua bevanda e qualunque altra cosa tu faccia. Quando vedrai questo in te, esulta perché hai attraversato il gran mare. Accresci tua diligenza e sii vigilante perché questa grazia cresca ogni giorno di più in te. Però ricorda che ancora non sei salito sulla montagna di Dio…

207. Il vino dona calore al corpo, la Parola di Dio riscalda la mente. L’uomo acceso dall’ardore, vien rapito nella meditazione dell’oggetto della sua speranza ed ha l’anima pronta ad accogliere la vita futura.
L’uomo inebriato dal vino non vede ostacolo di sorta davanti a sé ; e l’uomo intossicato dalla speranza non conosce sofferenza che viene dal mondo.
Beato chi, per amore di Dio, ha cinto i fianchi di pura semplicità e traversa il mare della sofferenza senza volgersi indietro. Chi lancia in questa reale traversata la propria navicella, sostenuto dalla speranza, non torni indietro e non si fermi ad investigare la rotta. Ma, compiuta la traversata, e guardando indietro ai tempestosi passaggi, ringrazi Dio per la liberazione dalle strettezze, dalle rapide e dalla durezza del cammino. di cui non conosceva niente.
Quando la speranza spinge alla traversata transita il mare con il suo primiero ardore, non dando peso alle esigenze del corpo o alle possibili perplessità, non curando se la sua navigazione giungerà o no in porto.

Affronta con coraggio ogni travaglio per il bene, non esporti a questa impresa con l’anima incerta; non permettere al tuo cuore di vacillare nella fiducia in Dio, altrimenti inutile è la tua fatica e il tuo lavoro diventa un peso.
Finché non sei pervenuto alla regione delle lacrime, puoi esser certo che ancora le tue cose occulte sono in servizio del mondo. Cioè interiormente sei uomo di mondo ed operi l’opera di Dio con l’uomo esteriore, mentre l’interiore uomo è infecondo; il suo frutto comincia con le lacrime.
Quando sarai pervenuto alla regione di dette lacrime, sappi essere la mente tua uscita dal carcere di questo mondo, . aver posto il piede sulla strada che conduce all’uomo nuovo, e cominciato a sentire l’aria profumata del miracoloso e nuovo mondo. Le lacrime cominciano a scorrere perché è prossimo il parto del figlio dello Spirito. La grazia, che è la madre comune di tutti, vuole, in maniera per noi misteriosa, far nascere l’immagine di Dio alla chiarità della vita che deve venire.
Questa specie di lacrime è diversa da quella che, di tanto in tanto, è concessa ai solitari consacrati al silenzio, questi ne fruiscono alcuna volta stando in contemplazione, altre volte leggendo la Sacra Scrittura, o nel tempo della preghiera. La specie di lacrime cui accenno è di ogni tempo e scorre incessante giorno e notte. Gli occhi, in questo caso, diventano a modo di sorgente d’acqua per lo spazio di due anni, o più. Poi uno entra nella quiete dei pensieri. Dopo la quiete dei pensieri, nella misura concessa alla nostra natura, entra, il solitario, in quel riposo di cui parla S. Paolo (Ebr. 4, 3). In questa quiete pacifica, la sua mente comincia a contemplare i misteri; lo Spirito Santo principia a rivelargli le realtà celesti; Dio abita in lui e destasi nel suo cuore il frutto dello Spirito.
Ascolta ancora questo: quando sarai entrato nella regione della quiete dei pensieri, ti sarà tolta l’abbondanza delle lacrime, esse
sgorgheranno da te misuratamente e nel tempo conveniente.
220. Tre sono gli stati attraverso i quali l’uomo che progredisce passa: dei principianti, dei proficenti, dei perfetti.
Nel primo l’orientamento del pensiero è verso il bene, la mente è agitata da viziose passioni.
Nel secondo la mente è tra la passionalità e l’invulnerabilità, e i pensieri si muovono egualmente dalla parte destra e dalla sinistra, e ancora non cessa di difendere luce e tenebre insieme. Anzi, chi è in questo stato, se cessa per poco la lettura delle divine Scritture e il richiamo delle forme delle virtù nella sua mente, se non si guarderà dalle cose esteriori con quella circospezione che genera l’interiore vigilanza, verrà attratto dalle passioni viziose. Ma se egli invece nutrirà il suo ardore per le cose spirituali, nel modo detto, cercando, alimentando i pensieri vari con la lettura delle divine Scritture; evitando di deviare verso la parte sinistra; vigilando con amore sull’anima sua e domandando con faticosa e paziente preghiera; Dio gli aprirà la porta, in grazia specialmente della sua umiltà. Le cose segrete son manifestate agli umili. Questo è il terzo stato.

223. L’uomo dalle molte sollecitudini non può praticare il silenzio, perché le troppe occupazioni gli fanno perdere la quiete e la tranquillità; anche contro il suo volere.
Il solitario deve fermarsi davanti a Dio, e sollevare a Lui, di continuo, gli occhi, se veramente vuole dominare la mente, liberarsi dai movimenti viziosi che l’attraversano, e conoscere nella tranquillità dei pensieri ciò che esce ed entra in lui. Se tu non sei senza sollecitudini non pretendere che la luce scenda nel tuo cuore; né chiedere il silenzio e la pace finché i sensi sono sfrenati. Senza l’assidua orazione non ti puoi approssimare a Dio.
Dopo l’esercizio della preghiera, se una nuova sollecitudine verrà nella tua mente, sarà abbattuta.
Le lacrime, le profonde prostrazioni nella preghiera, il prolungare con ardore l’orazione destano il calore della dolcezza delle lacrime dentro il cuore che vola verso Dio rapito gridando: a L’anima mia ha sete di Dio, fonte viva; quando verrò e comparirò davanti a te ?» (Salmo 41, 2).
Chi di questo vino s’inebria e poi ne è privato, sa la miseria nella quale vien lasciato, e ciò che gli è stato tolto per la sua fragilità.

224. Oh ! com’è duro per chi conduce vita di solitudine, il conversare con gli uomini ! Come il forte gelo brucia e distrugge il frutto degli alberi, così il parlare degli uomini, anche se di breve tempo, dissecca il fiore delle virtù che riccamente circondava la pianta dell’anima, piantata lungo il rivo dell’acqua della penitenza.
Come una forte brinata arde i verdi germogli della terra, così le conversazioni degli uomini bruciano le radici della mente, da dove i virgulti delle virtù cominciano a rampollare.
Come l’uomo nobile e onorato, quando ha bevuto troppo dimentica la sua nobiltà e si espone al ridicolo per i pensieri che scaturiscono dal vino; così l’intatta integrità dell’anima è alterata dalla vicinanza degli uomini e dal conversare con loro. Il solitario perde la vigilanza; la direzione della sua mente è resa incerta; e il sostentamento della sua vita vera è perduto.
228. Finché l’uomo non odierà, veracemente col cuore, le cause del peccato, non sarà liberato dal diletto prodotto dall’azione peccaminosa. Questa è la più fiera battaglia, che l’uomo combatte fino al sangue. In essa è provata la libertà dell’amore dell’uomo per le virtù.

235. La religione è madre di santità, da essa nasce il primo gusto della comprensione dei misteri di Cristo, esso costituisce il primo ordine della conoscenza spirituale.
L’anima inquinata non può salire al regno intatto della comunione con gli spiriti dei santi.
Chiarifica, con le lacrime, la bellezza della tua integrità, con digiuni e solitario silenzio.
La piccola tribolazione, per amore di Dio, è meglio di una grande azione priva di sofferenza. L’opera fatta senza travaglio è giustizia compiuta dagli uomini di mondo, i quali fanno limosina dei beni esteriori ma non conquistano sé stessi. Tu, invece, imita il patire di Cristo perché possa esser partecipe della sua gloria. La mente non sarà illuminata dalla gloria di Gesù, se il corpo non patisce pena per amore di Cristo.

236. In due modi l’uomo sale sulla croce: con la crocifissione del corpo, e con l’ascendere in contemplazione. Il primo si ha con l’evadere dalla prigione delle passioni, il secondo è il dono dell’operazione della mente liberata.
La mente non si sottopone a Dio se il corpo non è dominato da lei. Il regno della mente è la crocifissione del corpo, e la mente non accetta il dominio di Dio se la libertà dell’arbitrio non è soggetta alla ragione.
Chiunque è sottoposto a Dio, è prossimo al dominio di tutte le creature.

245. Una virtù ne segue un’altra, perché il sentiero della bontà sia meno arduo e faticoso, così l’uomo acquistandole progressivamente trova più lieve il cammino e le difficoltà che incontra nell’acquisto della bontà gli si rivelano gradevoli come qualcosa di buono. Nessuno può esser libero dall’avidità se non è pronto a sostenere le tentazioni con gaudio.
Nessuno può sostenere le tentazioni se non crede che la sofferenza, a sostener la quale è preparato, conduce a qualcosa di meglio del conforto corporale.
Chiunque si privi del possesso materiale, ma non si separa dal desiderio dei sensi, del vedere e dell’udire, avrà doppia tribolazione: miseria e sofferenza.
Se le immaginazioni delle dette cose materiali, producono penosi sentimenti nell’uomo, cosa sarà quando esse gli saranno vicine ? Quanto è buona perciò la solitudine ! In essa solo il ricordo agisce come tentatore, ma da essa viene grande e potente aiuto per vincere.
246. Non chiedere consiglio a chi non conduce una vita simile alla tua, anche se costui è molto saggio. Mostra i tuoi pensieri a chi, quantunque idiota, ha esperienza delle cose, invece che a grande filosofo che ragiona basandosi sulle sue speculazioni ma non ha esperienza concreta.
L’esperienza è, non che l’uomo avvicini le cose scandagliando le cause di esse, ma che apprenda dal lungo trattare con esse la loro utilità o danno.
Molte volte, dall’apparenza una cosa sembra dannosa, mentre è giovevole in profondità; e contrariamente una appare utile c in verità è dannosa.
Perciò abbi per consigliere chi è sperimentato nella saggezza, nella pazienza e discrezione.

247. Quando troverai nella tua anima una pace immutabile, allora abbi paura; sei ancora lungi dal giusto sentiero, percorso con travagliata fatica dai Santi.
Quanto più andrai avanti nella via della città del Regno, questa sarà l’indicazione del tuo giusto procedere: forti tentazioni ti verranno, e quanto più avanzerai tanto di più si moltiplicheranno. Perciò, quando nel tuo cammino più forti si faranno le tentazioni, sappi che l’anima tua è misteriosamente entrata in un più alto stato di perfezione, e che le è stata concessa una maggior grazia. Esatta è la proporzione tra la grazia e la tentazione.
Quando l’anima è immeritevole di grandi tentazioni è anche immeritevole di grandi grazie.

248. Differenti sono tra loro le tentazioni, alcune sono per l’accrescimento della bontà, altre ci son date in punizione della superbia del cuore.
Le tentazioni stimolate dal pungolo dello spirito, conducono avanti l’anima; le tentazioni che destano, saggiano e purificano l’anima sono queste: pigrizia, pesantezza del corpo, stanchezza delle membra, scoramento, tenebra del pensiero, ansia da debolezza corporale, perdita temporanea della speranza, confusione di pensiero, privazione d’umano soccorso, penuria di mezzi di sostentamento fisico, e simiglianti cose. Queste tentazioni rendono l’anima solitaria, fiduciosa solo di Dio, e il cuore contrito ed umile. Queste tentazioni il Dispensatore divino distribuisce secondo la capacità e la necessità di coloro che le sopportano. In esse sono insieme conforto e opposizione; lotta ed aiuto; luce e tenebra; battaglia e sconfitta; pressura e respiro. Esse sono il segno che uno, con l’aiuto di Dio, è incamminato verso la liberazione.

249. Le tentazioni con le quali Dio assale gli uomini che resistono alla sua bontà opponendoGli la loro superbia sono: difettosità della sapienza umana; acuta sensualità che non dà loro tregua; temperamento iracondo; brama di imporre la propria volontà, di litigi e di contese; cuore sprezzante di tutti; mente interamente erronea; bestemmia contro il nome di Dio; sospetti, assurdi e ridicoli, di essere oggetto di derisione; esposizione, manifesta o segreta, alle beffe dei demoni; desiderio di vivere in mezzo al rumore del mondo per ciarlare vanamente e senza fine; ricerca continua di nuove e false rivelazioni; promesse di cose al di sopra della propria possibilità. Queste sono tentazioni nell’anima.
Nella parte fisica hanno queste tentazioni: sofferenze; complicati attacchi di male, prolungati e di difficile cura; incontri con uomini empi e tristi; caduta nelle maglie di persone moleste; improvvisi inciampi e penose cadute; sventure su di loro e i loro congiunti. Tutte queste cose seguono la superbia; esse cominciano ad apparire all’uomo appena principia a ritenersi sapiente, finché rimane nei suoi pensieri d’orgoglio esse non lo lasceranno.

250. Infine c’è un’altra sorta di tentazioni: lo scoramento per la perdita della pazienza. Tutte le avversità e tribolazioni non sostenute dalla pazienza raddoppiano il patire. La pazienza dell’uomo discaccia il patire, lo scoramento genera il patire. La pazienza è madre di consolazione ed è una forza che nasce nel cuore non pusillanime. Senza la grazia divina, l’uomo non trova tale forza quando è in mezzo alle tribolazioni. Questa grazia è concessa nella perseveranza d’orazione e nello spargimento di lacrime.
Quando a Dio piace sottoporre l’uomo a grande tribolazione, lo consegna alla pusillanimità del cuore. Questa partorisce la forza dello scoramento che, crescendo in lui, soffoca l’anima; la qual cosa è pena d’inferno. Nascono in lui mille tentazioni: disorientamento; irritazione; proteste e lamenti sulla propria sorte; pensieri perversi; fuga di terra in terra; e simiglianti cose.
Cagione di tutto ciò è la tua negligenza. Non essendoti tu preoccupato di trovarvi il rimedio, il quale è uno: l’umiltà del cuore. Secondo la misura della tua umiltà ti sarà data la pazienza nelle tribolazioni; secondo la tua pazienza il patire avrà sollievo e troverai consolazione. Secondo la consolazione crescerà in te l’amore di Dio; e secondo l’amore tuo crescerà il gaudio dello Spirito Santo. Dio non toglie le tribolazioni dai suoi servi, ma dona ad essi la pazienza nelle prove come ricompensa alla loro fede e al loro abbandonarsi a Lui.
253. Siccome è impossibile passare un gran mare senza nave o vascello, così non si può giungere all’amore senza il timore di Dio. Il mare putrido posto tra noi e il paradiso, può essere attraversato solo nell’imbarcazione del pentimento guidato dal timore di Dio. Se questo non governa la nave che ci trasporta a Dio, siamo sommersi nel putrido mare.
La penitenza è la nave, il timore è il nocchiero, l’amore il porto… Quando avremo raggiunto l’amore, saremo pervenuti a Dio, e il nostro viaggio sarà compiuto.

254. Una forma di conoscenza vien prima della fede, un’altra nasce dalla fede.
La prima e naturale, la seconda spirituale.
La conoscenza naturale è quella che discerne il bene dal male, ed è chiamata discrezione naturale, per essa distinguiamo il bene dal male senza insegnamento. Questa conoscenza Dio pose nella natura razionale e viene accresciuta con l’addestramento. Non esiste uomo che non la possieda…

255. La conoscenza naturale che va innanzi alla fede e guida a Dio; essendo posta da Dio nella nostra natura ci rende persuasi che dobbiamo credere in Dio, Creatore di tutti gli esseri.
Da questo credere nasce il timore di Dio in noi. Quando l’uomo compirà le opere per timore di Dio, gli verrà concessa la conoscenza spirituale, che partorisce la fede della vera contemplazione .
La conoscenza spirituale non nasce dal semplice credere, ma la fede genera il timor di Dio, da dette opere nasce la conoscenza spirituale…

256. Non è il timore di Dio a generare tale conoscenza spirituale, essa e offerta come dono a chi compie l’opera del timore. Questa opera è il pentimento. Quando il pentimento giunge al suo termine di perfezione, l’uomo arriva nella regione della conoscenza spirituale. La conoscenza spirituale è comprensione delle cose occulte. Quando l’uomo comprende le cose invisibili, nasce in lui un nuovo credere, non opposto al primo ma suo avveramento, il quale è chiamato credere di contemplazione.
Nel primo l’uomo ode; nel secondo vede. Il vedere è più certa cosa dell’udire.

257. Dalla conoscenza naturale vengono queste cose: continua trafittura di coscienza; memoria costante della morte; ed una sollecitudine che è tormento fino al termine della vita. Ancora dopo la conoscenza naturale vengono: cordoglio e tristezza; timore di Dio e vergogna; dolore dei peccati di prima e diligente attenzione; ricordo della via battuta da tutti e preoccupazione di esser provveduti del necessario per percorrerla; domanda con lacrime di entrare convenientemente per la porta giusta che è superamento di tutta la natura; distacco dall’esteriorità molta battaglia per la verità. Tutte queste cose sono nella conoscenza naturale, ciascuno consideri le sue opere. Se uno si troverà in esse, allora è certo di seguire la via naturale. Ma quando le avrà sorpassate e sentirà di entrare nell’amore, allora è nella via soprannaturale. Cesserà per lui ogni battaglia e timore, fatica e travaglio.

258. Ogni buon pensiero che scende nel cuore, nasce dalla grazia di Dio. Ogni pensiero non retto, si approssima all’anima solo per provarla e saggiarla. L’uomo che conosce tutta l’estensione della sua fragilità è giunto alla perfezione dell’umiltà.
Quella cosa che fa scendere nel cuore i doni di Dio è il continuo ringraziamento.
Tutte le infermità dell’uomo sopporta Iddio, ma aborre l’uomo che sempre mormora e non lo lascia senza castigo.
La grazia vien dopo l’umiltà, la presunzione è seguita dal castigo. L’uomo vanaglorioso è consegnato alla volgarità, l’uomo che s’infatua per le opere virtuose è lasciato in preda all’impurità; chi è superbo delle sue conoscenze patirà i tenebrosi lacci dell’ignoranza.

259. Colui che ha rispetto dell’uomo in memoria di Dio, da ogni uomo avrà aiuto per occulto volere divino.
Chi protegge colui che patisce ingiuria, troverà Dio per suo protettore. L’uomo che per malizia accusa il suo prossimo, troverà Dio per suo accusatore. Chi celatamente corregge il suo prossimo, sana la sua malizia; ma chi accusa un altro pubblicamente accresce le sue ferite.
Colui che in segreto riprende l’amico è saggio medico, ma chi lo riprende davanti a tutti commette oltraggio contro di lui.

260. Dio corregge con amore, non compie vendetta; ma cerca solo che la sua immagine ritorni sana, e non serba rancore.

261. Il fuoco acceso sulle legna secche malagevolmente si spegne; il calore di Dio che viene nel cuore di chi rinunzia all’esteriorità, è fiamma che non si spenge, ed è più acuta e acerba che fuoco. Quando la forza del vino occupa le membra, la mente dimentica tutte le cose; così la memoria di Dio quando prende possesso dei prati dell’anima toglie il ricordo di tutte le cose visibili.
La percezione della vita della terra futura è come un’isola sicura nel mare della terra presente; la mente quando vi Si approssima non si affatica più nelle onde delle apparenze effimere.
262. Il nocchiero considerando le stelle drizza la sua nave verso il porto. Il monaco fissa lo sguardo nella preghiera e drizza il suo cammino a quel porto cui è orientato durante l’orazione.
Il pescatore di perle si tuffa nudo nel mare e non emerge finché non abbia trovata la perla preziosa; il monaco, spoglio di tutto, attraversa la vita presente finché non trova in se stesso la perla, cioè Gesù Cristo. Quando l’ha trovata non brama altro all’infuori di Lui.

263. La vergine si contamina col frequentare la moltitudine e le conversazioni; la mente del monaco è offesa dal molto parlare.
L’uccello da ogni luogo torna al nido, dove cova i suoi piccoli; il monaco che ha discernimento s’affretta a tornare al suo abitacolo per alimentare in se stesso il frutto della vita.
La nuvola copre il sole, il molto discorrere oscura l’anima che ha cominciato ad illuminarsi nella contemplazione orante.
Dicesi delle Sirene, che chiunque oda il soave suono della loro voce, si rimane affatturato che preso dalla dolcezza del canto si inoltra nel deserto sé da cadere esausto e morire. Lo stesso succede all’anima attratta dal suono della parola di Dio, la cui dolcezza si imprime nei sensi e nell’intelletto, così che tutta l’anima, dimentica della vita temporale, va dietro a questa dolcezza, il corpo si scorda delle sue brame e l’uomo sale da questa vita a Dio.

266. La giusta misura e un preciso ordine di vita portano luce alla mente e la difendono dalla confusione.
La confusione della mente che viene dal disordine, produce oscurità nell’anima, e la oscurità genera nuova confusione.
La pace viene dall’ordine; dalla pace nasce la luce nell’anima; la luce e la pace fanno pura l’aria della mente.

267. L’anima avida è privata della Sapienza; l’anima misericordiosa raggiunge la sapienza dello spirito.
La chiave dei doni dello Spirito è data al cuore che ama il suo prossimo e, secondo la libertà del cuore dai legami della carne, viene dischiusa la porta della sapienza.
Com’è bello e lodevole l’amore del prossimo, se la sua sollecitudine non ci ritrae dall’amore di Dio !

268 Bello è parlare con i fratelli spirituali, se con essi possiamo mantenere il favellar con Dio !
‘ bene parlare con i fratelli spirituali purché ciò sia fatto nella giusta misura e non c’impedisca la nostra vita interiore e il nostro incessante parlare con Dio.
Il troppo prolungarsi del parlare nuoce al secondo, perché la mente non può fare due cose insieme.

279. Quando ti perseguitano, non perseguitare tu; se sei crocifisso, non crocifiggere tu; se offeso, non offendere; se calunniato, non calunniare.
Non è adatto alla vita cristiana chi cerca giustizia contro qualcuno; Cristo non ha insegnato questo.
Gioisci con chi è nella gioia; piangi con l’uomo che è nel pianto; questi sono i segni della mondezza del cuore.
Porta con amore le pene degli infermi; piangi sui peccati dell’uomo; tripudia del pentimento del peccatore.
Ogni uomo ti senta amico, ma rimani solitario nella tua mente.
280. Non accusare nessuno, non fare oltraggio ad alcuno, neppure all’ultimo degli uomini.
Stendi il tuo mantello sull’uomo che cade e coprilo perché nessuno lo veda.

Non uscire dalla tua solitaria cella, così non conoscerai le tristi opere dell’uomo e la tua mente, rimanendo ignara, vedrà solo i lati buoni e santi degli uomini.
283. Quello che raccogliamo nel tempo della negligenza, ci darà rossore durante la preghiera.
288. Il vero timore di Dio viene dal suo amore e non dal nome tremendo che gli è dato.
Ama Dio come puoi amarlo, non per le sue promesse future, ma per quello che hai ricevuto ora, per l’esistenza presente che hai avuto da Lui.
Chi mai Lo consigliò a donarci l’essere ?
Chi intercederà per noi se noi Lo dimentichiamo ?
Quando non eravamo chi condusse alla vita questo nostro corpo ?
Chi persuase il pensiero della sapienza a scendere nella creta ?
Venite, uomini dotati di comprensione, e siate colmi di stupore ! Chi ha una mente tanto sapiente e pronta allo stupore per degnamente rimaner meravigliata della misericordia del Creatore ?
LO PSEUDO-MACARIO
Breve nota biografica
Il monachesimo egiziano ha conosciuto non meno di sei o sette asceti sotto il nome di Macario, Macario d’Egitto, Macario d’Alessandria, Macario di Pispir, ecc… menzionati nella Historia Lausiaca (Cfr. Butler II p. 193). A Macario di Egitto sono attribuiti numerosi scritti, riportati nel Tomo 34 della Patrologia Greca del Migne. Essi sono numerose lettere, cinquanta omelie spirituali, sette opuscoli ascetici, la Grande Lettera ad Filios Dei.
Fino ai recenti studi del Dorrier e dello Jaeger (1941), gli scritti attribuiti a Macario erano catalogati come eretici, e precisamente come contenenti elementi dell’errore messaliano. Attualmente, con maggiore oggettività, sono considerati pienamente ortodossi e appartenenti a quell’insieme di scritti monastici che hanno volgarizzato il pensiero di Gregorio di Nissa.
Certamente la grande lettera e le cinquanta omelie attribuite a Macario dipendono dal De Instituto Christiano di Gregorio di Nissa.
I testi tradotti li abbiamo presi da P. G. Vol. 34. Quelli del Ciclo Copto da I. Gouillard Petite Philocalie p. 66-70.
LO PSEUDO-MACARIO

1. Quando l’Apostolo ci dice: «Spogliatevi del vecchio uomo » (Efes. 4, 22), intende l’uomo totale, quello che aderisce ai nostri occhi, alle nostre mani e ai nostri sensi.
Il maligno inquinò e fece deviare tutto l’uomo, anima e corpo, e lo ricoprì con la realtà dell’uomo vecchio, cioè con quella dell’uomo profanato, contaminato, ostile a Dio e ribelle alla sua legge; in questo consiste il primo peccato. Cosicché l’uomo non vede più in modo conforme alla sua natura, ma il suo vedere, udire, camminare, agire e sentire sono legati al male.
Preghiamo Dio che ci renda nudi dell’uomo vecchio, Lui solo può liberarci dal peccato. Le forze del male che ci tengono schiavi nel regno del maligno sono più forti di noi; ma il Signore ci ha promesso di liberarci da questa schiavitù (Migne 34, 464 C).

2. L’anima si volge dalle maligne divagazioni conservando la vigilanza del cuore, ciò impedisce ai sensi ed ai pensieri di vagolare nel mondo esteriore (Migne 34, 473 D).

3. Il fondamento vero della preghiera è questo: vigilare sui pensieri, e abbandonarsi all’orazione in grande quietudine e pace così
da non turbare gli altri. Sicuramente chi porta avanti al suo pieno sviluppo la grazia di Dio ricevuta, con un modo silenzioso di ascesa orante, è di maggior aiuto agli altri, perché il nostro Dio, non è un Dio di confusione ma di pace (1 Cor. 14, 33). Chi è solito pregare ad alta voce è simile ai banditori, e non può pregare ovunque, certo non nelle adunanze e nei luoghi abitati, ma solo nei posti solitari a sua scelta. Chi prega in silenziosa compostezza, lo può fare ovunque con edificazione di tutti. Costui deve portare tutto il suo sforzo sui pensieri, spezzare la turma dei pensieri maligni che l’attorniano, portarsi avanti vicino a Dio; non eseguire le velleità di essi pensieri, cercare invece di raccoglierli dalla dispersione separando i pensieri conformi alla natura da quelli malvagi (Migne 34, 520 B).
4. Alle volte basta che uno pieghi le ginocchia per pregare e subito il suo corpo si trova inondato dalla divina energia e gioisce l’anima della presenza del Signore come di quella dello Sposo… Altre volte invece, dopo un giorno intero di impegni laboriosi e dissipatori, uno, in una breve ora di preghiera, trova il suo io interiore rapito nell’orazione e immerso nello sconfinato mare dell’eterno; con dolcezza grande la sua mente, assorta e sospesa, dimora in quella regione ineffabile. In quel momento tacciono tutte le preoccupazioni esteriori, le forze mentali attratte dalle incommensurabili e inesprimibili realtà celesti, ricolme di stupore indicibile, riescono solo a formulare questa preghiera: Possa l’anima mia insieme alla preghiera emigrare all’altra sponda! (Migne 34, 528c).

5. L’anima, quando vien ritenuta degna di aver parte alla chiarità luminosa dello Spirito, venendo illuminata da questo splendore ineffabile si trasforma nella dimora adatta a riceverlo. Essa è allora tutta luce, tutto viso, tutto occhio, nessuna parte in lei è priva dello spirituale occhio della luce. Niente è tenebroso in lei, essa è luce, spirito e capacità visiva. Tutto in lei è chiaro e semplice, essendo accesa dalla luce di Cristo che in lei ha stabilito !a sua dimora. (Migne 34, 451 a).

6. Se uno, dopo aver rinunciato alle realtà esteriori, non ha sostituito, in tutta la sua pienezza, la comunione carnale propria degli esseri terreni con la comunione delle realtà celesti, e non ha avvicendato la gioia illusoria del mondo con quella interiore dello Spirito, conforto derivante dalla grazia celeste e placazione interiore che nasce dalla contemplazione della chiarità luminosa del Signore,… Costui è un sale che ha perduto il sapore. (Migne 812 d).

7. Segno della presenza del Cristianesimo è questo dopo aver affrontato ogni sorta di travagli e aver compiuto opere di verità, il riconoscersi incapace di alcunché di bene… Ed anche se uno è giusto davanti a Dio la sua coscienza deve dirgli: «ogni giorno incomincio di nuovo ».
Ogni giorno sia accompagnato dalla speranza, dalla gioia, dalla fiducia di giungere al regno futuro della salvezza. Ripetersi spesso: «Se oggi non ho raggiunto la liberazione, vi riuscirò domani ! ». Chi ha intenzione di piantare una vigna, avanti di accingersi al lavoro è nutrito dalla speranza e dalla gioia, e nella sua mente sogna la vendemmia e calcola i guadagni prima che il vino sia fatto; con questo animo può affrontare la fatica. (Migne 34, 681 b).

8. Il Cristianesimo è cibo e bevanda; quanto più uno se ne nutre, tanto più dalla sua dolcezza la mente è attratta trovandosene sempre insaziabilmente bisognosa… in verità lo Spirito è cibo e bevanda che mai dà sazietà. (Migne 34, 682 c).

9. Una cosa è parlare del cibo e della tavola imbandita, altra cosa è prendere e mangiare il pane saporoso e dar vigore a tutte le membra del corpo. Una cosa è discorrere della più soave bevanda, altra è andare ad attingere alla fonte e saziarsi col bere il soave liquore… Una cosa è rimuginare discorsi nella mente con una certa conoscenza, altra è portare la grazia, il sapore e la forza dello Spirito Santo in una partecipazione personale viva e fattiva, così da mostrare di possedere il tesoro delle realtà spirituali con pienezza nella mente e in tutto l’uomo interiore. (Migne, 34, 701 b).

10. Quando il pittore è intento a fare il ritratto del re ne deve avere davanti al volto, cosicché quando il re posa davanti a lui con abilità e grazia lo ritrae, ma se il re è girato dal la parte opposta il pittore non può compiere l’opera sua, perché il suo occhio non ne vede il volto. Così Cristo, pittore perfetto, dipinge i lineamenti del suo volto di uomo celeste su quei fedeli che sono verso di Lui costantemente orientati… Se qualcuno non lo fissa di continuo, disprezzando ogni cosa a Lui contraria, non avrà in se stesso l’immagine del Signore disegnata dalla sua luce.
Il nostro volto sia sempre in Lui fisso, con
S. BARSANUFIO e GIOVANNI monaci reclusi
Nota biografica

Barsanufio di origine egiziana fu monaco recluso nel monastero di S. Seridone presso Gaza, in Palestina. Comunicava con le persone che a lui ricorrevano per mezzo di scritti.
Fu il consigliere e il maestro più ascoltato del suo tempo. Per tutti aveva una parola amabile e vera.
S. Giovanni dimorò nello stesso monastero di S. Barsanufio, di cui fu collaboratore.
L’opinione comune colloca la morte di San Barsanufio verso il 540.
Gli scritti attribuiti a S. Barsanufio e Giovanni sono raggruppati sotto il titolo di Lettere ascetiche o Lettere di direzione.
Furono stampate a Venezia nel 1816.
Su di esse cfr. S. Vailhì Les lettres spirituelles de Jean et Barsanuphe, in ‘chos d’Orient (1904) t. VII, p. 268; (1905) t. VIII, p. 14.
I testi riportati sono presi da Writings from the Philokalia p. 341-380.

S. BARSANUFIO e GIOVANNI monaci reclusi

1. Sii pronto a ringraziare Dio per ogni cosa, tenendo presente la parola dell’Apostolo: «ringrazia per ogni cosa» (I Tess. 5, 18). Se sei assalito da tribolazioni, o patisci penuria e persecuzione, o se devi sopportare pene fisiche o infermità, ringrazia Dio per tutto ciò che ti accade poiché «noi dobbiamo entrare nel Regno di Dio attraverso molto patire » (Atti. 14, 22). Non permettere che la tua anima venga assalita dal dubbio, né che il tuo cuore diventi pavido; ricorda le parole dell’Apostolo: a Quantunque l’uomo esteriore perisca, l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno v (2 Cor. 4, 16). Se non sopporti sofferenze, non sarai in grado di salire sulla croce e coglierne i frutti di salvezza.

2. La nave, in mare, è preda del rischio e del vento. Se però raggiunge un calmo e pacifico porto, non teme più calamità, ma è sicura. Anche tu, mentre resti tra gli uomini, aspettati tribolazioni, rischi e urti alla sensibilità. Ma se raggiungi il porto del silenzio, per te preparato, non avrai più paura.

5. Soprattutto guardati dallo scoramento, padre di tutti i mali e della varietà delle tentazioni. Perché permetti al tuo cuore di essere
triste e fiacco a causa della sofferenza provocata dalla turba che segue Cristo ? Presta un attento orecchio alle mie parole. Il lungo patire è padre di grandi benedizioni. Imita Mosì che preferì a piuttosto soffrir pena col popolo di Dio, che gioire dei piaceri del peccato per un breve tempo (Eb. 11, 25).

8. Ti definisci peccatore; ma in realtà riveli di non aver raggiunto la coscienza della tua unità. Chi si riconosce peccatore e causa di molti mali, dissente con nessuno, discute con nessuno, non è in collera con nessuno, ma considera ogni uomo migliore e più saggio di sé stesso. Se sei un peccatore, perché biasimi il tuo prossimo e lo accusi di recarti offesa? Stando così le cose, tu ed io siamo lontani dal ritenerci dei peccatori. Osserva, fratello, quanto siamo meschini: parliamo soltanto con le labbra e le nostre azioni mostrano che siamo differenti da ciò che diciamo. Perché quando ci opponiamo a dei pensieri, non riceviamo la forza di respingerli ? Perché, precedentemente ci siamo arresi col biasimare il nostro prossimo e questo ha fiaccato la forza spirituale. Così accusiamo il nostro fratello, nonostante noi si sia i veri colpevoli. Poni tutti i tuoi pensieri nel Signore, dicendo: Dio conosce ciò che è meglio, e sarai in pace, e, a poco a poco, ti sarà data la forza di resistere.

9. Se uno non può sopportare gli oltraggi, non vedrà la gloria. Se non è esente da bile, non assaggerà la dolcezza. Tu devi andare in mezzo agli altri, tra le loro varie vicende, per essere temperato e provato: l’oro è provato solo dal fuoco. Non oberarti di troppi incarichi, ti assoggetteresti a pene e sofferenze; ma col timore di Dio cimentati a ciò che conviene ad ogni particolare momento, e non far nulla d’impulso. Evita la collera quanto puoi, non giudicare nessuno e specialmente quelli che ti mettono alla prova. Pensandoci bene, capirai che sono loro che ti conducono alla maturità.

11. Agita il latte e ne ricaverai del burro; ma se ti giri il naso, ne caverai sangue (Prov. 30, 33). Se un uomo vuol piegare un ramo o una vite in un cerchio per botte, li curva gradatamente, per paura di romperli, poiché se lo fa troppo repentinamente il ramo si spezza, (questo va riferito alle rigorose regole e all’eccessivo ascetismo dei monaci).

12. Perché essere soverchiati dalle tribolazioni come uomini carnali ? Non hai sentito quali tribolazioni ti attendono ? Non sai che «molte sono le ambizioni del giusto » (Ps. 34, 19), e che gli uomini sono provati da queste come l’oro in un crogiolo ? Se siamo giusti, lasciamoci sottoporre di buon animo, alla prova; ma se siamo peccatori, soffriamola come cosa dovuta. Ricordiamoci dei santi, rammentando quanto essi, fin dall’inizio del mondo, abbiano perseverato nel bene agire, preferendo il bene, e costantemente rimanendo saldi nella verità !
Furono odiati e perseguitati fino all’estremo, ma in accordo con le parole del Signore, pregarono per i persecutori e carnefici (Mat. 5 44). Fosti tu venduto come il casto Giuseppe ? Hai tu, come Mosì, sopportato inimicizia dall’infanzia alla vecchiaia ? Fosti perseguitato come Davide da Saul ? O come Giona fosti gettato in mare ? Perché allora non apri gli occhi ? Così non aver paura e non essere incerto come uno privo di coraggio, altrimenti non potrai godere delle promesse di Dio. Non essere angosciato come chi non ha fede; ma r introduci la fiducia nei tuoi pensieri deboli. Ama il tormento delle cose, affinché tu possa diventare un degno figlio dei santi.

16. Finché abbiamo tempo, poniamo attenzione a noi stessi, e impariamo il silenzio. Se desideri non essere turbato da alcuna cosa, sii morto di fronte ad ognuno, troverai la pace. Alludo con questo ai pensieri concernenti ogni genere di rapporto con uomini e cure.

17. Mi hai scritto chiedendo che pregassi per i tuoi peccati. Ti dirò la stessa cosa: Prega per i miei. ‘ scritto «fa’ agli altri ciò che vuoi sia fatto a te» (Luca 6, 31). Benché io sia il più reietto e basso di tutti gli uomini, continuo a fare quanto posso, in accordo al comandamento: «pregate l’uno per l’altro », così che tu possa riavere la salute.

18. Se non puoi parlare della fede, non tentare neanche di farlo. Chi è saldo nella fede, non sarà mai turbato da discussioni e dibattiti con eretici e miscredenti. Avendo in sé Gesù, il Signore della pace e della quiete, I dopo una calma discussione, può amorosamente portare molti eretici e miscredenti alla conoscenza di Gesù Cristo, nostro Salvatore. Fai così, finché la discussione su qualche cosa è superiore alle tue forze, prendi la strada maestra della fede dei 318 santi padri (e per noi ora, quella della fede stabilita da sette concili ecumenici), nella quale tu sei battezzato. Essa contiene ogni cosa formulata esattamente per la perfetta comprensione. Ma sopra ogni cosa poni attenzione a te stesso, meditando sui tuoi peccati e sul come sarai giudicato da Dio.
21. … Quando sei intento alla preghiera, chiedi la liberazione dal vecchio Adamo, o recita la preghiera del Signore, o ambedue insieme poi riprendi il tuo lavoro manuale. Sulla lunghezza del tempo della preghiera, ti dirò: se tu «preghi incessantemente» (Tess. 5, 17), come dice l’Apostolo, la quantità del tempo non ha importanza.

22. Riguardo al sonno notturno, prega per due ore alla sera, cominciando a contarle dal calar del sole, e quando hai finita la dossologia, dormi per sei ore. Indi alzati per la veglia e rimani desto per le rimanenti quattro ore. Fai lo stesso anche d’estate, ma riduci la dossologia e leggi meno salmi in accordo alla brevità della notte.

25. Riguardo all’astinenza del cibo e delle bevande, i padri dicono che l’uno e le altre siano di una misura inferiore alla reale necessità di ciascuno; cioè non riempire lo stomaco del tutto. Ciascuno stabilisca una misura per sé stesso per il cibo e per il vino. D’altronde la misura dell’astinenza non è limitata al cibo e al bere, ma riguarda anche la conversazione, il sonno, il vestire e tutti i sensi. Ciascuna di queste cose deve avere la sua consona misura di astinenza.

34. Voglio controllare il ventre e ridurre la quantità del cibo e non posso. Invece se qualche volta ci riesco, torno quasi subito alla prima misura. Lo stesso mi accade col bere. Perché avviene questo ? Nessuno è esente da ciò, eccetto l’uomo che è giunto alla statura di colui che disse: «Ho dimenticato di mangiare il mio pane, a cagione del grido del mio dolore; le ossa mi forano la pelle » (Sal. 102, 45)

Un siffatto uomo, presto riesce a ridurre il
suo cibo ed il bere; poiché le lacrime gli sono
di cibo, può raggiungere uno stato nel quale
è nutrito dallo Spirito Santo. Credimi, fratello,
conosco un uomo di tale statura, una o due
volte nel corso di una settimana e qualche
volta più spesso è attratto dal cibo spirituale,
la cui dolcezza gli fa dimenticare il cibo materiale. Quando si accinge a consumare il
cibo è come uno permanentemente sazio, non
ne ha desiderio; se mangia, rimprovera se
stesso dicendo: perché non sono sempre in
quello stato ? ‘ lo desidera così intensamente
da ottenere il più grande successo.

39. Quando leggo i salmi, devo dire la preghiera del Signore dopo ogni salmo ? Dire la
preghiera del Signore una volta, è sufficiente.

43. L’infermità è una lezione di Dio e serve ad aiutarci a ringraziare sempre più Dio.
Non era forse Giobbe un vero amico di Dio ?
Cosa non ha sopportato, benedicendo e glorificando Dio ? Alla fine la sua stessa pazienza lo
portò ad una incomparabile gloria. Così anche
tu sappi sopportare e «vedrai la gloria di
Dio » (Giov. 11, 40). Non rattristarti se per
infermità non puoi praticare il digiuno; Dio
non esige mai fatiche superiori alle possibilità
di ciascuno. Dopo tutto, cos’è il digiuno se
non il freno per moderare un corpo sano e
renderlo docile, liberarlo dalle passioni, in
accordo con le parole dell’Apostolo: «Quando
sono affranto, è allora che sono forte » (2 Cor.
12, 10) ? Ma l’infermità è più che un freno,
così sostituisce il digiunare ed è considerata
di maggior merito. Chi sopporta con pazienza,
ringraziando Dio, come premio alla sua pazienza, riceve il frutto della salvezza. Un corpo malato è indebolito dall’infermità, non vi è bisogno di togliergli le forze col digiuno. Ringrazia Dio di essere dispensato dal travaglio del digiuno. Non preoccuparti anche se mangi dieci volte in un giorno; non sarai giudicato per questo, purché tu non lo faccia per il tuo piacere.

49. Sono stremato dalle tentazioni ! – Non darti per vinto, fratello. Dio non ti ha abbandonato e non ti abbandonerà. Conosci il giudizio di Dio contro il nostro comune padre Adamo: «Mangerai il pane nel sudore della tua fronte » (Gen. 3, 19), ed è immutabile. Come l’oro è scaldato nella fornace e diventa puro e malleabile, così l’uomo attraverso il fuoco della sofferenza diviene cittadino del Regno dei Cieli, se sopporta con gratitudine. Reputa che tutto ciò che ti avviene è per il tuo bene, per renderti accetto a Dio.

50. (Ad un debole e scoraggiato ) . Benedici le sofferenze del Salvatore, come se, insieme a Lui, tu stessi patendo soprusi ferite degradazioni, l’offesa degli sputi, l’umiliazione del manto rosso, la vergogna della corona di spine, l’aceto col fiele, la pena dei chiodi, la ferita con la lancia, il fluire d’acqua e di sangue, e da ciò riceverai conforto nella tua afflizione. Il Signore non permetterà che i tuoi sforzi non vengano ricompensati. Ti lascia soffrire un po’, affinché non sia un estraneo nella schiera dei Santi, quando tu, al momento debito, ne farai parte, arricchito dal frutto della pazienza e reso glorioso. Così non affliggerti; Dio non ti ha dimenticato, ma si preoccupa di te, come per un figlio vero di Colui che non tradisce.

52. Possa il Signore, che disse «domanda e riceverai » (Giov. 16, 24), esaudire ogni tua domanda. Soltanto prepara la tua casa, e spazzala perfettamente perché sia degna di ricevere i doni del Signore. Essi sono custoditi sicuramente in una casa tenuta in ordine, ed emanano il loro dolce profumo soltanto se non vi è impurità alcuna. Chi gusta ciò, diventa estraneo al vecchio Adamo, crocifisso al mondo come il mondo a lui, e vive sempre nel Signore. Non importa quando le onde dei nemici lo colpiscono; esse non spezzano la sua navicella. D’allora in avanti comincia a gettare sgomento sui nemici, poiché essi vedono in lui il sacro sigillo, e quanto più diventa il loro avversario, tanto più egli diviene un sincero e grato amico del Gran Re.

55. Vigila su te stesso; i demoni cercano di adescarti verso cose di poco valore, come dormire in una posizione quasi seduta, o senza guanciale, che è lo stesso che «menta e anice e cumino », e ti incita a trascurare «i più gravi impegni della Legge » (Matt. 23, 23), che sono, il domare la collera, il reprimere la irritabilità e l’obbedire in tutte le cose. I demoni gettarono in te il loro seme, per indebolire il tuo corpo, per questo cadi nella debolezza e involontariamente ricerchi il molle letto e la varietà del cibo. ‘ meglio che tu ti trovi bene con un solo cuscino e riposi su di esso con timore di Dio. Metti nella tua pentola condimenti immateriali come, umiltà, obbedienza, fede, speranza, amore, poiché chi li possiede imbandisce un banchetto innanzi a Cristo, il Divino Re.
62. Non tutti quelli che vivono nei monasteri sono monaci; monaco è colui che compie il lavoro del monaco. Il Signore dice: «Non chiunque mi dice, Signore, Signore, entrerà nel Regno dei Cieli; ma chi compirà il volere del Padre mio, che sta nei Cieli » (Matt. 7, 21). Fratello I Perché permetti che il nemico si beffi di te e ti esponga ai rischi della caduta ? Tu chiedi un consiglio ma non tenti di fare ciò che ti viene detto. Tu ridomandi, e vanagloriosamente lo ripeti agli altri, per guadagnarti il favore degli uomini, e così ti precludi di progredire rapidamente.
Il tempo ci è concesso per imparare il dominio delle passioni, e curarle, con gemiti e dolore. Se, quando sei nella tua cella, i tuoi pensieri sono dispersi, vergognati e svela la tua mancanza a Dio.

67. (Il frate infermiere domanda se può leggere i libri di medicina). Leggili pure, ma nel leggerli o nell’interrogare qualcuno sulle medicine, non dimenticare che, nessuno può essere curato, senza Dio. Chi s’impegna nell’arte del guarire deve sottomettersi al nome di Dio e Dio invierà a lui il suo aiuto. L’arte del guarire non è un ostacolo alla pietà; ma devi praticarla come pratichi un lavoro manuale, per il bene della comunità. Fai quel che devi fare nel timore di Dio e i santi ti proteggeranno colle loro preghiere.

84. Se esiste la possibilità di una buona azione, ma un pensiero opposto le resiste, questo dimostra che l’azione è veramente buona. Applicati alla preghiera e veglia; se durante la preghiera il tuo cuore è saldo nel bene e il bene aumenta invece di diminuire, allora, sia
che l’opposto pensiero che ti travaglia, rimanga, oppure no, sappi che tale azione è buona. Poiché tutto il bene, necessariamente patisce una penosa opposizione causata dall’invidia del diavolo, il bene la supera mediante la preghiera. Se un bene apparente è suggerito dal diavolo, e pure l’opposizione deriva da lui, allora nella preghiera il bene apparente declina, insieme con l’apparente opposizione. In questo caso è evidente che il nemico oppone un pensiero che egli stesso ha insinuato col solo proposito di farci erroneamente prendere per il bene Ciò che è male.
93. Il silenzio delle labbra è migliore e più prodigioso di una edificante conversazione. I nostri padri lo praticarono con reverenza, e attraverso di esso, perseguirono la gloria. Ma sinché, nella nostra debolezza, noi non potendo seguire il sentiero della perfezione, parliamo di ciò che edifica parliamone riferendoci alle parole dei padri senza accingerci ad interpretare le Scritture.

Quest’ultima cosa è assai pericolosa per l’ignorante. Le Scritture sono scritte nel linguaggio dello spirito, e gli uomini carnali, non possono capire le cose spirituali. ‘ meglio usare, nelle nostre conversazioni, le parole dei padri, allora così troveremo il beneficio in esse contenuto. Moderiamoci persino nell’uso di queste parole, ricordandoci colui che disse«Nella moltitudine di parole, non manca mai il peccato » (Prov. 10, 19). Per tema di cadere in alti e vanagloriosi pensieri, imprimiamoci nella mente che se non pratichiamo ciò di cui parliamo, pronunciamo la nostra stessa condanna.
96. Quando ti proponi di fare qualche cosa e vedi che il tuo pensiero è turbato, e se, dopo aver invocato Dio, rimani turbato, fosse pure da una minima perplessità, sappi che la azione che vuoi intraprendere, viene dal demonio perciò non iniziarla. Poiché nulla, fatto con turbamento, è cosa gradita a Dio. Ma se uno resiste al turbamento (se ha in sé un pensiero che oppone resistenza a tale turbamento) allora egli può anche non considerare, l’azione proposta, come dannosa, ma può accingersi ad esaminare per vedere se è nociva o no; e se è cattiva può abbandonarla, ma se è buona, la compia disperdendo ciò che lo turba.

105. (Ad un ammalato, obbligato a nutrirsi in modo non consono ai regolamenti). Se uno si nutre, non per suo piacere, ma a causa della sua malattia, Dio non lo condanna. Il nutrimento ci viene proibito per tutelarci dalla sazietà e dagli stimoli del corpo. L’infermità impedisce la loro attività, poiché dove è infermità, ivi è pure invocazione a Dio.

115. Quando desideri fare elemosina, e il pensiero ti mette il dubbio se non sia meglio il non farla, esamina il tuo pensiero e se ti accorgi che il dubbio nasce dall’avarizia, dà un po’ di più di quanto avevi intenzione di dare.

124. Io ricevo ingiustizia da parte di un tale: che debbo fare ? Fagli del bene.

137. ‘ giusto l’impegno di compiere bene un lavoro ? Ad esempio, costruire una casa, o far qualcos’altro ? Osserva se la cosa che fai è ordinata e bella e non disdicevole, se è fatta per il bene di ciò a cui serve, senza morboso attaccamento. Poiché il Signore gioisce di ogni perfetta abilità. Ma se noti in te una sorta di morboso attaccamento a qualcosa, ricorda il fine per il quale devi compiere ciò, e che tutto è soggetto a deperimento e corruzione, e così troverai pace. Poiché non una sola cosa rimane costantemente nello stesso stato, ma tutto è sottoposto a mutare ed a corrompersi.
S. GIOVANNI CLIMACO
Breve nota biografica

S. Giovanni chiamato, per la sua scienza eminente, lo Scolastico, e, il Sinaita per la dimora sul monte Sinai; è conosciuto comunemente col nome di Climaco, per il titolo che pose al suo libro, «La Scala del paradiso » (greco climax, scala).
Nacque verso il 579, si ignora il suo luogo di origine, a sedici anni entrò in uno dei monasteri del Monte Sinai. In età avanzata fu nominato abate dai monaci del Sinai, dietro la richiesta di alcuni di loro scrisse il suo libro della Scala del Paradiso.
Dopo aver diretto per vari anni il monastero tornò nella sua solitudine anacoretica e morì verso il 649.
Il suo scritto ebbe una vasta diffusione ed alimentò la spiritualità monastica dell’Oriente e dell’Occidente Cristiano.
Nella traduzione ci siamo serviti del testo greco edito da P Trevisan, Torino, 1951. 2 Voll.
S. GIOVANNI CLIMACO
2. Di tutti coloro che sottopongono la loro volontà a Dio, il Signore è vita e salvezza; siano fedeli o infedeli, giusti o empi, santi o peccatori, liberi da passioni o soggetti ad esse, monaci o laici, saggi o indotti, sani o malati, giovani o anziani. Come a tutti indistintamente appartengono la diffusione della luce, la presenza del sole, il succedersi delle stagioni. Davanti a Dio non esiste preferenza di persone (Rom. 2, 11)…
Monaco è lo stato e la condizione di quelle creature che, nella carne materiale ed effimera, sono libere dalle forze fisiche del corpo. Monaco è chi ha il fisico purificato, la bocca monda, la mente illuminata… (Grad. 1).

3. … Chi desidera allontanarsi dall’Egitto e fuggire dal dominio del Faraone, deve avere un qualche Mosì che sia mediatore tra lui e Dio, il quale inserendosi nelle sue azioni e contemplazioni, innalzi le mani a Dio e l’aiuti a traghettare il mare dei peccati… (Grad 1).

9. Nessuno avrà parte al convito celeste se non ha compiuto la prima, la seconda e la terza rinuncia; cioè a tutte le cose terrene, alle persone, ai genitori, quindi alla propria volontà e infine, mediante l’obbedienza, la rinuncia alle gioie effimere… (Grad. 2).

10….Il sentirsi pellegrini sulla terra significa avere costumanze schive; saggezza non clamorosa; intelligenza libera dagli influssi della massa; vita appartata; meta verso l’invisibile; pensiero interiore; ricerca di vita semplice; studio di povertà; desiderio dell’amore divino; pienezza di carità; rinunzia all’amor proprio; profondità di silenzio (Grad. 3).

46. La conversione alla vita monastica è il rinnovamento del battesimo; il patto con Dio di una vita nuova; l’acquisizione dell’umiltà; il bandire da sé , per sempre, ogni conforto terreno; l’accusa di se stessi; il non angustiarsi di preoccupazioni effimere. Essa è figlia della speranza, la liberazione dalla sfiducia. Il monaco accusando se stesso, diventa libero da ogni confusione.
La vita monastica è la riconciliazione con Dio mediante le opere buone, contrarie al peccato; la purificazione della coscienza; la volonterosa sopportazione delle sofferenze; la ferma opposizione alle sollecitazioni del ventre; l’affinamento della coscienza con una sensibilità più acuta (Grad. S) .

58. Il costante ricordo della morte è un quotidiano morire il non dimenticare che dobbiamo passare all’altra sponda è mantenersi nello stato di trepida vigilanza.
Il paventare la morte è proprio della natura, l’averne orrore è segno di peccati non espiati. Il Signore ebbe spavento della morte, non ne ebbe timore…
Il pane è il più necessario dei cibi, il ricordo della morte è la più utile di tutte le operazioni religiose…
Segno verace della presenza del ricordo della morte, nell’intimo senso del cuore, è il volontario distacco da ogni creatura e l’abbandono della propria volontà…
62. Il pianto secondo Dio, è l’orientamento dell’anima che fa cordoglio e del cuore distaccato dalle cose terrene e che, con impeto, cerca la bevanda che estingue la sua sete… Il pianto è un pungiglione d’oro dell’anima spoglia di ogni legame ed affetto, in lei è piantato dalla santa mestizia per tenere vigilante il cuore…
Le operazioni di quelli che avanzano nella santa mestizia sono il dominio di sé e il silenzio delle labbra. Chi ha compiuto passi avanti. è libero dall’ira e dal risentimento i segni di chi è giunto alla perfezione della santa mestizia sono: l’umiltà profonda; la sete di non essere onorato; la fame del patire; il non giudicare i peccatori; il partecipare, oltre le proprie forze, alla loro dolorosa vicenda…
70. …Le profondità del pianto vedono la consolazione; la mondezza del cuore riceve la illuminazione divina. L’illuminazione è una forza ineffabile compresa da sensi non razionali, veduta da invisibile capacità percettiva. La consolazione è un sollievo dell’anima distaccata dalle cose terrene, quando l’anima ha contemporaneamente gioia e pianto. Il conforto è il rinnovamento delle forze interiori dell’anima, caduta in tristezza, e trasformazione del doloroso pianto in prodigiose lacrime di gaudio. Il pianto che nasce dal pensiero della peregrinazione all’altra sponda partorisce il timore; dal timore nasce la sicurezza, e da essa la gioia. Quando la gioia diviene duratura spunta il fiore dell’amore santo (Grad. 7).
73. L’invulnerabilità all’ira è superamento della natura senza alcun sentimento di dolore per le ingiurie ricevute. Essa è il frutto di lotte e sudori.
La non violenza, è un immobile stato dell’anima che rimane se stessa in mezzo agli onori e al disprezzo.
L’invulnerabilità all’ira, comincia col silenzio delle labbra quando il cuore è in tumulto; progredisce quando il pensiero rimane calmo nell’agitazione dell’anima; giunge alla perfezione quando la mente si conserva serenamente tranquilla sotto l’impeto dei venti nefasti.
Ira è il conservare la memoria di un’avversione occulta, come di un’offesa ricevuta. Ira è il desiderio di nuocere a chi ci ha provocato. L’iracondia è il subito infiammarsi del cuore; l’amarezza è un movimento non piacevole che prende dimora nell’anima; il furore è un mutamento non permanente che trasforma le buone costumanze in moti d’animo riprovevoli.
Come le tenebre si dileguano all’apparir del sole, così il buon odore dell’umiltà mette in fuga ogni amarezza e agitazione… (Grad. 8).
75. … Il canto della salmodia, quando il suo ritmo è armonioso, discioglie l’ira; se la sua esecuzione segue il capriccio di chi canta diventa stimolo alla sensualità. Facciamone uso seguendo con cura la disciplina del ritmo…
Ho sentito, trovandomi fuori della mia cella per certi lavori, dei solitari che dentro il loro abituro strepitavano come ghiandaie, presi da ira e furore, quasi stessero di fronte a chi li aveva offesi. Ad essi con umiltà consigliai di abbandonare la solitudine, altrimenti si sarebbero trasformati in diavoli (Grad. 8).
76. Se vuoi levare il bruscolo dagli occhi altrui, o immagini di poterlo fare, guarda di non far uso di una trave invece della leggera sonda. La trave sarebbe la parola aspra; i modi bruschi; la sonda invece è l’ammonimento calmo, la riprensione benevola. ‘ scritto:
«Riprendi, rimprovera, esorta» (2 Tim. 4, 2), ma non: «percuoti»… (Grad. 8).

80. Il non dimenticare le offese ricevute è la continuazione dell’ira; conservatrice dei peccati; nemica della giustizia; rovina di ogni virtù; veleno dell’anima; tarlo della mente; confusione della preghiera; distrazione dello stato di preghiera; alterazione dell’amore; chiodo piantato nell’anima; sentimento sterile di voluttuosa ricerca dell’amarezza; peccato difficile ad esser rimosso; insonne iniquità; malvagità perenne. Il vizio più tenebroso e la passione più triste tra le cattive tendenze che sono prodotte dai vizi, o che generano vizi o che non producono vizi…
Colui che fa cessare in sé l’ira, ha sradicato il ricordo delle offese patite; ma finché perdura la causa non cessano le conseguenze. Chi possiede l’amore estingue il desiderio di vendetta; chi nutre le inimicizie accresce inutili travagli… (Grad. 9).

83. Il parlar male degli altri nasce dall’odio; malattia sottile questa, sanguisuga grossa, nascosta e introvabile, consuma l’amore succhiandone il sangue; ipocrisia dell’amore, accresce le piaghe e i pesi del cuore e ne scaccia la mondezza…
Sentii parlare dei detrattori e li corressi; per difendersi, questi marioli, mi dissero che lo facevano per amore, volendo correggere colui del quale parlavano male. a Finitela, dissi, con questo amore, altrimenti rendete bugiardo Colui che ha detto: a Perseguirò chi parla del suo prossimo di nascosto » (Salmo 100, 5). Se affermi di amare uno, prega per lui segretamente, e non lo vituperare; questo è il modo di amare secondo Dio… (Grad. 10).
84. … Fra le vie che conducono al perdono dei peccati la più breve è il non giudicare: «Se non giudicate non sarete giudicati» (Mat. 7,1). L’acqua è contraria al fuoco, il giudicare è contrario a chi vuol far penitenza. Anche se tu vedessi uno commettere peccati in punto di morte, non devi condannarlo il giudizio di Dio è ignoto agli uomini… (Grad. 10).

86. … La loquacità è la cattedra della vanagloria, da dove si mette in mostra e pomposamente recita. La loquacità è segno sicuro di ignoranza; porta alla detrazione; conduttrice del vacuo parlare mondano; ancella della menzogna. Essa disperde il raccoglimento pensoso chiama la dissipazione; prepara l’assopimento spirituale; dissipa la concentrazione; distrae la vigilanza su se stessi; raggela l’intimo fervore; rende opaca la preghiera.
Il silenzio praticato coscientemente, è padre di preghiera; liberazione della schiavitù mentale; custode del fervore. Esso vigila sui pensieri; è occhio aperto sulle mosse dei nemici; dimora custodita della compunzione. Ama le lacrime; custodisce la memoria della morte, dipinge le punizioni del peccato indaga la verità del giudizio estremo. ‘ amico della santa mestizia; nemico della presunzione; compagno della vita solitaria; contrario alle pose da maestro; dono fecondo di conoscenza spirituale.
Maestro dei pensieri contemplativi; guida in maniera impercettibile all’arcana ascesa in Dio ( Grad. 11 ) .

87. … Chi ha gustato il profumo dell’eccelso fuoco, fugge la conversazione umana come ape il fumo… (Grad. 11).

88. Figlio della selce e dell’acciaio è il fuoco; figlia della loquacità mondana è la menzogna.
Oscuramento dell’amore, la menzogna; rinnegamento di Dio, il giuramento falso…
Conosco alcuni che si fanno vanto del mentire, e provocano le risa col loro leggero parlare; ed estinguono negli ascoltatori i motivi del pianto di penitenza.
Ogni volta che gli spiriti del male ci vedono pronti a fuggire, come da peste, l’audizione del parlar faceto, interrompendo il molesto parlare, tentano d’ingannarci con questi due sottili suggerimenti: «Non far villania a chi sta parlando », «non mostrarti più amante delle cose divine degli altri ! ». Tu, invece, vattene senza indugio, se no nel tempo della preghiera torneranno alla tua memoria le buffonate ascoltate… (Grad. 12).

89. … Il bambino non sa cosa sia la menzogna; l’anima purificata dal male è aliena dal mentire… (Grad. 12) .

90. … L’accidia è l’insensibilità dell’anima; indebolimento mentale; negligenza nell’impegno ascetico; odio della vita religiosa; esaltazione della vita mondana; accusa mossa a Dio di durezza e di odio verso la natura umana; l’accidia rende il monaco stonato nel canto dei salmi; fiacco nella preghiera; gagliardo nell’azione; nelle attività concrete instancabile; ma poco docile nell’obbedire a Dio. Il vero obbediente a Dio ignora l’accidia, e attraverso le cose sensibili si muove sicuro verso le realtà interiori… (Grad. 13).

91. I moti delle altre passioni son distrutti dalla virtù a loro contraria; l’accidia è per il monaco una morte che intero l’avvolge. L’anima virile riporta a vita la mente morta per l’accidia; essa e l’ozio sperperano i talenti che uno può avere.
…Chi ha coscienza del proprio peccato, non sa cosa sia l’accidia (Grad. 13).

93. …La gola è la simulazione del ventre, il quale quando è satollo, grida di aver ancora fame, e, quando è stato riempito fino a scoppiare, continua a gridare di aver bisogno di mangiare. La gola è acuta inventrice di cibi raffinati, scaturigine di piacevole diletto. Se vieni a domare la vena della sensualità, essa cerca di scoppiare di nuovo per mezzo della gola; se vinci, la gola tuttavia rinasce. La gola è un inganno teso alla vista; anche quando mangia con misura, divora con gli occhi quanto ha davanti a sé .
La sazietà del cibo genera la sensualità; il controllo del ventre è seguito dalla castità. La mano accarezzando il leone può renderlo mansueto, ma se liscia il corpo lo rende più selvatico… (Grad. 14) .

97. …11 figlio primogenito della gola è il demone impuro. Il secondo dopo di lui è l’indurimento del cuore, terzogenito il sonno, seguito da un’inondazione di pensieri disordinati e da ondate di laide fantasie… Dalla gola nascono l’ozio; il vano parlare; l’insolenza; il riso insulso; la litigiosità; lo spirito di contraddizione; l’ostinatezza; l’intrattabilità; l’insensibilità; la schiavitù dell’anima; la spacconeria; la sfrontatezza; l’amore per i cosmetici. Ad essi fanno seguito la preghiera agitata; il turbinio del fantasticare; le cadute impreviste; in fondo la disperazione, la più grave di tutti.
Il ricordo dei peccati commessi, pur non riuscendo a vincerla, fa buona guerra alla gola; il pensiero della morte le si oppone molto bene. Chi ha ricevuto il dono dello Spirito Santo, può muover guerra alla gola e sperare di riuscire a frenarla con la preghiera. Chi non ha gustato la soavità dello spirito cerca di essere inondato dalla sua dolcezza (Grad. 14).

98. La castità è somiglianza con le creature incorporee; superamento della natura in un modo soprannaturale; emulazione paradossale delle creature incorporee fatta dalla carne mortale e corruttibile. Puro è colui che allontana l’amore con l’Amore, e spenge il fuoco con il fuoco non terrestre… (Grad. 15).

99. …Nessuno, di quanti sono impegnati nel conseguire la castità, pensi di poterla raggiungere con le sue proprie forze; vincere la stessa natura non è tra le cose possibili. Ovunque c’è una vittoria sulla natura, lì appare la presenza di Colui che è sopra la natura, il migliore supera l’infimo… Chi conduce la battaglia con laboriose fatiche, è simile ad uno che lega il nemico con un giunco; chi combatte con il dominio di sé e con la veglia, è simile ad uno che incatena l’avversario; chi, infine, si oppone con umiltà, la dolcezza e il non bere è simile a chi sopprime il nemico e lo nasconde nella sabbia. La sabbia è l’umiltà che non nutre erbe di passioni e non è altro che terra e polvere… (Grad. 15).

103. Quando ci stendiamo nel nostro giaciglio dobbiamo essere vigilanti, perché la mente, da sola, senza il corpo, combatte contro i demoni; se è fragile di fronte alla sensualità, facilmente diverrà traditrice.
Con te si stenda sul giaciglio il pensiero costante della morte e insieme a te sorga, unito all’invocazione di Gesù. Non troverai, durante il sonno, aiuti più validi di questi (Grad. 15).

112. … L’avarizia è il culto portato agli idoli; figlia della mancanza di fede; scusa di chi è debole d’anima; indizio di invecchiamento; prevedendo carestie e preannunciando siccità, stimola ad accumulare.
L’avaro è dispregiatore dell’Evangelo. Chi possiede l’amore, distribuisce le ricchezze, chi cerca di tenere l’uno e le altre inganna se stesso…
Non dire che metti da parte le ricchezze per aiutare i poveri; il Regno dei Cieli può essere comprato con due spiccioli (Luc. 21, 4). S’incontrarono un avaro ed un generoso nel dare, l’avaro chiamò incosciente l’altro !
Chi ha vinto questa passione, è libero da preoccupazioni; chi è vincolato ad essa non raggiungerà mai l’orazione pura.
L’avarizia comincia col pretesto di accumulare per fare elemosine; finisce con l’odiare i poveri. Finché uno ammassa denaro si sente misericordioso; quando ha fatto un buon gruzzolo tien chiuse le mani… (Grad. 16).

113. La povertà è deposizione d’ogni sollecitudine; serenità di vita; cammino senza ostacoli; fedele adempimento dei comandi evangelici; liberazione da ogni amarezza. Il monaco povero è signore dell’universo; affida al Signore ogni sua preoccupazione; mediante la fede ha a suo servizio tutte le creature. A nessuno dice la sua penuria; ogni cosa che gli e offerta la riceve come venisse dalla mano del Signore. Chi intraprende il cammino della povertà diviene figlio del distacco; stima le cose che ha come non fossero; quando inizia la vita solitaria le reputa sterco. Chi rimpiange alcunché non è libero dal demone del possesso… (Grad. 17).

115. L’apatia esteriore ed interiore avviene quando le capacità sensitive muoiono per diuturno malore e per trascuratezza che ottunde. L’apatia è trascuratezza abituale; torpore mentale; nasce dalla presunzione; ostacola il coraggio; trascura il pentimento dei peccati ed apre la porta alla disperazione. ‘ madre della dimenticanza, la quale a sua volta accresce la apatia; infine essa fuga il timor di Dio.
L’apatico è un filosofo stolto, espositore di testi sacri che lo condannano. ‘ un avvocato che sostiene la parte avversa; un cieco che insegna agli altri a guardare; parla del modo di guarire le piaghe, e non smette di irritarle. Parla dei cibi che nuocciono all’infermità e non cassa di mangiarli. Depreca i suoi peccati e continua a commetterli… (Grad. 18).

116. … Persevera nella meditazione del giudizio ultimo, vegliando a lungo, forse l’apatia si allontanerà alquanto da te… (Grad. 18).

119. …L’occhio vigilante rende pura la mente, il troppo sonno accieca l’anima. Il monaco vigilante è nemico della lussuria, mentre il sonnolento ne è l’amico. La veglia notturna rompe l’incendio carnale, libera dai sogni inquinanti. L’occhio umido di pianto, il cuore non violento sono la vigile custodia ai pensieri, il fuoco che brucia l’avidità dei cibi, i domatori degli spiriti del male, il freno alla lingua, i vincitori dell’inutile fantasticare… (Grad. 20).

. 119. … Il sonno protratto causa l’ignoranza di se stessi, ]a vigilanza purifica la memoria. La ricchezza dell’agricoltore nasce nell’aia e nella cantina; l’abbondanza della conoscenza dei monaci viene dalle meditazioni e preghiere vespertine e notturne… (Grad. 20).

120. Il molto sonno è una mala compagnia, deruba i negligenti di metà del tempo della loro vita. Il monaco inetto è ben sveglio durante le inutili conversazioni, quando giunge il tempo della preghiera sente le palpebre pesanti. Il monaco mondano è ben dotto nel vano ciarlare, quando arriva l’ora della lettura, dal sonno, non riesce a vedere le lettere scritte. Al suono della tromba finale i morti risorgeranno; basta incominciare un discorso vacuo per vedere i monaci sonnacchiosi farsi attenti e svegli… (Grad. 20).

121. … La paura è mancanza di plenitudine di fede; l’anima orgogliosa è schiava della pusillanimità; avendo solo in se stessa fiducia, teme perfino del rumore e dell’ombra delle altre creature… Chi è soggetto alla paura è sempre un superbo, quantunque non si possa affermare che sempre sia un umile chi non ha paura, infatti i ladri che vanno a depredare i sepolcri di notte sono impavidi. Non t’incresca di andare di notte in quei luoghi che t’ispirano terrore, altrimenti invecchierà in te questa ridicola e puerile agitazione. Andando in tali luoghi, armati di preghiera, sollevando le mani
verso l’alto combatti percuotendo il nemico col nome di Gesù. Non esiste né in cielo, né in terra un’arma più potente di questa… (Grad. 21).

122. … La vanagloria, in se stessa, e rovesciamento dell’ordine naturale, corruzione dei costumi conformi a natura e sostentamento dei propri difetti. Secondo i suoi effetti essa è dispersione di energie, perdita di faticosi travagli, attentato al prezioso tesoro dell’anima. Nasce dalla mancanza di fede, precede la superbia, è naufragio nel porto.
La vanagloria è come la formica nell’aia, è animaletto minimo che insidia tutto il frutto della fatica laboriosa (Grad. 22).

123. I1 ricercatore di gloria umana è un fedele idolatra, sembra un uomo devoto invece si studia di piacere agli uomini, non a Dio. Chiunque cerchi la propria gloria è un vanaglorioso. Il digiuno del vanaglorioso è senza ricompensa e la sua preghiera è fuor di posto, ognuna di queste cose ci fa per raccattar lode dagli uomini. L’asceta che ricerca il plauso è doppiamente sbagliato: consuma il suo corpo e non riceve il premio che accompagna la macerazione… (Grad. 22).

124. … Quando giunge al monastero qualche potente del mondo la vanagloria si risveglia e stimola i frati vanitosi a andargli incontro, li persuade a prostrarsi ai suoi piedi, cosicché pieni di superbia son rivestiti di apparente umiltà. Li ammaestra ad avere comportamento e voce appropriata, dirige il loro sguardo verso le mani degli ospiti nell’attesa di qualche donativo, insegna loro di appellare i visitatori con i titoli di signori e di benefattori che, insieme a Dio, sostentano la loro vita di monaci.
Alla mensa, la vanagloria esorta i frati a mangiar poco, ad esser severi con gli inferiori. In coro rende zelanti i pigri; dà voce agli stonati; sveglia i sonnacchiosi. Consiglia di adulare il maestro cantore chiamandolo col nome di padre e di maestro, per avere le parti più rilevanti del coro; e tutto questo finché ci sono dei visitatori presenti… (Grad. 22).

125. …Un monaco, di quelli che vedono acutamente la realtà, narrò una cosa che egli stesso aveva veduta: «Stando io una volta in un raduno di frati, vennero i demoni della superbia e della vanagloria mi si misero vicini, uno a destra l’altro a sinistra. Uno mi toccò nel fianco col dito della vanagloria, esortandomi a raccontare agli altri frati qualche visione o qualche opera strepitosa da me compiuta nella solitudine. Lo cacciai dicendo: ‘Siano respinti quelli che vogliono il mio male’ (Salmo 39, 15). L’altro demone che stava alla mia sinistra fu subito a sussurrarmi: ‘Bravo ! hai fatto bene, e sei stato grande nel vincere la mia madre sfrontata !’. Pronto, gli lanciai contro la freccia della parola divina dicendo: ‘Siano respinti e umiliati quelli che mi dicono: bravo ! bene !’ ), (Salmo 39), (Grad. 22).

127. … La superbia comincia dove finisce la vanagloria; la regione intermedia è il disprezzo del prossimo, l’ostentazione invereconda delle proprie opere, l’amore cordiale per le lodi, l’avversione delle riprensioni… (Grad. 23).

128. … Non aver fiducia in te stesso, fintanto che Dio non abbia pronunciato la tua sentenza. Ci fu uno che già era assiso alla mensa nella sala del banchetto e venne, legato mani e piedi, gettato nella tenebra esteriore (Mat. 22, 13). Non andare in giro con la testa alta essendo tu fatto di polvere della terra; molti precipitarono dal cielo, ed erano santi ed incorporei (Grad. 23).

129. Veramente monaco è chi ha l’occhio della mente lontano da ogni iattanza ed è invulnerabile ai movimenti della sensibilità fisica. Monaco è colui che provoca i demoni, come fossero belve, quando si allontanano da lui. Esser monaco vuol dire aver la mente in continuo rapimento per le realtà del cielo, ed incessante tristezza per il presente mondo delle apparenze. Monaco è operare virtuosamente ed essere alieno dai piaceri. Monaco è Luce senza tramonto che illumina il cuore. Abisso di umiltà è il monaco, in lui precipita e soffoca ogni spirito del male… Il frate superbo non ha bisogno di demoni, ha sé medesimo avversario e nemico. Come le tenebre sono aliene dalla luce, così il superbo è contrario ad ogni virtù. Nel cuore superbo nascono parole blasfeme, visioni celesti nel cuore dell’umile. Il ladro ha in odio il sole, il superbo disprezza i miti ( Grad. 23 ) .
134. Il lume dell’aurora precede il sole, la non violenza appare prima di ogni umiltà. Ascoltiamo la Luce che ordinatamente dispone queste virtù: «Imparate da me che sono non violento e di cuore umile ” (Mat. 11, 29). ‘ necessario che prima siamo rischiarati dalla luce dell’aurora poi illuminati dal Sole…
La non violenza è uno stato di immutabile pace della mente, sia negli onori come nelle avversità. Il non violento prega per il suo prossimo con cuore calmo e sincero, anche quando viene contrariato. La non violenza è un alto scoglio che si erge nel mare dell’ira, le onde contrarie, in lui s’infrangono e mai il suo vertice cede all’impeto. La non violenza è il sostentamento della pazienza, la porta dell’amore, la base del discernimento degli spiriti: «Ai non violenti – dice il Signore – insegnerà la sapienza le sue vie » (Sal. 24, 9).
‘ ancella del perdono, fiducia nell’ora della preghiera, terra di riposo per lo Spirito Santo, come disse il profeta: «Sopra di chi riposerà il mio sguardo » se non nell’uomo non violento e pacificato ? (Isaia, 66, 2), (Grad. 24).
135. L’anima non violenta è il riposo della semplicità; l’anima iraconda è operatrice di male. L’anima semplice, viene nutrita con le parole della sapienza: «Il Signore conduce i non violenti verso la giustizia» (Sal. 24, 9), o meglio verso il discernimento degli spiriti. L’anima che possiede la rettitudine è consanguinea dell’umiltà; l’anima malvagia è serva della superbia. Le anime dei non violenti saranno saziate in conoscenza; la mente del violento è abitazione di tenebre e d’ignoranza (Grad. 24).
141. L’anima tua non sia come torrente d’acqua viva che ora scorre e ora si prosciuga per l’ardore della superbia. Sia l’anima tua una fonte perenne di non passionalità e un fiume inesausto di povertà… La penitenza innalza l’uomo, il salutare pianto lo fa bussare all’ingresso del cielo, la santa umiltà ne apre la porta…
Una cosa è salire in superbia, altra cosa è non salire m superbia, ed altra cosa è possedere l’umiltà. Il primo è sempre pronto a giudicare; il secondo non giudica, e neppure se stesso condanna; il terzo, pur non cadendo sotto alcuna condanna, si reputa sempre responsabile del male che avviene.
Una cosa è l’avere l’umiltà, altra il cercare di essere umili, altra cosa ancora fare il panegirico di chi è umile. La prima è propria dell’uomo religiosamente maturo; la seconda è lo stato di chi s’incammina verso la perfezione la terza è propria a tutti i fedeli.
L’uomo interiormente umile, non viene depredato dalle labbra, la sua bocca non mette mai in pubblico le merci che non ha. Il cavallo che galoppa solitario, spesso pensa di andar molto veloce, quando è in corsa con altri cavalli, appare la sua lentezza. Indizio di salute è quando il pensiero non si compiace dei doni naturali; finché si fa sentire il cattivo odore della superbia, non è possibile gustare l’aroma dell’umiltà. Quest’ultima dice: «Chi mi ama non compie violenze, non giudica, non desidera comandare; non si perde in sofismi, finché rimane a me unito. Per chi è unito a me non esiste legge (Grad. 25).
144. … La contrizione è cosa diversa dalla conoscenza di se stessi ed ambedue differiscono dall’umiltà. La contrizione nasce dalla caduta nel peccato, colui che peccando cade diventa contrito pentendosi e, quando prega, se ne sta con lodevole rossore, privo di fiducia in se stesso, appoggiato al bordone della speranza, col quale mette in fuga il cane della disperazione.
La conoscenza di se stessi è la chiara consapevolezza delle proprie possibilità, la sua memoria e la valutazione delle proprie colpe, anche delle più insignificanti.
L’umiltà è l’insegnamento proprio di Cristo, comprensibile da chi è mentalmente degno; stabilisce la sua dimora nuziale nella parte più riposta del cuore e non può esser definita con parole sensibili… I veri umili non si curano dello stupore che le loro opere possono produrre negli uomini, avendo ricevuto, in maniera invisibile, mediante la preghiera la capacità di comunicare a tutti la loro pienezza interiore. Chi teme lo stupore altrui, mostra di esser privo della capacità di aiutare gli altri. Quando Dio è pronto ad esaudirci, tutto ci è possibile.
Ama rattristare gli uomini piuttosto che Dio; Egli gioisce quando ci vede affrontare il disonore, per distruggere la nostra vana presunzione…
La vera peregrinazione dal mondo è accompagnata da forti battaglie; ed operazione di magnanimi è sopportare ingiurie da chi ci è vicino. Non ti stupire di ciò che ho detto, nessuno può raggiungere il fastigio della scala della perfezione con un sol passo. Perché il nostro nome è scritto nel cielo dell’umiltà, e non perché abbiamo il dominio degli spiriti del male, gli uomini vedranno in noi dei figli di Dio… (Grad. 25).

146. … Le forze dalle quali l’umiltà trae alimento e i suoi sentieri (non i segni di riconoscimento) sono: la povertà; l’isolamento dal mondo; il non rilevare le segrete conoscenze; il parlare con semplicità; il mendicare elemosina; il tener nascosta la propria origine; l’abbandono di ogni sfrontatezza; la fuga del molto parlare. Niuna cosa rende umile l’anima quanto la povertà e la vita mendica. Allora apparirà la nostra sapienza e il nostro amor di Dio, quando potendo avere i primi posti nel mondo ci allontaniamo decisamente da essi…
Chi possiede l’umiltà può camminare immune sul peccato e la disperazione, sul demone e il dragone del proprio corpo… (Grad. 25).

147. Il discernimento nei principianti, e la vera conoscenza di se stessi. In quelli che progrediscono, è la sensibilità mentale di separare senza errore il bene spirituale dal bene della sfera fisica. In coloro che hanno raggiunto la perfezione, il discernimento è una forma di conoscenza che proviene dalla divina illuminazione che rende chiare anche le altrui tenebre.
Parlando in modo più energico, il discernimento è l’apprensione in ogni tempo, luogo e operazione della volontà di Dio, e questo è possibile a chi ha puro il cuore, il fisico e la parola. (Grad. 26).

159. … Non cerchiamo, per eccesso di desiderio, di volere i frutti prima del loro tempo, nell’inverno il frutto estivo o la messe all’epoca della semente. C’è l’ora della laboriosa seminazione e quella del raccolto grazioso…
Alcuni ricevono la ricompensa della loro laboriosa ricerca di purificazione all’inizio del loro cammino, altri durante il percorso, altri infine all’ora della morte, tutto questo per una disposizione ineffabile di Dio. Possiamo soltanto domandarci quale di queste vie rende l’uomo più umile (Grad. 26).

177. … Il raccoglimento silenzioso del corpo si ha nella conoscenza e moderazione delle abitudini e della sensibilità; quello dell’anima è nel discernimento dei pensieri e nella mente incontaminata. Amico del raccoglimento silenzioso, è il pensare virilmente e con distacco; tale modo di pensare vigila alla porta della nostra interiorità allontanando e disperdendo tutto ciò che porta alla dissipazione. Chi silenziosamente è raccolto nella sensibilità interiore, comprende ciò che dico; chi è ai primi passi ne rimane indifferente. Il conoscitore della quiete non ha bisogno di parole, è illuminato dalla realtà che le parole vogliono descrivere. (Grad. 27) .

178. Il raccoglimento silenzioso, comincia col rimuovere il tumulto che sconvolge il Profondo dell’anima; giunge alla perfezione quando non paventa più l’agitazione e non si cura di essa, come non fosse. L’amante del silenzio, uscendo con il corpo fuori della cella, non esce dal suo silenzio interiore, è del tutto mite ed abitacolo di amore, tardo a prender la parola, invulnerabile all’ira… (Grad. 27).
179. Grande è la profondità delle parole sacre, la mente dell’uomo consacrato alla solitudine non può affrontarle senza pericolo. Co me non è sicuro nuotare vestito in mare, così chi ha delle passioni in cuore non può avventurarsi nelle parole divine. La cella dell’uomo solitario, è il corpo che lo circoscrive; ma dentro possiede il sacrario della conoscenza. Chi soffre di infermità dello spirito e tenta la vita del raccoglimento, è simile ad uno che dalla nave si getta in mare per raggiungere il porto su una tavola. Quelli che lottano contro la propria carne a suo tempo incontreranno la pace; purché abbiano avuto in sorte un buon pastore. L’uomo che affronta da solo il cammino religioso, deve possedere il vigore degli Angeli.
Il monaco pacificato nel silenzio è la terrena immagine degli Angeli… La sua orazione è libera da pusillanimità e negligenza. Il vero solitario può gridare con efficacia al Signore: «Pronto è il mio cuore, o Dio!» (Sal. 56, 8). Solitario è colui che può dire: «Io dormo ed il mio cuore vigila!» (Canti. 5, 2).
Al corpo tieni ben chiusa la porta della tua cella; conserva sigillate le labbra al vano parlare; chiudi il segreto introito del cuore agli spiriti del male.
La bonaccia del mare e il calore meridiano del sole rivelano la capacità di sopportazione del marinaio; la penuria delle cose necessarie manifesta la resistenza del solitario. Il primo, per impazienza, si getta a nuoto nel mare; il secondo, preso dallo scoramento, torna all’inutile parlare con la mente.

Non paventare lo strepito degli spiriti del male, il solitario che conosce il pianto non è turbato da paura alcuna… (Grad. 27).

189. Una sola è la realtà della preghiera, grandi sono le varietà e le manifestazioni sue. Alcuni si rivolgono a Dio, come ad amico e Signore, e Gli offrono il canto e la supplica non per se stessi, ma per altrui; altri domandano l’abbondanza di doni spirituali, la grazia e una più ferma fiducia; altri chiedono la perfetta liberazione dalle insidie del maligno; c’è chi chiede una qualche grazia, chi il perdono dei propri debiti, chi la liberazione dal carcere, chi la liberazione da` ogni imputazione a condanna eterna… Non preoccuparti, nella preghiera, delle parole; spesso il semplice e disadorno balbettio dei fanciulli ha placato il Padre che è nei cieli. né cercare i lunghi discorsi nell’orazione, correresti il rischio di dissipare la tua mente. Una sola parola del pubblicano piegò Dio a misericordia. (Luc. 18, 13); il ladrone trovò la salvezza con una sola parola di fede (Luc. 23, 42). Il molto parlare, spesse volte distrae la mente, riempiendola di fantasticherie; le poche parole aiutano il raccoglimento.
Quando una parola ti riempie di soavità e di pace, fermati su di essa: l’Angelo è presente e sta pregando con te… (Grad. 28).

194. … Libero dalle passioni è chi, purificata la sua carne da ogni macchia, distacca la mente da ogni legame con le creature e sottomettendo ad essa la sua sensibilità, tiene la sua anima, vincendo ogni limite naturale davanti a Dio sempre…

195. … E libero dalle passioni chi sente verso la bontà quel fascino che i non liberi sentono per il vizio… (Grad. 30).

197. Scopo tutte le cose che abbiamo detto, rimane da parlare delle tre virtù che sono il vincolo e il fastigio di tutte le altre: la fede, la speranza, l’amore… Esse mi appaiono così: la prima come un raggio che illumina, la seconda come una fiamma luminosa, la terza come un lucente cerchio. Unico e lo splendore e la chiarità di tutte. Alla prima tutto è possibile (Mar. 9, 22); la seconda avvolge la misericordia divina e non lascia nella confusione chi la possiede (Rom. 5, 5); la terza non vien mai meno, né mai cessa di avanzare, né lascia posar mai chi da questa beata follia è stato vulnerato… (Grad. 30).

199. Quando l’uomo sarà del tutto unito all’amore divino, allora esteriormente nella sua carne, come per uno specchio, apparirà l’interiore chiarità dell’anima…
L’accrescersi del timor di Dio segue l’inizio dell’amore; il culmine della purificazione raggiunta è il dono di parlare di Dio. Chi tiene le sue capacità percettive intimamente unite a Dio, sarà ammaestrato dalle parole che vengono da Lui; difficile è parlare di Dio a chi non ha raggiunto la comunione con Lui.
Quando il Verbo divino scende nell’anima vi porta la perfetta innocenza, uccidendo ogni energia di morte con la sua presenza. Annientato ogni germe di morte il discepolo della J parola divina, raggiunge l’illuminazione… Chi non conosce Dio parla di lui per congetture; l’innocenza sola rende l’uomo capace di parlare di Dio e atto a penetrare nelle verità della SS. Trinità. Chi ama Dio ama il suo prossimo; anzi questo secondo amore è dimostrazione del primo… (Grad. 30).

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