Ernesto Ruffini, Il vero volto della Sicilia

Ernesto Ruffini (S. Benedetto Po [Mantova] 19.1.1888-Palermo 11.6.1967) Cardinale della Chiesa di Roma (18.2.1946) fu Arcivescovo di Palermo dal 1946 fino all’anno della sua morte. La sua celebre lettera pastorale, “Il vero volto della Sicilia” (22.3.1964), il cui testo integrale pubblichiamo qui, è il primo documento ufficiale della Chiesa cattolica in cui compare il termine “mafia” ed una sua definizione.

E. Ruffini, Il vero volto della Sicilia. Lettera pastorale, in Bollettino ecclesiastico palermitano. Pubblicazione ufficiale dell’Archidiocesi, LIX (1964).

 

E RN E S T O
DEL TITOLO DI S. SABINA

CARDINALE PRETE DI S. R, C. RUFFINI

ARCIVESCOVO DI PALERMO
E
AMMINISTRATORE APOSTOLICO DI PIANA DEGLI ALBANESI

INGIUSTA DIFFAMAZIONE DELLA SICILIA

Mi trovo in Sicilia da 18 anni e ritengo poter dire di conoscere abbastanza questa grande e splendida Isola nonché il suo popolo, intelligente, generoso e buono. Quindi per l’appassionato amore che mi stringe alla verità e la profonda stima che andò sempre crescendo nel mio spirito per questa terra privilegiata, sento di dover dire una parola che dissipi pregiudizi e rettifichi concezioni le quali più della carità offendono la giustizia.
In questi ultimi tempi si direbbe che è stata organizzata una grave congiura per disonorare la Sicilia; e tre sono i fattori che maggiormente vi hanno contribuito: la mafia, il Gattopardo, Danilo Dolci.

La mafia

Una propaganda spietata, mediante la stampa, la radio, la televisione ha finito per far credere in Italia e ali’Estero che di mafia è infetta largamente l’Isola, e che i Siciliani, in generale, sono mafiosi, giungendo così a denigrare una parte cospicua della nostra Patria, nonostante i grandi pregi che la rendono esimia nelle migliori manifestazioni dello spirito umano.
Prima del 1860 sembra che nessuno parlasse mai di mafia.
L’etimologia del nome è piuttosto oscura, ma l’opinione più probabile è quella che la fa derivare da una parola araba usata dai contadini trapanesi per indicare cave di pietre dell’epoca saracena, nelle quali si erano dati convegno o si erano rifugiati i untori dell’Unità d’Italia e gli organizzatori occulti delle squadre rurali di appoggio a Garibaldi nell’impresa dei Mille (1).
Quei partigiani chiamati «mafiosi», perché provenienti dai covo delle mafie, apparvero facilmente dinanzi al pubblico uomini d’onore, valorosi ed eroici. Il titolo di mafioso venne quindi esteso a significare persone e costumi di particolare parvenza ed eleganza (2); ma poi assunse il valore attuale di associazione per delinquere, e qui è necessario richiamare le condizioni dell’agricoltura nella Sicilia Centrale e Occidentale di quei tempi. Venuta meno la difesa che proveniva dal l’organizzazione feudale e infiacchitesi il potere politico, i latifondisti ebbero bisogno di assoldare squadre di picciotti e di poveri agricoltori per assicurare il possesso delle loro estese proprietà. Si venne così a costituire uno Stato nello Stato, e il passo alla criminalità, per istinto di sopraffazione e di prevalenza, fu molto breve.
Tale può ritenersi, in sostanza, l’origine della mafia contemporanea. Ne può destar meraviglia che il vecchio, deplorevole sistema sia sopravissuto, pur essendo cambiato il campo dell’azione. Le radici sono rimaste: alcuni capi, profittando della miseria e dell’ignoranza, sono riusciti a mobilitare gruppi di ardimentosi, pronti a tutto osare per difendere i loro privati interessi e per garantire la loro supremazia nell’orticultura, nel mercato e nei più disparati settori sociali- Questi abusi sono divenuti a poco a poco tristi consuetudini perché tutelati dall’omertà degli onesti, costretti al silenzio per paura, e dalla debolezza dei poteri ai quali spettavano il diritto e l’obbligo di prevenire e di reprimere la delinquenza in qualsiasi momento, a qualunque costo.
Si rileva per altro dai fatti che la mafia è sempre stata costituita da una sparuta minoranza.
Inoltre se è vero che il nome di mafia è locale, ossia proprio della Sicilia, è pur vero che la realtà che ne costituisce il significato esiste un po’ ovunque e forse con peggiore accentuazione. Per non rifarmi a vecchie date, chiunque abbia letto anche di recente i giornali ha potuto notare – non di rado con somma indignazione e forte deplorazione – delitti inqualificabili commessi altrove, in Europa e fuori, da bande perfettamente organizzate. Quelle città e quelle Nazioni hanno il vantaggio di potere isolare le loro nefandezze, non avendo un nome storico che le unisca, ma non per questo giustizia e verità permettono che si faccia apparire il popolo di Sicilia più macchiato delle altre genti.

Il Gattopardo

Un altro motivo di diffamazione è stato tratto, di certo contro l’intenzione dell’autore, dal romanzo «Il gattopardo» di GIUSEPPE TOMASI Duca di Parma e Principe di Lampedusa (3), pubblicato a Milano nel 1958, che ha raggiunto già l’83a edizione con un mezzo milione circa di esemplari. Il volume, riprodotto in un film piuttosto seducente, è divenuto purtroppo, per una grande moltitudine, la fonte storica della Sicilia. Vi sono dipinte, a colori oscuri, la aristocrazia e la borghesia siciliane all’epoca del passaggio dal regno borbonico al regno d’Italia, che il lettore o lo spettatore può ritenere ancora viventi.
La rilassatezza dei costumi, l’ironia talvolta volgare sulle persone e sulle pratiche religiose danno un quadro assai spiacevole. Le miserie che affliggevano nell’8oo il popolo siciliano, dalle strade impervie all’assenza di igiene, dalla mancanza di istruzione a una pigrizia paga delle glorie antiche. . . è una lunga serie di motivi deprimenti che suscitano profondo scetticismo e creano disistima per il popolo cui il principe apparteneva.
Ora mi domando: è giusto fare della società di cento anni addietro la società di oggi? è giusto dar credito a un romanzo che un principe deluso compone nell’ultimo anno di vita e nulla sa trovare nella sua gente all’infuori dei difetti, che sono forse anche i suoi, e non riesce a vedere i Iati profondamente sani e in parte ammirevoli, quali la bontà semplice e robusta, il senso della famiglia ancor oggi resistente a ogni forza avversa, il senso dell’onore, il forte attaccamento alle più pure tradizioni cristiane, e altri pregi ?

Danilo Dolci

Alla mafia e al Gattopardo si aggiunge, per declassare la diletta Isola, il pubblicista DANILO DOLCI.
Nato a Sesano (Trieste) il 23.6-1924, nel febbraio del 1952 venne a Trappetto, in provincia di Palermo, per iniziare quella campagna, apparentemente benefica, che doveva tanto corrompere in molti paesi d’Europa il vero volto della Sicilia.
Mediante l’apertura d’un Asilo, che dovette esser chiuso per irregolarità, con la diffusione dell’opuscoletto dal titolo « Da borgo di Dio » e di altre pubblicazioni, nelle quali mette il popolo siciliano tra i più arretrati e miserabili del mondo, attirò molta attenzione in vari ambienti, mentre con i suoi decantati digiuni e piccole attività assistenziali ottenne – per protezione dei comunisti – il premio Lenin di 16 milioni di lire e da alcuni giornali il titolo di Gandhi della Sicilia.
Tengo sott’occhio l’elenco delle sue gesta, che non specifico per non scendere a particolari incresciosi. Basti dire che dopo più di dieci anni di pseudo-apostolato questa terra non può vantarsi di alcuna opera sociale di rilievo che sia da attribuirsi a lui. Eppure continua a tener conferenze in diverse Nazioni, facendo credere che qui, nonostante il senso religioso e la presenza di molti Sacerdoti, regnano estrema povertà e somma trascuratezza da parte dei poteri pubblici. Intanto raccoglie plausi e denaro, destando viva commiserazione in quanti l’ascoltano per il popolo di Sicilia.

***

***
Dopo questa succinta descrizione della battaglia morale che si combatte, un po’ ovunque, contro una regione nobilissima, mi sia consentito manifestare l’intima pena che provo nel constatare come nella nostra stessa Nazione abbia preso incremento, in non pochi manovratori dell’opinione pubblica, il pessimo gusto di diffondere a tinte marcate i torti – talora falsi o, per lo meno, ingranditi – della Sicilia, le colpe e i delitti che vi si commettono, mentre si passano sotto silenzio le singolari prerogative che la rendono degna di rispetto e fanno concepire le migliori speranze per il suo avvenire.

LE GLORIE SICILIANE

E’ chiaro che in una lettera Pastorale non è possibile descrivere, nemmeno per sommi capi, ciò che forma la storia gloriosa della Sicilia Non starò certo a ricordare le famose stirpi che hanno occupato il suo suolo : dai leggendari Ciclopi ai Sicani, dai Fenici ai Siculi (4), dai Greci ai Cartaginesi e ai Romani, dagli Arabi ai Normanni, ai Francesi, ai Tedeschi, agli Spagnoli.

Monumenti lasciati da varie civiltà

Noterò soltanto che specialmente i Greci e i Romani, gli Arabi e i Normanni hanno lasciato grandiose memorie, che rendono celebri molte località dell’Isola. Dopo Roma non so se vi sia una terra che possegga maggiori monumenti della Sicilia. Ne sanno qualcosa gli studiosi e i turisti, che hanno avuto la buona sorte di visitare, p. e. Siracusa, Agrigento, Piazza Armerina, Selinunte, Segesta. . . La Cappella Palatina e la Cattedrale di Palermo, la Basilica di Monreale e la Cattedrale di Cefalù sarebbero sufficienti per giustificare un lungo viaggio che avesse per meta la visita e la conoscenza diretta di queste indescrivibili meraviglie. I mosaici della sontuosa Villa Romana della fine del terzo secolo o del primo decennio del quarto, scoperti recentemente a cinque chilometri da Piazza Armerina, si afferma che siano i più grandi del mondo.
Le altre testimonianze della fede cristiana, le antiche memorie cristiane, iniziate dall’Apostolo Paolo a Siracusa (5) nell’anno 60 dell’era nostra, sono addirittura commoventi.
I Sepolcri paleocristiani di Catania dei primi secoli, tra i quali emerge trionfale l’eccelsa figura di S. Agata, eroica testimone di Cristo sotto la persecuzione di Decio nel 296; le catacombe di S.Giovanni in Siracusa, certamente frequentate da S. Lucia, morta martire nel 304; le catacombe di Ragusa del terzo secolo; la piccola Basilica cristiana, con due absidi e il battistero del IV, rinvenuta a Gela; i numerosi documenti cristiani trovati a Piazza Armerina, pure dei secoli III – IV tra i quali una celeberrima lucerna rappresentante la Risurrezione di Cristo (6); il
complesso catacombale di Agrigento della prima metà del secolo IV, e l’apostolato svolto nel sec. VI dal Vescovo San Gregorio, che dedicò il tempio della Concordia al Principe degli Apostoli;
la presenza dei Cristiani a Marsala (l’antica Lilybaeum) prima del 270, contro i quali l’eretico PORFIRIO scrisse i suoi 15 libri, e la prosperità ivi raggiunta dalla Chiesa, sotto li Vescovo Pascasino. che in qualità di Legato del Papa S. Leone I, tra il 451 e il 453, presiedette il Concilio di Calcedonia (7); e, finalmente, per non dilungarmi, le catacombe di Porta D’Ossuna a Palermo (8), stanno a dimostrare la veneranda antichità della fede cristiana in Sicilia, emula veramente delle grandezze di Roma.
Che dire poi dei simboli pervenutici da quei remoti fratelli che attestano l’unità e la trinità di Dio, l’efficacia del Battesimo, il culto dei Santi, la risurrezione della carne e la beatitudine eterna?
In Sicilia si va particolarmente orgogliosi di una devozione fervidissima verso la grande Madre di Dio («la bedda Matri»).
Il massimo tempio di Palermo, eretto dall’Arcivescovo GUALTIERO OFFAMILIO nel 1170, venne dedicato a Maria Santissima Assunta in Cielo; a corona dei Santuari già consacrati all’Immacolata, tra il 1724 e il 1726 si innalzò in suo onore il bei monumento che adorna ancor oggi la Piazza di S. Domenico; e, come ho ricordato in altra Pastorale (9), la prima Diocesi che implorò e ottenne da Pio VI la facoltà di celebrare la festa del Cuore Immacolato di Maria è stata Palermo (22 marzo 1799).
La Sicilia si vanta inoltre di aver dato i natali ai Pontefici:
S AGATONE (678-681), S. LEONE II (682-683), S. SERGIO I (687701), STEFANO III (768-772) (10).

L’amore di patria

La Sicilia a nessuna terra è seconda per amore alla Patria e per i contributi dati alla sua grandezza. Numerosi eroi che si sono sacrificati per rivendicare le giuste libertà, tra i quali, venticinque decorati di medaglia d’oro, sono altrettante gemme che costellano lo splendido cielo d’Italia.

Personaggi illustri

Chi può enumerare gli uomini insigni che seguendo le orme di Archimede, nato a Siracusa nel 482 a. C., si sono distinti in ogni ramo del sapere e delle belle arti: l’architettura, la scultura, la pittura, la musica… e soprattutto nella santità? Mi accontento di accennare all’epoca moderna.
MARIANO SMIRIGLIO da Palermo (1561-1636) architetto del Senato di Palermo, il SAC. PAOLO AMATO da Ciminna (1534-1714) (11), FILIPPO JUVARA (1676-1736) chiamato dai messinesi l’architetto dei re e il re degli architetti, IGNAZIO MARABITTI (17191796), GIUSEPPE VENANZIO MARVUGLIA (1729-1814) e GIACOMO SERPOTTA (1656-1732) da Palermo, ANTONELLO DA MESSINA (1430-1479), GIUSEPPE SALERNO – detto « lo zoppo di Ganci » (verso la fine del sec. XVI), PIETRO NOVELLI da Monreale (1608-1647), ALESSANDRO SCARLATTI da Palermo (1660-1725) (12), VINCENZO BELLINI (1801-1835) detto comunemente « il cigno catanese », DOMENICO GAGINI da Bessone e FRANCESCO LAURANA da Zara che hanno trovato qui l’ambiente adatto, e cento altri (13) fanno della Sicilia un centro di ammirazione per quanti si interessano di opere di genio.
Tra gli apostoli della carità – che compendia tutte le virtù cristiane – omettendo i santi antichi, spiccano per salutari opere sociali, ognor crescenti: il P. GIACOMO CUSMANO (1834-1888) (14) e il Can. ANNIBALE DI FRANCIA (1851-1908) (15). Né può essere dimenticato il Servo di Dio P. GIORGIO GUZZETTA (1682-1756) (16), grande precursore dell’apostolato per il ritorno delle chiese separate d’Oriente all’unità cattolica.

Le bellezze naturali

Le bellezze naturali sono insuperabili. Le montagne, con l’Etna incandescente e il Monte Pellegrino detto da GOETHE «il più bel promontorio del mondo», (al quale ascendono folle festose per venerarvi la grotta abitata lungamente, in amorosa penitenza, dalla Santuzza, la Vergine Rosalia), le valli fiorite, con la rinomata Conca D’Oro di Palermo, il ciclo che riflette i suoi smaglianti colori sul mare, il clima dolce e carezzevole che fa trovare qui una perenne primavera, il fascino che destano i panorami di Palermo, di Erice, di Taormina, l’innata cortesia e generosità della popolazione fornirebbero davvero materia inesauribile per la poesia e il canto. Per questo l’idioma italiano, che ebbe alla corte di FEDERICO II, Re di Sicilia (1214-1250), i primi cultori – come in Toscana – fiorì in liriche stupende
Se tale è la Sicilia, perché si cerca di umiliarla mettendone in esagerato rilievo, non di rado aggravato con menzogne, difetti e manchevolezze che accompagnano l’umanità ovunque essa si trovi? Quanti siciliani dentro e fuori d’Italia onorano anche al presente la loro terra d’origine nella magistratura, nelle scuole medie e superiori, nell’esercito, nelle arti, nella politica e là dove, comunque, intelletto e cuore si congiungono per compiere opere di bene e di progresso!
Si dirà che mi sono proposto di tessere un panegirico da nessuno richiesto; ho espresso unicamente quanto mi dettava la coscienza, sicuro d’interpretare i comuni sentimenti delle persone rette.

INCORAGGIAMENTI ED ESORTAZIONI

I progressi realizzati e da realizzare

A questo punto vorrei dire ai Siciliani di perseverare nella via ascensionale che hanno intrapreso. La Sicilia di oggi non è quella di ieri: è assai migliorata e continua a migliorare sotto ogni aspetto.
Non so esternare l’intimo compiacimento che provo di frequente nell’accostare i poveri e gli ammalati: quale nobiltà di sentimenti manifestano con estrema semplicità! In umili paeselli ho trovato una gioia limpida, spontanea quale non si riscontra facilmente tra coloro che abbondano di denaro e di onori. Quella è una bontà sincera che emana da costumi moralmente sani e da profondo senso cristiano.
I forestieri che di anno in anno giungono ognor più numerosi in Sicilia sogliono ripartire col desiderio di tornare; e se com’è da sperare – risola avrà le riforme desiderate e sarà meglio conosciuta, diverrà probabilmente la regione più frequentata d’Italia.
La Sicilia è ancora lontana dall’avere quel benessere che le spetta; per troppo tempo è stata quasi dimenticata; sono necessari provvedimenti che il popolo non può darsi da sé.
Occorrono case, scuole – specialmente elementari e professionali, – e fonti di lavoro. La gioventù è fervida e avida di avanzare; possiede un potenziale preziosissimo, che, educato e coltivato con la collaborazione di tutte le autorità responsabili, darà – non vi è dubbio – nuovi motivi di vanto.

Spirito religioso e civiltà

Non si creda che il popolo siciliano sia superstizioso; anche quelle manifestazioni che possono apparire esuberanti o indecorose, hanno il valore di un linguaggio caratteristico, immaginoso e sommamente espressivo.
Mi si perdoni se l’affetto mi fa velo; penso che alle glorie del passato e alle bellezze del presente corrispondano in generale le virtù civiche e religiose del popolo.

***

Prima di concludere rivolgo direttamente la parola ai diletti figli e figlie, che tanti conforti mi hanno recato durante il mio lungo ministero pastorale.

Avanzamenti auspicati

Le lodi che vi ho tributato e la difesa che ho preso di voi non mi possono impedire di esortarvi a santificare la vostra condotta. Con la fedele adesione ai saggi insegnamenti dei vostri padri vogliate congiungere una vita effettivamente cristiana quale vi chiede Nostro Signore: le fughe matrimoniali devono assolutamente cessare; il Battesimo dev’essere ricevuto dai vostri bambini nei primi giorni dalla nascita. Urge che siano applicati con la dovuta energia e la maggiore sollecitudine i rimedi deliberati dalle pubbliche autorità – e altri siano presi, se risultano necessari (17), perché scompaiano quanto prima la delinquenza e la immoralità sia individuali che associate.
La diletta Patria che di quando in quando desta gravi preoccupazioni, sia decisamente fedele ai disegni di Dio che l’ha costituita, ponendo al suo centro il Vicario di Cristo, Missionaria di giustizia e di pace a salvezza di tutti i popoli! In cima ai nostri desideri un ideale raccoglie ogni altra aspirazione: torni la Sicilia di esempio, in modo che la vostra vita individuale, familiare e sociale sia apologia luminosa della nostra Santa Religione alla quale ci onoriamo di appartenere.
Pregando il Signore, per mezzo di Maria Santissima « Siciliae decus ac praesidium», che conceda a tutti e a ciascuno di prender viva parte alla ineffabile gioia della risurrezione di Gesù Cristo, Vi benedico nel Nome + del Padre e + del Figliolo e + dello Spirito Santo.

Dal Palazzo Arcivescovile, Domenica delle Palme 1964.

+ ERNESTO CARD. RUFFINI
Arcivescovo

Note

1) Cfr. GIUSEPPE GUIDO LOSCHIAVO, « 100 anni di mafia» (Roma 1962) 29 s.
2) Un’altra parola araba, simile alla prima, pareva legittimare anche questo secondo uso.
3) GIUSEPPE TOMASI nacque a Palermo il 23 dicembre 1896 e morì a Roma nel luglio 1957.
4) Si ritiene che dal nome SIKELIA, dato dai Siculi all’isola, sia derivato quello, giunto fino a noi, di Sicilia.
5) Atti ap. 28,12.
6) Vi si scorge la destra di Dio che attrae in Cielo il Salvatore.
7) In quel Concilio – il più importante del periodo patristico – si definì la unità di persona in Cristo contro l’errore di Nestorio e le sue due nature – divina e umana – che i Monofisiti, con a capo Eutiche, osavano negare.
8) Cfr. Mons. can. OTTAVIO GARANA, Le catacombe Siciliane e i loro Martiri, Palermo 1961.
9) 27 novembre 1953.
10) Secondo una veneranda tradizione S. SILVIA, quando lasciò Palermo verso il 540, attendeva già il figlio, che doveva diventare S. Gregorio M. Può considerarsi siciliano anche il Pontefice CONONE, succeduto a Giovanni V il 2I.X.686, perché educato in Sicilia.
11) Si deve a PAOLO AMATO l’artistica Chiesa del Salvatore divenuta ora «Auditorium», che il Maestro O. Ziino dice essere il più bello di quanti ne ha visti viaggiando per l’Europa, l’America, l’Asia e l’Australia.
12) Si riteneva oriundo di Trapani, invece risulta nativo di Palermo.
13) Più ampie notizie si possono trovare nel volume di G. GANCI BATTAGLIA, «Storie di Sicilia», Palermo 1960.
14) Fondatore delle due Congregazioni religiose: dei Servi e delle Serve dei Poveri («Boccone del povero»).
15) Fondatore dei Rogazionisti e delle Suore del divino zelo.
16) Nato a Piana degli Albanesi e morto a Partinico.
17) Mi piace riportare un brano dalla Relazione letta da S.E. Pasquale Carotalo, Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Palermo, nella solenne inaugurazione del corrente anno giudiziario: «Sono indispensabili nuovi provvedimenti legislativi, che consentano una più proficua azione contro le manifestazioni della delinquenza organizzata per reprimerla e per ostacolarla nella sua attività …….

  1. Ernesto Maria Ruffini
    8 gennaio 2009 alle 21:38

    Ch.mo Professore, faccio seguito alla nostra recente telefonata per ringraziarla ancora dei suoi articoli sul Card. Ruffini.
    Navigando su internet mi sono imbattuto nel suo sito e negli articoli che negli anni ha avuto modo di scrivere al riguardo.
    Per me, che ne porto il nome, studiare la sua vita è una manifestazione di affetto familiare, in qualche misura dovuta; mi ha quindi sorpreso leggere pagine non “familiari” che hanno il pregio di cercare di inquadrare in una prospettiva storica e umanamente oggettiva la sua complessa figura.
    Le sono grato anche di avere messo on line il testo della nota lettera pastorale Il vero volto della Sicilia¸ che in tanti hanno citato senza averla mai neppure letta.
    Se poi dovesse avere necessità di consultare altri scritti o documenti del Card. Ruffini, mi faccia sapere, perché credo di avere tutto o quasi.
    Ernesto Maria Ruffini

    Colgo l’occasione per inviarle il testo di alcuni articoli del Card. Pappalardo che in più occasioni volle difendere la memoria del suo predecessore.
    Prima di salutarla, le vorrei rinnovare – inoltre – la richiesta che le ho rivolto telefonicamente circa l’articolo di Sciascia: ho trovato quell’articolo nella raccolta pubblicata da Bompiani, ma di quel passaggio nessuna traccia. Le sarò grato se vorrà aiutarmi a trovare quella fonte, che mi sarebbe utile per avere una completa ricostruzione storica della vicenda.
    Infine, per quanto riguarda le foto, sono andato sul sito http://www.photo.va/search.php, ma non sono riuscito a trovare nulla: era quello il sito? Ha dei consigli su come effettuare la ricerca?
    Ecco il testo degli articoli del Card. Pappalardo
    Il Cardinale Pappalardo, in un intervista rilasciata al Giornale di Sicilia il 25 febbraio 1994 (Non ci sono partiti nella Chiesa – E’ una anche di fronte alla mafia, in Il Giornale di Sicilia, 25 febbraio 1994, 5) – ha scritto: «Il Cardinale Ruffini, che tanti meriti ebbe a Palermo, per l’attività sociale che promosse, per i tanti e diversificati centri di servizio che aprì, tuttora operanti, per il lavoro che procurò e diede, sollecitando le autorità di allora, svolse certamente un’azione quanto mai efficace nei riguardi della mafia, anche se non ebbe a parlarne quanto dopo se ne è fatto. In fondo le opere valgono più delle parole. Non si può pretendere ora, quando tante cose sono meglio conosciute, che egli avesse allora così circostanziato il quadro di cosa fosse la mafia, e delle azioni che si potessero ad essa riferire. Tuttavia, egli ne scrisse, chiaramente, in quella sua pastorale del 1964 “Il vero volto della Sicilia”, dove della mafia si affermavano la triste esistenza e le nefaste azioni, attribuendone anche il successo e il progresso all’assenza e alla poca incidenza dell’azione governativa». Infine, terminava il Cardinale Pappalardo, «la Chiesa palermitana, e il sottoscritto in particolare, non può accettare alcun attuale riconoscimento di sensibilità e di azione contro la mafia, se con questo si vuole fare riferimento ad insensibilità o connivenze di tempi passati e del Cardinale Ruffini in specie. Al quale deve, invece, andare la grata memoria di questo popolo, che a lui fu tanto caro».
    Nella medesima prospettiva, lo stesso Cardinale Pappalardo, in prossimità della visita in Sicilia di Giovanni Paolo II, ha scritto un ulteriore articolo sullo stesso Giornale di Sicilia (30 ottobre 1994, 55), in cui prende ulteriormente la difesa del Cardinale Ruffini contro le ingiuste accuse rivoltegli. «Non è neanche rispettoso della verità quando da taluni si dice e si scrive frequentemente a proposito dell’atteggiamento del cardinale Ruffini nei confronti della mafia. Fu un pastore quanto mai sensibile agli avvenimenti e ai bisogni di quel tempo, e li seppe affrontare con lungimiranza e coraggio. Anche della mafia, nella lettera “Il vero volto della Sicilia” del 1964, diede una interpretazione e formulò un giudizio che sono sostanzialmente validi tutt’oggi».
    Successivamente, sempre il Card. Pappalardo – nell’ambito della manifestazione svoltasi a Palermo il 14 dicembre 2000 “Conferenza politici ad alto livello per la firma della Convenzione della Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale” – affermava: «Quando giunsi a Palermo nel dicembre del 1970, si affermava ancora che il Cardinale Ruffini, mio non immediato predecessore, avesse negato l’esistenza della mafia in Sicilia. Non era un’affermazione esatta, perché egli, in una lettera pastorale del 1967, aveva soltanto precisato che la mafia non era “il vero volto della Sicilia”, come forse da alcuni si continua ancora a ritenere, ma che il popolo siciliano (l’ho ripetuto anch’io diverse volte) è piuttosto da considerare vittima della mafia, e ha per sua antica civiltà, cultura e fede cristiana, virtù e meriti che gli devono essere lealmente riconosciuti. C’è da aggiungere che nella lettera del Cardinale si sosteneva che la causa della presenza e dell’arroganza della mafia sul territorio siciliano fosse l’assenza dello Stato, incapace di garantire ai cittadini l’ordinata fruizione dei propri diritti e della loro personale legittima libertà».
    «Oggi tutti riconoscono che una tale situazione si protrasse a lungo in Sicilia, e che, per conseguire quanto chiesto alle diverse amministrazioni comunali, regionali e statali, un cittadino doveva spesso far ricorso alla mediazione di un amico influente, o di un personaggio politico o perfino di un mafioso, col risultato che si otteneva come “favore” ciò che in realtà spettava come atto di retta amministrazione o di giustizia».
    «Poteva peraltro pure accadere che si ottenessero per tali vie cose per le quali non si aveva alcun diritto, o che erano sicuramente contra legem. La situazione politica italiana, e della Sicilia in particolare, fu insomma per un lungo periodo tale da dare luogo a collusioni, connivenze, favoritismi, di cui quasi non ci si meravigliava più di tanto! Un’inchiesta regionale, condotta sulla mafia negli anni ’70, e i cui atti vennero pubblicati in numerosi volumi non approdò a nulla. Evidentemente, l’azione di chi avrebbe dovuto andare a fondo nell’appurare la verità dei fatti, e se del caso procedere legalmente, veniva a un certo momento deviata o bloccata, e tutto poteva continuare come prima».
    «In verità, bisogna tenere presente che, a quel tempo, dell’intima natura e organizzazione della mafia si conosceva in concreto ancora poco. Si era certi soltanto che fosse una cosa dalla quale tenersi alla larga, e della quale era bene non pronunziare pubblicamente neppure il nome, nel timore che da qualche parte potesse venirne qualche danno. Fece perciò allora impressione che, in alcuni pubblici discorsi, io mi riferissi apertamente alla presenza e all’azione nefasta della mafia e dei mafiosi, e che facessi cenno della loro presenza anche tra i cosiddetti “colletti bianchi”».
    «In sostanza, si tendeva a considerare e a confinare la mafia come qualcosa di puramente criminale, della quale si dovessero occupare soltanto le forze dell’ordine e la magistratura. I delitti che essa commetteva, e particolarmente gli omicidi, venivano considerati o come affari interni della cosche mafiose, o come intimidazioni e vendette nei riguardi di qualche funzionario o magistrato ritenuto troppo zelante».
    «Nel triste periodo in cui dilagarono nella penisola italiana gli episodi del terrorismo organizzato, si giunse perfino a ritenere quasi con compiacimento che in Sicilia non si verificavano atti terroristici perché era la mafia a impedirlo!».
    «Comunque, ai fini di una retta valutazione dell’attenzione prestata dall’Episcopato siciliano all’elevato numero di omicidi e di rapine a mano armata perpetrati nell’isola, mi sembra significativo menzionare che i Vescovi, già fin dal Sinodo regionale del 1952, al tempo quindi del Cardinale Ruffini, avevano comminato la “scomunica” per quanti fossero stati gli esecutori e i mandanti dei suddetti delitti, e cioè la pena spirituale che comporta l’esclusione della comunità ecclesiale. Tale scomunica è stato confermata in due successive occasioni dalla Conferenza Episcopale Siciliana ed è tuttora operante nei riguardi di coloro che, anche in quanto mafiosi, continuano a porre in atto tali gravi comportamenti».
    «Fu verso la fine degli anni ‘70 che si cominciò a percepire che la mafia, al di là dei singoli delitti commessi, fosse anche promotrice di un progetto eversivo nei riguardi dello Stato e della società, e che la lotta ad essa non poteva essere demandata soltanto agli operatori dell’ordine pubblico e della giustizia. I numerosi delitti verificatisi intorno all’inizio degli anni 80, quali l’uccisione del Presidente della Regione Piersanti Mattarella, di altri servitori della Stato, e poi del Prefetto di Palermo Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fecero intendere quanto fosse colma la misura, e quanto fosse ormai necessario un intervento più tempestivo ed energico dello Stato. L’amara mia citazione dalla storia latina, ricordata nella tragica occasione dei funerali del Generale Dalla Chiesa poi rimasta impressa nella memoria popolare: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” (“Mentre a Roma si discute, Sagunto viene conquistata”), voleva essere, e come tale fu intesa, un forte richiamo perché lo Stato fosse più presente ed attivo sul suo territorio, e sottintendeva anche che le strutture sociali si dovessero render conto di non poter rimanere inerti, ma di dover anch’esse essere presenti e attive di fronte a un così minaccioso pericolo».

    • 10 gennaio 2009 alle 1:51

      Egregio Avvocato,

      La ringrazio per le parole di stima e per la sua generosa offerta di mettermi a disposizione la documentazione da lei raccolta sul suo illustre prozio. Mi sono occupato di Ruffini e Pappalardo (di cui sono stato uno stretto collaboratore) e del rapporto tra i due fin dai tempi della mia tesi di laurea. L’approdo di questi studi è adesso qui, in Terra di Nessuno, e lei lo conosce bene, a quel che vedo.

      Io credo che Ruffini scontasse un suo personale svantaggio culturale nel comprendere il fenomeno mafioso. A parte la sua nascita, nonostante il suo amore per la Sicilia, forse per la sua enfasi aristocratica egli è talvolta percepito con un certo distacco dal clero e dal popolo palermitano.
      Credo anche che egli non avesse una posizione personale particolarmente originale, sulla mafia. La mafia che lui descrive in “Il vero volto della Sicilia”, somiglia assai a quella usata vent’anni prima come manovalanza dell’attentato, ordito dai latifondisti dell’agrigentino, che costò una settimana di agonia all’arcivescovo Peruzzo. Quest’ultimo s’era infatti schierato per i diritti dei braccianti contro il latifondo, appunto. Miracolosamente sopravvissuto, usava il termine mafia ripetutamente in un carteggio privato con Ruffini. Peruzzo avrebbe voluto una più esplicita condanna della mafia nella “scomunica” del ’52, che rimase invece formulata in termini generici. Sempre a quell’attentato di cui fu vittima Peruzzo si riferiscono alcuni vigorosi articoli del prete-giornalista mons. Petralia, futuro arcivescovo di Agrigento, contro la mafia, che questa volta è chiamata in causa col proprio nome su un giornale cattolico. Echi di questi articoli ritroviamo nel “Vero volto della Sicilia”, il primo documento ufficiale del Magistero in cui troviamo il termine mafia, e nelle successive uscite dell’episcopato isolano, sempre più consapevoli della specificità del fenomeno.
      Dando spazio a queste voci, Ruffini acquistò il merito di aver aperto una strada su cui si sarebbe incamminata la successiva dottrina sociale della Chiesa siciliana.

      Per quanto riguarda Pappalardo, invece, le discussioni e i dibattiti di questo blog hanno spinto un po’ più avanti certe mie convinzioni.
      Il lascito teologale di Puglisi e l’opera di Cataldo Naro (l’unico che ne abbia finora condotto un serio approfondimento teologico) hanno messo definitivamente in evidenza il grosso limite non solo dell’azione pastorale di Pappalardo sulla mafia, ma degli stessi modelli ecclesiali di cui era portatore.
      Faccio solo un esempio, per tentare di spiegarmi meglio, citando una frase di Pappalardo, tra quelle da lei riportate qui sopra, in cui il Cardinale traccia una sorta di ricostruzione autobiografica della propria analisi del fenomeno mafioso:

      «Fu verso la fine degli anni ‘70 che si cominciò a percepire che la mafia, al di là dei singoli delitti commessi, fosse anche promotrice di un progetto eversivo nei riguardi dello Stato e della società, e che la lotta ad essa non poteva essere demandata soltanto agli operatori dell’ordine pubblico e della giustizia».

      Gli interventi di Pappalardo in tema di mafia hanno certamente il merito di aver portato la discussione “dentro” la Chiesa, ma non fino al punto di condurre la comunità ecclesiale a riflettere pubblicamente “sulla” Chiesa, anche se le condizioni c’erano già fin dal convegno diocesano “Evangelizzazione e promozione umana” del dicembre 1976. Così il discorso di Pappalardo sulla mafia non raggiunge mai il respiro di un vero discorso pastorale o teologico perché tende a tenerne fuori ogni responsabilità ecclesiale. Egli, e con lui tutto l’episcopato isolano dell’epoca, rimane al di qua del terribile interrogativo di Giovanni Paolo II nella Valle dei templi, nel ’93: «Come mai la mafia, in una terra di antica evangelizzazione come la Sicilia?». E’ chiaro, infatti, che per rispondere alla domanda del Pontefice occorrerebbe prendere teologicamente sul serio la mafia come fenomeno religioso, oltre che una disponibilità dell’intera comunità ecclesiale al pentimento.

      In conclusione, Pappalardo difende Ruffini a buona ragione, perché le sue convinzioni sulla mafia sono sostanzialmente le stesse di Ruffini, seppure con i dovuti aggiornamenti. La differenza tra i due sta piuttosto nel numero degli interventi, nella preferenza del discorso orale da parte di Pappalardo e soprattutto nella tribuna mediatica che le congiunture storiche gli misero a disposizione. Ma se Ruffini è ancora scusabile (vuoi per i tempi, vuoi per la sua formazione) nel suo ritardo culturale nel leggere il fenomeno mafioso, Pappalardo lo è, certamente, assai di meno.

      Giampiero Tre Re

  2. Ernesto Maria Ruffini
    9 febbraio 2009 alle 17:50

    Ch.mo Professore, le scrivo ancora per sapere se ha avuto modo di verificare quel richiamo all’articolo di Sciascia a cui fa riferimento e per conoscere con più precisione il sito dove potrei trovare materiale fotografico sul Card. Ruffini.
    Nel ringraziarla ancora per la sua gentile disponiblità, l’occasione è gradita per inviarle i migliori saluti.
    Ernesto Maria Ruffini

  3. Ernesto Maria Ruffini
    11 febbraio 2009 alle 10:02

    Grazie ancora per la sua gentilezza.
    Purtroppo l’articolo del Corriere della Sera non sembra riportare alcun riferimento. Continuerò a cercare e se troverò qualcosa sarà mia cura informarla.
    Per quanto riguarda, invece, il sito che mi ha segnalato, ho provato ad effettuare la ricerca inserendo il nome “Ruffini” nello spazio dedicato alle didascalie, ma il risultato è “0”, non risultando neanche la foto da lei ritrovata con Padre Puglisi. Forse sbaglio qualcosa nelle modalità di ricerca, se mi può essere utile gliene sarò davvero grato.
    Mi dispiace utilizzare questo spazio per richieste “personali”, ma ho provato ad inviarle una e.mail attraverso il link presente sul suo sito, senza tuttavia riuscirci.
    Grazie ancora per la sua gentile disponibilità, a presto
    Ernesto Maria Ruffini

  1. 30 settembre 2008 alle 17:00
  2. 4 settembre 2012 alle 9:54
  3. 15 aprile 2016 alle 21:23

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: