Anno B, Solennità del Corpo e Sangue del Signore (II dopo pentecoste)

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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Il segno dell’alleanza

Anno b, Solennità del Corpo e Sangue del Signore (seconda domenica dopo Pentecoste)
Es 24,3-8; Sal 115; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26
Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore


Mc 14,12Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: “Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?”. 13Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: “Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo 14e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? 15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi”. 16I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.

22Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. 23Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. 25In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”.

Si insiste spesso sull’aggettivo “nuovo” riferito all’Alleanza (aggettivo che nella versione di Marco significativamente non compare) per concludere che nell’Ultima Cena Gesù abroga la vecchia economia salvifica per inaugurare la definitiva. L’attenzione del lettore contemporaneo rischia perciò di risultare distorta dall’interesse attribuito a questa pagina di Marco nella prassi catechistica cristiana e dalle questioni teologiche medievali, tutte concentrate sul pane e sul vino, cioè sui segni sacramentali, sulla sostanza e sulla materia del sacramento. Non c’è dubbio che questo brano risulta il luogo principe per chi ha interesse a trovare i topoi fondanti della diversità cristiana. E’ possibile pure che l’abrogazione della liturgia templare, basata sui sacrifici di animali, affermata in molti luoghi del nuovo testamento e proclamata da Gesù stesso in un contesto che presenta singolari analogie narrative col brano odierno (cfr. Mc 11, 1-6.11.14.17) abbia prodotto in qualche interprete l’indebita estensione dell’abolizione anche ai riti pasquali familiari, che qui Gesù si accinge a compiere. Una lettura meno riduttiva e più attenta alla concretezza narrativa del brano conduce però ad altre conclusioni. Ciò che semplicemente vediamo è anzitutto un rabbi di stretta osservanza che si accinge a compiere un rito nel rispetto delle regole tradizionali. I preparativi, nei tempi e nei modi, fino all’arredo della sala, rispecchiano l’usanza corrente. Anche l’immediato antefatto l’uomo con la brocca, istituisce un processo d‘inclusione con Mc 11, 1-6 (il corrispettivo “pubblico” di una presa di possesso del Regno, che qui avviene in maniera intima e familiare) e rivela il carattere messianico del brano, carattere rafforzato dalle allusioni letterarie a 1Sam 10,2-5. Non si tratta quindi, in questo caso, di abrogazione ma, al contrario, di una ricezione nella trasformazione o più precisamente di una transignificazione dei riti pasquali secondo l’uso giudaico o esseno che sia. Direi che l’interpretazione dell’intenzione fondante di Gesù non deve limitarsi a prendere in considerazione la scelta del pane e del vino, come si dirà, quale materia del sacramento, ma guardare all’intera azione liturgica, al processo rituale entro cui i segni sono inseriti e si esprimono in maniera pienamente significante.
Perciò per “corpo” del Signore deve intendersi anche la sua storicità, la sua appartenenza morale, linguistica, spirituale a una cultura e ad un popolo dentro la cui vicenda si è preparata l’eterna alleanza. E’ tutto questo che deve confluire nella questione delle specie sacramentali e dell’efficacia salvifica del segno eucaristico.

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