Anno B, Tempo ordinario, XX e XXI domenica

litterae-testata

COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Quando il discorso si fa duro/1. Lo scontro

Anno B TO XX domenica
Pro 9,1-6; Sal 33; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58
Gustate e vedete com’è buono il Signore

Gv 6,51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

52Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. 53Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

Le fonti trascendenti cui attinge l’autocoscienza del Cristo si manifestano attraverso un pensiero profondamente divergente rispetto alle tradizioni che pure sono anche sue. E se questo pensiero divergente era stato causa d’incomprensione da parte della folla, esso diventa decisamente motivo d’incomunicabilità con i giudei.
Siamo alla terza fase di questo gioiello dell’arte omiletica di Gesù, riportato dal vangelo di Giovanni a partire da 6,42. Il discorso è ora bruscamente interrotto da un dibattito (forse intenzionalmente provocato da Gesù stesso con le parole: «il pane che io darò è la mia carne…») che scoppia tra gli uditori. Nel verso che segue: “se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo […], non avrete in voi la vita” è particolarmente evidente lo sguardo postumo del narratore, esercitato da una lunga riflessione sul culto cristiano e i suoi legami con l’esperienza religiosa del giudaismo (cfr. 6,12bs). Nella chiara allusione eucaristica del “mangiare la carne del Messia” l’evangelista esprime la convinzione che le parole di Gesù portino a sintesi e compimento i due riti pasquali d’Israele, il pasto col pane azzimo e il sacrificio dell’agnello, di cui vengono appunto consumate le carni. Tuttavia accanto ad elementi evolutivi sono presenti anche elementi in forte contrasto con la tradizione religiosa e la mentalità dei giudei, il che riconduce la scena alla sua contemporaneità e concretezza storica prepasquale. Per nulla disposto, di fronte alla reazione dell’assemblea, ad attenuare l’asprezza del discorso, Gesù anzi aggiunge per la prima volta l’offerta del proprio sangue come “bevanda” (53), azione non solo estranea, ma espressamente vietata dalle prescrizioni levitiche, perché contaminante. Lo stesso sangue dell’agnello pasquale era usato per l’aspersione nelle liturgie del Tempio, non bevuto. Per di più le motivazioni ideologiche di questa esclusione (cioè il fatto che il sangue era ritenuto la sede dello spirito e della vita della vittima) sono proprio quelle per cui Gesù ritiene il proprio sangue bevanda necessaria alla vita eterna.
Alla stessa maniera, un giudeo osservante come Gesù, con il termine “carne” non intende semplicemente il “corpo”, come comunemente per noi occidentali, bensì una serie di implicazioni antropologiche che hanno al centro la singola esistenza umana caratterizzata dalla sua intrinseca limitatezza creaturale. L’analisi linguistica del v. 51 conferma quest’uso: l’espressione “pane vivo” è il termine che media tra il concetto di “carne” e la formula dell’autorivelazione “Io sono”, cioè porta ad identificare la “carne” con l’atto di soggettività del parlante.
Si presti attenzione anche all’aggettivo “vero” (55) che in Giovanni compare, talvolta in alternativa all’equivalente termine “buono”, vicino alla formula di autorivelazione. In questi casi “vero” non si oppone a “falso”, ma è applicato all’analogatum princeps, al senso principale e proprio in contrapposizione a riferimenti secondari o solo apparenti di un’analogia o di una metafora. Ad esempio se Gesù dice: «Io sono la vera vite», applica a sé la celebre figura biblica ordinariamente interpretata come metafora d’Israele. Poiché il simbolo del “mangiare il pane di Dio” significa il vero culto basato sull’ascolto diretto della parola di Dio (cfr. 45) in breve nel v. 55 Gesù afferma se stesso come vera Pasqua del Popolo eletto, punto d’arrivo e rivelazione del senso ultimo dell’esperienza religiosa d’Israele.
C’è inoltre qui la possibilità di interpretare l’aggettivo “vero” non solo nel senso di “corrispondente alla realtà”, ma anche nel senso operativo dell’”efficacia” del simbolo. Il Pane che Gesù promette è “vero” in riferimento alla sua capacità di alimentare e sostenere la vita con un’intensità inarrivabile per qualsiasi “cibo” sacro dato in precedenza, compresa la manna nel deserto (58).
Si ricorderà infine che l’intera azione di questa specie di processo al miracolo dei pani che si celebra nella sinagoga di Cafarnao parte dall’eccezione di legittimità sollevata contro l’affermazione di autorità di Gesù: “sono disceso dal cielo” (cfr. 41s). Pertanto il carattere non metaforico del suo presentarsi come “pane” non è l’unico aspetto da prendere in considerazione in ciò che egli dice, e non va disgiunto dall’intenzione di Gesù di rispondere all’obiezione iniziale dei giudei.
Chi parla vuole sicuramente sottolineare il realismo del suo “darsi” come pane, ma anche individuare la prova dell’efficacia della sua parola nell’intensità di effetti da essa prodotti nella vita spirituale dei credenti: la reciproca inabitazione tra Cristo e il discepolo (56). Infine, e soprattutto, che la possibilità di tutto ciò dipende esclusivamente dall’autocoscienza dell’autorità connessa alla propria costituzione ontologica trascendente (57s); in ultima analisi ad un proprio beneplacito liberissimo e perfettamente gratuito, che, proprio per il suo esclusivo modo d’essere, non ha bisogno di rendere conto di sé ad alcuno.

Quando il discorso si fa duro/2. Lo scisma

Anno B, Tempo ordinario, XXI domenica
Gs 24,1sa.15ss.18b; Sal 33; Ef 15,21-32; Gv 6,60-69
Gustate e vedete com’è buono il Signore

Gv6,60Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”. 61Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: “Questo vi scandalizza? 62E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? 63È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. 64Ma vi sono alcuni tra voi che non credono”. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65E continuò: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”.
66Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
67Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. 68Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; 69noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

Siamo all’epilogo del discorso del pane. Contesto e antagonisti sono di nuovo cambiati. La situazione comunicativa è ora quella di un dialogo privato all’interno della ristretta cerchia dei collaboratori di Gesù. Non vi possono essere dubbi però sul fatto che il brano faccia parte della medesima pagina del vangelo di Giovanni letta nelle ultime quattro domeniche precedenti. Il discorso dei pani ha prodotto tensione fin dentro il gruppo dei suoi seguaci: essi “mormorano” (61), come già i giudei (41).
La necessità formale di chiudere la struttura chiastica del discorso dei pani suggerisce l’accostamento del brano di oggi alla camminata sulle acque di Tiberiade. I personaggi sono gli stessi (Gesù e i discepoli) ma il parallelismo che ne risulta è antitipico: lì Gesù saliva sulla barca dei discepoli a metà traversata; qui invece sono i discepoli che lasciano a metà strada la missione e, per così dire, scendono dalla barca di Gesù. Dobbiamo pensare che lo scisma abbia coinvolto la maggior parte dei seguaci spontanei di Gesù, se con lui rimangono solo quelli scelti personalmente. Gesù viene a trovarsi in minoranza in mezzo al guado.
La “crisi” di Galilea è drammaticamente tale proprio nel senso letterale di “spaccatura” o “separazione”, ed accade, secondo Giovanni, per motivi dottrinali. E’ la seconda suggestione che ricaviamo dalla posizione strutturale del brano. Del resto la funzione riassuntiva che l’Evangelista affida a questi dieci versetti è chiara anche per indizi interni. La frase con cui i discepoli manifestano il loro malcontento: “Questo discorso è duro” si riferisce a tutti gli episodi e i punti in cui si è articolato il discorso del pane, non solo alla volontà di dare in pasto la propria carne, espressa da Gesù nei versetti immediatamente precedenti. La risposta alla setta dei disillusi, infatti, riprende puntualmente, come vedremo, l’intero complesso di scandalose implicazioni teologiche emerse dall’iniziale affermazione del proprio messianismo trascendente. Possibilmente i discepoli avevano accarezzato lo stesso tipo di messianismo paternalistico o militaresco in cui mostra di credere la folla (6,14s) o avevano pensato fino a quel momento che la dottrina di Gesù, ardita, non istituzionale e antigiudaizzante quanto si vuole, fosse comunque nulla più di un’interpretazione autentica della fede mosaica. Solo dopo la messa in chiaro da parte di Gesù stesso del carattere non allegorico del suo midrash del pane dal cielo (“la mia carne è vero cibo”, 55) essi realizzano che seguire Gesù comporta un mutamento di status di membro del popolo eletto: da servo che era, a commensale di Dio nel banchetto escatologico, una rifondazione radicale del rapporto Dio-credente, un completo superamento dottrinale e cultuale della religione e della spiritualità di Mosè. Ma la risposta di Gesù, altrimenti sibillina (“…e se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?”, 62) lascia intendere che tutto ciò, per quanto effettivamente richiesto al discepolo, è solo una conseguenza storica immediata (“carne”, cfr. spiegazione dell’uso biblico del termine fornita nel commento scorso) e ancora non basta alla vera fede. Gesù esige che il discepolo sappia cogliere, anche nell’esperienza-limite del fallimento e della crisi di fede, la concentrazione cristologica del senso, del realismo e dell’efficacia delle sue parole (cfr. 6,27.29.34.40.44.48.56s)
Questa è la più plausibile spiegazione della successiva frase di Cristo: “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla” (63) con la quale egli non sta affatto cercando di ricucire lo strappo. E’ parso a molti esegeti moderni, soprattutto di area protestante (preoccupati di togliere un formidabile appoggio biblico al realismo eucaristico) ma anche ad antichi ed autorevoli commentatori cattolici, come S. Agostino, che questa frase di Gesù servisse a ridimensionare le sconcertanti affermazioni circa la sua “carne” come “cibo”, un invito a leggerle in chiave spiritualistica, se non addirittura figurata. Tale interpretazione non può essere accolta, non solo sulla base dell’ovvia congettura che – interpretando così la frase – il conflitto tra Gesù e i giudei si risolverebbe in un semplice malinteso, fino a vanificare il senso di tutto il capitolo 6 di Giovanni; ma è soprattutto un oggettivo dato esegetico ad opporsi a detta interpretazione spiritualista: in nessun versetto di Giovanni il termine “spirito” ha un simile significato o indica un parlare per metafore. Il parlare per segni è tipico piuttosto della costitutiva carnalità dell’essere umano, non certo dello spirito.
Nel discorso del pane c’è una mappa sotterranea di rimandi ad altre celebri pagine del Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 6,46 > 1,18; 6,62 > 3,13) incentrata proprio sul contraddittorio carne-spirito, il cui rapporto non è mai semplicemente di reciproca esclusione, ma si presenta come una dialettica di rivelazione. Nel dialogo con Nicodemo Gesù insegna che la carne inabitata dallo spirito assume un’intenzionalità metaforica e allusiva del trascendente, che rimane incomunicabile e incomprensibile se non “nascendo dall’alto” o dallo spirito (3,3.5ss.11).
Ma è soprattutto la fondamentale affermazione del prologo di Giovanni secondo cui il “Verbo divino divenne carne” (1,14) ad avvertirci delle paradossali modalità assunte della comunicazione immanenza-trascendenza quando a parlare è proprio questa stessa Parola divenuta carne.
E’ chiaro che l’iniziativa salvifica ricade dal lato dello spirito, ed ecco perché Gesù asserisce: “le parole che vi ho dette sono spirito e vita”; lo spirito tuttavia non ha a disposizione della propria volontà di autorivelazione che le modalità immanenti dei linguaggi umani, di un parlare “carnale” o per segni, parole o miracoli che siano. La stessa parola di Gesù, pur essendo “spirito”, in quanto è segno è dunque al tempo stesso “carne” e (solo per questa via!) anche pane. Non è tanto il pane simbolo della parola, quanto piuttosto la carne simbolo della persona. Proprio per questo la capacità di dare vita attribuita alle sue parole, era stata precedentemente riconosciuta anche alla carne di Gesù in quanto pane dal cielo (6,51.53). Non rimane che concludere che con il detto “…la carne non serve a nulla” Gesù non si riferisca alla propria carne e al proprio sangue come cibo e bevanda capaci di saziare per sempre la fame umana di vita, ma ai segni veterotestamentari che la prefigurano: la carne dell’agnello pasquale e la manna, e segnatamente alla loro inefficacia in ordine alla remissione dei peccati ed alla salvezza. Per estensione “carne” indica l’orizzonte immanente di giudizi, valori, intenzionalità cui la folla, i giudei ed anche gran parte dei discepoli mostrano di rimanere ancorati nel rifiutare la carne di Gesù come vero cibo, inevitabilmente disprezzandone le parole e l’autorità trascendente. Viceversa nell’autentica espressione di fede cristologica, almeno iniziale, da parte di Pietro, le parole di Gesù sono “di vita eterna”, esattamente com’era detto del pane e del sangue promessi da Cristo come alimento, e rifiutati dai giudei.
Anche il venire a Cristo, infatti, e farsene discepolo equivale a un nascere nello Spirito (65), non è solo un effetto della parola e dei segni di Cristo, ma una precondizione, un inizio assoluto che ha un’origine trascendente e preveniente rispetto alla stessa capacità di comprensione e decisionalità storica del discepolo. Le ultime parole di Gesù: “Volete andarvene anche voi?” (67) non dicono solo che il successo dell’evangelizzazione trascende anche il consenso dell’uditorio. Esse tracciano nello stesso tempo la linea di rottura di un terribile aut-aut in cui la fede del discepolo si trova come sua condizione ordinaria, la condizione di chi assimila la parola e la carne di Cristo come simboli del Verbo di Dio fatto uomo, che ancora attendono di realizzarsi nell’uditore.

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