Anno B, Tempo ordinario, XXII domenica

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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Il cuore della legge

Anno B, Tempo ordinario, XXII domenica
Dt 4,1s.6ss; Sal 14; Gc 1,17s.21bs.27; Mc 7,1-8.14s.21ss
Chi teme il Signore abiterà nella sua tenda

1Allora si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme. 2Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate – 3i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, 4e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame – 5quei farisei e scribi lo interrogarono: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?”. 6Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:

Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
7Invano essi mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.

8Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”. [9E aggiungeva: “Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. 10Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. 11Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, 12non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, 13annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte”.]
14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: 15non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”. [16.
17Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. 18E disse loro: “Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?”. Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. 20Quindi soggiunse: “Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo.] 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, 22adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo”.

Quello del vangelo di oggi è un invito a non curarsi della considerazione sociale più che del cuore. Preoccuparsi della pulizia delle intenzioni, prima ancora che di avere mani pulite.
In un brano che nella collocazione temporale, nel tema e nell’avvicendarsi di varie categorie di interlocutori (giudei conservatori, folla e discepoli) rivela la propria parentela con Gv 6, letto nelle scorse domeniche, Marco riflette anzitutto sul potere, sulla norma e sull’obbligazione.
Il mondo dell’uomo religioso è fatto di atti, di comportamenti sociali che delimitano l’appartenenza a una tradizionale interpretazione del bene: non coincide necessariamente del tutto con l’atto di fede della persona.
L’uomo è un animale normativo. Il potere di emettere leggi è parte integrante del suo essere immagine di Dio. Gesù non contesta tanto l’autorità in sé, religiosa o politica, la legittimità della loro attitudine a vincolare, ma mette in guardia circa l’attitudine, specie dell’autorità religiosa, al delirio d’onnipotenza. Egli ricorda che anche le norme religiose sono in definitiva norme positive (“leggi di uomini”), non più di quelle civili.
L’universo delle norme e quello delle intenzioni possono ben entrare in conflitto e lacerare interiormente il vissuto personale e collettivo.
Ma c’è un luogo intimo in cui l’esigenza assoluta della legge e la libertà della coscienza non entrano mai in conflitto. Nel breve discorso alla folla Gesù si serve del concetto rituale di contaminazione per mettere in luce l’esistenza di diversi livelli d’interiorità. La contaminazione è un comportamento, contrario alla legge, che si propaga e s’instaura per imitazione nel corpo sociale, come una malattia, producendo disordine. Il grado di trascendenza, dunque di priorità, di una norma lo si legge a partire dalla sua capacità di “contaminare” cioè vincolare interiormente sfere personali sempre più profonde.
Nella successiva e più raccolta catechesi ai discepoli Gesù indica nel “cuore” il centro di questa operatività normativa umana. Il cuore non ha punti di contatto col mondo esterno. Ciò che trova in se stesso è il prodotto di un’autonoma iniziativa spirituale. C’è una sorta d’incomunicabilità delle intenzioni, che rimangono celate (talvolta maliziosamente) negli atti che dovrebbero esprimerle. Gesù con ciò intende dire che la contaminazione prodotta dalle intenzioni contagia anzitutto il loro portatore; ma questa autonomia interiore riguarda ogni tipo d’intenzione, non solo le cattive, come risulta chiaro dalla lista di azioni e atteggiamenti cattivi che Gesù modella sui dieci comandamenti. In breve, anche l’obbligazione assoluta della legge di Dio ha la sua radice nella spontanea attività del “cuore”.
La questione fin qui sviluppata ne contiene un’altra, visibile in trasparenza nel pre-testo ecclesiale che dà vita al brano. Non su ogni conflitto pratico c’è un esempio di Gesù da prendere come norma della prassi ecclesiale. La giovane comunità ecclesiale marciana, separata dalle proprie ascendenze giudaiche e trapiantata in un contesto culturale nuovo non ha ancora una sua propria una “tradizione degli antichi” cui riferirsi per la soluzione di nuove questioni religiose o etiche. Si vede qui che non tanto la prassi immediata di Gesù ma piuttosto la loro “forma”, cioè le ragioni trascendenti che la governano, sono proposte da Gesù stesso come guida normativa della sequela ecclesiale.
Si faccia caso al modo in cui Gesù intreccia qui il principio d’interiorità e il principio di trascendenza. Un’applicazione classica di questo procedimento la troviamo negli Atti degli Apostoli, nell’obiezione di coscienza opposta davanti al Sinedrio da Pietro, il fondatore della comunità per la quale Marco scrive il proprio vangelo: è più giusto obbedire a Dio prima che agli uomini.
Non è sottraendosi ad ogni conflitto per non sporcarsi le mani che si conserva la propria identità di credenti. Nella forma cristocentrica della prassi ecclesiale vi è un metodo per la soluzione del conflitto etico e psicosociale nella chiesa.

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