Filocalia 2 (prima parte)

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Giampiero Tre Re. Webmaster.
Filocalia 2 (PRIMA PARTE)

Testi di ascetica e mistica della chiesa orientale

A cura di Giovanni Vannucci

Libreria editrice fiorentina

A Don Gino Bonanni solitario orante nel deserto fiorentino.
1988

Libreria Editrice Fiorentina
Via Giambologna, 5 – 50123 Firenze
PREFAZIONE

L’esperienza orante dei Padri, i cui testi sono raccolti nella Filocalia, è fondata su due direttive contenute nel Nuovo Testamento: una riportata dall’Evangelista S. Luca: «‘ necessario pregare sempre e non stancarsi» (Lc. 18,1), l’altra è l’affermazione di fede riferita nelle lettere ai Flippesi (2, 9-11): «A Lui (Gesù Cristo) Dio ha dato un nome superiore ad ogni altro nome. Nel nome di Gesù ogni ginocchio deve piegarsi in cielo, in terra, sotto terra; ogni lingua dovrà affermare che Gesù è il Signore, «gloria di Dio il Padre». Uno stretto legame unisce queste due direttive: la vita nuova, iniziata con Cristo, inserisce la coscienza in una sfera differente di esperienza, essa non vive più nel mondo ma in Cristo, l’unico Signore, l’unico spazio che dia possibilità di salvezza; pur vivendo in Cristo il credente rimane sempre attorniato dal male, dalle sollecitazioni dell’uomo vecchio: «il male mi circonda» (Rom. 7,21), la sua situazione è quella del guerriero in perpetua lotta con l’avversario che come leone affamato lo circuisce (I Pet. 5,8). Questa realtà di perpetua guerra è richiamata dall’esortazione a pregare sempre, senza mai stancarsi. Il cristiano che vuol vivere nella terra pura del nome di Gesù, non può deporre le armi essendo sempre provocato dalle insidie della Terra antica. Nell’esperienza della Preghiera dell’invocazione del nome di Gesù, la consegna di «pregare sempre»
diventa l’invocazione del nome del Salvatore, con cuore devoto e desiderio vivo di entrare nella terra pura e felice, liberandosi dalle opprimenti sollecitazioni terrene. «Pregare senza stancarsi», potrebbe esser tradotta con maggior esattezza filologica e reale: pregare senza abbandonare le armi, senza disertare la lotta. Nella Filocalia, la preghiera è vissuta come incessante combattimento contro le forze che vogliono impossessarsi dell’uomo per distruggerlo. La preghiera è aspirazione ed ascesa, desiderio sconfinato di vita vera, di liberazione dagli impedimenti che ritardano l’apparizione dell’uomo nuovo. Quindi lotta incessante di superamento, atto di coraggio indefesso senza ripiegamenti o stanchezze. La vita, la verità, la libertà, l’amore patiscono violenza per essere conquistate, appartengono ai forti, ai coraggiosi, ai liberi da ogni forma di paura.
L’esercito nemico, che è in noi come il regno di Dio, è costituito dalle forze animiche: l’illusione, l’ignoranza, l’avidità; dalle forze corporee: avidità della forma concreta corporea; avidità del mangiare e del bere, desiderio di rimanere chiusi nella propria incoscenza, bramosia di spegnere la vita; dalle forze del corpo passionale: avidità del possesso, del godimento, avidità di imporsi agli altri; dalle forze della mente concreta; avidità di conoscere ciò che accresce la potenza personale, avidità del plauso dei propri simili, avidità di essere amato. Quattro sono le avidità della mente astratta: l’avidità di permanere nell’esistenza, come individuo e come gruppo, l’avidità di essere onorato o gratificato, come si direbbe oggi, l’avidità di essere eletto, prescelto a compimento di grandi o piccole missioni; l’avidità di essere ricordato dai posteri. Queste quattordici avidità stendono un fitto velo di ignoranza sullo spirito, i santi monaci esicasti hanno intrapreso un combattimento senza tregua contro di esse, per assurgere alla pienezza della vita, all’unione dell’uomo con Dio. La preghiera senza interruzione per loro è stata un’ascesi totale e infaticabile, non la recitazione di una formula o di più giaculatorie. Nella pienezza dello Spirito hanno raggiunto la piena verità dell’uomo religioso, e le loro parole e gesta sono un forte risveglio per quelle coscienze che le ricevono
Il centro della loro preghiera è il Nome di Gesù, Nome inteso come realtà vivente e immanente alla coscienza, come il centro risanatore e trasfiguratore di tutto l’uomo. L’invocazione è il supporto che salda la coscienza dell’orante con la presenza dell’Invocato. L’invocazione diventa evocazione, la parola si trasforma in sacramento, la mente e il cuore dell’orante entrano in un rapporto d’osmosi con Gesù Cristo; ha inizio allora la redenzione, l’ascesa al nuovo stato di coscienza che si è compiuto in Cristo. Il rapporto vivente tra la mente e il cuore dell’orante con Gesù Cristo, immanente nella vita, anche se raggiungibile con i sensi sottili dell’anima, distrugge tutte le forme-pensiero che attorno a lui sono state condensate dalla pietà cristiana, e introduce la coscienza nel fuoco vivo e trasformatore della presenza, fino a realizzare la possibilità dell’incontro con la sua silenziosa e percepibile realtà. L’ascesi austera, il silenzio, l’invocazione costanti riducono la molteplicità della coscienza alla esperienza dell’unicità del proprio io in dialogo con la Parola eterna incarnata in Gesù Cristo. In questo ardente colloquio, i santi monaci esicasti hanno infranto tutte le crisalidi, hanno preso in mano la loro vita e l ‘hanno avvicinata al fuoco centrale dell’Essere. Per essi realizzare il cristianesimo ha voluto dire attuare l’attenzione, la comunione totale col principio, con l’anima della religiosità evangelica. Per questo il loro messaggio è tuttora reale e sconvolgente. Per essi la realtà immanente di Gesù Cristo, il suo Nome, è il centro radiante di tutta la manifestazione creata, ed è raggiungibile con la tensione costante dell’uomo totale verso il punto sorgivo della vita personale e di tutta la vita.
L’invocazione continua del Nome, invocazione cosciente e consapevole, ha condotto gli esicasti all’incontro con Cristo, il Figlio del Dio vivente, l’incontro li ha resi vivi della sua via che li ha resi testimoni del Risorto e della resurrezione della carne umana nella realtà della trasfigurazione in loro compiuta.
INTRODUZIONE
I. I DIFFERENTI LIVELLI DELL’ESYCHIA
Una delle storie dei «Detti dei Padri del deserto» descrive una visita di Teofilo, arcivescovo di Alessandria, ai monaci di Scete.
Ansiosi di fare una buona impressione al loro illustre ospite, i frati riuniti chiesero all’abate Pambo: «Di’ qualcosa di edificante all’Arcivescovo». Ed il vecchio rispose: «Se non è edificato dal mio silenzio, tanto meno sarà edificato dalle mie parole».
Questa storia indica l’estrema importanza data dalla tradizione del deserto alla esychia, la qualità dell’immobilità e del silenzio.
«Dio ha scelto l’esychia al di sopra di ogni altra virtù» è detto altrove nei «detti dei padri del deserto». Come insiste S. Nilo di Ancira: «‘ impossibile che l’acqua infangata si possa chiarificare se si continua a rimestarla; ed è impossibile diventare monaco senza l’esychia».
Esychia, comunque, significa ben di più della semplice astensione dal parlare fisico. Il termine può essere invece interpretato a molti livelli differenti.
Tentiamo di distinguere i vari significati, partendo dai più esteriori per arrivare ai più profondi ed interiori
1. Esychia e solitudine
Nelle fonti più antiche il termine «esicasta» e il relativo verbo «esichazo» generalmente denota un monaco che vive in solitudine, da eremita, a differenza di quelli che sono membri di un cenobio.
Questa accezione si ritrova già in Evagrio pontico ( + 399) e in Nilo e Palladio (inizi V secolo).
Si ritrova pure nei «Detti dei Padri del deserto», in Cirillo di Scitopoli, in Giovanni Mosco, Barsanufio, e nella legislazione di Giustiniano. Il termine esychia continua ad essere adoperato con questo significato anche in autori posteriori, come in S. Gregorio il Sinaita ( + 1346). A questo livello il termine si riferisce soprattutto alla relazione, nello spazio, di un uomo in rapporto ad altri. Questo è il significato più esteriore.
2. Esychia e la spiritualità della cella

«Esychia» dice l’abate Rufo nei «Detti» «‘ dimorare nella propria cella nel timore e nella conoscenza di Dio, astenendosi completamente dal rancore e dalla vanagloria. Tale esychia è madre di ogni virtù e protegge il monaco dalle frecce infuocate del nemico».
Rufo continua mettendo l’esychia in relazione r col ricordo della morte e conclude dicendo: «Siate vigilanti sulla vostra anima».
Esychia è qui associata con un altro termine chiave della tradizione del deserto, «nepsis», sobrietà spirituale o vigilanza. Quando «esychia» è collegata con la cella, il termine si riferisce ancora alla situazione esterna, dell’esicasta nello spazio; ma questo significato è allo stesso tempo più interiorizzato e spirituale.
L’esicasta, nel senso di uno che rimane con attenta vigilanza nella sua cella, non è sempre essere un solitario, ma può essere anche un monaco vivente in comunità.
L’esicasta è, allora, uno che obbedisce all’ingiunzione di Abba Mosè: «Vai a sederti nella tua cella e la tua cella ti insegnerà tutto».
Egli tiene a mente il consiglio che Arsenio diede ad un monaco che desiderava fare opera di servizio caritatevole: – Qualcuno domandò ad Arsenio, «I miei pensieri mi tormentano dicendomi: – Non puoi digiunare, né lavorare: almeno vai a visitare gli infermi, che questo è pure una forma di amore».

L’anziano, riconoscendo i germi seminati dal demonio, gli disse: – «Vai, mangia, bevi e dormi senza fare alcun lavoro; solamente non lasciare la tua cella» – . Perché egli sapeva che la permanenza paziente in cella, porta il monaco al compimento della sua vocazione.
La relazione tra esychia e la cella è chiaramente definita in un famoso detto di S. Antonio d’Egitto: «I pesci muoiono se s’attardano in terra asciutta; similmente i monaci, quando ciondolano fuori della cella o passano il loro tempo con uomini del mondo, perdono il tono della loro esychia».
Il monaco che rimane nella cella è come la corda d’uno strumento accordato. L’esychia lo mantiene in uno stato di alerte prontezza, ma non di tensione ansiosa nè di sovraffaticamento; ma se egli ciondola fuori della cella la sua anima diviene grassa e flaccida.
La cella, compresa come struttura esterna
dell’esychia, è vista soprattutto come un laboratorio di incessante preghiera. La principale attività del monaco, quando rimane immobile e in silenzio nella sua cella, è il continuo ricordo di Dio, accompagnato da un senso di compunzione e di cordoglio. «Siedi nella tua cella», dice abba Ammonas a un vecchio che si propone d’adottare qualche ostentata forma d’ascetismo, «mangia un poco ogni giorno ed abbi sempre nel suo cuore le parole del pubblicano. Allora potrai essere salvato».

Le parole del pubblicano «Dio abbi compassione di me peccatore» sono strettamente parallele alla formula della preghiera di Gesù, come si trova a partire dal VI secolo in Barsanufio, nella vita di abba Filemon ed altre fonti. Ritorneremo a tempo debito all’argomento dell’esychia e della invocazione del nome. La clausura della cella monastica e il nome di Gesù Sono esplicitamente connessi in una frase di Giovanni di Gaza a proposito del suo confratello eremita Barsanufio: «La cella in cui è rinchiuso vivo come in una tomba, per amore del nome di Gesù, è il suo luogo di riposo; nessun demone vi entra, neppure il principe dei demoni, il Diavolo. ‘ un santuario perché contiene la dimora di Dio».
Per l’esicasta, dunque, la cella è casa di preghiera, santuario e luogo d’incontro tra uomo e Dio. Tutto ciò è espresso con particolare efficacia nel detto «La cella dal monaco è la fornace di Babilonia, in cui i tre fanciulli trovarono il Figlio di Dio; è la colonna di nubi da cui Dio parlò a Mosè». Questa nozione della cella come punto focale della Presenza divina, si ritrova nelle parole d un eremita copto contemporaneo, Abuna Matta al-Mesin.
Quando un visitatore gli chiese se avesse mai pensato di andare in pellegrinaggio ai luoghi santi, egli rispose: «Gerusalemme, la santa, è qui, dentro e attorno queste caverne, perché che altro è la mia caverna se non il luogo in cui nacque il mio Salvatore, Cristo; che altro è la mia caverna se non il luogo in cui Cristo, mio Salvatore, fu condotto al riposo, che altro è la mia caverna se non il luogo da cui Egli al massimo della gloria risorse dai morti? Gerusalemme è qui, proprio qui, e tutte le ricchezze spirituali della città santa si possono trovare in questa radura».
A questo punto, ci stiamo muovendo velocemente dal significato esteriore a quello più interiore del termine «esychia».
Interpretato in termini di spiritualità della cella, la parola significa non solo una condizione esteriore, fisica, ma anche uno stato dell’anima. Denota l’attitudine d’uno che sta nel suo cuore di fronte a Dio.
«La cosa principale» dice il vescovo Teofane il Recluso (l815-94) «è stare di fronte a Dio con la mente nel cuore, e continuare a restare di fronte a Lui incessantemente, notte e giorno, fino al termine della vita».
E questo è, praticamente, ciò che la quiete ed il silenzio significano per l’esicasta.
3. Esychia e il «ritorno in sé stessi»
Questa comprensione più interiorizzata di «esychia» è perfettamente espressa nella definizione classica dell’esicasta come la ritroviamo in S. Giovanni Climaco ( + ca. 649): «L’esicasta è uno che cerca di confinare il suo essere incorporeo nella sua casa corporea, per quanto ciò possa parere paradossale. L’esicasta, nel vero senso del termine, non è qualcuno che ha viaggiato all’esterno verso il deserto, qualcuno che si separa fisicamente dagli altri, chiudendo la porta della sua cella, ma uno che «ritorna in sé stesso» chiudendo la porta della sua mente. «Ritornò in sé » è detto del figliuol prodigo e questo è ciò che anche l’esicasta fa. Egli risponde alle parole di Cristo «Il Regno di Dio è dentro di voi» e cerca di «guardare il cuore con tutta l’attenzione» (Pr. 4,23).
Reinterpretando la nostra definizione originale dell’esicasta come di un solitario che vive nel deserto, possiamo dire che la solitudine è uno stato dell’anima, non un fatto di collocazione geografica, il deserto reale si trova dentro, nel cuore.
Il «ritorno in sé » è descritto con precisione da S. Basilio il Grande (+ 379) e da S. Isacco di Siria (VII sec.). «Quando la mente non è più dispersa nelle cose esterne», scrive Basilio, «nì sperduta nel mondo a causa dei sensi, allora essa ritorna in sé , e per mezzo di sé stessa ascende al pensiero di Dio».
«Siate in pace con la vostra anima» intima Isacco, «e allora cielo e terra saranno in pace con voi. Entrate prontamente nel tesoro che è dentro di voi, e così vedrete le cose che sono in cielo; perché una sola è l’entrata che conduce ad entrambi. La scala che porta al Regno è nascosta nella vostra anima. Sfuggite il peccato, immergetevi in voi stessi, e nella vostra anima scoprirete la scala su cui ascendere».
A questo punto sarà utile fare una breve pausa e distinguere con maggior precisione tra i significati interiore ed esteriore della parola «esychia».
In un famoso detto di abba Arsenio si indicano tre livelli. Quando era ancora tutore dei figli dell’imperatore nel palazzo, Arsenio pregò Dio: «Mostrami come posso essere salvato». E una voce rispose: «Arsenio, sfuggi dagli uomini e sarai salvato». Egli si ritirò nel deserto e divenne un solitario; e poi pregò ancora, con le stesse parole. Questa volta la voce rispose: «Arsenio, sta’ lontano, sta’ in silenzio, sta’ in quiete, perché queste sono le radici della libertà del peccato». Fuggire gli uomini, restare in silenzio, rimanere in quiete: tali sono i tre gradi dell’esychia. Il primo è spaziale, il «fuggire gli uomini», esternamente, fisicamente. Il secondo è ancora esterno, il «rimanere in silenzio», il desistere dal parlare. Nessuna di queste cose può trasformare un uomo in un reale esicasta; perché anche se vive in una solitudine esteriore e tiene la bocca chiusa, può essere interiormente pieno di irrequietezza e agitazione. Per conseguire la vera quiete è necessario passare dal secondo livello al terzo, dall’esychia esterna a quella interiore, dalla mera privazione di parlare a quella che S. Ambrogio di Milano chiama «Negotiosum silentium», il silenzio attivo e creativo.
S. Giovanni Climaco distingue gli stessi tre livelli: «Chiudi la porta della tua cella materialmente, la porta della lingua al parlare, e la porta interiore ai cattivi spiriti». Questa distinzione tra i livelli di esychia, ha importanti implicazioni per i rapporti dell’esicasta con la società.
Uno può fuggire nel deserto visibilmente e geograficamente, e pure nel cuore rimanere ancora nel mezzo della città; inversamente un uomo può continuare a restare fisicamente nella città ed essere esicasta vero nel cuore.
Per un cristiano ciò che importa non è la posizione spaziale, ma il suo stato spirituale. ‘ vero che alcuni scrittori dell’oriente cristiano, e in particolare S. Isacco di Siria, sono giunti molto vicino all’affermazione che non ci può essere esychia interiore senza solitudine esteriore. Ma questo non è certo opinione comune. Ci sono storie nei «Detti», in cui laici, completamente impegnati in una vita di servizio attivo nel mondo, sono paragonati ad eremiti e solitari; un dottore d’Alessandria è considerato, per esempio, spiritualmente pari a S. Antonio il grande stesso. S. Gregorio il Sinaita rifiutò la tonsura ad un suo discepolo chiamato Isidoro, e lo rimandò da Monte Athos a Tessalonica, per essere di esempio e guida ad un gruppo di laici. Ben difficilmente Gregorio avrebbe potuto fare questo, se avesse considerato la vocazione di esicasta urbano come una contraddizione. S. Gregorio Palamas insiste, nella maniera più chiara, che il comando di S. Paolo «pregate incessantemente» si applica a tutti i cristiani senza eccezioni. A questo proposito si dovrebbe ricordare che, quando scrittori ascetici greci, come Evagrio o Massimo il confessore, usano i termini «vita attiva» e «vita contemplativa» per essi «vita attiva» non significa la vita di servizio diretto al mondo, come la predicazione, l’insegnamento, il lavoro sociale ecc…, ma la battaglia interiore per sottomettere le passioni ed acquistare le virtù. Usando il termine in questa accezione, si può dire che molti eremiti e molti religiosi viventi in stretta clausura, sono ancora coinvolti nella «vita attiva».
E così ci sono uomini e donne completamente impegnati nella vita di servizio al mondo che pure posseggono la preghiera del cuore; e di essi si può dire che vivono la «vita contemplativa». S. Simeone il nuovo teologo ( + 1022) affermava che la pienezza della visione di Dio è possibile «nel mezzo delle città» come «nelle montagne e nelle celle». Egli credeva che persone sposate, con lavori secolari e bambini, e gravati delle ansietà di condurre una grande famiglia, potessero nondimeno ascendere le vette della contemplazione; S. Pietro aveva obblighi familiari eppure il Signore lo chiamò a salire il Tabor e ad assistere alla gloria della trasfigurazione. Il criterio non sta nella situazione esterna, ma nella realtà interna. E così come è possibile vivere nella città ed essere esicasta, ci sono analogamente alcuni il cui dovere è di parlare sempre e che tuttavia sono interiormente in silenzio. Secondo le parole di abba Poen, «un uomo appare rimanere silenzioso e pure condanna gli altri in cuore: una tal persona sta parlando tutto il tempo. Un altro parla da mattina a sera eppure resta in silenzio; cioè, egli non dice nulla all’infuori di ciò che è utile agli altri».
Ciò concorda esattamente con la posizione degli startsi come S. Serafino di Sarov e i padri spirituali di Optimo della Russia del XIX secolo: costretti dalla loro vocazione a ricevere un flusso interminabile di visitatori – dozzine e anche centinaia in un sol giorno – non perciò tralasciavano la loro esychia Interiore. Invero, era proprio a causa di questa esychia interiore che potevano agire da guida agli altri. Le parole che dicevano a ciascun visitatore erano cariche di potere, perché erano parole che provenivano dal silenzio. In una delle sue risposte, Giovanni di Gaza fece una chiara distinzione tra silenzio interiore ed esteriore. Un fratello vivente in una comunità che trovava nei suoi doveri di lavoro come falegname una causa di disturbo e distrazione chiese, se non avesse dovuto divenire eremita e «praticare il silenzio di cui i padri parlano». Giovanni non fu d’accordo «come i più» rispose «tu non capisci cosa s’intende col silenzio di cui parlano i padri. Silenzio non consiste nel tenere la bocca chiusa. Un uomo può dire diecimila parole utili, e ciò vale come silenzio; un altro dice una sola parola non necessaria, ed è rompere il comandamento del Signore: Nel giorno del giudizio renderete conto di ogni
parola oziosa che esce dalla vostra bocca».
4. Esychia e povertà spirituale
La quiete interiore, quando è intesa come custodia del cuore e ritorno in sé , implica un passaggio dalla molteplicità all’unità, dalla diversità alla semplicità e alla povertà spirituale. Per usare la terminologia di Evagrio, la mente deve diventare «nuda». Questo aspetto dell’esychia è reso esplicito in un’altra definizione di S. Giovanni Climaco: «Esychia è mettere da parte i pensieri». In ciò egli adatta una citazione di Evagrio «preghiera è mettere da parte i pensieri». La esychia implica un progressivo auto svuotamento, in cui la mente è spogliata di tutte le immagini visuali e di tutti i concetti umani, e così contempla in purezza il mondo di Dio. L’esicasta, da questo punto di vista, è uno che è avanzato dalla «praxis» alla «theoria». Dalla vita attiva alla contemplativa. S. Gregorio dei Sinai contrappone l’esicasta al «praktikos» e continua a parlare «… degli esicasti che son contenti di pregare a Dio solo nel loro cuore e di astenersi dai pensieri». L’esicasta, quindi, non è tanto uno che s’astiene dall’incontrare e parlare con gli altri, quanto chi, nella sua vita di preghiera, rinuncia ad ogni immagine, ogni parola, e ragionamento discorsivo, e che è «sollevato al di sopra dei sensi nel puro silenzio».
Questo «puro silenzio», sebbene sia denominato «povertà spirituale», è lontano dall’essere una semplice assenza o privazione.
Se l’esicasta spoglia la propria mente da ogni concetto di provenienza umana, per quanto sia possibile, il suo scopo in questo «autoannullamento» è del tutto costruttivo. Che egli possa essere riempito dall’Onnicomprensivo senso della presenza Divina, è fatto notare bene da S. Gregorio il Sinaita: «Perché dilungarsi nel parlare? La preghiera è Dio, che fa ogni cosa in ogni uomo».
«La preghiera è Dio»; «non è tanto qualcosa che io faccio, ma qualcosa che Dio sta facendo in me» … «non io, ma Cristo in me».
Il programma dell’esicasta è delineato esattamente nelle parole del Battista riguardo al Messia: «Egli deve crescere ma io diminuire».
L’esicasta cessa le sue attività, non per essere ozioso, ma per entrare nella attività di Dio. Il suo silenzio non è assenza, non è negativo – una pausa vuota tra due parole, un breve riposo prima di riprendere il discorso – ma del tutto positivo; un atteggiamento di attenzione alerte, di vigilanza, e soprattutto di ascolto. L’esicasta è per eccellenza colui che ascolta, che è aperto alla presenza di un Altro: «Stai in quiete e sappi che io sono Dio».
Nelle parole di S. Giovanni Climaco «L’esicasta è uno che dice dormo, ma il mio cuore resta vigile». Ritornando in sé stesso, l’esicasta entra nella camera segreta del suo cuore e può così, restando là di fronte a Dio, ascoltare il linguaggio senza parole del suo creatore. «Quando preghi» osserva uno scrittore ortodosso contemporaneo della Finlandia «devi tu stesso star in silenzio… e lasciar parlare la preghiera». – o più esattamente – lasciar parlare Dio. L’uomo… dovrebbe sempre star zitto e lasciar Dio solo parlare». Questo è ciò che l’esicasta mira ad ottenere. Esychia perciò denota la transizione della «Mia» preghiera alla preghiera di Dio che opera in me – o per usare una terminologia del vescovo Teofane – dalla preghiera strenua o laboriosa, alla preghiera ‘che agisce da sé ‘ ‘o che muove da sé ‘».
Il vero silenzio interiore o esychia, nel senso più profondo, è identico all’incessante preghiera dello Spirito Santo dentro di noi.
Come dice S. Isacco di Siria «Quando lo Spirito prende dimora in un uomo questi non cessa di pregare, perché lo Spirito continuerà a pregare costantemente in lui. Allora né nel sonno, né nella veglia, la preghiera potrà essere separata dalla sua anima; ma quando mangia, quando beve, quando giace e quando fa qualsiasi lavoro, i profumi della preghiera e saliranno spontaneamente dal suo cuore».
Altrove S. Isacco paragona questo entrare nella preghiera spontanea, ad un uomo che varca una porta, dopo che la chiave è stata girata nella serratura, e al silenzio dei servi quando il padrone sopraggiunge fra loro. «Ciò che avviene in seguito è l’ingresso nel tesoro. A questo punto ogni bocca ed ogni lingua tace. Il cuore, tesoriere dei pensieri, la mente, che governa i sensi, e lo spirito, quell’uccello veloce, tutti debbono stare quieti; perché è arrivato il padrone della casa». Compresa in questo senso, come ingresso nella vita e nell’attività di Dio, l’esychia è qualcosa che, durante l’età presente, gli uomini possono ottenere solo ad un grado limitato e imperfetto. ‘ una realtà escatologica, che è riservata nella sua pienezza nell’età a venire.
Nelle parole di Isacco all silenzio è un simbolo del mondo futuro».
II Esychia e preghiera di Gesù
In linea di principio esychia è un termine generico per la preghiera interiore, ed abbraccia una varietà di più specifici modi di pregare. In pratica, comunque, la maggioranza degli scrittori ortodossi più recenti, usano la parola per designare un sentiero spirituale in particolare: l’invocazione del nome di Gesù. Occasionalmente, sebbene con minor giustificazione, il termine «esicasmo» è impiegato in un senso ancor più ristretto ad indicare la tecnica fisica e gli esercizi di respirazione che talvolta sono usati in connessione con la «preghiera di Gesù».
L’associazione dell’esychia col nome di Gesù – e, come sembra, col respiro – si ritrova già in S. Giovanni Climaco: «Esychia è restare di fronte a Dio in incessante adorazione. Fate che il ricordo di Gesù sia unito al vostro respiro e allora conoscerete il valore dell’esychia». Qual’è la relazione tra preghiera di Gesù ed esychia? In che modo l’invocazione del Nome aiuta il raggiungimento del silenzio interiore, ora descritto?
La preghiera, è stato detto, è «metter da parte i pensieri», un ritorno dal molteplice all’unità. Ora chiunque faccia un serio sforzo di pregare interiormente, stando di fronte a Dio, con attenzione raccolta, diviene immediatamente conscio della sua disintegrazione interiore – della sua incapacità di concentrarsi nel momento presente, nel «Kairos».
I pensieri si muovono senza posa nella testa, come mosche ronzanti (vescovo Teofane) o come il capriccioso saltare di ramo in ramo delle scimmie (Ramakrishna). Questa mancanza di concentrazione, questa incapacità di essere qui ed ora con l’intero essere, è una delle più tragiche conseguenze della caduta. Che si deve fare? La tradizione ascetica dell’oriente ortodosso distingue due principali metodi per superare i «pensieri». Il primo è diretto: contraddire i nostri «logismi», incontrarli faccia a faccia, tentando di espellerli per uno sforzo di volontà. Un tal metodo può, comunque, dimostrarsi
controproducente. Quando sono represse con violenza, le nostre fantasie, tendono a tornare con forza accresciuta. A meno che si sia estremamente sicuri di sé ; è più sicuro usare il secondo metodo che è indiretto. Invece di combattere direttamente i pensieri e cercare di scacciarli con uno sforzo di volontà, si può cercare di distogliere l’attenzione da essi e guardare altrove. La strategia spirituale diviene così positiva invece che negativa: l’obiettivo immediato non è tanto ,svuotare la mente da ciò che è male, quanto di riempirla di ciò che è buono. ‘ questo secondo metodo che è raccomandato da Barsanufio e Giovanni di Gaza. «Non contraddire i pensieri suggeriti dai tuoi nemici» consigliano «perché è esattamente ciò che vogliono, e non desisteranno. Ma rivolgiti al Signore per ricevere aiuto contro di essi, ponendo di fronte a Lui la tua impotenza; perché Lui è capace di espellerli e di ridurli a niente».
‘ evidente che non è possibile fermare il flusso dei pensieri con un violento sforzo della volontà. ‘ di poco o di nessun valore il dire a noi stessi «smetti di pensare»; si potrebbe dire ugualmente «smetti di respirare». «La mente razionale non può restare oziosa» insiste S. Marco il monaco. Come posso conseguire, la povertà spirituale ed il silenzio interiore? Anche se non è possibile far desistere completamente l’inquieta intelligenza dalla sua instabilità, ciò che si può fare è semplificare e unificare la sua attività ripetendo in continuazione una certa formula di preghiera. Il flusso di immagini e pensieri continuerà, ma si sarà gradualmente resi capaci di distaccarci da esso. L’invocazione ripetuta ci aiuterà a «lasciare andare» i pensieri presentatici dal nostro io conscio o inconscio. Questo «lasciar andare» sembra corrispondere a ciò che Evagrio aveva in animo quando parlava della preghiera come di un «mettere da parte» i pensieri. Non un selvaggio conflitto, non una campagna spietata di furiosa aggressione, ma un gentile eppur persistente atto di distacco.
Tale è la psicologia ascetica presupposta nell’uso della preghiera di Gesù. L’invocazione del nome ci aiuta a focalizzare la nostra personalità disintegrata su un singolo punto. «Attraverso il ricordo di Gesù Cristo» scrive Filoteo del Sinai (IX-X sec.) «raccogliete la vostra mente dispersa». La preghiera di Gesù è da considerarsi come un’applicazione del secondo metodo: l’indiretto, di combattere i pensieri; invece di cercare di scordare le nostre corrotte e triviali immaginazioni attraverso un confronto diretto, ci distogliamo e guardiamo al Signore Gesù; invece di fare affidamento sulle nostre forze, prendiamo rifugio nella forza e nella grazia che agiscono tramite il Nome Divino. L’invocazione ripetuta ci aiuta a «lasciar andare» e a distaccarci dal continuo chiacchierio dei nostri «logism». Concentriamo ed unifichiamo la nostra mente, continuamente attiva, nutrendola con una dieta spirituale che è ad un tempo ricca eppur estremamente semplice. «Per fermare il continuo ribollire dei nostri pensieri» dice il vescovo Teofane «dovete legare la mente con un pensiero, o con il pensiero di uno solo – il pensiero del Signore Gesù».
S. Diadoco di Foticea (V sec.) afferma: «Quando abbiamo bloccato tutte le uscite della mente per mezzo del ricordo di Dio, allora essa ci richiede ad ogni costo qualche impegno che soddisfi il suo bisogno di attività. Diamole allora, come sola attività il ‘ Signore Gesù ‘ ».
Tale in generale è il modo in cui la «preghiera di Gesù» può essere usata per stabilire l’esychia all’interno del cuore. Ne derivano due importanti conseguenze. Prima, per conseguire il suo proposito l’invocazione dovrebbe essere ritmica e regolare, e nel caso di un esicasta d’esperienza provata (ma non di un principiante che deve procedere con cautela) dovrebbe essere ininterrotta e continua per quanto è possibile. Aiuti esterni, come l’uso del rosario e il controllo del respiro, hanno come loro principale scopo precisamente di stabilire questo ritmo regolare. In secondo luogo, durante la recitazione della «preghiera di Gesù», la mente dovrebbe essere vuota d’immagini mentali, per quanto ciò è possibile. Perciò è meglio praticare la preghiera in un luogo dove vi siano rari rumori o nessuno del tutto; dovrebbe essere recitata nell’oscurità o con gli occhi chiusi, piuttosto che di fronte ad un’icona illuminata da candele o da lampada votiva.
Lo starets Silvano del Monte Athos ( 1866-1938), quando diceva la preghiera usava riporre l’orologio nell’armadio per non udire il ticchettio, e poi si tirava sugli occhi e le orecchie il suo spesso cappuccio monacale. Anche se immagini visive sorgeranno inevitabilmente quando preghiamo, non per questo debbono essere deliberatamente incoraggiate.
«La preghiera di Gesù» non è una forma di meditazione discorsiva sugli eventi della vita di Cristo. Quelli che invocano il Signore Gesù dovrebbero avere in cuore un’intensa e bruciante convinzione che essi stanno nella immediata presenza del Salvatore, che egli è di fronte e dentro di loro, che egli sta ascoltando la loro invocazione e rispondendo a sua volta. Tale consapevolezza della presenza di Dio non dovrebbe comunque essere accompagnata . da alcuna immagine visiva, ma confinata a una semplice sensazione o convinzione; come dice S. Gregorio di Nissa ( + 395) «lo Sposo è presente, ma non è visibile».
III Preghiera e azione
Esychia, dunque, implica una separazione dal mondo – separazione esteriore oppure interiore, e talvolta entrambe: esteriore per mezzo della fuga nel deserto; interiore attraverso il «ritorno in sé » e il «mettere da parte i pensieri». Per citare i «Detti dei Padri del deserto»: «A meno che uno non dica nel suo cuore: io solo e Dio siamo nel mondo, non troverà riposo». «Da solo al Solo». Ma non è forse ciò egoistico, un rifiutare il valore spirituale della creazione materiale ed un evadere le proprie responsabilità verso i propri simili? Quando l’esicasta chiude gli occhi e le orecchie al mondo esterno, come faceva Silvano nella sua cella al monte Athos, quale servizio positivo e pratico sta egli rendendo al suo prossimo?
Consideriamo questo problema sotto due principali punti di vista. In primo luogo: l’esicaismo è colpevole delle stesse distorsioni di cui fu colpevole il quietismo nell’occidente del XVII sec. ? Sinora si è deliberatamente evitato di tradurre «esychia» Con «quiete» a causa del significato sospetto connesso al termine «quietista». L’esicasta non si trova in pratica a sostenere posizioni analoghe a quelle quietiste? In secondo luogo, qual’è l’attitudine dell’esicasta rispetto al suo ambiente fisico e umano? Di che utilità è agli altri?
Il principio fondamentale del quietismo – è stato detto – è la condanna di ogni sforzo umano. Secondo i quietisti, l’uomo per essere perfetto, deve ottenere una completa passività e annichilazione della volontà, abbandonandosi a dio, a tal punto da non curarsi né di cielo, né d inferno, né della propria salvezza….L’anima rifiuta coscientemente
non solo tutte le meditazioni discorsive, ma anche ogni atto distinto quale il desiderio per la virtù, l’amore di Cristo, l’adorazione delle persone divine… per restare semplicemente nella presenza di Dio in pura fede… una volta che si sia conseguito l’apice della perfezione il peccato è impossibile. Se questo è il quietismo, la tradizione esicasta è decisamente non quietista. Esychia significa non passività ma vigilanza, «non l’assenza di lotta ma l’assenza di incertezza e confusione». Anche qualora un esicasta sia avanzato al livello della «Theoria» o contemplazione, egli non deve desistere dall’impegno della «praxis» o azione, cercando con sforzo positivo di acquistare virtù e rigettare il vizio. Praxis e theoria, la vita attiva e la contemplativa, nel senso definito più sopra, dovrebbero essere considerate come alternative, né come due stadi, cronologicamente successivi, l’uno cessante quando l’altro inizia; ma piuttosto come due livelli d’esperienza spirituale interpenetrantesi e presenti simultaneamente nella vita di preghiera. Ciascuno deve lottare al livello della praxis fino al termine della vita. Questo è il chiaro insegnamento di S. Antonio d’Egitto: «Il compito principale dell’uomo è d’essere memore dei suoi peccati al cospetto di Dio, e di aspettarsi tentazioni fino all’ultimo respiro… chi siede nel deserto da esicasta ha sfuggito tre guerre: udire, parlare, vedere; ma c’è una cosa che deve continuamente combattere – la battaglia che è dentro il suo cuore».
‘ vero che l’esicasta come il quietista, non usa la meditazione discorsiva nella sua preghiera, ma sebbene l’esychia comporti un «lasciare andare» o un «mettere da parte i pensieri e immagini», ciò non implica da parte dell’esicasta un atteggiamento di «completa passività», né l’assenza di «ogni atto distinto quale… l’amore di Cristo». Il «lasciare andare» del male o dei logismi banali, durante la ripetizione della «preghiera di Gesù», e la loro sostituzione con l’unico pensiero del Nome, non è passività, ma un modo positivo in sé stesso per controllare i pensieri. L’invocazione del nome è certamente una forma del «restare in presenza di Dio in pura fede» ma allo stesso tempo è contrassegnata da un attivo amore per il Salvatore e da un’acuta nostalgia di condividere ancora più pienamente la vita divina. I lettori della Filocalia non possono non restare colpiti dall’ardore di devozione mostrato da autori esicasti, dal senso di immediata e personale amicizia per il «mio Gesù».
A differenza del quietista, l’esicasta non fa alcuna dichiarazione d’essere senza peccato o immune da tentazioni. L’apatheia o «indifferenza», di cui parlano i testi ascetici Greci, non è uno stato di disinteresse passivo o di insensibilità, e ancor meno una condizione in cui sia impossibile peccare.
«Apatheia» dice S. Isacco di Siria: «Non consiste nel non sentire più le passioni, ma nel non accettarle». Come insiste S. Antonio, l’uomo deve «aspettarsi tentazioni fino all’ultimo respiro» e con le tentazioni c’è sempre la genuina possibilità di cadere nel peccato. «Le passioni restano vive» dice abba Abraham «ma son legate dai santi». Quando un anziano afferma: «Sono morto al mondo» il vicino replica gentilmente «Non essere così fiducioso, fratello, finché non hai lasciato il corpo. Tu puoi dire: ‘ Sono morto ‘ ma Satana non è morto». Negli scrittori Greci a partire da Evagrio, apatheia è strettamente connessa con l’amore, ciò indica il contenuto dinamico e positivo del termine. Nella sua essenza fondamentale è uno stato di libertà spirituale, in cui l’uomo è capace di levarsi verso Dio con desiderio ardente. Non è una mera mortificazione delle passioni fisiche del corpo, ma la sua nuova e rinnovata energia; è uno stato dell’anima in cui l’ardente amore per Dio e per l’uomo non lascia spazio per passioni egoistiche e animalesche.
A denotare il suo carattere dinamico, S. Diadoco usa la frase espressiva: all fuoco dell’apatheia». Tutto ciò a dimostrare l’abisso tra esicasmo e quietismo. Per venire ora alla seconda questione: dato per scontato che la tradizione esicasta di preghiera non è «quietista», in un senso sospetto ed eretico, fino a che punto essa è negativa nei confronti del mondo materiale e antisociale nel suo rapporto con gli altri? Questo dubbio può essere illustrato da una storia dei «Detti». su tre amici che divennero monaci. Il primo adotta come lavoro ascetico il compito di rappacificatore, cercando di riconciliare coloro che ricorrono alla legge l’uno contro l’altro. Il secondo cura gli ammalati ed il terzo va nel deserto.
Dopo un certo tempo, i primi due diventano completamente logorati e scoraggiati. Per quanto duramente combattano, essi sono fisicamente e spiritualmente incapaci di fronteggiare tutte le richieste a loro poste. Prossimi alla disperazione, vanno dal terzo monaco, l’eremita, e gli dicono i loro affanni. Dapprima egli sta in silenzio; poi versa acqua in una ciotola e dice: «guardate». L’acqua è torbida e turbolenta. Attendono alcuni minuti. L’eremita dice «guardate ancora». Il sedimento è affondato e l’acqua interamente chiara; essi possono vedere i propri volti come in uno specchio. «Questo è ciò che avviene ‘ dice l’eremita ‘ a chi vive tra gli uomini: a causa della turbolenza non vede i suoi peccati, ma quando ha imparato la quiete, soprattutto nel deserto, riconosce le proprie colpe». Così finisce la storia. Non ci è detto come i primi
due monaci abbiano applicato la parabola dell’eremita; forse saranno ritornati nel mondo portando dentro di sé qualcosa dell’esychia del deserto. In questo caso, le parole del terzo monaco sarebbero interpretate nel significato che l’azione sociale, di per sé stessa, non è sufficiente, se non c’è un centro immobile nel mezzo della tempesta. Se uno, pur nel mezzo delle sue attività, non preserva una stanza segreta nel cuore dove restare solo davanti a Dio perde ogni senso di direzione spirituale e vien fatto a pezzi.
Senza dubbio questa è la morale che molti lettori del XX sec. sarebbero propensi a trarre: tutti dobbiamo, in una certa misura, essere eremiti del cuore. Ma era questa l’intenzione originale della storia? Probabilmente no. Molto più facilmente essa fu intesa come propaganda in favore della vita eremitica nel senso più letterale e geografico. E ciò solleva subito l’intero problema dell’apparente egoismo e negatività di questo tipo di preghiera contemplativa. Qual è, allora, la vera relazione dell’esicasta con la società? Deve essere immediatamente ammesso che, similmente al movimento esicasta del XIV sec., nella rinascenza esicasta del XVIII sec., e nella ortodossia contemporanea i centri principali di preghiera esicasta sono stati i piccoli sketes, gli eremitaggi che accolgono solo un minuscolo gruppo di fratelli, viventi come una piccola famiglia monastica strettamente integrata, nascosta dal mondo. Molti autori esicasti esprimono una preferenza definita per lo «skete» nei confronti dei cenobi completamente organizzati, la vita in una grande comunità è considerata troppo distraente per la pratica intensiva della preghiera interiore. Pure, anche se l’ambiente esterno dello «skete». considerato come ideale, pochi arriverebbero al
punto di affermare che esso gode un monopolio esclusivo. Sempre il criterio è quello non della condizione esteriore ma del suo stato interiore. Certe condizioni esterne possono risultare più favorevoli di altre per il silenzio interiore; ma non c’è alcuna situazione di sorta che renda il silenzio interiore del tutto impossibile.
S. Gregorio del Sinai, come abbiamo visto rimanda il suo discepolo Isidoro nel mondo; molti dei suoi compagni più vicini del monte Athos e del deserto di Paroria divennero patriarchi e vescovi, capi e amministratori della Chiesa.
S. Gregorio Palamas, che insegnò che la preghiera continua è possibile per ogni cristiano, concluse egli stesso la sua vita come arcivescovo. Il laico Nicola Cabasilas (XIV sec.) servitore civile e cortigiano, amico di molti celebri esicasti, afferma con grande enfasi «ciascuno dovrebbe mantenere la propria arte o professione. Il generale dovrebbe continuare a comandare, il contadino a lavorare la terra, l’artigiano a praticare la sua arte. E vi dirò perché: non è necessario ritirarsi nel deserto, prendere cibo senza sapore, cambiare d’abito, compromettere la propria salute, o fare in genere cose non sagge, perché è del tutto possibile rimanere nella propria casa senza abbandonare tutto ciò che si ha, eppure praticare la meditazione continua».
Nello stesso spirito, Simeone il nuovo teologo insiste che la avita più alta» è lo stato a cui Dio chiama ciascuno personalmente: «Molti considerano la vita eremitica come la più beata, altri la vita in una comunità monastica, oppure il lavoro di governo, di istruzione o di educazione o d’amministrazione della chiesa. . . Da parte mia, comunque, non porrei nessuno di questi modi di vita sopra gli altri, né loderei l’uno a scapito degli altri. Ma in ogni situazione è la vita per Dio ed in accordo a Dio che è veramente beata». La via dell’esychia è dunque aperta a tutti: l unica cosa necessaria è il silenzio interiore non esteriore. E sebbene questo silenzio interiore presupponga il «mettere da parte» le immagini nella preghiera, l’effetto finale di questa negazione è l’asserzione vivida del valore ultimo di tutte le cose e di tutte le persone in Dio. La via della negazione è contemporaneamente la via della superaffermazione. Ciò risulta molto dalla «Via del pellegrino». L’anonimo russo che è l’eroe del racconto trova che la costante ripetizione della «preghiera di Gesù» trasfigura la sua relazione con la creazione materiale, cambiando tutte le cose in un sacramento della presenza di Dio e rendendole trasparenti. «Quando… pregavo con tutto il mio cuore» egli scrive «tutto attorno a me sembrava delizioso e meraviglioso. Gli alberi, l’erba, gli uccelli, la terra, l aria, la luce sembravano volermi dire che esistevano per amore dell’uomo, che testimoniavano l’amore di Dio per l’uomo, che tutto provava l’amore di Dio per l’uomo, che tutto pregava a Dio e cantava la sua lode. Così arrivai a capire quello che la Filocalia chiama: la conoscenza del linguaggio di ogni creatura … sentii un ardente amore per Gesù Cristo e per tutte le creature di Dio». Analogamente l’invocazione del Nome trasforma la relazione del pellegrino con i suoi simili a… ripartii per il mio pellegrinaggio. Ma ora non camminavo più come prima, pieno di preoccupazioni. L’invocazione del nome di Gesù rallegrava il mio cammino. Tutti erano gentili con me era come se ciascuno mi amasse.. . se qualcuno mi fa del male, mi basta pensare ‘come è dolce la preghiera di Gesù’ e l’offesa e la rabbia svaniscono e dimentico tutto».
Un’ulteriore evidenza della natura affermativa
dell’esychia rispetto al mondo, è da trovarsi nella posizione centrale data dagli esicasti al mistero della trasfigurazione. Il metropolita Antony Bloom dà una impressionante descrizione delle due icone della trasfigurazione che vide a Mosca, una di Andrei Rublev e l’altra di Teofane il greco: «L’icona di Rublev mostra Cristo nello splendore delle sue abbaglianti vesti bianche che illuminano tutto ciò che è attorno. Questa luce cade sui discepoli, sulle montagne e le pietre, su ogni filo d’erba. In questa luce, che è… la Gloria divina, la luce divina stessa inseparabile da Dio, tutte le cose acquistano una intensità di essere che non potrebbero altrimenti avere; in essa raggiungono una pienezza di realtà che è possibile avere solo in Dio». Nell’altra icona le vesti di Cristo sono argentate dai riflessi blu, e i raggi di luce che emanano attorno sono pure bianchi argento e blu. Tutto dà un’impressione di minore intensità. Poi si scopre che tutti questi raggi di luce che cadono dalla presenza divina… non danno rilievo ma trasparenza alle cose. Si ha l’impressione che questi raggi di luce divina tocchino le cose o affondino in esse, le penetrino, tocchino qualcosa dentro di esse cosicché dal nucleo delle cose, di tutte le cose create, la stessa luce riflette e risplende come se la vita divina accrescesse le capacità e potenzialità di ogni cosa e le facesse tutte tendere verso se stessa. A questo punto la situazione escatologica è realizzata nelle parole di S. Paolo «Dio è tutto in tutto». Tale è il duplice effetto della «Gloria» della trasfigurazione: di far risaltare ogni cosa e ogni persona in perfetta distinzione, nella sua essenza, unica e irripetibile; e allo stesso tempo di rendere ogni cosa e ogni persona trasparenti, si di rivelare la presenza divina al di là e dentro di loro.
Lo stesso duplice effetto è prodotto dall’esychia.
La preghiera del silenzio interiore non è negativa rispetto al mondo, ma anzi gli dà risalto. Permette all’esicasta di guardare al di là del mondo verso l’invisibile creatore; e in questo modo gli permette di ritornare al mondo e di vederlo con occhi nuovi. Viaggiare, è stato spesso detto, è ritornare al punto di partenza e vedete di nuovo la nostra casa, come per la prima volta. Ciò è vero del viaggio della preghiera come anche di altri viaggi. L’esicasta può apprezzare il valore di ogni cosa più del sensuale o del materialista, perché vede ciascuna in Dio e Dio in ciascuna.
Non è per caso che nella controversia Palamita del XIV sec., San Gregorio ed i suoi sostenitori esicasti erano impegnati a difendere precisamente le potenzialità spirituali della creazione materiale ed in particolare il corpo fisico dell’uomo. Tale, in breve, è la risposta a quelli che vedono l’esicasmo come negativo e dualista nel suo atteggiamento verso il mondo. L’esicasta nega per riaffermare; si ritira per ritornare. Con una frase che riassume la relazione tra esicasta e società, tra preghiera interiore ed azione esteriore, Evagrio Pontico dice: «Monaco è chi è da tutto separato e a tutto unito». L’esicasta opera un atto di separazione esternamente, ritirandosi in solitudine; interiormente «mettendo da parte i pensieri». Eppure l’effetto di questa fuga è di congiungerlo agli uomini più intimamente di prima, di farlo più profondamente sensibile ai bisogni altrui, più acutamente consapevole delle loro possibilità nascoste. Ciò è visibile con maggior evidenza nel caso dei grandi «startsi». Uomini come S. Antonio d’Egitto e S. Serafino di Sarov vissero per decenni in silenzio totale ed isolamento fisico. Eppure l’effetto ultimo di tale isolamento fu di conferir loro chiarezza di visione ed eccezionale compassione.
Proprio perché avevano imparato ad essere soli, potevano identificarsi istintivamente con gli altri. Potevano discernere immediatamente le caratteristiche profonde di ogni uomo e forse parlare con due o tre sole frasi, ma quelle poche parole erano la sola cosa che, in quella particolare occasione, si doveva dire. S. Isacco dice che è meglio acquistare purezza di cuore che convertire intere nazioni di pagani. Non è che egli disprezzi il lavoro di apostolato, ma vuol dire che finché non si sia ottenuta una certa misura di silenzio interiore, è improbabile che si converta qualcuno a qualsiasi cosa. Questo è reso meno paradossalmente da Ammonas discepolo di Antonio (IV sec. ): «Perché essi avevano prima praticato profonda esychia, essi possedettero il potere di Dio abitante in loro; e poi Dio li mandò in mezzo agli uomini”.
E anche se molti solitari non sono mai, in pratica, rimandati al mondo come apostoli o startsi, ma continuano la pratica di silenzio interiore per tutta la vita, completamente sconosciuta agli altri, ciò non significa che la loro nascosta contemplazione sia inutile e la loro vita sprecata. Essi servono la società non con lavori attivi, ma con la preghiera; non con ciò che fanno, ma con ciò che sono, non esternamente ma esistenzialmente. Essi possono dire con le parole di S. Macario di Alessandria: «sto a guardia delle muta».

Archimandrita Kallistos da «Sobornost» N¯ 3-1975

TESTI DEI PADRI DELLA FILOCALIA.

ESICHIO PRESBITERO

Breve nota biografica

L’Autore del testo sulla «vigilanza e preghiera», con probabilità, è stato un Esichio abate del monastero di Batos, sul Monte Sinai. Incerta è la data della sua esistenza. Probabilmente visse fra l’ottavo e il nono secolo.
Per Esichio la vita spirituale è fondata sulla vigilanza del cuore. Essa con l’aiuto divino, spogliando la mente dai pensieri e dalle parole passionali, rende impossibili le azioni malvage. Essa procura quel misterioso silenzio chiamato esichia. Silenzio delle facoltà attive interiori che presuppone un combattimento continuo per consegnare il silenzio interiore.
Combattimento che è sostenuto dalla preghiera al Nome di Gesù: essa debella i pensieri malvagi e santifica quelli buoni.
Le direttive raccolte in questo scritto di Esichio, diventeranno universali nel monachesimo cristiano orientale.
3. La sobrietà è il sentiero di tutte le virtù e dei comandamenti di Dio. Essa porta anche altri nomi: pace silenziosa del cuore, vigilanza di una mente del tutto libera da fantasticherie.

Discorso sulla sobrietà e sulla virtù,
utili alla salvezza dell’anima.
1. La sobrietà è una via spirituale che, con una pratica diuturna e accurata e Con l’aiuto a Dio, libera l’uomo perfettamente dai pensieri e dalle parole passionali e dalle azioni malvage. Nel suo procedere essa ci fa il dono di una invisibile conoscenza di Dio, l’Incomprensibile, e c’introduce sui misteri divini e nascosti. Porta a compimento tutti i precetti del Vecchio e del Nuovo Testamento, ed elargisce le benedizioni della vita futura. Essa è principalmente la purezza di cuore che per la sua grandezza e bellezza, o, per parlare con più esattezza, a motivo della nostra negligenza è molto rara fra i monaci; essa è esaltata dalle parole di Cristo: «Beati i puri di cuore, essi vedranno Dio».

2. Essendo di tal natura, non può essere acquistata a poco prezzo. La sobrietà, quando è seguita con perseveranza, è guida verso una vita giusta e gradita a Dio. E, inoltre, una scala che conduce alla contemplazione, insegnando l’equilibrato controllo delle tre potenze dell’anima (la mente, la passionalità, i desideri), la vigilanza ferma sui sensi, ed aumenta di giorno in giorno le quattro grandi virtù (la saggezza, il coraggio, l’astinenza e la giustizia) ch’è la base della contemplazione.
4. La vigilanza è il costante silenzio del cuore che, libero da tutti i pensieri, costantemente e senza interruzione, respira e invoca Gesù Cristo Figlio di Dio, e combatte i nemici affermando con fede che Lui solo ha il potere di perdonare i peccati. Un’anima siffatta, con la continua invocazione, abbraccia Cristo che cerca soltanto il cuore, e non rivela agli altri la dolcezza e il suo interiore travaglio perché il maligno non trovi possibilità di introdurre in lui la sua malizia e distruggere la perfezione raggiunta.

6. La sobrietà è una sosta immobile e prolungata della mente alla porta del cuore, cosicché possa vedere i pensieri che vengono come ladri, ed ascoltare ciò che dicono e fanno questi devastatori, riconoscere l’impronta iscritta e delineata in essi dai demoni con la quale tentano di saccheggiare la mente con la fantasia. Quest’opera, se compiuta con amoroso sforzo, ci rivelerà, se lo vogliamo, chiaramente e per esperienza la natura del combattimento interiore.
7. La costanza genera l’abitudine, questa a sua volta produce una specie di continuità naturale della sobrietà che, per natura delle cose, procura gradualmente, la visione diretta del combattimento che, affrontato con la perseverante preghiera di Gesù, produce la dolce solitudine della mente libera dalle fantasie e quello stato meraviglioso che nasce dall’unione con Gesù.
9. Se puoi e ti è dato di presentarti al mattino e sostenere lo sguardo (di Dio), come pure volgere a lui lo sguardo, sai quel che dico. Altrimenti sii sobrio e lo capirai.

10. Come il mare è formato da immense distese di acqua, la ferma sobrietà e il profondo silenzio dell’anima, dischiudendo un abisso di visioni straordinarie e ineffabili, di consapevole umiltà, di rettitudine e di amore, costituiscono la sobrietà perfetta e la preghiera di Gesù, libera da pensieri. Questo, tuttavia, va fatto con intensità e continuità, senza scoraggiarsi.

11. «Non chiunque mi dirà: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio». La volontà del Padre, però, è questa: «voi che amate il Signore, odiate il male». Pertanto oltre alla preghiera di Gesù Cristo dobbiamo anche odiare i pensieri cattivi. Compiremo così la volontà di Dio.

12. Il Signore nostro e Dio incarnato, con la sua virtuosa vita nella carne ci ha proposto un esempio di ogni virtù, un modello per tutti gli uomini ed un richiamo del vecchio uomo decaduto. Tra tutti gli altri esempi con i quali ci ha dato insegnamento, non dimentichiamo che, dopo il battesimo, andò nel deserto per iniziare col digiuno il combattimento spirituale. Il diavolo, infatti, si avvicina a lui come ad un semplice uomo. Proprio attraverso tale tipo di vittoria, egli, il Signore, ha mostrato anche a noi, esseri da nulla, come si deve lottare contro gli spiriti del male, cioè con l’umiltà, il digiuno, la preghiera e la sobrietà. Chi non ricorre a tali cose presume di essere come Dio e Dio degli Dei.

13. Riguardo poi a quanti siano secondo me i modi della sobrietà capaci di purificare gradualmente lo spirito dai pensieri frutto di passioni, ecco, non sarò pigro nel farteli conoscere con lingua disadorna e semplice. Infatti, considerate le difficili circostanze del combattimento, ho creduto opportuno di non velare col linguaggio ciò che è utile, pensando specialmente ai più semplici. «Tu però, figlio Timoteo, fa attenzione a ciò che leggi».

14. Un primo modo della sobrietà, dunque, consiste nel sorvegliare continuamente l’immaginazione, cioè ogni tentativo d’assalto, perché satana senza l’immaginazione non può produrre, né insinuare nella mente pensieri menzogneri ed ingannatori.

15. Un altro, poi, è l’avere il cuore profondamente silenzioso, in quiete da ogni pensiero e pregare.

16. Ancora, invocare continuamente l’aiuto del Signore Gesù Cristo con umiltà.

17. Infine, avere nell’anima l’ininterrotto ricordo della morte.

18. Tutte queste pratiche, mio caro, come sentinelle tengono lontane le idee cattive. Quando poi alla contemplazione del cielo, nulla considerando la terra – cosa appunto efficace assieme a tutte le altre cose – lo esporrò più estesamente altrove, a Dio piacendo.

19. Se, appena appena recise le cause delle passioni, ci preoccupiamo delle visioni spirituali, ma non seriamente e con perseveranza, assumendoci come compito costante proprio questo, allora torneremo facilmente, ancora una volta, alle passioni della carne senz’aver ricavato altro frutto che il completo oscuramento dell’intelletto e la deviazione verso le cose materiali.

20. ‘ necessario che il combattente interiore abbia in qualsiasi momento questi quattro requisiti: umiltà, attenzione estrema, opposizione (ai pensieri) e preghiera.
Umiltà, perché la sua lotta è contro orgogliosi demoni nemici ed inoltre affinché abbia a portata del cuore l’aiuto di Cristo: il Signore infatti «ha in odio gli orgogliosi».
Attenzione, perché possa sempre ottenere che il suo cuore non abbia alcun pensiero, fosse pure apparentemente buono.
Opposizione, perché, quando da lontano lo scorga venire, subito con sdegno si opponga al malvagio. E risponderò a chi mi si oppone ingiustamente: la mia anima non sarà sottomessa a Dio?
Preghiera, per gridare a Dio con inesprimibile gemito subito dopo l’opposizione. Allora, il combattente vedrà il nemico dissolto e messo in fuga dall’adorabile nome di Cristo, come polvere dal vento, o come fumo che svanisce con le sue illusorie figure.

21. Chi non ha una preghiera pura da pensieri, non ha alcuna arma per il combattimento. Intendo una preghiera costantemente attiva nel santuario dell’anima, affinché, con l’invocazione di Cristo, il nemico, che conduce una subdola guerra, sia sferzato e costretto ad uscire allo scoperto.

22. Tu, poi, devi scrutare con lo sguardo acuto e intenso della mente in modo da accorgerti chi entra. Appena te ne rendi conto, schiaccia subito, con l’opposizione, la testa del serpente, ma, nel far questo, grida con gemito verso Cristo ed allora sperimenterai il divino invisibile soccorso e vedrai distintamente la rettitudine del (tuo) cuore.

23. Come chi, stando in mezzo ad altri, tiene lo specchio in mano e guardandovi dentro vede sé il proprio volto ma anche quello degli altri che vi si riflettono, così chi osserva totalmente il proprio cuore, vede in esso e la propria condizione e i volti neri degli etiopi spirituali.

24. La mente non può da sola aver ragione dell’immagine demoniaca e non lo osi neppure: i demoni, infatti, sono scaltri, fingono perfino di darsi per vinti, mentre l’ingannano subdolamente con le vanità. Però, dinanzi all’invocazione di Gesù Cristo, essi non possono, neppure per un attimo, sopportare di rimanere a tenderti insidie.

27. Ascolta bene, se intendi fare sul serio: modello e regola della quiete del cuore è un piccolo animaletto. Ti sia sempre d’esempio il ragno, altrimenti non avrai neppure l’inizio della quiete vera dell’intelletto. Il ragno, infatti, va a caccia delle piccole mosche. Ebbene, anche tu, se mantieni questo tipo di quiete, anche soffrendo nell’intimo della tua anima, non smetterai di uccidere sempre i piccoli di Babilonia, uccisione per la quale sei reso beato dallo Spirito Santo secondo le parole di David.

28. Come non è possibile vedere il Mar Rosso nel firmamento, tra le stelle, e come non può essere che un uomo vivente sulla terra non respiri la sua aria, così è impossibile purificare il nostro cuore dai pensieri, frutto di passioni, e scacciare da esso i nemici spirituali senza la frequente invocazione di Gesù Cristo.

29. Se vivrai sempre nel tuo cuore con umiltà di pensiero, con il ricordo della morte, l’autorimprovero, la contraddizione e l’invocazione di Gesù Cristo; se, giorno dopo giorno, sobriamente, percorrerai armato di tali armi la strada stretta ma gioiosa e piena di grazia dell’intelligenza, allora giungerai alle sante visioni delle cose sante. Il Cristo, nel quale sono i tesori nascosti della sapienza e della Conoscenza, nel quale abita la pienezza della divinità corporalmente, illuminerà per te i misteri profondi. Dinanzi a Gesù, infatti, sentirai che ha preso possesso della tua anima lo Spirito santo dal quale la mente dell’uomo riceve luce per guardare a volto scoperto la storia del Signore. «Nessuno, dice che Gesù è il Signore, se non nello Spirito Santo», che misteriosamente conferma il cercatore del Signore».

41. Come la pioggia quanto più si riversa sulla terra tanto più la rende morbida, così anche il santo nome di Cristo fa gioire e rallegra la terra del nostro cuore, quando sia da noi chiamato in aiuto e sempre più frequentemente invocalo.

42. ‘ bene che gli inesperti sappiano anche questo: quei nemici incorporei, invisibili, malvagi esperti nel fare il male, solerti, muti, per anni esperimentati nella lotta, dai tempi di Adamo fino ad oggi, ebbene, questi nemici, noi, appesantiti e attratti verso terra nel corpo e nel pensiero, non possiamo sconfiggere altrimenti che con l’ininterrotta sobrietà spirituale e con l’invocazione di Gesù Cristo, Dio e Creatore nostro. Per gli inesperti è necessario che la preghiera a Gesù Cristo sia un incentivo al progresso del discernimento e nella conoscenza del bene; per gli esperti invece, l’esercito del bene il discernimento e il riposo nel bene sono il miglior maestro.

48. Ti sia da modello della quiete del cuore chi ha lo specchio in mano e ci guarda dentro; vedrai i mali e i beni spirituali scritti nel tuo cuore.

49. Guarda di non mantenere nel tuo cuore nessun pensiero né secondo ragione, né contro ragione, per accorgerti facilmente degli estranei, cioè dei figli primogeniti degli Egiziani (le suggestioni).

51. La sobrietà è simile alla scala di Giacobbe al cui vertice sta Dio e sulla quale gli angeli salgono. Toglie infatti ogni male da noi, ad essa si deve che si smetta con le troppe parole e le ingiurie, le mormorazioni e tutto il catalogo dei mali sensibili, poiché non sopporta neppure un po’ di essere da questi privata della propria dolcezza.
53. Lo spirito che non trascura il proprio segreto lavoro, oltre agli altri beni provenienti dalla continua opera di custodia, otterrà anche che i cinque sensi del corpo siano liberi dai mali esteriori. Infatti, dedicandosi totalmente alla propria virtù e sobrietà, volendo dilettarsi di buoni pensieri, non può sopportare di essere derubato attraverso i cinque sensi allorché si insinuano pensieri terrestri e vani; anzi, conoscendone il carattere ingannevole e le molte rovinose conseguenze, li ricaccia indietro.

54. Sii saldo nella vigilanza sulla mente, non li affaticherai nelle tentazioni. Se te ne allontani, però sopportane le conseguenze

57. La mente è resa cieca da queste passioni: l’avidità, la vanità e il piacere.

58. Conoscenza e fede, i compagni di sempre della nostra natura, da niente altro se non da queste passioni Sono state fiaccale.

59). La collera, l’ira, le guerre, gli omicidi, tutti gli altri mali, si sono con forza imposti all’uomo attraverso di esse.
60. Chi non conosce la verità non può credere veracemente, perché per natura la conoscenza precede la fede. Infatti ciò che la scrittura dice non è stato detto solo perché lo afferriamo intellettualmente ma perché lo facciamo.
62. In verità dall’esperienza ci è venuto un gran bene; chi vuole purificare il cuore invochi continuamente il Signore Gesù contro i nemici spirituali. Nota come questo, che ho detto per esperienza, I concordi con le testimonianze della Scrittura: «Preparati Israele ad invocare il nome del Signore tuo Dio», e l’Apostolo: «pregate senza interruzione». Il Signore dice: «non potete far niente senza di me. Chi rimane in me ed io in lui porta molto frutto». Ed ancora: «Se qualcuno non rimane in me, sarà gettato fuori come il tralcio». La preghiera è un grande bene; comprensivo di tutti i beni, perché rende puro il cuore nel quale L’io si fa visibile a chi crede.
64. Ci sono molte operazioni dello spirito che possono ottenerci il dono buono della umiltà, se invero non siamo disinteressati alla nostra salvezza cioè: il ricordo dei peccati in parole, opere, pensieri e moltissime altre cose che contribuiscono all’umiltà le quali vengono colte dalla visione contemplativa. Ingenera umiltà vera anche questo, che si tengano in mente continuamente i successi del prossimo e si ingrandiscano dietro di noi le qualità naturali altrui, confrontandole con le nostre. In tal modo, infatti, la mente, vedendo la propria piccolezza e quanto sia lontana dalla perfezione dei fratelli, viene a considerarsi terra e cenere, non un uomo ma un cane qualsiasi; indietro e lontano, sotto ogni aspetto, da tutti gli esseri ragionevoli della terra.
67. Via della conoscenza sono l’immunità dalle passioni e l’umiltà, senza di esse nessuno può vedere il Signore.
68. Colui che incessantemente si occupa delle cose interiori è santo. Non solo: egli conosce la contemplazione, la parola, la preghiera. Per lui vale ciò che dice l’Apostolo: «camminate nello Spirito e non compirete il desiderio della fame».

70. Chi si sottrae al dominio delle cose, come la donna, le ricchezze e in generale le cose esterne, rende «monaco» l’uomo esteriore, ma non ancora quello interiore. Chi, invece, si sottrae al dominio dei pensieri originati dalle passioni nella mente, costui è un vero monaco. Ora, è ben facile, volendo fare «monaco» l’uomo esteriore; solo una lunga lotta, invece, può fare «monaco» l’uomo interiore.

73. Non dedicare tutto il tuo tempo libero alla carne. Stabilisci piuttosto per essa un determinato esercizio secondo le sue possibilità e volgi tutto il tuo spirito verso le cose interiori. «L’esercitare il corpo infatti è ben poco utile; la pietà invece è utile sotto tutti gli aspetti».

74. Quando le passioni tacciono, sia per il venir meno delle cause che per ritirata strategica dei demoni, nasce l’orgoglio.
79. Il Signore, volendo mostrare che ogni comandamento è un dovere ma che ha «donato» l’adozione nel suo sangue agli uomini dice: quando fate ciò che vi è stato ordinato, dite: «siamo servi inutili e abbiamo fatto ciò che dovevamo». Perciò il regno dei cieli non è il salario delle opere, ma dono del Signore preparato per i suoi fedeli. Il servo non esige come salario la libertà, ma ringrazia come debitore ed accoglie la libertà come un dono.

81. Chi onora il Signore fa ciò che Egli comanda. Se sbaglia o disobbedisce, attende come dovuto ciò che segue alle sue azioni. Se sei amico del sapere diventa anche amico della fatica. La conoscenza superficiale, infatti, rende l’uomo arrogante.

86 Se l’uomo non fa la volontà di Dio e la legge di Dio nelle proprie viscere, cioè nell’intimo del cuore, non può farlo facilmente neppure all’esterno. Il non sobrio e indifferente dirà al Signore: «non voglio conoscere le tue vie», completamente privo di divina illuminazione; mentre chi ne partecipa, in qualche misura, non diverrà incerto ma solidamente capace riguardo alle cose divine.
88. Dall’attacco demoniaco vengono i molti pensieri e da questi l’atto sensibile cattivo. Ma chi con Gesù spenga subito il primo impulso, eviterà le conseguenze, acquistando una dolce conoscenza divina per mezzo della quale troverà Dio ovunque presente. Allora, se volgerà a Lui la mente come specchio sarà continuamente illuminato, come il vetro terso dal sole sensibile. A quel punto, l’intelletto, giunto ormai all’estremo vertice dei suoi desideri, riposerà in se stesso da ogni altra attività contemplativa.

89. Dal momento che ogni pensiero penetra nel cuore attraverso le immagini delle cose sensibili, solo quando sarà completamente libero dalle realtà sensibili e vuoto delle figure che ne derivano, risplenderà in lui la luce beata della divinità; questa illuminazione sopravviene nella mente che è priva di tutti gli altri pensieri.

91. La continua invocazione di Gesù con un desiderio ricolmo di dolcezza e di gioia fa sé che il cielo del cuore, per l’estrema attenzione, sia colmo di gioia e di pace. Della purificazione perfetta del cuore, però, è causa Gesù Cristo Figlio di Dio e Dio, al quale si devono tutti i beni: «io sono un Dio di pace:».

92. L’anima beneficata e resa dolce da Gesù, riconoscendone il beneficio, ricambia il benefattore con esultanza e amore, rendendogli grazie e invocando con diletto perché le dà pace. Spiritualmente poi, lo vede dentro di sé che dissolve le immagini provocate dagli spiriti cattivi.

97. Per la continua invocazione ed il continuo ricordo del Signore nostro Gesù Cristo si realizza nella mente una specie di tranquillità divina, purché non trascuriamo la preghiera continua a Lui, la sobrietà senza tregua e l’opera di vigilanza. Invero, cerchiamo di compiere in modo sempre uguale ed in modo proprio l’invocazione di Gesù Cristo nostro Signore, gridando con cuore fervente cosicché possiamo aver parte a gustare il santo Nome di Gesù. La continuità, infatti, sia per la virtù che per il vizio, è madre dell’abitudine e l’abitudine poi ha forza al pari della natura. Poi, la mente, che giunga a tale tranquillità, insegue i nemici come il cane che caccia la lepre nelle boscaglie, il cane per divorarle la mente per annientarli.

99. Come non è possibile andare in guerra a corpo nudo, o attraversare un grande specchio di mare con le vesti, ovvero vivere senza respirare, così è impossibile imparare il combattimento spirituale e segreto in modo da inseguire abilmente il nemico e colpirlo senza l’umiltà e la continua invocazione a Cristo.

104. Il cuore incessantemente custodito, che non consenta di accogliere figure, immagini e rappresentazioni provenienti dagli spiriti tenebrosi e malvagi, genera naturalmente, da sé stesso, pensieri luminosi. Infatti, come il carbone genera la fiamma, così, e assai più grandemente, Iddio che abita nel cuore dal momento del Santo Battesimo, se troverà il cielo del cuore libero dai venti cattivi e ben custodito dallo spirito, lo accenderà col potere della contemplazione, come la fiamma accende il cero.

105. Nello spazio del nostro cuore deve sempre brillare il Nome di Gesù Cristo, come brilla in cielo il lampo che annuncia la pioggia imminente. Ben lo sanno coloro che hanno esperienza dello spirito e del combattimento interiore. Disponiamo pertanto con ordine il combattimento spirituale: innanzitutto, attenzione; quindi, appena un pensiero nemico si fa innanzi, rigettiamolo con parole violente e con sdegno. Per la terza cosa, lanciamo imprecazioni contro di esso e raccogliamo il cuore con l’invocazione di Gesù Cristo perché subito si dissolva l’immagine demoniaca, affinché la mente non segua la fantasticheria, come un fanciullo tratto in inganno da abile giocoliere.

106. Ostiniamoci nel gridare: Signore Gesù Cristo! Si consumi la nostra gola e non vengano meno i nostri occhi spirituali nell’attesa fiduciosa del Signore nostro Dio, come fece David.

108. ‘ impossibile a chi fissa il sole non aver gli occhi abbagliati dall’intensa luce, così chi si volge sempre verso il cielo del cuore non può non essere illuminato.

109. ‘ impossibile vivere sulla terra senza mangiare e bere. Allo stesso modo è impossibile, senza la custodia dell’intelletto e la purezza del cuore, in altre parole senza la ‘sobrietà’, che l’anima pervenga ad alcunché di spirituale e di gradito a Dio e che si liberi dal peccato dell’intelligenza, anche se uno si fa violenza per non peccare, terrorizzato dalle punizioni.

110. Tuttavia coloro che violentemente si tengono lontani dal compiere il peccato concretamente, sono beati presso Dio, gli angeli e gli uomini; infatti, sono essi coloro che fanno violenza al Regno dei cieli.

111. Dalla quiete viene alla mente un meraviglioso frutto, questo: tutti i peccati spirituali che all’inizio colpiscono con pensieri solo per diventare poi peccati spirituali che all’inizio colpiscono con pensieri solo per diventare poi peccati materiali e visibili, se appena la mente si mostra recettiva, sono recisi dalla virtù di una mente sobria che non consente loro di penetrare nell’uomo interiore e di condurre ad azioni cattive, in forza dell’intervento e dell’aiuto del Signore Gesù Cristo.

112. Immagine dell’ascesi corporale esteriore e sensibile è il Vecchio Testamento; invece, il Santo Vangelo, cioè il nuovo Testamento, è immagine dell’attenzione, ovvero della purezza di cuore. Il Vecchio, pertanto, non portava alla perfezione o al compimento dell’uomo interiore riguardo alla pietà, poiché, come dice l’Apostolo, «la legge è finita», ma impediva solo i peccati materiali; mentre è certamente più importante per la purezza del cuore recidere i pensieri – cosa che è comandata dal Vangelo – e i desideri cattivi che il divieto di togliere l’occhio o il dente al prossimo. Allo stesso modo, anche riguardo alla giustizia e alla ascesi del corpo, cioè il digiuno, la continenza, il dormire per terra, lo stare in piedi, la veglia notturna ecc. – tutte cose che riguardano il corpo e che placano la parte passiva del corpo dal compiere il peccato concretamente – ebbene, come ho detto, tutto ciò è buono ma rispetto al Vecchio Testamento. Sono, infatti, una pedagogia del nostro uomo esteriore e un presidio contro l’efficacia delle passioni, ma non salvaguardano dai peccati spirituali, così da liberarci, con l’aiuto di Dio, dall’invidia, dall’ira ecc.

113. La purezza del cuore, cioè la custodia attenta della mente, della quale è modello il Nuovo Testamento, se è perseguita da noi come si deve, recide e sradica tutte le passioni e tutti i mali dal cuore, introducendo al loro posto gioia, buona speranza, compunzione, contrizione, lacrime, profonda conoscenza di sé e dei nostri peccati, ricordo della morte, verace umiltà, amore sconfinato verso Dio e verso gli uomini ed un divino desiderio nel cuore.

115. Se, dunque, nel Signore vuoi essere e non solo sembrare monaco, essere sempre buono, prudente, unito al Signore, se veramente vuoi essere così, mira con tutte le tue forze alla virtù dell’attenzione, che è custodia attenta della mente e pienezza nel cuore di dolce quiete, tranquillità dell’anima beata e nuda di ogni immaginazione, cosa questa che non troviamo in molti.

116. ‘ questa infatti che si dice filosofia spirituale. Percorri tale via con molta sobrietà e caldo desiderio, accompagnandoti con la preghiera di Gesù, l’umiltà, la frequenza e il silenzio delle labbra sensibili e spirituali, con la continenza nel mangiare e nel bere e in ogni cosa connessa. Percorrila con pensiero consapevole e saggio e ti insegnerà, con l’aiuto di Dio, ciò che non sapevi e ti farà giungere alla conoscenza, ti illuminerà, ti farà intendere e ti farà discepolo di ciò che prima ritenevi impossibile accogliere nella mente, quanto camminavi nell’oscurità delle passioni e delle opere tenebrose, avvolto dall’oblio e dal turbamento dell’abisso.

126. Dobbiamo muovere ognuna delle tre potenze dell’anima giustamente, secondo natura, come fu creata da Dio. La potenza irascibile, così, contro il nostro uomo esteriore ed il serpente demoniaco. «Adiratevi contro li peccato», cioè adiratevi contro voi stessi e il diavolo, «per non peccare contro Dio». La potenza concupiscibile, invece, deve muoversi verso Dio e la virtù, mentre la potenza ragionevole la disporremo ad ordinare, consigliare, punire e signoreggiare, come il re signoreggia sui servi, sulle altre due potenze con sapienza e scienza.
Allora, anche se le passioni insorgeranno contro di essa, la ragione, che è in noi, le governerà secondo Dio. Avremo cura pertanto che la ragione le diriga. Dice, infatti, il fratello del Signore: «se uno non manca nel parlare, questi è un uomo perfetto, capace di dominare anche tutto il corpo»; ed anche le cose seguenti; poiché veramente è chiaro che ogni violazione della legge e ogni peccato si compie mediante queste tre cose, così come ogni virtù e giustizia sl costituisce egualmente attraverso di esse.
128. Chi ricerca e persegue ogni giorno la pace e la quiete dell’intelletto disprezzerà facilmente ogni cosa sensibile per non affaticarsi invano. Ma se uno tenta di ingannare la propria coscienza dormirà l’amara «morte dell’oblio» che il divino David si augura di non dormire. Anche l’Apostolo afferma: «Se uno conosce il bene che deve fare e non lo fa, commette peccato».

130. L’asino legato alla ruota del mulino non può più andare avanti in linea retta. Allo stesso modo, lo spirito non procederà nella virtù che rende perfetti se non rettifica la propria vita interiore. Sarà sempre cieco negli occhi interiori e non potrà vedere la virtù, né Gesù scintillante di luce.
131. Un cavallo ardito ed orgoglioso balza su con slancio e piacere quando qualcuno sale su di lui. Così la mente contenta si diletterà nella luce del Signore, entrando nel giorno, libera da pensieri. Procederà in forza della filosofia pratica dell’intelletto, da se’ rinnovandosi alla segreta potenza di contemplare realtà nascoste e virtù e, se accoglierà nel cuore la profondità sconfinata dei divini concetti, si mostrerà a lui, per quanto è possibile al cuore, il Dio degli eserciti. Allora lo spirito sbigottito glorificherà con amore il Dio che è visto e vede, e, appunto perciò, salvatore di colui che così lo contempla.

132. Un abisso profondo di conoscenza si aprirà al cuore che ha realizzato la quiete, e l’orecchio dello spirito in quiete udrà allora da Dio cose straordinarie.

137. Per sua natura la preghiera di Gesù unita alla sobrietà può cancellare dal profondo dell’attenzione del cuore quei pensieri che quasi vi si sono radicati e sembrano inamovibili, anche se ci opponiamo.
142. Come non è possibile attraversare un gran tratto di mare senza una grande nave, così è impossibile respingere l’attacco di un pensiero cattivo senza l’invocazione di Gesù Cristo.

145. La mente è una realtà debole ed ingenua; va dietro facilmente alle apparenze e cede alle immaginazioni illecite, a meno che non abbia costantemente ad ostacolarla e a frenarla un pensiero che signoreggi le passioni.

146. Contemplazione e conoscenza conducono per loro natura ad una vita secondo la norma perché la mente, da esse elevata, giunge a disprezzare i piaceri e le altre dolcezze sensibili della vita come meschine.

148. Cosa assai difficile per l’uomo è il raggiungere la quiete dell’anima da ogni pensiero. Si tratta veramente di cosa laboriosa e faticosa. Infatti è pesante non solo per i non iniziati a questo tipo di combattimento (chiudere e delimitare l’incorporeo dell’abitazione corporea) ma anche per gli esperti nella battaglia interiore e immateriale.
Chi però stringe al cuore il Signore Gesù con la preghiera continua «Non proverà fatica nel seguirlo», come dice il profeta: egli non desidererà «il giorno della sventura» essendo ricolmo della bellezza, delicatezza e dolcezza di Gesù. E davanti agli impuri demoni che lo circondano, ai suoi nemici, non arrossirà, parlando loro dalla porta del cuore e ponendoli in fuga per mezzo di Gesù.

152. Cominciando a risvegliare l’attenzione della mente, se uniremo alla sobrietà l’umiltà e alla resistenza la preghiera, procederemo bene lungo la strada della penitenza, in quanto appunto ci sforzeremo di fare bella e di spazzare la casa del nostro cuore dal male, mettendola in ordine e rendendola pura con la lampada luminosa dell’adorabile e santo nome di Gesù Cristo.
Se invece oseremo tentare solo con la nostra sobrietà e attenzione, allora, subito sospinti dai nemici, saremo abbattuti e sottomessi da quelli astutissimi ingannatori. Saremo sempre più avvinti dalle loro reti e dai loro malvagi suggerimenti; anzi saremo da loro facilmente messi a morte non avendo
più quella possente arma, il nome di Gesù Cristo. Infatti, solo questa venerabile spada, continuamente roteata con cuore semplice, può affrontarli insieme e farli a pezzi, consumarli e metterli allo scoperto come fa il fuoco con lo stoppino.

156. Un cuore totalmente estraneo alle immagini, genererà dentro di sé improvvisi pensieri, divini e misteriosi. Allo stesso modo, balzano i pesci e saltano i delfini nel mare tranquillo quando il mare è sollevato dal vento leggero, così l’abisso del cuore dallo Spirito Santo, poiché «siete figli, Dio ha mandato lo spirito del Piglio suo nei vostri cuori, gridando: «Abba, Padre».

157. Ogni monaco sarà incerto e titubante nell’assumere l’opera spirituale prima della sobrietà dell’intelletto, o perché non ne conosce la bellezza, o perché, pur sapendola, non ne è in grado per mancanza di ardore. Scioglierà però ogni incertezza iniziando decisamente la custodia della mente, la quale è ed è detta amore mentale della sapienza, o amore pratico della sapienza mentale. In essa troverà la via di colui che disse «Io sono la via, la resurrezione e la vita:».

159. Il vero monaco è colui che realizza la sobrietà e veramente sobrio è colui che è monaco nel cuore.
162. Guai a coloro che perdono il cuore: «cosa faranno quando il Signore verrà?». Perciò, diamoci da fare, fratelli!.

166. Se, fortificati nel Signore Gesù nella sobrietà, iniziamo a correre sicuri, ci si manifesterà per
prima cosa nella mente come una lampada che, quasi tenuta per mano dalla mente stessa, ci guida lungo i sentieri del pensiero. Successivamente, (ci apparirà) come una luna lucente e in movimento nel cielo del cuore. Infine, come un sole apparirà Gesù, sole di giustizia, che mostrerà sé stesso e le sue tutte splendenti luci della contemplazione.

168. Una nave non può viaggiare per molto senza acqua. Anche la custodia dello spirito non farà progressi senza la sobrietà, l’umiltà e la preghiera di Gesù Cristo.

171. La custodia del cuore sia chiamata nel conveniente e giusto modo, cioè madre di luce abbagliante, radiosa e bruciante. In verità, infatti, è superiore a tutte le innumerevoli virtù, perché essa genera splendide luci nel suo interno. Per mezzo di Gesù Cristo, i suoi amanti da peccatori possono diventare giusti, da inutili utili, da impuri e privi di conoscenza puri, da ingiusti e senza intelletto santi e avveduti. Non solo, possono contemplare realtà misteriose, conoscere Dio; divenuti poi contemplativi, sono attraversati da questa luce assolutamente improvvisa ed infinita e la toccano con misteriosi sensi e con essa abitano e vivono perché davvero hanno gustato «quanto è buono il Signore».
In esseri angelici si compie con certezza ciò che disse il divino David: «sì, i giusti celebreranno il tuo nome e i retti abiteranno alla tua presenza». In realtà, solo questi invocano sinceramente Dio e lo celebrano e con Lui gioiscono di colloquiare per sempre amandolo.

175. Dalla preghiera continua, dunque, il cielo del pensiero è reso sereno senza nuvole oscure, senza i venti degli spiriti del male, e quindi nel cielo del cuore è puro non è possibile che non splenda la luce divina di Gesù. Se invece, gonfi di vanagloria, alterigia e ostentazione, tentiamo di sollevarci alle cose inarrivabili ci troveremo per di più senza aiuto da parte di Gesù. Il Cristo, infatti, odia tali cose, Egli che è l’esempio di umiltà.

179. Così, dunque, l’anima può rimanere nel Signore con quella sua bellezza, perfezione di forme e rettitudine, come aveva quando fu all’inizio creata da Dio, molto buona e tetta. Allo stesso modo dice il grande servitore di Dio Antonio: «la virtù consiste nell’essere la patte intellettuale dell’anima secondo natura». Ed ancora egli disse: «l’anima tetta vuol dire questo, che la parte intellettuale o spirituale sia secondo natura così come fu creata». E dopo poco ancora: «purifichiamo il pensiero; infatti, io credo che se in tutto è purificato e secondo natura, può, diventando perspicace, vedere di più e più da lontano i demoni, avendo il Signore che glielo rivela». Questo dice il glorioso Antonio, come dice il grande Atanasio nella vita di Antonio.

189. Al tuo respiro e alle narici Unisci la sobrietà e il nome di Gesù oppure la meditazione indefettibile della morte e l’umiltà. Sono molto utili ambedue le vie.

196. Veramente beato chi si unisce alla preghiera di Gesù nel pensiero e lo chiama incessantemente allo stesso modo che l’aria è unita ai nostri corpi o la fiamma al cero. Il sole, passando sopra la terra, produce il giorno; il nome santo e venerabile di Gesù Cristo, invece splendendo senza interruzione nel pensiero, genera innumerevoli concetti splendenti come il sole.
197. Il cielo si manifesta chiaro quando le nubi si dissolvono. Una volta dissolte le immaginazioni frutto di passioni dal sole di giustizia, Gesù Cristo, si generano inevitabilmente nel cuore pensieri brillanti e luminosi come stelle, perché il cielo del cuore è stato illuminato per mezzo di Gesù. Dice infatti l’Ecclesiaste: «quanti confidano nel Signore comprenderanno la verità e i fedeli vivranno preso di Lui nell’amore».

198. Uno dei Santi ha detto: «quando serbi rancore, serba rancore contro i demoni e quando hai in odio abbi in odio il corpo, sempre. Amico scaltro è la carne e, se servita, fa guerra ancora di più. Perciò nutri odio per il corpo e sii battagliero contro il ventre».

202. Non c’è veleno più terribile di quello dell’aspide e del basilisco; così, non c’è vizio peggiore del vizio dell’amor proprio. I figlio dell’amor proprio, poi, ce li hai presenti e sono: la lode interiore, il piacere a sé stessi, la golosità, la fornicazione, la vanagloria, l’invidia e il culmine di tutti, l’orgoglio, che è capace di rovinare non solo gli uomini ma anche gli angeli del cielo e di circondare di tenebra invece che di luce.

203. Questo, scrivo a te, o Teodulo, io che porto il nome del silenzio, Esichio, anche se esso non è ancora reale in me. Ma forse non del tutto… in ogni caso sia ciò che Dio ha concesso, Iddio santato e glorificato da ogni natura ragionevole nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo, dagli angeli, dagli uomini, da ogni creatura che l’ineffabile Trinità ha creato, l’unico Dio, dello splendido regno del quale anche noi speriamo far parte, per le preghiere della purissima Vergine e dei nostri Santi Padri. Al Dio inattingibile, gloria eterna. Amen.
Filocalia op.c. Vol. I p. 141-173
FILOTEO IL SINAITA
Breve nota biografica
del Santo Padre Filoteo il Sinaita

Il nostro santo padre Filoteo è chiamato «Sinaita» perché fu Egùmenos della comunità monastica nelle parti del monte Sinai. Non sappiamo nulla del tempo in cui visse, né dove sia morto. Il presente trattato, diviso in quaranta capitoli è composto in una ottima forma, e denso di sapienza spirituale e di grande utilità per l’anima. Non ci è sembrato giusto l’ometterlo da questa raccolta di scritti dei Padri sulla sobrietà. La sua lettura richiede una grande attenzione, non si è lontani dal vero designandolo come un interprete esatto e una guida sicura della sobrietà, della custodia della mente e della purezza del cuore.
1. Esiste in noi un combattimento mentale più arduo di quello che coinvolge i nostri sensi. Chi è impegnato nella ricerca della santità deve correre abilmente verso la meta con le sue forze mentali per conservare con cura l’invocazione di Dio nei cuore, come perla d’incomparabile valore o altra pietra preziosa. Egli deve tutto abbandonare, anche il proprio corpo, non considerare la vita presente al fine di non possedere altro che Dio nel cuore. San Giovanni Crisostomo afferma che la contemplazione mentale di Dio è bastevole a vincere i nemici.

2. Chi pratica il combattimento mentale scelga delle Sacre Scritture dei temi spirituali e li applichi con zelo alla sua interiore vita come medicamenti salutiferi. Dal primo mattino sia coraggiosamente
inflessibilmente di guardia alle porte del proprio cuore, con vigile memoria di Dio e invocando nell’anima il nome di Gesù. Con la vigilanza men tale sterminerai tutti i peccatori della terra; con l’intensità della memoria di Dio decapiterai gli orgogliosi per amore di Dio, troncherai cioè le prime manifestazioni dei pensieri ostili. Sappiamo che nel combattimento interiore e spirituale esiste un certo ordine e una certa procedura. Per questo resisti nello sforzo (della vigilanza) fino al tempo stabilito per il pasto; dopo, ringrazia Dio che, nella sua amorosa cura, provvede il cibo all’anima e al corpo, quindi sosta nella memoria e nella meditazione della morte. Il giorno dopo imponi a te stesso di riprendere il lavoro del mattino precedente, con fermezza. Facendo così, gradatamente, con l’aiuto del Signore fuggirai le insidie del nemico mentale. Quando sarai consolidato in questo esercizio nasceranno in te la fede, la speranza, l’amore; la fede ti predispone al vero timore di Dio; la speranza vincendo l’aspetto negativo del timore ti condurrà all’amore di Dio.

3. ‘ raro trovare uomini che abbiano raggiunto il pensiero silenzioso. ‘ il dono di quelli che usano tutti i mezzi per accogliere in sé stessi la grazia divina e quel conforto che da lei discende. Se vuoi, come loro, praticare la disciplina della mente, essa è la filosofia di Cristo, custodendo la mente e praticando la sobrietà, comincia a controllare l’uso eccessivo del cibo, decidi di mangiare e bere il meno possibile. La sobrietà è giustamente chiamata la via, essa ci conduce al Regno, a quello che è dentro di noi e a quello del futuro. ‘ anche chiamata l’opera della mente, in quanto lavora e affina il nostro carattere mentale e lo fa passare dalla condizione passionale all’impassibilità. La sobrietà è anche quella piccola apertura attraverso la quale Dio entra per rivelarsi alla mente.

6. I a prima porta che conduce alla Gerusalemme mentale – l’attenzione della mente – è il saggio silenzio delle labbra, finché la mente non diventi silenziosa. La seconda, è una misurata astinenza nel bere e nel mangiare. La terza, è la costante memoria e la meditazione della morte, che purifica la mente e il cuore. Avendo io una volta visto la sua vaghezza, non con gli occhi del corpo ma con quelli dell’anima, fui ferito di amore per lei, e di desiderio di averla compagna per tutta la vita, tanto finì preso dal suo splendore e dalla sua dolcezza… i suoi occhi mentali sono una sorgente di pensieri saggi; essa sgorgando in continuazione riempie di gioia la mente. Questa figlia di Adamo, la memoria della morte, come sto dicendo, ho sempre desiderato di averla amica, di riposare, di conversare con lei e di interrogarla sul destino che mi attende dopo che avrò abbandonato il corpo. La dimenticanza perniciosa, tenebrosa figlia del diavolo, me l’ha di frequente impedito.

7. Esiste una guerra recondita, in essa gli spiriti
del male assalgono l’anima con i pensieri. Essendo l’anima invisibile, questa malvage potenze ingaggiano una lotta immateriale conformemente alla loro natura. ‘ possibile vedere da ambe le parti armi e piani di battaglia, imboscate e tremendi attacchi, lotte corpo a corpo, vittorie e sconfitte reciproche. L’unica differenza esistente tra la guerra mentale e quella materiale è la dichiarazione delle ostilità. .. Improvvisa e fulminea, nelle profondità del cuore, tende un’imboscata mortale e uccide l’anima col peccato. Come e perché questi attacchi impetuosi sono diretti contro di noi? Per ostacolare il compimento della volontà di Dio conforme alla preghiera: «che la tua volontà sia fatta», cioè i comandamenti. Chi custodisce la mente dall’errore per mezzo della sobrietà, osserva con attenzione gli assalti dei nemici invisibili e la mischia che si svolge nei sogni della fantasia, imparerà tutto questo per esperienza. Questa è la ragione perché i demoni sono il bersaglio che il Signore vuole colpire. Solo Dio poteva prevedere le loro trame, stabilire i comandamenti per opporsi alle loro macchinazioni, comminando pena a chi li avrebbe trasgrediti.

8. Quando avrai acquisito una certa assuefazione alla temperanza e alla rinuncia ai peccati visibili prodotti dai cinque sensi, sarai idoneo a custodire il suo cuore con Gesù, di ricevere la sua luce, di assaporare nella mente con ardente tenerezza le benedizioni della sua grazia. La Legge che ti ordina di tener puro il cuore non ha altra ragione che di metter in fuga le nubi dei pensieri erronei nel cielo del cuore, di disperderle con la costante attenzione così che Tu possa vedere chiaramente, come in uno splendido giorno, il sole della verità, Gesù, e potrai in una certa misura essere illuminato nella mente dalle parole della sua gloria. Esse, in via ordinaria non vengono rivelate a tutti, ma solo a chi purifica il proprio pensiero.

9. Ogni giorno custodisci te stesso come se ti dovessi presentare davanti a Dio… Il Signore stesso comanda: «Purifica prima l’interno del bicchiere e del piatto, perché anche l’esterno possa essere pulito».
10. Il frutto di una parola inopportuna e vuota alle volte è respinto da quelli che ci ascoltano, altre volte, quando la stoltezza della parola vien compresa dagli altri, ci viene rimproverata e messa in ridicolo; succede anche che essa contamini l’anima e ci faccia incorrere nella condanna divina e, ciò che è ancora più terribile, rattrista lo Spirito Santo.

13. Se vuoi con sincerità custodire la tua mente nel Signore, cerca di avere una grande umiltà, davanti a Dio e agli uomini. Il tuo cuore sia sempre contrito, industriati di praticare ogni mezzo per conservarlo nell’umiltà. La memoria della vita che hai condotto prima della tua conversione, se ben tenuta presente, ti renderà il cuore umile e contrito. Rammemora anche i peccati commessi dalla tenera età fino ad oggi; se la tua mente li esaminerà accuratamente, diverrai umile. Scoprirai il dono delle lacrime e ti rivolgerai con sincera gratitudine a Dio. Il ricordo costante e attivo della morte farà nascere la dolcezza, il gioioso cordoglio e la sobrietà della mente. La memoria della passione del nostro Signore Gesù Cristo, quando viene considerata e ripercorsa nei suoi dettagli ti renderà umile sopra ogni cosa e ti farà tenere lo sguardo abbassato, essa ti darà anche il dono delle lacrime. L’anima è aiutata ad
essere veramente umile dai grandi doni che Dio concede ad ognuno, esaminati e contati dettagliatamente; il tuo combattimento è contro il demone dell’orgoglio.

19. L’anima è assalita dagli spiriti del male, incatenata dagli avvolgimenti delle tenebre. Avvolta dal buio non riesce a pregare come desidera: nelle sue profondità si trova nei ceppi, i suoi occhi interiori non vedono più. Quando si mette a pregare Dio e nella preghiera s’impegna a vivere la sobrietà, allora potrà liberarsi dalle tenebre. Scoprirà che nel cuore esiste un’altra guerra, invisibile, un combattimento contro i pensieri ispirati dagli spiriti del male. Le Scritture ne portano testimonianza: «Se lo spirito del potente si erge contro di te, non abbandonare la tua sede». Il posto della mente è la sua permanenza nella virtù e nella sobrietà. L’uomo può trovare la sua sede in una vita virtuosa o in una vita malvagia…

20. Sta attaccato a Cristo con tutte le forze che riesci ad avere, il nemico, senza sosta tenta di allontanarlo dall’anima; perché Gesù davanti alla moltitudine di pensieri che affollano la sede dell’anima non si allontani. Questo non è possibile senza un penoso travaglio dell’anima. Traccia le orme della sua vita nella tua carne, per trascorrere nell’umiltà i giorni della tua esistenza. Accogli la sua passione nei tuoi sentimenti, per imitarlo nella paziente sopportazione delle sofferenze. Assapora la sua ineffabile e amorevole premura per te; così dopo averla sperimentata nell’anima potrai provare quanto sia buono il Signore. Al di sopra e avanti tutte queste cose, abbi una fede ferma su tutte le sue parole, ed ogni giorno sii sorretto dalla fiducia della sua sollecitudine per te. Accetta con cura riconoscente, amoroso e felice, ogni evento, ogni incontro, essi ti guidano ad avere di mira soltanto Iddio, Egli tutto dirige in accordo con le leggi della sua sapienza. Una volta che sarai riuscito a far questo, non sarai lontano da Dio. L’orientamento costante verso Dio è una perfezione senza fine…

22. La dolce invocazione di Dio, cioè di Gesù. accompagnata da ardente passione e da benefico pentimento, annienta la fascinazione dei pensieri, la varietà delle suggestioni, i pensieri, i sogni, le desolanti fantasticherie, in una parola le armi, le macchinazioni che l’artefice della morte, con audacia escogita per divorare le anime. L’invocazione di Gesù agevolmente brucia tutte queste cose, in nessun altro troverai scampo se non in Cristo Gesù. Lo stesso salvatore conferma questo dicendo: «Senza di me non potete far niente».

23. In ora, in ogni istante custodisci con zelo il cuore dai pensieri che offuscano lo specchio dell’anima, esso è destinato a contenere, a ricevere i lineamenti e l’immagine radiante di Gesù Cristo Egli è la sapienza e la potenza di Dio Padre. Cerca il Regno dei cieli in te stesso, nel cuore troverai il germe, la pietra preziosa, il lievito, basta che tu riesca a render puri gli occhi del tuo spirito. Gesù nostro Signore ha detto: «Il Regno dei cieli è dentro di voi», indicando la divinità che dimora nel cuore.

24. La sobrietà rende tersa la coscienza e la fa luminosa. Quando la coscienza è tersa, mette in fuga tutte le tenebre dal suo seno, come una sorgente luminosa che erompa improvvisa per la rimozione degli schermi che la racchiudevano. Continuando in
questa sobrietà attenta e costante, la coscienza fa nuovamente apparire ciò che era dimenticato. Contemporaneamente, aiutata dalla sobrietà, essa indica l’invisibile combattimento della mente contro i nemici, e la guerra contro i pensieri. Essa insegna come lanciare le frecce in questo singolare combattimento, come lanciare dei pensieri perfettamente centrati, come difendere la mente dagli assalti e, sfuggendo dalle tenebre distruttive, come ripararsi nella luce desiderata di Cristo. Comprende chi ha gustato questa luce; essa una volta assaporata, tortura sempre di più l’anima con una vera fame; l’anima ne mangia senza mai saziarsi, più ne mangia e più ha fame.
Luce che attrae la mente come il sole attrae l’occhio; luce in se stessa incomprensibile e che diventa comprensibile, non con le parole ma per l’esperienza di chi ne fruisce, di chi ne è ferito, questa luce mi impone il silenzio, anche se la mente prova diletto a parlarne ancora…

25….Ti affido perché lo pratichi in ogni momento, il metodo per affrontare il combattimento che è in noi: unisci la preghiera alla sobrietà, la sobrietà renderà pura la preghiera, e questa a sua volta la sobrietà. La sobrietà vigilando continuamente riconosce gli intrusi, sbarra loro l’ingresso affrettandosi a chiamare in aiuto Nostro Signore Gesù Cristo, per respingere questi pericolosi avversari. l’attenzione li respinge opponendosi a loro, Gesù invocato allontana gli avversari con le loro fantasticherie.

26. Custodisci la mente con oculata attenzione. Appena avverti un pensiero dannoso, chiudigli il passo senza perder tempo, invoca Cristo Nostro Signore perché prende la sua rivincita. L’avrai appena invocato che dolcemente Gesù ti dirà «Eccomi, ti sono vicino per aiutarti». Una volta soggiogati i nemici con la preghiera, continua ad avere la vigilanza sulla mente. Verranno ondate (di pensieri) e si getteranno su di te, le une più potenti delle altre, la tua anima sballottata correrà il rischio di andare a fondo. Gesù è Dio, quando il discepolo lo chiama, dominerà i venti malefici. E tu, appena troverai un momento di respiro in mezzo agli attacchi del nemico, glorifica chi ti ha salvato, e immergiti nella meditazione della morte.

27. Prosegui con oculata attenzione del cuore sulle sensazioni dell’anima. L’attenzione unita, quotidianamente, alla preghiera, allestisce qualcosa che assomiglia al carro di fuoco di Elia che porta l’uomo verso l’alto del cielo. Cosa sto dicendo? Nell’uomo solidamente basato nella sobrietà, o che si sforza di farlo, il suo cuor puro diventa un cielo interiore, col sole, la luna, le stelle, diventando la dimora dell’inaccessibile Dio, mediante una visione misteriosa ed un’ascesa mistica: Chi ama la virtù divina, si sforzi ad invocare il nome del Signore in ogni istante, di tradurre le sue parole in azione con tutto lo slancio di cui è capace. Chi usa una certa violenza verso i suoi cinque sensi per controllarli perché non rechino danno all’anima, rende alla mente più agevole il combattimento interiore del cuore. Apprende l’arte di respingere ciò che viene dall’esterno, di lottare contro i pensieri con le armi fornite da Dio: con la fatica delle veglie imbriglia i piaceri sensibili, con la frugalità nel cibo e nelle bevande, attenua le forze corporali e si prepara a rendere più facile la guerra del cuore. Tutto questo ti sarà di grande aiuto. Assilla il tuo corpo vitale col pensiero della morte, unifica la tua mente dissipata con l’invocazione di Gesù Cristo; la notte in modo particolare, nelle ore notturne la mente è di solito più pura, più colma di luce, più disposta a contemplare Dio e le cose divine con chiarezza.

28. Non trascurare la fatica del lavoro fisico, come il frumento cresce dalla terra, così il gaudio spirituale e l’esperienza del bene nasce dalla fatica. Non eludere con motivazioni false le interrogazioni della coscienza, i suoi suggerimenti sono concreti e guidano alla salvezza; essa sempre ci istruisce sul nostro dovere, specialmente quando è resa pura da una sobrietà mentale, viva e attiva. Tale purezza reca con sé dei giudizi obiettivi, e liberi da incertezze. . .

29. Il fumo del legno che brucia irrita gli occhi, quando la luce appare il piacete succede al fastidio. Così, l’attenzione costringendo gli occhi della mente alla fissità, arreca pesantezza; quando giunge Gesù invocato nella preghiera apporta nel cuore la luce. L’invocazione di Gesù porta con sé l’illuminazione e la più grande grazia.

33. Chi si arrende ai pensieri disordinati, non potrà liberare dal peccato l’uomo esteriore. Chi non sradica i pensieri disordinati dal cuore non eviterà di tradurli nelle azioni corrispondenti…

34. Prima avviene l’impatto; quindi la congiunzione, infine il consenso: da questi derivano la schiavitù e l’abitudine passionale caratterizzata dalla continuità e dalla ripetizione. Questo è il combattimento ove si può celebrare la vittoria interiore. Così i Padri ne hanno definito lo svolgimento.

35. Essi affermano che l’impatto è un pensiero dalle apparenze innocue, come l’immagine di qualcosa che sembra nato nel cuore e che si presenta alla mente. La congiunzione è il dialogo, appassionato o no, con l’immagine che si è presentata. Il consenso è l’inclinazione piacevole dell’anima verso l’oggetto visto con gli occhi della mente. La schiavitù è la deportazione violenta e costretta del cuore, la sua permanenza e l’inserimento con l’oggetto che l’ha reso schiavo, questo comporta la perdita della pace.
I Padri dicono anche che la passione si impone all’anima con un diuturno attaccamento emotivo. Di tutti questi il primo è immune da peccato; il secondo non lo è del tutto, il terzo dipende dallo stato di colui che combatte: il combattimento produce la corona della vittoria, oppure la sconfitta.

36. Altra è la schiavitù che avviene durante la preghiera, altra quella che avviene fuori della preghiera. La passione è seguita dal contrappeso del pentimento o dal futuro castigo… La corona accompagna la vittoria, le punizioni seguono chi cade senza pentimento…

37. Molti monaci non sono consapevoli del danno che la mente subisce da parte dei demoni. Lottano per la rettitudine delle loro azioni, e non vigilano sulla loro mente trascorrendo la vita in una semplicità senza titubanze. A mio parere, essi sono signori delle tenebre delle passioni interiori perché non hanno ancora gustato la purezza del cuore. Chi non ha sperimentato il combattimento di cui parla S. Paolo non possono aver conoscenza sperimentale del bene; considerano peccato solo la caduta esteriore, non valutano le vittorie e le sconfitte mentali,
invisibili ai sensi, essendo inesprimibili e conosciute solo da Dio e dalla conoscenza di colui che combatte. Ad essi allude, penso, quel passo della Scrittura che dice: «Parlano di pace, ma lì pace non c’è». Preghiamo per questi fratelli che sono in questo stato di semplicità, e insegniamo loro, per quanto sarà possibile, ad astenersi non solo dalle cattive azioni che si vedono, ma anche da quelle che il diavolo opera nel cuore… Un altro comportamento in Cristo, un altro mistero attende quelli che sono ricolmi dal desiderio divino di purificare gli occhi dell’anima.

38. La luminosa meditazione della morte è ricca di molte energie nobili; genera il cordoglio, dona la moderazione in ogni circostanza, non fa dimenticare l’inferno, è la madre della preghiera e delle lacrime, vigila sul cuore, fa discendere nelle profondità del proprio essere con discernimento, è sorgente di perspicacia nei giudizi. Tutte queste qualità sono generate dal timore di dio e dalla purificazione del cuore dai pensieri passionali. Abbraccia molti dei principali comandamenti. Nella meditazione della morte si rivela l’estremo sforzo richiesto nel combattimento interiore e molti atleti di Cristo lo affrontano come il loro più importante impegno.
Da Filocalia op. cit. II p. 273-286
NICETA DI STETHATOS
Breve nota biografica
Fu ieromonaco del monastero di Mones di Studion. Nel 1030 divenne discepolo di S. Simeone il nuovo Teologo di cui scrisse la biografia. La Filocalia riporta tre centurie pratiche, gnostiche e teologiche che espongono le tre tappe della vita spirituale: la vita attiva, la vita contemplativa, la teologica.

68. La continenza, il digiuno, il combattimento interiore fermano i desideri e gli impulsi carnali. La lettura della Sacra Scrittura tempera la febbre dell’anima e l’agitazione del cuore; la preghiera ininterrotta li riduce alla loro umile misura, la compunzione come olio li rende radiosi.

69. Nient’altro al pari della preghiera pura e monda di interessi materiali rende l’uomo intimo a Dio, unisce a Lui chi prega senza divagazioni mentali, con l’anima lavata dalle lacrime, ammorbidita dalla gioia della compunzione e illuminata dalla luce dello Spirito.
70. Ottima è la persistenza nella recita dei salmi, se accompagnata dalla perseverante attenzione, ma è la qualità delle preghiere che dà vita all’anima e la rende feconda. La qualità si ha quando la salmodia e le invocazioni vengono fatte con lo Spirito presente nella mente. Chi considera il senso racchiuso nelle Scritture mentre prega e recita i salmi prega nella sua mente. Questi pensieri divini costituiscono, nel suo cuore, altrettanti gradini spirituali: l’anima rapita nell’aria luminosa, accesa e pura s’innalza fino al cielo e contempla i beni preparati ai santi. Consumata da struggenti desideri esprime con gli occhi il frutto della luce spandendo fiotti di lacrime sotto l’illuminatrice energia dello Spirito. Dolce è il gusto di questi beni, tanto da rendere inutile la sunzione del cibo in tali momenti. Questo è il frutto della preghiera che nasce dalla qualità della salmodia nell’anima orante.

71. Dove appaiono i frutti dello Spirito, si rivela la qualità della preghiera. Ove c’è la qualità, anche la quantità della salmodia è ottima. Dove i frutti non appaiono è segno che la qualità è sterile, e se quest’ultima è sterile la quantità a nulla serve. La quantità può sottoporre il corpo ad un esercizio, ma ordinariamente è senza frutto.

72. Quando preghi o reciti i salmi sii attento alle insidie. I demoni carpendo la sensibilità dell’anima le fanno proditoriamente dire una cosa per un’altra, cambiano in bestemmia i versetti dei salmi facendoci proferire delle empietà. Quando incominciamo un salmo ci spingono verso gli ultimi versetti facendoci saltare quelli di mezzo. Oppure ci fanno perdere dentro il primo versetto senza farci continuare il resto del salmo. Altre volte, quando siamo
arrivati a metà del salmo, bruscamente ci tolgono dalla memoria i versetti che seguono, in modo che dimenticato il versetto che stavamo recitando non riusciamo più a riprendere la recitazione. Fanno così per stancarci e disgustarci, e per guastate i frutti della preghiera facendoci intravedere la sua lunghezza. Resisti con fermezza, sii attento con tutte le forze al salmo che stai recitando potrai, con la contemplazione, raccogliere dai versetti i frutti della preghiera ed arricchirti con l’illuminazione che lo Spirito Santo concede all’anima orante.

73. Se ti capita qualcosa del genere mentre stai salmodiando con intelligenza, non cedere alla pigrizia. Non preferire la comodità del corpo a spese dell’anima, abbandonandoti alla preoccupazione della lunghezza dell’ora della preghiera. Fermati sul punto in cui la tua mente si è lasciata catturare, se sei alla fine del salmo ricomincia con ardore dal primo versetto. Se agirai in questo modo, i demoni non sopporteranno la tua paziente perseveranza e la fermezza della tua risoluzione; se ne andranno ricoperti di vergogna.

74. La preghiera incessante, abbilo per certo, è quella che sorta nell’anima non vien meno, né giorno, né notte. Non ha alcun segno esteriore, né movimenti di braccia, né posizioni corporali, né suoni di lingua. Chi comprende sa che essa consiste nell’esercizio mentale con la partecipazione dell’intelligenza e della memoria di Dio, in uno stato di compunzione ininterrotta.

75. L’applicazione costante alla preghiera consiste nel raccoglimento dei propri pensieri sotto la vigilanza dell’intelletto in una grande pace e umiltà, indirizzandoli a scrutare le profondità del mistero divino, e a vivere nell’onda, dolcissima, della contemplazione. Quando tutte le qualità dell’anima sono segnate dalla sapienza, la preghiera incessante può dirsi realizzata.

76. Se stai cantando un inno a Dio e sopraggiunge un fratello a bussare alla tua porta, non anteporre l’opera della preghiera a quella dell’amore, non compiresti opera gradita a Dio. L’amore esige la compassione e non il sacrificio. Lasciando il dono della preghiera, offri parole d’amore al fratello, confortandolo. Riprendi quindi l’offerta del tuo dono al Padre degli spiriti con lacrime e cuore contrito, e immediatamente lo Spirito si rinnoverà sulle tue offerte..

77. Il mistero della preghiera può essere celebrato in qualunque luogo e in ogni tempo. Se limiti la preghiera a delle vie e momenti precisi, a dei luoghi stabiliti, il tempo che rimane verrà perduto in vane occupazioni. La preghiera può essere definita: la perenne dimora della mente in Dio, la sua opera specifica consiste nell’indirizzare l’anima verso le cose divine; la sua meta è l’adesione dell’intelletto al mistero divino in modo da fondersi con Lui.
Filocalia op. cit. vol. 111 p. 298-325
TEOLEPTO METROPOLITA DI FILADELFIA
Breve notizia biografica
Teolepto, grande luminare di Filadelfia visse durante il regno di Andronico, il secondo dei Paleologi, verso l’anno 1325. Sposato, abbandonò la giovane moglie per vivere nella solitudine del Monte Athos, fu discepolo di Niceforo. Fu nominato vescovo di Filadelfia. Fra i suoi discepoli ebbe S. Gregorio di Tessalonica che guidò nella pratica della santa sobrietà e nei misteri della preghiera mentale. Il presente scritto da lui composto con amorevole cura è un’accurata descrizione ed una sicura direttiva per la silenziosa attività in Cristo. Questo scritto e gli altri testi aggiunti, ove i pensieri divini sono esposti con bello stile e purezza d’espressione sono presentati qui insieme ad altri suoi scritti, sono utili oltre ogni dire e preziosi per chiunque voglia farsi un’idea dell’insegnamento globale della filosofia spirituale.
Grande e fruttuoso albero è il monachesimo, la sua radice sprofonda nella rinuncia a tutte le cose mondane; i suoi rami: l’assenza di legami passionali nell’anima, e di ogni connessione con ciò che è stato abbandonato; i suoi frutti: il tesoro delle virtù, l’amore animato da Dio, la gioia che accompagna la virtù e l’amore. L’Apostolo dice: «Il frutto dello Spirito è l’amore, la gioia, la pace».
La fuga dal mondo porta il dono dell’incontro con Cristo. Per mondo intendo l’attaccamento alle cose sensibili e carnali. Chi da esse si aliena, viene assorbito dall’amore di Cristo; chi, vivendo questo amore, diventa estraneo alle realtà mondane acquista la perla preziosa, Cristo.
Tu fosti rivestito di Cristo nel Battesimo che ti trasmise la salvezza. Nella divina immersione gli ammorbamenti del peccato vennero lavati, fosti rivestito della luce della grazia spirituale e restituito alla tua originaria nobiltà. Dopo cosa è accaduto? Cosa ha subito l’uomo più tardi a motivo della sua stoltezza? L’amore del mondo alterò le sue fattezze, con la debolezza della carne deformò la sua immagine, la tenebra dei pensieri passionali annerì lo specchio dell’anima, destinato a riverberare Cristo, sole mentale. Ora sei riuscito a inchiodare la tua anima al timore di Dio, hai sperimentato la tenebrosità della confusione mondana; hai capito la dissipazione dei pensieri introdotta nella mente dagli assilli mondani; hai toccato con la mano il vacuo vortice della turbolenza della vita; sei stato vulnerato dal dardo dell’amore per il silenzio; sei alla ricerca della calma dei pensieri dopo avere ascoltato la parola del profeta: «Cerca la pace ed inseguila»; desideri arrivare alla quiete dell’anima, conformemente alle parole dello stesso profeta: «Anima mia ritorna alla quiete». Per queste ragioni il pensiero è tornato a incamminarsi verso il bene, per ricreare in te là nobiltà ricevuta nel battesimo, dimenticata per seguire le inclinazioni cattive, quando ti rendesti schiavo delle passioni mondane. Hai intrapreso I ‘opera di rinnovamento venendo a questo insegnamento spirituale, dopo avere rivestito l’onorifica veste del pentimento e con il sincero impegno di rimanere nel monastero fino alla morte. Tutto questo fa sorgere in te l’Alleanza seconda con Dio. La prima fu stipulata quando nascesti alla vita terrena, la seconda quando nacque in te il desiderio di porre un termine alla vita mondana. Allora venisti unito a Gesù Cristo mediante la fede; ora aderisci a Lui mediante il pentimento. Allora ricevesti la grazia; ora ne assumi coscientemente gli obblighi. Allora, fanciullo, eri inconsapevole dell’alta dignità che ti aveva investito; ora, adulto, sei cosciente della grandezza del dono, e del freno che e stato posto sulle tue labbra. Ora, raggiunta la perfetta consapevolezza, vedi chiaramente l’energia di questa consacrazione. Custodisci le tue labbra, non infrangerai più le tue promesse e non sarai una nave sbattuta nella tenebra esteriore, dove c’è pianto e stridore di denti. Per la salvezza non esiste altra via all’infuori del pentimento. Ascolta ciò che ti dice David: «Tu o Signore hai costruito la tua abitazione nel posto più elevato ».
La vita che hai scelto nello spirito di Cristo è colma di sofferenze; non lasciare che il maligno ti avvicini, egli Ci viene accanto quando indirizziamo il passo verso le cose mondane. Tu hai preso il giogo della penitenza; non amare i possessi, i conforti, gli onori, le vesti sontuose, i sensi sbrigliati non guidino i tuoi passi. La follia non danzi davanti ai tuoi occhi, voglio dire: il vagabondaggio dei pensieri, la schiavitù della mente, la dissolutezza di una fantasia smoderata, ogni arbitraria deviazione dal giusto sentiero, la confusione interiore. L’amore disordinato dei tuoi familiari, fratelli, amici, compagni non attraversi la tua strada, il loro incontro e la loro conversazione potrebbero esserti inopportuni e distruttivi.
Se hai il cuore di concepire un tale amore per la rinuncia al mondo, e nell’anima e nel corpo, il flagello della sofferenza non toccherà la tua anima, il dardo dell’angoscia non colpirà il tuo cuore, ne incupirà il tuo volto. Il pungolo dell’amarezza viene spuntato da chi ha dimenticato il fascino del piacere, e ha messo da parte ogni attaccamento passionale. Cristo entra nell’anima impegnata nella lotta portandovi inesprimibile gaudio, nessuna mondana delizia, nessuna desolata angoscia potrà rapirti questa interiore allegrezza.
Le giuste meditazioni, le memorie liberatrici, le contemplazioni divine, le parole della sapienza tengono saldo il vero monaco nel compimento di quelle azioni che sono gradite a Dio. Per questo calpesta col piede ogni passionale bramosia, ogni impetuosa cupidigia, quasi fossero vipere o aspidi; sopprime il leone della iracondia, e il tortuoso amore dei piaceri…
Quando sarai riuscito a sopprimere le divagazioni esteriori, ed avrai fatto ordine nel tuo interiore. pensiero, la tua mente si aprirà alle parole ed alle opere spirituali. La conversazione con le virtù sostituirà quella con i parenti e gli amici. La meditazione e la comprensione delle parole divine, ruminate nella mente, ti daranno maggior luce e sapienza che non le vane parole che si moltiplicano nelle relazioni umane.
Catena per l’anima è il rilassamento dei sensi; le catene poste ai sensi danno libertà all’anima. Il tramonto del sole segna l’inizio della notte; quando Cristo si dilegua dall’anima le tenebre si fanno avanti scatenando le invisibili belve. Quando il sole

spunta, le belve si rintanano; quando Cristo sorge nel firmamento di un cuore in preghiera, svaniscono le relazioni mondane, l’amore per la carne si dilegua, la mente si leva a compiere la sua opera, il costante ricordo di Dio, fino al tramonto. Non inquadra il compimento della legge spirituale in certi momenti della giornata, né lo limita in precisi intervalli, ma l’estende fino al termine della vita, quando l’anima deporrà la sua veste di carne. A questo si riferiscono le parole del profeta: «Quanto amo la tua Legge, mi applico a ripeterla tutto il giorno». Per lui il giorno voleva dire l’intero corso della vita di ognuno. Poni un termine al dialogo esteriore con mondo esteriore, finche non avrai messo il piede sulla terra nella pura preghiera, nella casa ove Cristo abita. Egli ti illuminerà con la sua sapienza, ti rallegrerà con la sua vista, cambierà in gioia i patimenti che avrai affrontato per suo amore e ti farà respingere i piaceri mondani come fossero assenzio.
La tempesta solleva le onde del mare, finché il vento non si calma e i marosi non si calmano, né il mare si acquieta. Nell’anima negligente, i venti del male sollevano i ricordi dei parenti, degli amici, dei conoscenti, dei festini, delle feste, degli spettacoli, di tutti i ritrovati che servono al piacere; la incitano a parteciparvi con gli occhi, la conversazione, con l’intero corpo in modo da devastare il momento presente e il futuro. Quando, dopo, ti ritiri nella tua solitaria celletta, l’anima rimane devastata da tutto quello che ha visto e ascoltato. In tal modo il monaco spreca la sua vita inutilmente, quando lascia che i ricordi delle occupazioni mondane si imprimano nella sua mente come tracce lasciate dai piedi sulla neve. Se alimentiamo la belva che è in noi, in qual modo la faremo morire? Se continuiamo a dilettarci nella pratica e nei pensieri di folli relazioni mondane quando faremo estinguere le passioni della carne? Come riusciremo a vivere quella vita in Cristo cui ci siamo consacrati? Le impronte sulla neve svaniscono, fuse al calore del sole o cancellate dalla pioggia; i ricordi delle necessità e degli oggetti dei piaceri sensuali vengono cancellati o da Cristo che risplende luminoso nel cuore in preghiera, o dalla pioggia delle lacrime che scende accompagnata da intensa tenerezza e pietà.
Il monaco che si comporta follemente come potrà cancellare le vecchie impressioni stampate nella sua mente? La separazione dalla familiarità col mondo è il primo passo concreto per l’esercizio delle virtù. I buoni ricordi, le divine parole prendono posto nell’anima e vi rimangono, quando sarai riuscito ad eliminare il ricordo delle tue passate azioni con la preghiera continua, accompagnata da profonda compunzione. La luce che nasce dalla memoria fiduciosa di Dio, dalla compunzione del cuore, taglia i ricordi peccaminosi come la lama tagliente. Imita la saggezza delle api: quando vedono l’alveare attorniato da uno sciame di vespe, rimangono dentro la loro arnia e così sfuggono alla devastazione delle loro nemiche. Le vespe sono la frequentazione del mondo e degli uomini mondani. Evitali con ogni cura, resta nella tua riposta celletta, cerca di entrare nell’interiore torre dell’anima ove Cristo dimora per comunicarti la pace, la gioia, e un’indisturbabile dominio di sé . Questi sono i doni di Cristo, il sole interiore che ricopre con i suoi raggi l’anima che l’accoglie con fede e amore di Dio.
Seduto nella tua celletta, abbi memoria di Dio, distacca il tuo pensiero da tutte le cose, prostrati in silenzio davanti a Dio, espandi davanti a Lui il tuo cuore, aderisci con amore a Lui. Il ricordo di Dio è la contemplazione di Dio. Egli attrae a sé lo sguardo e l’ardente desiderio della mente, avvolgendola della sua luce. Abolite le immagini delle cose esistenti e orientandosi verso Dio, la mente può contemplarlo senza ricorrere a forme o a figure, e acquista una visione illuminata dell’Oggetto della sua contemplazione, la cui Essenza rimane supremamente inaccessibile. Per quanto non possa comprendere l’Oggetto della sua contemplazione, essendo incomprensibile, la mente riesce a conoscere che Lui solo è Colui che è, e Lui solo è l’Essere transustanziale. Alimentando il suo amore per Lui nella traboccante ricchezza di Dio sperimenta un riposo beato e senza limiti in Lui.
Queste sono le qualità del vero ricordo di Dio. La preghiera è un colloquio mentale con Dio, le parole sono pronunciate con gli occhi della mente fissi unicamente in Dio. Quando l’intelligenza si applica con intensa attenzione all’invocazione del santo nome, allora la luce della scienza divina avvolge l’anima come una luminosa nube.
Il vero e diligente ricordo di Dio è accompagnato dall’amore e dalla gioia: «Mi sono ricordato di Dio e ne ebbi gioia», dice il profeta David. La preghiera pura è seguita dalla sapienza e dalla compunzione. «Quando verso di Te grido, dice lo stesso profeta, allora io conosco che Tu sei il mio Dio». E ancora è scritto: «Il cuore contrito è gradito a Dio». Quando la mente e il pensiero sostano davanti a Dio con intensa attenzione ed una preghiera ardente, il cuore è mosso da compunzione. Quando la mente, la parola e il cuore rimangono prosternati davanti a Dio, la prima con l’attenzione, la seconda con l’invocazione, il terzo con la compunzione e l’amore, allora l’uomo interiore tutto intero è al servizio di Dio: «Tu amerai il Signore Tuo Dio con
tutto il cuore»… Può capitare durante la recita dei salmi che la lingua ripeta i versetti mentre la mente vagola altrove in mezzo a pensieri passionali di cose mondane, in questo caso la salmodia è perduta, ciò può succedere anche nella preghiera mentale
Spesso, la mente ripete le parole della preghiera, e l’attenzione è altrove; i suoi Occhi non sono rivolti a Dio, cui le parole della preghiera sono dirette, ma impercettibilmente è presa da altri pensieri. La mente pronuncia le parole per abitudine, l’attenzione scivola via dalla presenta di Dio. L’anima viene a trovarsi disorientata e fredda, per il fatto che l’attenzione si è dispersa in mezzo a fantasticherie, e vagola tra oggetti che l’hanno colta di sorpresa, o che ha cercato deliberatamente. Quando non c’è armonia nell’anima che prega, quando l’uomo che prega non è pienamente presente a Colui cui rivolge la preghiera, come può arrecargli la gioia? Come potrà gioire il cuore dell’orante se la sua preghiera è solo apparente e in lui non c’è la preghiera operosa dall’interno? Il cuore di quelli che cercano il Signore avrà gioia. Ora cerca il Signore chi aderisce a lui con tutto il cuore, con ardente affezione, respingendo ogni pensiero mondano mediante la conoscenza e l’amore di Dio, generati da una preghiera pura e ininterrotta.
Per essere più chiaro mi servirò di una doppia immagine: quella dell’occhio riguardo alla contemplazione mentalmente cosciente del ricordo di Dio, e quella della lingua riguardo alla supplicazione cosciente durante la pura preghiera.
La pupilla sta all’occhio e l’emissione della parola sta alla lingua come il ricordo di Dio sta alla mente e la preghiera al pensiero cosciente.
L’occhio, ricevendo mediante il senso della vista e non attraverso un suono percepisce nella stessa conoscenza visuale la conoscenza
dell’oggetto veduto. Così la mente che si avvicina a Dio con amorosa attenzione e con caloroso sentimento, nel silenzio di una intellezione del tutto semplice, viene illuminata dallo splendore divino e pregusta la luce veniente. Inoltre la lingua emettendo dei suoni rivela a chi ascolta il concetto segreto del cuore, così la mente proferendo con assiduità e fervore le brevi parole della preghiera, manifesta a Dio che tutto conosce le suppliche dell’anima. Con la persistente fedeltà alla preghiera, con l’incessante contrizione del cuore dischiude le misericordiose viscere di Dio compassionevole e riceve i doni della salvezza. Il profeta ha detto: «Dio non dispregia il cuore contrito e umiliato»… Quando la mente s’impegna, con genuina purezza, nella preghiera, il cuore gioisce di una inviolabile gioia e di una indicibile pace.
Quando sei solo nella tua celletta, custodisci la preghiera mentale con sobrietà di mente e contrizione di cuore; la sobrietà ti aprirà la via alla visione, la preghiera farà discendere su di te la conoscenza, la compunzione ti donerà la sapienza, mettendo al bando il folle amore per i piaceri sostituendoli con l’amore divino. Credimi, ciò che dico è la verità: se in tutte le tue occupazioni non ti separerai mai dalla madre di tutti i beni, la preghiera, essa non si darà pace finché non ti avrà mostrato la camera nuziale, e quando ti avrà introdotto, ti ricolmerà di inesprimibile gioia e allegrezza. Essa rimuove gli ostacoli, appiana il cammino verso la virtù, rendendolo agevole a chiunque la ricerchi.
Osserva il procedimento della preghiera mentale: la conversazione con Dio distrugge i pensieri passionali, concentrando la mente in Dio mette in fuga i pensieri mondani, la compunzione dell’anima allontana l’amore carnale. La preghiera che consiste
nella silenziosa invocazione del Nome divino, è l’armoniosa ricomposizione nell’unità della mente, della parola, del sentimento. «Dove due o tre sono riuniti nel mio Nome, li sono io in mezzo ad essi», dice il Signore. La preghiera richiamando le potenze del sentimento, disperse in mezzo alle passioni, e riannodandole tutte alle tre potenze dell’anima, rende l’anima simile alla Trinunità divina. Per mezzo delle virtù sradica la bruttura del peccato dall’anima e vi riproduce la bellezza dei tratti divini mediante la santa conoscenza di sé stessa, infine la preghiera presenta l’anima a Dio. .. Essa conosce Dio nella purità dell’immagine raggiunta, ogni immagine è attratta dal suo modello; ed è insieme conosciuta da Dio a motivo della somiglianza che ha con Lui attraverso le virtù, che le fanno conoscere Dio e la rendono conosciuta da Lui.
Chi vuole ottenere la benevolenza divina può farlo in tre maniere: supplicandolo con le parole, rimanendo silenzioso davanti a Lui, prosternandosi ai piedi di Lui che può accorrere in suo soccorso.
La preghiera pura, avendo ricomposto nell’unità la mente, la parola, il cuore, invoca con la parola il Nome divino, fissa con la mente, libera da distrazioni, Dio, e con il sentimento esprime la sua compunzione, la sua umiltà, il suo amore; prosternandosi davanti alla Trinità, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, l’unico Dio.
La varietà delle vivande sveglia l’appetito, la varietà delle virtù provoca lo zelo di acquisirle. Percorrendo la via mentale della preghiera, ripeti senza sosta le invocazioni parlando col Signore, invocalo costantemente senza stancarti. Prega con tenacia, imitando quella vedova che a forza d’importunare l’implacabile giudice lo fece essere misericordioso. Perseguendo il cammino dello spirito non prestare attenzione alle bramosie della carne, non interrompere la preghiera con dei pensieri mondani, sii il Tempio di Dio ove è cantato senza distrazioni. Se la tua preghiera sarà praticata dalla mente, nel silenzio della contemplazione vedrai Colui che è invisibile, servirai l’Iddio unico nell’unità della conoscenza e nelle effusioni dell’amore. Quando ti accorgi che la preghiera si affievolisce, prendi un libro, leggilo attentamente cercando di comprenderne il contenuto. Non leggere le parole superficialmente, scrutale con intelligenza, e metti quanto hai appreso nel tesoro della tua mente. Rifletti su quanto hai letto, il significato rallegri il tuo cuore così facendo lo renderai indimenticabile. La meditazione nelle sante cose di Dio infiammeranno maggiormente il tuo fervore. Come dice David: «S’infiamma il cuore nel mio petto mentre sto meditando». La masticazione degli alimenti ne rende gradevole il gusto, le parole divine quando vengono triturate dalla riflessione nutrono l’intelligenza e rallegrano il cuore… Impara a memoria le parole del Vangelo, i detti dei Padri, studia la loro vita, ti saranno di aiuto nelle veglie notturne.
Non dimenticare le prosternazioni. La prosternazione è il simbolo della caduta e della confessione dei peccati. Rialzandoti sulle ginocchia esprimi il pentimento e la promessa di una vita più virtuosa. Ogni qualvolta ti prosterni invoca mentalmente Gesù Cristo, gettandoti col corpo e con l’anima ai piedi del Signore, e placherai il Signore delle anime e dei corpi.
Quando pratichi la preghiera mentale, puoi compiere un quieto lavoro manuale per evitare il sonno e l’indolenza, sarà un buon aiuto sulla difficile impresa della preghiera. I lavori appropriati connessi con la preghiera, acuiscono la diligenza, tengon lontano lo scoraggiamento, danno vigore giovanile all’anima, rendono più perspicace e più entusiasta l’intelletto nell’uso delle facoltà mentali. Al suono della campana abbandona la cella, abbassa gli occhi e immergi più profondamente i tuoi pensieri nella presenza di Dio. Entrato in chiesa e raggiunti gli altri non lasciarti andare ad inutili chiacchiere col monaco vicino, ne far vagare inutilmente il pensiero. Impegna la lingua nella recita dei salmi, tieni ferma la mente nella preghiera. Terminata la preghiera torna nella cella, impegnati nel lavoro imposto dal regolamento conventuale…
Quando i tuoi giorni si svolgeranno nell’ordine che ti ho descritto, la tua vita trascorrerà in maniera costruttiva per la tua anima, fecondata dalla beata speranza; al termine dei tuoi giorni deporrai la vita fisica senza paura, entrerai nella dimora che ti è stata preparata dal Signore, sarai cittadino del suo Regno in ricompensa dei tuoi presenti travagli. A Lui la gloria, l’onore, l’adorazione, insieme al suo eterno Padre, al suo Spirito Santo elargitore di vita e di bontà. Ora e per tutti i secoli futuri. Amen.
Pensieri diversi sullo stesso argomento
1. La mente che si separa dal mondo esteriore e si concentra nell’interiorità, ritorna a se stessa unendosi al suo naturale verbo mentale, e mediante questo verbo che le è essenzialmente interiore, si unisce alla preghiera. La preghiera fa ascendere la mente alla divina coscienza con tutta la forza e il peso del suo amore. Le bramosie della carne svaniscono, le attrattive dei piaceri sensibili, le bellezze della terra non hanno più fascino. L’anima, lasciato
indietro ciò che è nel mondo sensibile e attorno al mondo sensibile, viene assorbita nella solerte contemplazione della bellezza di Cristo, e vi sosta con attività vere e con purezza di mente… Dio, amato, nominato, invocato in questo modo, accoglie il linguaggio della preghiera, accordando all’anima che prega una gioia inesprimibile…

2. Custodisci i sensi, abolirai i piaceri dei sensi fuggi le fantasie mentali concernenti il piacere dei sensi e non sarai tormentato da pensieri sensuali Quando la mente è libera da fantasticherie, non sarà vulnerabile né da ricordi, né da tracce di esperienze sensuali, è nella pura semplicità trovandosi oltre il sensibile e l’intelligibile, fa giungere i suoi pensieri a Dio; pensando continuamente a Lui, ha un solo grido che le sale dal profondo del cuore il Nome del Signore, chiamandolo come un figlio chiama il padre. Come Adamo nelle mani divine diventò, per soffio divino, un’anima vivente da polvere che era; così la mente, plasmata dalla virtù, per l’invocazione assidua del Signore con pensiero puro e cuore ardente, compie una tramutazione divina, una vita nuova, una creazione nuova mediante la conoscenza e l’amore di Dio.

3. Quando l’ininterrotta preghiera del cuore ti avrà messo al di fuori delle bramosie delle cose mondane quando il tuo pensiero sarà sordo a tutto ciò che è inferiore a Dio, e tu sarai saldo nell’invocazione del solo Dio, l’amore di Dio sorgerà in te come benefico compagno di vita. Il grido del cuore che nasce dalla preghiera fa erompere l’amore di Dio, l’amore divino rende la mente capace di comprendere ciò che è nascosto. Allora la mente, in accordo con l’amore, diventa feconda di sapienza, e
la sapienza le rivela meravigliosi segreti. Il Verbo divino, invocato col suo Nome dal cuore in preghiera, estrae, come fosse una costola, la ragione discorsiva, e la sostituisce con la sapienza; riempiendo il posto vuoto con appropriate disposizioni, favorisce la crescita delle virtù, costruisce l’amore illuminato re, e lo fa giungere allo stato mentale dell’estasi, nel sonno, libero da tutte le bramosie terrene.
L’amore, amico della mente libera da ogni attaccamento irragionevole, la risveglia alle parole della saggezza. Accogliendolo con gioia la mente rivela agli altri le segrete disposizioni della virtù e le invisibili opere dell’intelletto.

4. Allontana quanto è legato ai sensi, abbandona la legge della carne, e la legge spirituale verrà incisa nel tuo cuore. Chi cammina nello Spirito non obbedisce ai richiami della carne, chi cammina fuori dei sensi e dei dati sensibili della carne e del mondo, raggiunge uno stato in cui cammina nello spirito e pensa alle sue realtà. Puoi capire questo pensando a ciò che Dio fece ad Adamo prima del peccato.

5. Chi ha la forza di osservare i comandamenti e persevera nel paradiso della preghiera tenendosi davanti a Dio in una invocazione ininterrotta, viene sottratto da Dio dalle sensuali influenze della carne, dai movimenti sensibili, delle forme sensibili della mente, facendolo morire al peccato lo rende partecipe della vita divina. L’uomo durante il sonno pur continuando a vivere nelle sembianze di un morto, morto ai sensi ma vivo nelle attività dell’anima; altrettanto chi è morto alla carne e al mondo, è vivo nelle opere dello Spirito.

6. Se segui con attenzione cosciente la recita dei salmi, riceverai la conoscenza superiore, questa di darà il dono dell’intelletto. L’intelletto ha per figlia la pratica, la pratica ha per frutto la conoscenza abituale. La conoscenza attinta dall’esperienza produce la vera contemplazione, questa fa sorgere la luce della sapienza che ricolma l’atmosfera interiore di parole luminose per la grazia, e interpreta le cose nascoste ai profani.

7. La mente, prima ricerca e trova, quindi aderisce a ciò che ha scoperto. Ricerca servendosi della ragione, agisce mediante l’amore. La ricerca della ragione si compie nell’ordine della verità, l’unione dell’amore si attua nell’ordine della bontà.

8. Chi dimora al di fuori del fluire naturale delle cose di questa vita, ed è indifferente ai richiami sensibili dell’effimero, non guarda verso le vallate nel basso, né desidera le bellezze terrene. II suo sguardo è fisso sulle elevate cime, vede le beatitudini dell’alto, e desidera prendervi parte. Il cielo rimane chiuso per chi desidera solo i beni terreni ed è portato a indulgere alla carne, il suo occhio interiore è oscurato.
Chi non cura ciò che è nel basso e non lo considera, può elevare la mente sulle alture, vedere lo splendore dei beni eterni, comprendere la luminosità promessa ai santi. L’amore di Dio scenderà in lui dall’alto, diverrà il Tempio dello Spirito Santo…
9. Non lasciare la preghiera quando ti senti debole, neppure per un giorno solo, finché avrai fiato. Ascolta le parole dell’Apostolo: «Quando sono debole, allora mi sento forte. Comportandoti in questo modo ne avrai grande giovamento, e la preghiera ben presto ti darà nuovo vigore, e potrai ringraziare; dove c’è il conforto dello Spirito, non c’è posto per la debolezza e l’avvilimento.
Filocalia op. cit. Vol. IV p. 18-28

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