Anno B, Tempo ordinario, domeniche XXIV-XXVI

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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Scandalo e consenso/1-3. Perdersi per salvarsi

Anno B, Tempo ordinario, XXIV domenica
Is 50,5-9a; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35
Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi

Mc 8,27Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: “Chi dice la gente che io sia?”. 28Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti”. 29Ma egli replicò: “E voi chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. 30E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.
31E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. 32Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: “Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.
34Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà.


Entriamo nella fase della vita di Cristo alla quale risalgono le più memorabili tra le sue polemiche antifarisaiche, destinate a guadagnargli la fama d’essere il più temibile contestatore del potere di ogni tempo, e forse anche l’origine della separazione della chiesa cristiana dal giudaismo.
La professione petrina presso Cesarea di Filippo segna esattamente la fine della fase di crisi (con l’abbandono definitivo della Galilea) ed inaugura l’ultimo periodo del ministero pubblico di Cristo, che va sotto il nome di “grande viaggio”. La pagina evangelica che si leggequesta domenica nella liturgia romana inaugura un ciclo che proseguirà per cinque settimane accompagnando Cristo e i discepoli in questo percorso.

La fede è spesso vissuta dal credente come pietra di fondazione dell’autopossesso e di conservazione dell’identità, dalla quale poi si procede all’appropriazione personale dei valori collettivamente condivisi. Con l’invito a rinnegare se stessi Gesù abbatte il mito del potere, e l’eterna tentazione della sua legittimazione sacrale, che Gesù stesso, a quanto pare dal vangelo di oggi, dovette subire, a partire dal suo fondamento: la presunzione di autopossesso e di salvarsi con le proprie forze.
Il rimprovero rivolto a Pietro, di professare in un modo e pensare in un altro (satana), di «non pensare come Dio» toglie di mezzo l’autoinganno e l’illusione di potenza che possono celarsi in questo progetto di vita.
La vera contestazione del potere non consiste nell’opporvi un contropotere, magari altrettanto dispotico. La vera risposta al potere consiste nel rinunziarvi in radice attraverso una completa ristrutturazione mentale dei termini del problema: “pensare come Dio”.
Già, ma cosa pensa Dio; e, soprattutto, “come” pensa? Il piccolo brain storming che apre il brano odierno ci dice tra le righe che Gesù non è contento di ciò che pensa di lui la gente e soprattutto di ciò che implicitamente pensa di Dio nel giudicare il suo progetto messianico. La strada che Gesù indica, percorrendola, è invece la strada della kenosi, della rinuncia, da una parte (“rinnega te stesso”) e dell’accoglienza dall’altra (“prendi la tua croce”, “accogli i piccoli”). Gesù pensa come gli ultimi; ciò che Dio stesso pensa di sé è di farsi ultimo.
“Pensare come Dio” è farsi una ragione dei beni e dei valori, e una considerazione di sé, secondo il punto di vista di Dio. Ora, quest’ottica di Dio è minimalista. Si vede assai meglio nel piccolo che nel grandioso, più che nell’aggiungere, nel togliere, nell’apertura all’altro presupposta dal bisogno.
Ma perché la salvezza è sempre altrove rispetto a se stessi, perché necessita perdersi nell’alterità? Questa è appunto la domanda cui Gesù andrà rispondendo nel corso del Grande viaggio.

La crisi di Galilea ed il Grande viaggio sono strettamente connessi sia dal punto di vista narrativo che tematico e teologico. Marco e Luca concordano nel ritenere che i temi etici siano caratteristici del “grande viaggio” di Gesù. La radicalità dell’esigenza morale che vi si vede spesso prospettata da Cristo al discepolo è comunque tutt’altra cosa che intransigenza e rigorismo.
La radicalità delle esigenze morali del vangelo sta tutta nella necessità ed urgenza di rimuovere qualsiasi cosa impedisca, a se stessi o agli altri, di essere raggiunti e guariti dal contatto di Cristo.
E’ possibile osservare questo decostruttivismo etico del vangelo già nella fase della crisi di Galilea, quando emergeva con particolare forza nel tema dello scandalo (Mc 9,42-47). Ma nel corso del Grande viaggio alla richiesta di non frapporre ostacoli al Regno Gesù affiancherà un contrappunto propositivo: l’ideale dell’infanzia spirituale, della castità e della povertà perfetta (6,8ss; 10,28).

Scandalo e consenso/2. L’infanzia spirituale

Anno B, Tempo ordinario, XXV domenica
Sap 2,12.17-20; Sal 53; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37
Il Signore sostiene la mia vita

Mc 9,30Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà”. 32Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.
33Giunsero intanto a Cafàrnao. E quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via?”. 34Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. 35Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro:
37″Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.


Il loghion «Chi vuol essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti» è una variante del più celebre «Gli ultimi saranno primi e i primi ultimi». Nella versione marciana, tuttavia, il proverbio non sembra porre particolare enfasi sull’idea di una retribuzione individuale ultraterrena. L’abbraccio di Cristo a un fanciullo, accompagnando il gesto dimostrativo con le parole: «chi lo accoglie, accoglie ME», chiarisce che nel pensiero di Gesù gli ultimi sono primi già in un ordine mondano di relazioni interpersonali, essendo il farsi ultimo e quasi invisibile il modo scelto da Dio per fare visibile la propria presenza. L’invito di Gesù ad abbracciare una nuova moralità non si appella ad un astratto dovere; egli non propone neppure alcuno sforzo intimistico o ascetico. Il porre un bambino al centro dell’attenzione della comunità è piuttosto un gesto pedagogico in senso forte: dice simbolicamente che la centralità della relazione con Cristo è destinata a propagarsi fino a sostituire un certo ordine e ad instaurare nuove prassi collettive. L’accoglienza del più piccolo, praticata da Cristo, diverrà una prassi universalmente condivisa in una convivenza umana completamente rinnovata, in cui Dio stesso troverà accoglienza.
Il brano odierno, come si vede, esordisce con una ripresa della profezia di Gesù circa l’esito della propria missione. Il breve sommario sintetico svolge la funzione strutturale di ponte col brano letto nella liturgia della parola di domenica scorsa: la partenza per il “Grande viaggio”. Forse la predizione del fallimento è un punto di riferimento mnemonico del “testimone A”, da cui dipende il racconto marciano. Il suo scopo è anche di collegare biograficamente un certo tipo di tematiche ad un preciso passaggio del ministero di Gesù.
Così, ad esempio, la condizione del “rinnegare se stessi”, che Gesù poneva alla sequela, nel vangelo di domenica scorsa, si chiarisce ora con l’avvertimento, rivolto a sorpresa ai discepoli imbarazzati nelle loro infantili fantasie di grandezza, che meta del loro cammino non è la presa del potere o la conquista di una fama imperitura, ma, al contrario, farsi piccoli, ultimi.
L’uomo religioso è comunemente incline a pensare che in Dio vi sia una totale saturazione dei bisogni e dunque non possa esservi in lui traccia di sofferenza e di dipendenza. La necessità di un Dio onnipotente è spesso la proiezione delle esigenze di una società verticistica e di una diffusa strutturazione autoritaria della personalità. Proprio per questo l’immagine di Dio rappresentata in Gesù accolto nel fanciullo è dirompente.
I bambini sono quelli che sopportano il peso maggiore delle contraddizioni sociali e degli adulti. La sofferenza dei bambini non è solo lo scandalo più grande per la mentalità dell’uomo religioso. Essa ha anche una funzione euristica sulla sofferenza, ci aiuta a comprendere cos’è. Se la condizione umana è contrassegnata dalla sofferenza, nel bambino ciò assume una postura esemplare e spesso le sofferenze dell’adulto non sono che un’elaborazione, o una resistenza, del dolore neppure espresso del bambino.
Il bambino, nella sua attitudine ad affidarsi e nella sua indeterminazione, è però anche un’icona della speranza dell’umanità, dell’apertura al futuro delle sue possibilità.
Essere come bambini significa dunque rinnegare se stessi ma anche accettare e capire pure se stessi, accogliere anche il piccolo che è in te, il fanciullo che tu stesso veramente sei, allontanando soprattutto la proiezione futura della propria falsa immagine. Si tratta di fare quella che Marco all’inizio del vangelo chiama “metanoia”; accettare la logica kenotica sottesa all’infanzia spirituale. Tornare bambini è ripercorrere a ritroso il cammino della propria sofferenza fino alle sue origini per trovare in questo stesso percorso uno strumento di liberazione interiore. Comprendersi davvero è accettare il proprio essere in misura di minimo.
Allora nel “com”-patire nel far propria la sofferenza altrui, il dolore degli ultimi, Gesù indica nel contempo una strada per superare la sofferenza e la disperazione.
La sequela e l’imitazione di Cristo sono un percorso di transvalutazione proposto come il vero e modello di contropotere. Se l’illusione dell’autopossesso è la matrice di ogni presunzione del potere, allora l’ideale dell’infanzia ne è il vero superamento.

Scandalo e consenso/3-3. Identità e identificazione

Anno B, Tempo ordinario, domenica XXVI
Nm 11,25-29; Sal 18; Gc 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47s
I precetti del Signore fanno gioire il cuore

Mc 9,38Giovanni gli disse: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri”. 39Ma Gesù disse: “Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. 40Chi non è contro di noi è per noi.
41Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa.
42Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. 43Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. [44. ]45Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna. [46.] 47Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, 48dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.


Anche se la salvezza esige una decisione che può essere presa solo nel profondo dell’intimità personale, essa ha una pretesa ed una proiezione universalistica. Il suo orizzonte non è la Chiesa visibile ma l’umanità. La salvezza coinvolge il credente in quel punto originario di inerenza tra l’identità personale e la sua appartenenza solidale all’intero genere umano: l’universale condivisione della condizione esistenziale dell’esser figlio.
Identità, no, dunque; identificazione, sì. La logica dell’appartenenza e dell’identità, secondo la quale ragionano gli apostoli nel loro viaggio verso la capitale, funziona finché esiste un’alterità cui contrapporsi. La logica dell’identificazione è invece una logica inclusiva.
Al proposito vi sono però due particolari aspetti messi in luce oggi da Marco. Il primo è che la prassi di Gesù non può fare a meno di essere problematica, scandalosa. Scandalo, in quanto è pietra d’inciampo e aporia, sentiero interrotto, lo è certamente nei due sensi di marcia. Lo si vede bene nell’accostamento marciano di due loghia di Cristo. «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina al collo» chiaramente non è che la reversione dell’altro: «Chi vi darà da bere un bicchiere d’acqua perché siete di Cristo, non perderà la sua ricompensa». Scandalo non è dunque per sé qualcosa di indesiderabile: occorre vedere quali sono i tuoi obiettivi e desideri, qual è il senso del tuo cammino, da che parte stai («Chi non è contro di noi è per noi»).
Per un altro verso un progressivo abbandono di pezzi del sé sembra esser necessario per far posto in sé agli altri: mano, occhio; cava, taglia. L’impegno morale nel vangelo non è mirato, per così dire, a costruire ed elevarsi, quanto piuttosto ad un opus tollendi, un lavoro ad eliminare.
Non la fraternità ma la figliolanza esprime in maniera appropriata l’uguaglianza universale tra gli uomini nel loro bisogno di salvezza. Al punto che ne diviene la misura. Sentiamo che c’è più umanità negli sconfitti che nel trionfatore, nell’obbedienza più che nel comando, nella dipendenza più che nell’autonomia, nell’infanzia più che nell’età adulta, nel rinunciare più che nel punire.
Se per qualcuno l’inferno sono “gli altri”, per Gesù ognuno è scandalo a se stesso.

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