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Cattopedofilia. Una struttura di peccato

Giorgio De Chirico, Prete che medita sull'ordine del creato

Lo scandalo della pedofilia e delle violenze fisiche e psicologiche su bambini affidati a vario titolo ad istituzioni educative cattoliche si allarga e dagli Stati Uniti dilaga in Irlanda, Olanda, Germania, giungendo a lambire persone vicine allo stesso Pontefice.

Il presidente della conferenza episcopale tedesca si è in questi giorni premurato di esternare tutta la sua «vergogna» e «costernazione», ma premurandosi anche di osservare che i singoli comportamenti non coinvolgono la Chiesa nel suo complesso e che la norma del celibato ecclesiastico non può ascriversi come spiegazione del fenomeno. Lo stesso cardinale tedesco Walter Kasper, presidente della Sacra congregazione per la Dottrina della fede (ex Sant’Uffizio) una delle personalità vaticane più in vista e più aperte dai tempi del suo impegno ecumenico e nel dialogo tra le religioni, mentre invoca pulizia e tolleranza zero sui preti pedofili glissa sulle possibili cause in grado di spiegare la particolare incisività del fenomeno negli ambienti ecclesiastici. E in Italia? Qui da noi il problema si presenta nelle stesse identiche proporzioni, ancorché sommerse; solo che il tappo non è ancora saltato, per ragioni storiche e contingenti. Il clero ha subìto una forte flessione numerica e la chiusura dei seminari minori ha diminuito le possibilità di contatto, all’interno di un modello di convivenza sospeso a metà tra la relazione familistica e l’istituzionalizzazione, tra il chierico adulto e quello ancora fanciullo. Per questa ragione i casi che emergono sono piuttosto datati. Oggi è più facile aspettarsi che il problema si verifichi ancora in quelle situazioni in cui quel modello sopravvive: collegi, scuole religiose.

Le giustificazioni e le scuse che a livelli gerarchici sempre più alti vengono offerte alle vittime, insieme a risarcimenti milionari, alle orecchie dell’opinione pubblica e degli stessi fedeli suonano false, goffe, insufficienti e continuamente tardive. Il fatto è che la pubblica opinione ecclesiale avverte la forma circolare della propagazione del fenomeno, il suo carattere in certo qual modo strutturale. Un istinto teologico-pratico dei fedeli li rende avvertiti che le gerarchie, sebbene non senza armi nel reprimere il fenomeno, non eliminano le condizioni che lo renderanno ancora possibile domani e neppure le percepiscono, e sono dunque cieche dal punto di vista della prevenzione.

Una prima parte della risposta dovrebbe tenere conto delle caratteristiche del fenomeno stesso e della sua ritardata percezione perfino a livello scientifico. Il carattere plurale e multiproblematico della galassia pedofilia è spesso misconosciuto. Non esiste “la” pedofilia, con una sua causa univoca da cercare in una perversione della sfera sessuale; esistono “le” pedofilie, diverse possibili forme di distorsione della personalità nello svolgimento dei suoi processi evolutivi, entro la determinata sfera emotiva e socio-affettiva in cui questi ultimi si sono affermati, di cui gli aspetti sessuali non rappresentano che un solo ingrediente. La pedofilia non è una perversione sessuale ma una infinitamente più vasta e oscura perversione della relazione di cura.

In secondo luogo occorrebbe operare una faticosissima metanoia sulle specificifiche caratteristiche di quella particolare forma assunta dal fenomeno nella “cattopedofilia”, una perversione della cura che colpisce specialmente nella Chiesa, dove il fenomeno si è oggettivato e ormai strutturato a causa delle secolari disfunzionalità del sistema educativo cattolico. Per disfunzionalità intendo qui un lato oggettivamente labile del sistema che viene tuttavia istituzionalizzato e protetto da regole per via del suo carattere, ritenuto irrinunciabile, funzionale al mantenimento e all’autoriproduzione del sistema stesso, divenendo così un fattore permanente di rischio.

Il sistema educativo cattolico è basato sul celibato, perché trova nel sacerdote il proprio pedagogo e nel sacerdozio il massimo ideale di vita cristiana. Ciò ha un effetto solo indiretto, e tuttavia pesantissimo, sulla cattopedofilia.

La norma che impone di scegliere tra uomini celibi i candidati al sacerdozio cattolico (e dunque la selezione delle risorse umane e la trasmissione delle competenze necessari alla replica della funzione di governo nella Chiesa) è una semplice norma disciplinare, eppure ha finito col diventare il vero perno della complessa macchina religiosa più organizzata ed estesa esistente al mondo: la Chiesa romana. In poche parole: non è il caso di farsi illusioni sulle possibilità che il celibato obbligatorio dei preti possa essere abolito, a meno di una rivoluzione organizzativa che richiederebbe dieci concili consecutivi.

Evangelicamente, il celibato è una scelta strettamente laicale. Una volta divenuto, a partire dal XIII secolo, l’unico criterio che definisce lo stato clericale, il sesso ha cominciato ad essere invece qualcosa di disintegrato rispetto all’orizzonte vocazionale, qualcosa che il candidato presbitero deve lasciarsi alle spalle in vista del ministero. Ma in questo modo l’intera sfera sessuale del sacerdote in formazione ha finito con l’essere affidata unicamente a se stessa. La formazione del clero non ha mai contemplato un’educazione dei sentimenti e dell’emotività affidate alla sapienza pedagogica della Chiesa ed alla sua esperienza dell’uomo. Da questo punto di vista, infatti, si deve lamentare la sconfortante sprovvedutezza di un sistema educativo, messo a punto cinque secoli orsono, il quale è il maggiore responsabile del fatto che i giovani sacerdoti escano dai seminari, in moltissimi casi, come persone sessualmente irrisolte.

Il sistema educativo cattolico, inoltre, è basato sulla segretezza della confessione sacramentale. Un certo tipo di segretezza è anche alla base di quella complicità omertosa (tra i pedofili, tra questi e le loro vittime, e i loro superiori) che favorisce la pedofilia. Insomma, conviene a tutti stare zitti per motivi “pastorali” d’immagine e di decoro, ma ciò che la rende particolarmente insidiosa e pervasiva nella Chiesa è il fatto che questa convenzione del silenzio è ammantata e rinforzata con un dovere addirittura di diritto divino, essendovi di mezzo il sacramento. Si tratta naturalmente di un’ipocrisia e il sacramento è più manipolato e strumentalizzato che rispettato in questo modo d’intendere il segreto confessionale, che di conseguenza dovrebbe essere profondamente ripensato. Il che ovviamente non potrà avvenire senza un ripensamento della questione teologica sul peccato alla luce delle scienze umane.

Il sistema educativo cattolico, infine, è un sistema chiuso, fortemente autoreferenziale. Per esempio: ha un sistema interno di censure ma nessuno di controllo orizzontale e di bilanciamento di questo potere. Ma la chiesa ha istituzionalmente una sua vocazione educativa. La pedofilia, per parte sua, è spesso il sublimato di una vocazione alla cura. Entrambe tendono ad autoreplicarsi.

Ambienti piccoli ed elitari, chiusi e fortemente gerarchizzati, generano più facilmente distorsioni affettive. La tendenza a risolvere al proprio interno i conflitti interpersonali e l’aggressività insieme agli effetti autorepressivi derivanti dalla responsabilità fortemente introiettata di rappresentare l’immagine della Chiesa e dover corrispondere allo stereotipo angelicato della persona religiosa, rischiano di fare, di individui magari psicologicamente predisposti, preti e suore pericolosamente esposti ad una replica infinita dei ciclo della violenza.

Post scriptum. Le osservazioni che precedono non pretendono, naturalmente, nessuna esaustività, né alcuna certezza. Si tratta di semplici annotazioni per un’ipotesi di lavoro, che temo – questo sì – non verrà mai svolto.

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  1. 7 marzo 2010 alle 11:44

    per quanto ne so io, la pedofilia è una forma di devianza sessuale,è l’attrazione di un soggetto sessualmente maturo nei confronti di soggetti che non lo sono ancora .Sono persone che non hanno avuto un corretto sviluppo sessuale,mi chiedo come lo si possa avere se si entra in seminario in giovane età, per quanti sforzi si possano fare la sessualità non potrai mai lasciartela alle spalle ,fa parte dell’uomo ed è normale che all’interno di strutture chiuse possa sfociare in distorsioni delle relazioni.A mio modesto parere puoi lasciarti alla spalle la sessualità solo se vissuta , ma come fare se hai l’obbligo della castistà ? non sarebbe il caso di lasciare perdere questa noma disciplinare come la chiami tu e permettere che anche nel ministero sacerdotale si possa integrare una sana sessualità eliminando il celibato? Ciao e santa domenica a tutti

  2. 7 marzo 2010 alle 15:35

    L’ordinamento canonico distingue tra norme di diritto divino, immutabili (a loro volta di due tipi: quella che discende immediatamente dalla volontà positiva del Fondatore e quelle della legge naturale, che risalgono indirettamente al medesimo legislatore supremo) e norme di diritto umano, emanate dall’autorità ecclesiastica, che sono invece reformabili. Il celibato ecclesiastico obbligatorio appartiene a queste ultime, ma è una norma difficile da abolire, anche se teoricamente non impossibile, essendo di diritto umano, per ragioni legate alla storia della Chiesa. In breve, questa norma fu gradualmente introdotta, non senza forti resistenze, per difendere il carattere carismatico dell’istituzione, per evitare una sua privatizzazione e la creazione di un ceto aristocratico ereditario nella Chiesa. Ma lo strumento del celibato fu snaturato, il sacerdozio cattolico subì una trasformazione “monacale”. A completare il quadro nel XVI sec. si aggiunse anche il seminario, il luogo dove i celibi si preparano al ministero, , di modo che, attraverso la formazione, il celibato ha finito col permeare tutto l’assetto giuridico-sociologico della Chiesa.
    Inoltre, cessata la sua funzione storica, lo stravolgimento del significato originario del celibato per un suo uso strumentale e inappropriato, ha cominciato a produrre i frutti che vediamo.

    • Rosa
      7 marzo 2010 alle 18:39

      Ciao Giampiero.

      Non ho mai sentito parlare di omosessualità o pedofilia tra suore. Pensi che esista questo fenomeno nei conventi? e se si, come ritengo verosimile, di che entità credi sia? Una donna con attenzioni morbose verso i bambini difficilmente viene considerata pedofila. Lo stesso vale per il lesbismo. Ho come l’impressione che le tenerezze sessuali tra donne siano guardate con maggiore tolleranza, ne convieni?

    • 8 marzo 2010 alle 14:23

      Ciao, Rosa
      Riguardo ai fenomeni in parola, l’impressione è che il numero oscuro sia più alto tra la popolazione clericale femminile che per quella maschile. Ma non sono a conoscenza di indagini statistiche in proposito.
      Una delle tesi di fondo che qui avanzo è che la pedofilia sia un fenomeno dalle molte facce e non si possa ridurre al solo aspetto, che pure non manca, ovviamente, della perversione sessuale. Sintetizzo tutto questo nell’espressione “perversione della cura”. Le donne in generale, le mogli ad esempio, sembrano spesso avere un ruolo di connivenza nella pedofilia incestuosa dei mariti. È difficile dire se questa specie di “concorso esterno” possa considerarsi parte integrante del fenomeno, ma altrettanto difficile sarebbe negarlo, in un’ottica sistemico-relazionale, in cui il vero soggetto malato risulta essere il sistema famiglia. In questo caso gli attori esprimono distorsioni della personalità diverse ma convergenti nell’azione violenta in cui tutti sono vittime e carnefici.
      Nei casi di “cattopedofilia di massa” come quelli che occupano le cronache di questi giorni si vede come l’elemento sessuale sia secondario rispetto alla violenza fisica e soprattutto psicologica. È vero che il piacere sadico di far soffrire non è che una maschera della pulsione sessuale, ma qui c’è anche l’elemento punitivo, la motivazione di far giustizia castigando, seppure in una maniera mostruosamente sfigurata, che spinge all’azione il sex-offender. Questi inserisce l’uso di violenza dentro una percezione dello jus corrigendi alterato da una struttura mentale pedagogica perversa. Chi compie queste azioni vuole in qualche modo rivalersi, affermando l’utilità della propria sofferenza o scaricando in senso di colpa del provare piacere nel compierle.
      È qui, in questo stravolgimento sadico della relazione di cura, che mi pare di scorgere, nei racconti delle vittime, una certa specificità della pedofilia al femminile.

      • rosa
        9 marzo 2010 alle 12:23

        Caro Giampiero,

        Per me, la pedofilia non esiste.
        Intendo che non la considero un problema, nè una malattia.
        Coltivare un desiderio, più o meno riguardante la sfera della sessualità, è un sacrosanto diritto per chiunque e non mi pare che sia un reato.
        Se chiedessi alle fanciulle che non hanno avuto ancora rapporti sessuali, qual è il loro più nascosto desiderio, non credo di sbagliare se penso che quasi per tutte sia quello essere possedute o stuprate da uno sconosciuto.
        Non per questo ritengo che quelle ragazze siano malate di masochismo.
        Un desiderio è un sogno, è un mondo parallelo, dove si vive un evento fuori dalle regole “perbeniste” della società, dove l’attore modella l’esperienza onirica a suo completo piacimento e senza alcuna conseguenza distruttiva. Ho conosciuto donne molto attive sessualmente, che desideravano che le loro figlie venissero “iniziate” da una donna più grande ed esperta.
        Erano malate? Ti dico la verità, non ho avuto questa impressione.
        Comunque, per loro era solo un desiderio nascosto, coltivato per il fatto che anch’esse desideravano, o avevano desiderato un rapporto saffico, ma non avrebbero mai spedito le loro figlie tra le braccia di una lesbica. Provare desiderio per un adolescente? non ci vedo nulla di male, ma utilizzare la propria forza fisica o psicologica per piegare la mente di un giovane ancora non maturo sessualmente, questo è un guaio!
        Tempo fa abbiamo discusso di convenzioni. Ebbene, basta sapere quali sono le regole e punire i reati.
        Questo, per me, è l’atteggiamento più corretto.
        Se lo Stato mi leva anche il diritto di desiderare, allora morirà l’arte, la pittura, la musica e ogni altra forma di creatività.
        L’arte nasce dal dramma che scaturisce da visioni opposte del mondo e della vita, che si confrontano (eros e tanatos).
        Ben vengano gli eccessi della mente! Rimangano, correttamente, dove sono nati, nel mondo del desiderio e non della realtà, laddove i fatti non sono più manovrabili dall’occulto regista e sfuggono di mano.
        Questa è la mia convinzione. Basta creare le regole. Chi non le segue, deve pagare il prezzo, ma non sopporto che qualcuno si prenda il diritto di considerare le fantasie ” malate” o si senta di dovere guarire la gente per forza, al fine di realizzare una “società più sana”.
        I preti che abusano di minori vanno in carcere o vengono solo puniti con uno sculaccione?
        Io non lo so.

      • Rosa
        10 marzo 2010 alle 8:15

        Oh! Giampiero.

        Come Padreterno sei molto comprensivo.
        …quasi, quasi…..mi converto.

    • 9 marzo 2010 alle 16:56

      Penso sia il caso di fare una serie di distinzioni.
      La prima: tra omosessualità e pedofilia. Non solo perché la seconda è una “perversione” e l’altra no, ma anche perché la pedofilia non è un singolo fenomeno, ma una galassia la cui realtà non si lascia ricondurre, se non in parte, alla sfera del sesso e tanto meno dell’eros.
      Poi si deve distinguere tra “realtà agìta” e desiderio, e tra desiderio e ossessione.
      È ovvio che un ragazzino coltiva fantasie sull’adulto, ma se è per questo, anche il bambino accarezza desideri perversi di questo tipo, e per di più incestuosi: ma non vi è nulla che non sia fisiologico in tutto questo, e si chiama “edipo”, non “pedofilia”. Guai però se l’adulto desse una risposta “reale”, da adulto, al desiderio infantile. Rimandare la soddisfazione del desiderio è proprio ciò che fa crescere psichicamente e maturare sessualmente. Il desiderio erotico rimane comunque intrinsecamente ambiguo. Se il bambino desidera, l’adulto pedofilo passa all’azione e si giustifica appellandosi proprio alla seduzione esercitata su di lui dal desiderio infantile del “partner”. La cosa è particolarmente insidiosa, perché il bambino violato tende ad intestarsi la colpa della complicità erotica con l’adulto.
      La pedofilia è qualcosa di molto più complesso delle romantiche fantasie adolescenziali sul bel tenebroso o di quanto l’uomo della strada non sia disposto ad ammettere nascondendo le proprie paure dietro il volto caricaturale del maniaco dei giardinetti.
      Infine una parola sulle convenzioni. Esistono convenzioni morali e convenzioni giuridiche. Il loro rapporto è fluido, non sempre coincidono (per fortuna). Non solo perché spesso ciò che può essere considerato immorale non è illegale, ma anche per la situazione inversa. Il nostro ordinamento, per esempio, equipara “fanciullo” a “minore”. Potrebbero pertanto, a certe condizioni, essere giudicati pedofili i partner maggiorenni di soggetti di diciott’anni meno un giorno.
      Perché possano esservi delle regole convenute sulla base delle quali sorvegliare e punire, occorrono conoscenze. Occorre prima sapere se, chi, cosa, come e quando punire.

      • rosa
        9 marzo 2010 alle 19:57

        Scusa Giampiero,
        alla fine, però, non ho capito se il prete pedofilo sconta la pena in galera o davanti al Padreterno…

      • 9 marzo 2010 alle 23:15

        In galera, credo che sarebbe giusto.
        Il Padreterno? Capisco che posso aver lasciato credere il contrario, ma non sono io. Quindi non so proprio come si regolerà… Bisognerebbe chiederlo a lui 😀

      • Rosa
        10 marzo 2010 alle 16:46

        Vuoi dire che non conosci casi in cui un prete, che si è macchiato del reato di pedofilia, sia stato in carcere?
        Se è così, inorridisco.

      • 11 marzo 2010 alle 14:19

        Certo che ce ne sono. Ho rapporti amichevoli con don Paolo Turturro, il prete di Borgo Vecchio, celebre per il suo impegno antimafia e pacifista, condannato in primo grado il 16 luglio del 2009 a 6 anni e 6 mesi per molestie sessuali nei confronti di due ragazzini della parrocchia. Se la condanna divenisse definitiva in appello e la pena non venisse ridotta, dovrà certamente scontarla in carcere. Ho conosciuto personalmente altri preti, taluni dei quali allontanati dalle loro iniziative pastorali che conducevano con grande impegno e competenza, come don Meli, salesiano, responsabile negli anni ’90 del centro sociale di Santa Chiara all’Albegheria, altro rione popolare di Palermo, noto paradossalmente per la sua campagna antipedofilia nel quartiere, nel ’98, obbligato, pare, ad andarsene nel 2003, con la minaccia di infamanti rivelazioni sul suo conto.

        Nei giorni scorsi anche Benedetto XVI si è pronunciato sulla giusta pena del carcere da infliggere ai preti pedofili. A molti è sembrata tardiva, ma comunque è una svolta. La posizione di Ratzinger ha anche, credo, un significato “intraecclesiale”, nel senso che chiarisce un punto rimasto finora ambiguo. Alcuni vescovi sono del parere che la censura ecclesiastica, per esempio fino alla sospensione a divinis (cioè il divieto di celebrare la messa e gli altri sacramenti e di predicare in pubblico) fosse una punizione sufficiente per il prete pedofilo. Il pronunciamento del Papa si pone in direzione contraria, perché è adesso chiaro che il prete pedofilo deve rispondere delle proprie azioni sia sul piano canonico che su quello penale.
        Tuttavia una questione rimane ancora in piedi: quella del deferimento del prete pedofilo all’autorità giudiziaria da parte del vescovo. Sulla base di quale notizia di reato il vescovo dovrebbe denunciare il suo prete? E sulla base di quale autorità (quella pastorale?!) si dovrebbe fondare questa sorta di obbligatorietà dell’azione penale? Dove si pone il confine fra trasparenza e delazione?

        Padre Lombardi, addetto alla sala stampa del Vaticano si affanna a dire che la Chiesa sta facendo tutto il possibile su questo argomento e che ha intenzione di mantenere un atteggiamento collaborativo con le autorità pubbliche.
        Ma finché Roma non accetterà di rinunciare alla tesi della mela marcia nell’affrontare il problema per porsi su un piano più sistemico e strutturale, il suo impegno apparirà sempre insufficiente e tardivo agli occhi dell’opinione pubblica civile ed ecclesiale.
        L’arcivescovo di Vienna card. Christoph Schoenborn si è espresso recentemente in maniera non molto diversa dal teologo H. Kueng e dalle tesi che ho scritto nell’articolo di apertura di questo forum. Le cause di abusi sessuali di massa operati da preti cattolici vanno cercate nelle trasformazioni del costume sessuale dagli anni ’60, ma anche «nell’educazione dei preti». Una questione che tocca «il tema del celibato, così come la formazione della persona», scrive Schoenborn.
        Attendiamo un’autorevole messa a tacere del Cardinale da parte di qualche prefetto di congregazione vaticana, come accadde al Card. Martini, anni orsono.

      • Rosa
        11 marzo 2010 alle 16:43

        Per quanto conosca poco di queste tematiche, sono d’accordo con l’arcivescovo di Vienna e sicuramente anche con te. Va tutto riveduto all’interno del mondo ecclesiale. Personalmente, da alcuni anni e cioè da quando ho abbracciato la fede buddista, comincio a pensare che la figura del prete non è utile alla società e anzi è un pò dannosa, perchè quasi deresponsabilizza il credente dall’impegno a realizzare il progetto universale di Gesù. Nel buddismo che pratico, siamo tutti in prima fila per realizzare Kosen Rufu e non è necessaria la casta dei monaci, anche se non abbiamo niente in contrario che ci sia. Non esiste nessun tipo di gererchia e nessuno ha alcun potere sull’altro.
        Al contrario, il potere esercitato dalla chiesa è troppo grande per pensare che qualcuno, dal di detro, sia disposto a perderlo.

        Ho letto quel blog sulla pedofilia. Sono stata molto felice di percepire una vera onestà di pensiero assai lontana dalla retorica, che mi è insopportabile.

      • 11 marzo 2010 alle 18:26

        @Rosa
        Magari non sempre né dappertutto, ma può certamente può accadere da qualche parte (e qualche volta è effettivamente accaduta) la situazione ipotizzata da Gesù in Mt 5,13.
        Ho aggiunto un’immagine all’articolo di apertura di questo forum: ti piace?

      • Rosa
        12 marzo 2010 alle 9:25

        @Giampiero

        Si, è vero, ma non è raro. Succede tutti i giorni.
        Ognuno di noi è chiamato a illuminare il mondo con la luce della propria vita. Io cerco di farlo davvero, ma prima di illuminare il mondo è necessario che sia la nostra vita a brillare e quello non è sempre facile, vero?

        L’immagine non mi piace molto. Magari ne cerco un’altra sul web.

      • 12 marzo 2010 alle 13:23

        Veramente mi riferivo soprattutto all’altra metafora, quella del sale insipido. Va bene lo stesso.
        Davvero l’immagine ti lascia indifferente? L’hai guardata bene? (Sai, ho impiegato due ore per sceglierla: vorrei che mi dicessi che non ho buttato il mio tempo 🙂 ).

      • Rosa
        12 marzo 2010 alle 14:24

        @Giampiero

        Ma certo che non hai buttato il tuo tempo!!
        Sai, cos’è? è troppo bonaria. Non mi inquieta. Ne ho trovata un’altra che sembra tratta da un film….dell’orrore, ma non riesco a fare un copia-incolla. Vediamo un pò….

      • matilda.
        25 marzo 2010 alle 0:19

        @
        .

      • matilda.
        25 marzo 2010 alle 0:21

        Eh Si

  3. Sebastian
    9 marzo 2010 alle 16:29

    La pedofilia, in psichiatria, è classificata nel gruppo delle parafilie, ovvero tra i disturbi del desiderio sessuale. Essa consiste nel desiderio erotico da parte di un soggetto giunto alla maturità genitale per soggetti che invece non lo sono ancora.

    Le regole, poi, ci sono: la legge.

  4. 10 marzo 2010 alle 15:20

    Meno male che Giampi e Sebastian sono stati esaurienti in merito, altrimenti mi sarei sentito nuovamente esasperato dalle stupide elucubrazioni mentali tipiche degli adulti, che tolgono ogni dignità ai bambini…

    • Rosa
      10 marzo 2010 alle 16:43

      @ Jò

      guarda che sei proprio fuori strada.
      Nessuna “elucubrazione” può togliere la dignità ad un bambino.
      La dignità di un bambino è assoluta, almeno quanto quella di un pedofilo o di un santo, perchè è la dignità di un UOMO.

    • 11 marzo 2010 alle 12:35

      @Jò
      L’intenzione di Rosa non è certo quella di sdoganare la pedofilia, come è accaduto con l’omosessualità. Rosa e Marco Cosentino hanno posizioni completamente diverse. Credo piuttosto che Rosa parli della necessità di guardare criticamente dentro i meccanismi di colpa (colpevolizzazione-autoassoluzione) celati nell’esasperazione pedofobica cui oggi chiaramente tendono in occidente i rapporti affettivi tra adulti e bambini. La falsa immagine della pedofilia, la considerazione sociale che se ne ha, lo stereotipo del pedofilo-mostro, completamente distante dalla realtà che dice che la pedofilia è principalmente un fenomeno familiare, fanno parte integrante del problema, al punto che possono esserne una chiave di lettura e una delle possibili concause.
      Vedi:
      «la paura della pedofilia è a mio parere una tipica paura trasposta, e un modo di colpevolizzare un “altro” sconosciuto, di ciò di cui ci sente colpevoli dentro senza poterlo accettare».
      http://bortocal.blogs.it/2008/12/18/i-prigionieri-della-pedofilia-pabloz70-e-pettirosso-5239344/

  5. Sebastian
    11 marzo 2010 alle 20:36

    Nulla può provare che il celibato dei preti sia in stretta relazione col fenomeno della pedofilia a quanto pare diffusa. Sono solo ipotesi. La pedofilia è altrettanto diffusa anche tra i non celibi.
    Piuttosto sarebbe possibile la strumentalizzazione del fenomeno cattopedofilia a favore dell’abolizione del celibato dei preti tanto agognato da molti.

    • 12 marzo 2010 alle 1:03

      Certo.
      E soprattutto nessuno è peggior sordo di chi non vuol sentire.

  6. Sebastian
    12 marzo 2010 alle 8:52

    C’è poco da sentire, abbi pazienza. Non m’incanti con le tue risposte pronte!
    Questo dipingere la Chiesa come un covo di pedofili e ritrovo per omosessuali, mi lascia alquanto perplesso. I tempi sono cambiati.

    Se la cattopedofilia dipendesse dal celibato forzato, dovremmo osservare somiglianze statistiche con analoghe situazioni di castità obbligatoria, cosa che non risulta. Del resto, se la condizione di celibato diventasse insostenibile per il prete, perché non ripiegare nella eterosessualità più o meno clandestina? Pertanto, il comportamento pedofilo non può essere spiegato con la semplice repressione sessuale, nemmeno se esasperata e prolungata negli anni.

    • 12 marzo 2010 alle 14:06

      Hai detto bene e non una, ma due volte: i tempi sono cambiati: in peggio, riguardo a questo problema della cattopedofilia, aggravata dalla crisi numerica e d’immagine del clero; e poi i tempi sono cambiati perché le persone non sono più disposte a tacere come una volta, per lo stesso motivo.
      Dunque, vediamo il tuo argomento: poiché dovremmo applicare lo stesso ragionamento ai preti gay, il celibato ecclesiastico non può essere la causa dell’esplosione del fenomeno pedofilia nel clero? È questo che pensi?
      Guarda, io non sparo a pallettoni sulla Croce Rossa per beccare due mosche con un colpo solo, osservo piuttosto che qui si fa come gli struzzi. Non ho mai detto che la Chiesa è un covo di un bel nulla; penso semmai che la natura e il modo di diffusione del fenomeno, circolare e per contatto, trovino nel sistema educativo della Chiesa un brodo ideale di coltura, abbiano creato numerose sacche purulente incistate all’interno del suo corpo e determinato una paurosa vulnerabilità ecclesiale agli attacchi esterni.
      Infine non ho mai né equiparato pedofilia e omosessualità, né detto che la causa dell’incidenza, veramente imponente (cosa su cui ci si ostina a chiudere gli occhi) di entrambe nel clero sia il celibato, benché ritenga che l’abolizione dell’OBBLIGO del celibato ecclesiastico, per altro improbabile, sarebbe utile a ridimensionare queste situazioni, divenute ormai insostenibili e palesemente nocive per tutta la Chiesa e le singole persone stesse.
      Un abbraccio.

      • Sebastian
        12 marzo 2010 alle 15:10

        I tempi sono cambiati (in meglio) perchè è cambiato il sistema di reclutamento dei candidati al sacerdozio ministeriale. Il sistema educativo della Chiesa non è un sistema esclusivo come poteva esserlo una volta, per cui, la natura e il modo di diffusione del fenomeno, circolare e per contatto salta, pur non essendo dimostrabile. Ergo, le cose vanno in una direzione giusta.

        Non hai detto che la Chiesa è un covo di un bel nulla, non credo di avertelo attribuito, ma l’immagine che ne dai, è quella.

        Che il sistema educativo cattolico basato sul celibato ha un effetto pesantisssimo sulla cattopedofilia, non l’ho detto io, ma tu.

      • 12 marzo 2010 alle 22:16

        @ «I tempi sono cambiati (in meglio) perchè è cambiato il sistema di reclutamento dei candidati al sacerdozio ministeriale ecc.»
        Dev’essermi sfuggito qualcosa: c’è stata di recente una riforma dei seminari?

        @«Che il sistema educativo cattolico basato sul celibato ha un effetto pesantisssimo sulla cattopedofilia, non l’ho detto io, ma tu».
        Ormai sono rassegnato: da un pezzo non spero più in una tua attenta lettura dei post degli altri. Io non attribuisco genericamente questo «effetto pesantissimo» al celibato, ma al carattere obbligatorio del celibato ecclesiastico. In altre parole: alla disciplina che obbliga i vescovi a scegliere i preti tra i celibi e non in mezzo a tutto il popolo di Dio. (E poi si aggiunga la sprovvedutezza pedagogica del seminario e la vetustà dei sistemi formativi ecclesiastici).

        @«Che la Chiesa è un covo di un bel nulla, non credo di avertelo attribuito»
        La cosa più sconfortante di tutte è che non leggi attentamente neppure i tuoi, di post: me lo hai attribuito letteralmente, precisamente con queste parole: «Questo dipingere la Chiesa come un covo di pedofili e ritrovo per omosessuali mi lascia perplesso» (commento del 12.3, ore 8:52).

  7. Sebastian
    13 marzo 2010 alle 7:50

    Senti, non fare il macallè con me, perchè se tu 6 rassegnato con me, io ho sgamato te da tempo. Ergo, siamo a pareggio.

    Punto PRINCIPALE: chi vuol fare il prete (comprese le donne), lo faccia, e se ne fo*tta di tutto il resto. Se no, a forza di aspettare gli invitati, si fa notte, e tocca andare a letto digiuni!

    1) La chiusura della maggior parte seminari minori ti dice qualcosa?
    Il non reclutare ai primi fuochi un candidato, quindi aspettare un’età più conveniente e che questi abbia prima acquisito un titolo di studio (generalmente di scuola media secondaria) ti sembra poco, rispetto ai tempi antichi quando si reclutavano anche ragazzini e, per fame?

    2) Sul punto 2, aggiungi “obbligatorio” alla mia frase, ed è uguale.
    La sprovvedutezza pedagogica del seminario e la vetustà dei sistemi formativi ecclesiastici non dovrebbero scandalizzare più di tanto. La situazione è riscontrabile in altri assetti istituzionali proiettati alla formazione di qual si voglia, pertanto è un problema esclusivo ma sociale ad ampio spettro. Guarda le nostre scuole e le università. Non cambia nulla.

    3) “Dipingere come…” ed “è come…”, non è la stessa cosa, secondo me.

    • 13 marzo 2010 alle 10:25

      Il tuo non è un pareggio, è salvarsi in angolo. Stai cavillando.
      Sembra che tu abbia della Chiesa una concezione tipo Mc Donald’s. Uno/a arriva, attende il suo turno, prende il suo mac menù, paga 7,60 e se lo consuma in santa pace nel mezzo del caos di mille altre solitudini. Questo quanto al punto che tu stesso dici «PRINCIPALE».
      Quanto al resto:
      1. La chiusura dei seminari minori non è stata una vera riforma, ma una necessità dettata da molte ragioni di cui quella pedagogica non era la prima e quella economica non l’ultima. Oggi non si recluta più approfittando della fame dei candidati, ma per quella dei vescovi. La crisi vocazionale (che a mio avviso è semplicemente una crisi di fascinazione del ministero) induce i vescovi a non badare tanto per il sottile quando si tratta di ammettere un candidato all’Ordinazione. Oggi accedono al sacerdozio oves et boves per sostanziale cooptazione (da parte dei parroci) e/o autocandidatura, perché molti vescovi non sono a loro volta ben preparati pastoralmente, si lasciano travolgere dall’emergenza delle sempre più numerose parrocchie senza prete e rinunciano ad esercitare il carisma del discernimento vocazionale. Tanto – pensano in molti senza avere il coraggio di dirlo apertamente – per redigere i moduli del processicolo matrimoniale cinque anni di teologia sono pure troppi! Ma crediamo veramente che un titolo di scuola superiore e cinque anni di vita comunitaria in seminario, passati, sulla carta, a studiare teologia, possano adeguatamente preparare un ragazzo di ventiquattro, spesso di soli ventitré anni, alle responsabilità pastorali odierne, per l’unica ragione di una scelta celibataria (tra l’altro, obbligata)? E se la stessa parola “presbitero, anziano” da cui la nostra: “prete”, risulta oggi ridicolmente eccezionale, visto gli sbarbatelli che escono dai seminari, dice niente il fatto che San Paolo deve difendere il vescovo Timoteo dalle chiacchiere dovute alla sua giovane età (1Tm 4,12; 2Tm 2,22)?

      2. Restano comunque in piedi decine di migliaia di istituti, oratori, scuole, orfanotrofi, ospedali, missioni dedicate dalla Chiesa cattolica al servizio dei bambini in ogni parte del mondo. Perché non si deve dimenticare che la Chiesa è un’istituzione fondata innanzi tutto per insegnare. Proprio qui sta il nocciolo della questione cattopedofilia e la pericolosità dell’ostinato rifiuto di vederne la strutturale peculiarità. Cito U. Galimberti: «Non manca chi vede nella sublimazione della pedofilia l’origine di una propensione pedagogica» (Dizionario di psicologia, vol. 3, cit., 26).
      Quando dici: «La situazione è riscontrabile in altri assetti istituzionali proiettati alla formazione di qual si voglia, pertanto [non] è un problema esclusivo ma sociale ad ampio spettro», stai riportando la linea di difesa ufficiale del Vaticano, espressa per bocca del responsabile della sala stampa, padre Lombardi. Questa linea di difesa non tiene conto, come ha fatto rilevare Hans Kueng, delle caratteristiche speciali che ha il fenomeno pedofilia dentro la Chiesa: la massa.
      Io dico così: Lombardi esprime una posizione difensiva basata a) su un’insufficiente comprensione della pedofilia in sé, in particolare della sua natura “multipla”. Non hanno informazioni complete sulla pedofilia e in definitiva non conoscono ciò di cui parlano. In stretta connessione è b) chi argomenta come fa Lombardi, dicendo che la pedofilia è un fenomeno diffuso anche tra non celibi, e dunque che le responsabilità del celibato ecclesiastico sono da tenere fuori della discussione, egli senza rendersene conto sta equiparando due tipi di pedofilia diversi.

  8. Rosa
    13 marzo 2010 alle 12:55

    @Giampiero

    potrebbe essere utile conoscere l’estrazione sociale delle persone che si avvicinano al sacerdozio e il loro contesto culturale. Il fatto che ci sia una grandissima parte di giovani preti provenienti da paesi in via di sviluppo, dove c’è ancora tantissima povertà, forse deve fare riflettere. Anni fa, sono stata ospite di una missione francescana in Messico. Non mi pare che lì ci sia il problema della vocazione, ammesso che di vocazione si tratti! La sofferenza di quei giovani è tale che il seminario rappresenta la sicurezza di una scodella di fagioli e il parroco fa di tutto per offrire qualcosa in più rispetto alle comunità di altre Chiese ed accaparrarsi, così, il giovane prete. Allora ne rimasi molto scandalizzata. Non so che cosa sia cambiato in questi anni, ma quell’esperienza mi ha molto toccata.

  9. 13 marzo 2010 alle 15:39

    La scodella di fagioli viene offerta da tantissime persone a moltissimi altri a titolo di pura fraternità. Non si può escludere tuttavia che questo possa in altri casi avvenire in vista di un tornaconto, sia pure così “spiritualizzato”, come quello vocazionale, così come non si può escludere che molte di queste vocazioni anche coltivate in questo modo possano essere sincere. In fondo, non si vive di solo pane ma non si sopravvive di sole avemarie. In certe situazioni estreme la Chiesa deve fare la sua parte di supplenza anche per rispondere a bisogni primari.
    Però credo sia vero che la grave flessione vocazionale sia un fenomeno che tocca solo la Chiesa del primo mondo e dunque che possa esserci un nesso tra povertà diffusa e vocazioni fiorenti.

  10. Sebastian
    13 marzo 2010 alle 19:12

    Vorrei ricordare che l’istituzione dei primi parrini fu a carico di una cartata di pescatori scassati, direi proprio per la pressa. E, se è andata bene a loro, può andare bene a tutti. Questo bisogna tenerlo bene in mente. Parrini e testimoni della fede, siamo tutti gli affiliati al Corpo, e pertanto potenzialmente riflesso e proiezione di Lui. Pertanto, mutismo e rassegnazione! Non saremo preti a tempo pieno ed intonacati, ma quando ci tocca, se vogliamo farlo, possiamo agire. Ognuno si gestisca da solo secondo coscienza. Del resto, chi ca*cchio è un prete nel senso stretto del termine, nessuno lo sa ancora, mi pare!

    I seminari minori, con tutte quelle menate sui diritti del fanciullo, UNICEF e cammellate varie, o chiudono, o chiudono. Non c’è scampo. Fra poco, fo*ttono pure i buddisti con il loro reclutamento di massa praticamente obbligatoria di bambini nei monasteri in Tibet. Sono stati già avvisati che la cosa non va. Si diano una mossa o perdono in 2 secondi questo alone di santità di cui si adornano.

    Come vedi, poi, torna sempre il termine “massa”, nei confronti della Chiesa quando si discute in termini di omosessualità o pedofilia. Praticamente come dire che le donne sono tutte bu*ttane. Probabilità ma nessuna certezza.

    L’uscita di Lombardi è condivisibile. Cosa vuoi che debba dire? Si tira il suo come farebbe chiunque altro a ragione o a torto, pur sapendo che la pressione intorno ormai è tale che, o fanno qualcosa di serio contro quei 4 depravati e debosciati che hanno in seno, o sono casini grassi.
    Infine invece di stare a vegetare, vigiliamo e denunciamo noi, i pedofili al di là del fatto che portino l’abito o no (preti o no), quando ne abbiamo la certezza, per azione diretta.

    • Rosa
      13 marzo 2010 alle 19:43

      @Seb

      scusa, ma che c’entra il monastero tibetano, adesso? Litigati pure con chi vuoi, ma parla di cose che conosci.
      Per gli orientali non è come per noi. La loro visione del mondo è molto diversa. In Oriente non esiste differenza fra religione, filosofia, educazione e spiritualità. Inoltre, si coltiva il rapporto discepolo-maestro in maniera per noi non più comprensibile, a causa dell’individualismo spinto, tipico dell’Occidente.
      Se i ragazzi vanno obbligatoriamente in monastero, è perchè è condivisa l’idea che sia utile fare questa esperienza nella loro vita. Tutto quì. E’ per la loro crescita. Come fosse un “master” scolastico. La permanenza in quel luogo è un’occasione per sviluppare conoscenze importanti, imparare la meditazione e approfondire la loro fede, grazie al loro maestro.
      Semmai, il problema è nostro. Il nostro etnocentrismo culturale, intriso di globalizzazione, ci fa guardare con disprezzo le culture degli altri popoli, convinti, come siamo, che soltanto il nostro metodo di giudizio sia valido.
      Sono stata qualche anno fa in un monastero buddista nell’isola di Lantao, alcune miglia da Hongkong. Ho trovato in quella meravigliosa pace la macchinetta del distributore della coca-cola e della sprite. Sono sicura che questa violenza occidentale porterà grandi catastrofi nel mondo e ogni perdita di valore.

      • Sebastian
        13 marzo 2010 alle 19:53

        Scusa Rosa, ma non sto litingando. Mi spiace per aver dato questa impressione ma non è così. Per il resto, non è farina del mio sacco, ma di associazioni di volontariato che si occupano seriamente di tutelare i diritti dei bambini. E per queste associazioni (ho letto un documento tempo fa) reclutare bambini per intonacarli, non è “sano”.
        Mi spiace, ma è così.

      • Rosa
        13 marzo 2010 alle 20:20

        “Mi dispiace, ma è così”
        Così cosa? Le associazioni possono dire quello che vogliono, utilizzando il loro metodo tutto occidentale di giudizio. Tu, cosa ne pensi? Cosa c’è di insano, a tuo parere, nel scegliere alcuni metodi educativi che prediligono la spiritualità invece del materialismo? Qualcuno forse , tra di noi occidentali, trova lesivo della dignità umana mandare i nostri bambini alla colonia estiva o tra i Boyscout?
        E’ insopportabile questa egemonica intromissione occidentale negli equilibri culturali degli altri popoli. Eppoi, cosa c’è di offensivo della dignità nel fare indossare la tonaca? Ai bambini viene messa la divisa consona al luogo, che li rende tutti uguali davanti al maestro. Quello che dovremmo ritornare a fare noi con i nostri figli, all’asilo e alle elementari. Se queste associazione si occupassero veramente di tutelare i bambini, non avrebbero motivo di spingersi così lontani da i loro paesi, avrebbero tanto lavoro anche dentro casa…

      • 3 aprile 2010 alle 14:02

        Chiedi a Seb di non essere quello che è. Un poco troppo, Rosa. Mi tocca pure difenderlo!

    • 14 marzo 2010 alle 17:34

      @Seb.,
      Dopo i cavilli, i fumogeni. Certo che l’arte di avere ragione la puoi insegnare anche a Schopenhauer!
      1 Dai troppo per scontato una cosa che non lo è affatto, cioè che il presbiterato derivi direttamente dall’istituzione del collegio apostolico, derivazione che è già ardua da dimostrare perfino per il collegio episcopale.
      2 l’esempio depone comunque a tuo sfavore perché dimostra piuttosto che Gesù non considera né il matrimonio né la propria personale scelta celibataria una discriminante per la vocazione sacerdotale.
      3 Parole
      “Mutismo” e “rassegnazione” non sono parole bibliche. “Parresia” e “metànoia”, sì.
      “Massa”: Può capitare a tutti, su qualche argomento, di ragionare frenati dai propri retropensieri, no? Specie quando ci si sente messi in questione in prima persona. Non ho capito, però, che c’entra la storia delle donne.
      4 Padre Lombardi. Non mi piace rassegnarmi (vedi 3). Lombardi fa solo il suo mestiere “a torto o a ragione”? Strano, è ciò che di solito dicono del Papa gli atei devoti le volte in cui la Chiesa si mostra in disaccordo con loro: “la Chiesa fa il suo mestiere, noi quello che c. ci pare”. Purtroppo però il mestiere di Lombardi è quello di portavoce della Santa Sede. Non posso pensare che il Papa dia intenzionalmente un’immagine tanto parziale di una realtà così insidiosa come la pedofilia, nell’esclusivo interesse per la sopravvivenza della Chiesa e per difendere il “sacro valore” del celibato o l’immagine della Chiesa. Se fosse così sarebbe gravissimo, altro che mestiere. È una reazione tipica della Chiesa come contro la mafia (quando il card. Ruffini sosteneva che fosse solo uno stereotipo negativo antisiciliano) e altre simili strutture di peccato: solo gradualmente la Chiesa prende coscienza che queste strutture sono anche dentro di lei e della minaccia che rappresentano per la sua stessa sopravvivenza.
      Ci vuole sempre chi dia la sveglia.

  11. Sebastian
    13 marzo 2010 alle 20:58

    @ Rosa

    Beh, io penso che i bambini dovrebbero crescere coi propri genitori. Fa bene al corpo ed allo spirito dei piccoli. Poi, da adulti e liberamente, se vogliono indossare la tonaca, lo facciano pure.

  12. Sebastian
    15 marzo 2010 alle 10:24

    @ Jampiero

    1) Infatti, dici bene. Tutto ciò che è arduo da dimostrare smolla da vincoli e garantisce ampi margini d’azione. Non mi smentirai se affermo che in questi casi la libertà di coscienza ha il sopravvento. Come, appunto, ho precedentemente detto. Ergo, vuoi fare il prete, fallo.

    2) Ma gli scelti da Gesù, si portarono appresso moglie e figli? Non so… Non ne sono certo, ma intuisco che visto le mille difficoltà in cui andarono incontro credo proprio che lasciarono “distanti” il parentame stretto. Non gli fu chiesto espressamente da nessuno (credo che non si evinca dai Vangeli), ma gli apostoli capirono da soli che non potevano fare altrimenti, e che un vincolo affettivo stretto in qualche modo gli “legava” le mani e, era da ritenersi inopportuno per seguire il loro Maestro.

    3) Il terzo punto non mi è molto chiaro. I retropensieri, miei?

    4) Ma per carità, ben vengano le sveglie e da qualsiasi parte provengano. Ma che non si pretenda che le soluzioni possano provenire dall’esterno perché non sarà mai così nella Chiesa. Riguardo Lombardi, non si può certo pretendere che si sbottoni i pantaloni, li abbassi, si metta a 90 gradi e dica: prego, accomodatevi pure, ce n’è per tutti!
    Non va! E’ comprensibile e condivisibile. Al di là dell’entità del fenomeno, tutto da dimostrare come fenomeno di massa, non gli si può chiedere nulla di più. Come un buon padre di famiglia, il buon senso suggerisce di salvaguardare i suoi, senza darli in pasto al primo cagnolo che passa. Naturalmente la comunità cristiana ha poi il diritto di pretendere che si prendano le dovute misure affinché certi episodi non si ripetano.

    • 16 marzo 2010 alle 9:49

      @1) Mi hai già interrogato una volta su questo argomento, dunque sai cosa ne penso. Proprio perché NON desidero tornare a fare il prete mi sento completamente libero in coscienza di dire quello che penso. Chi è dentro l’istituzione non è mai completamente imparziale, non foss’altro che per la naturale inclinazione a difendere la portata di senso del proprio investimento vocazionale. Ma il motivo più forte è che in realtà è l’istituzione ad essere dentro di te. Io stesso mi porto dentro i residui di questa autocensura, nonostante il mio tracciato biografico, quando mi chiedo se non sia più giusto dire i nomi di fatti accaduti tanto tempo fa, piuttosto che continuare a tenermeli dentro.

      @2) Sì, certo, quelli che li avevano, sì. Risulta chiarissimo da 1Cor 9,5: «Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?».
      La lettura massimalista dei passi del vangelo in cui Gesù o gli apostoli parlano di un abbandono di padre, madre, figli, case ecc. in vista della sequela, è in realtà un’interpretazione deformata dalle lenti di un’organizzazione ecclesiale di molto successiva, quando il celibato ecclesiastico era ormai un’istituzione consolidata. In pratica si vuole intendere che gli apostoli fossero stati chiamati a seguire la scelta celibataria di Gesù, non a proseguire la sua missione, con l’evidente conseguenza (aberrante) che solo i celibi possono a pieno titolo dirsi discepoli di Gesù. Una lettura più serena dei vangeli mostra chiaramente che il ministero pubblico di Gesù avvenne in due fasi. La seconda, incentrata a sud, in Giudea e a Gerusalemme, durò alcuni mesi, forse solo poche settimane e consistette in un unico lungo viaggio missionario. La prima fase, in Galilea, durò di più, ed era organizzata in varie spedizioni missionarie che partivano da Cafarnao e vi tornavano dopo aver toccato vari villaggi circonvicini, anche oltre confine. Era nel corso di queste missioni che i discepoli “lasciavano tutto”.
      Infine, possiamo pensare che la spiritualità del lasciare tutto avesse un preminente significato simbolico, sponsale e profetico. Chi voleva essere discepolo doveva lasciare tutto per sentirsi un “povero di Jahweh”, ma soprattutto sposato alla missione: «per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna».

      @3) Sì, i tuoi. Ma anche miei, è normale. Perché negarlo? L’importante è esserne consapevoli e trovare il modo di tenerne conto quando si esprimono giudizi.

      @4) Lombardi: vedi @3. Gli “episodi”, come li chiami tu (io li chiamo teleromanzi familiari) di cattopedofilia si ripeteranno e si ripeteranno ancora e ancora. Perché per prevenire occorre prima capire. E per capire, in simili casi, occorre prima cambiare mentalità.

  13. Sebastian
    16 marzo 2010 alle 16:48

    @ Jampy Hero

    Non faceva riferimento a te il mio invito a fare il prete. Era generalizzato. So, infatti qual è la tua rispettabile opinione in merito. Inoltre non può che farmi piacere il fatto che adesso ti senta libero di esprimerti come meglio credi. Per il resto, non è da escludere che troverai il momento giusto ed opportuno per dire tutto ciò che pensi e vorresti in un futuro prossimo. Ti capisco, posso immaginare anche le peggio cose, ma… ci vuol molta pazienza. Poi, se non va, non va, e si cambia leggittimamente aria, insomma.

    L’istituzione dentro di me, dici… mmm… forse. Qualcosa dentro di me c’è veramente, ne sono ormai certo, ma che sia l’istituzione nel senso stretto del termine non lo so dire così su 2 piedi. Questione complicatissima!

    • 16 marzo 2010 alle 20:39

      Ah, ecco! era un “tu” ipotetico, il tuo. Ma anche il mio, a proposito dell’istituzione. Non pensare necessariamente alla chiesa: pensa all’istituzione-famiglia ed al suo potere di introiettarsi.

      • Sebastian
        16 marzo 2010 alle 21:31

        Introiettarsi o no, a me mi risucchia dentro! Più non ci penso e più mi risucchia!
        Figurati che tempo fa ho sognato di trovarmi in una concelebrazione sacra, coi paramenti sacri addosso e, una grande pace interiore mi pervadeva l’anima. Era come se il cerchio si fosse finalmente chiuso, pur sapendo che oramai è finita. Ed io non pratico l’ambiente! Figuriamoci se lo praticassi! eh eh eh!
        Riproveremo alla prossima vita 😉 giusto per andare incontro a Rosa!
        Naturalmente a tutto c’è una spiegazione, specialmente ai sogni, ma gira che ti rigira finisco sempre lì come ad un capolinea nonostante tutto. Ergo, me la devo accollare, per dritto o per storto!

  14. giulia.
    18 marzo 2010 alle 22:51

    Salve

    • 19 marzo 2010 alle 0:36

      Benvenuta, cara Giulia.
      Desidera lasciare un commento?

      • giulia.
        19 marzo 2010 alle 22:04

        No Basta ascoltare
        per ora, padre
        Grazie

      • giulia.
        19 marzo 2010 alle 22:07

        Interessante
        La CromoTipia
        Giulia
        Giulia.
        La Saluto Ancora
        Caldamente
        padre

  15. 22 marzo 2010 alle 9:31

    Lettera di S. S. Benedetto XVI alla Chiesa irlandese sugli abusi ai danni di ragazzi e giovani da parte di sacerdoti e religiosi

    1. Cari fratelli e sorelle della Chiesa in Irlanda, è con grande preoccupazione che vi scrivo come Pastore della Chiesa universale. Come voi, sono stato profondamente turbato dalle notizie apparse circa l’abuso di ragazzi e giovani vulnerabili da parte di membri della Chiesa in Irlanda, in particolare da sacerdoti e da religiosi. Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che molti di voi hanno sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati.

    Come sapete, ho recentemente invitato i vescovi irlandesi ad un incontro qui a Roma per riferire su come hanno affrontato queste questioni nel passato e indicare i passi che hanno preso per rispondere a questa grave situazione. Insieme con alcuni alti Prelati della Curia Romana ho ascoltato quanto avevano da dire, sia individualmente che come gruppo, mentre proponevano un’analisi degli errori compiuti e delle lezioni apprese, e una descrizione dei programmi e dei protocolli oggi in essere. Le nostre riflessioni sono state franche e costruttive. Nutro la fiducia che, come risultato, i vescovi si trovino ora in una posizione più forte per portare avanti il compito di riparare alle ingiustizie del passato e per affrontare le tematiche più ampie legate all’abuso dei minori secondo modalità conformi alle esigenze della giustizia e agli insegnamenti del Vangelo.

    2. Da parte mia, considerando la gravità di queste colpe e la risposta spesso inadeguata ad esse riservata da parte delle autorità ecclesiastiche nel vostro Paese, ho deciso di scrivere questa Lettera Pastorale per esprimere la mia vicinanza a voi, e per proporvi un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione.

    In realtà, come molti nel vostro Paese hanno rilevato, il problema dell’abuso dei minori non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa. Tuttavia il compito che ora vi sta dinnanzi è quello di affrontare il problema degli abusi verificatosi all’interno della comunità cattolica irlandese e di farlo con coraggio e determinazione. Nessuno si immagini che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo. Positivi passi in avanti sono stati fatti, ma molto di più resta da fare. C’è bisogno di perseveranza e di preghiera, con grande fiducia nella forza risanatrice della grazia di Dio.

    Al tempo stesso, devo anche esprimere la mia convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa ferita, la Chiesa in Irlanda deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, deve condurre ad uno sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di crimini simili in futuro.

    Mentre affrontate le sfide di questo momento, vi chiedo di ricordarvi della “roccia da cui siete stati tagliati” (Is 51, 1). Riflettete sui contributi generosi, spesso eroici, offerti alla Chiesa e all’umanità come tale dalle passate generazioni di uomini e donne irlandesi, e lasciate che ciò generi slancio per un onesto auto-esame e un convinto programma di rinnovamento ecclesiale e individuale. La mia preghiera è che, assistita dall’intercessione dei suoi molti santi e purificata dalla penitenza, la Chiesa in Irlanda superi la presente crisi e ritorni ad essere un testimone convincente della verità e della bontà di Dio onnipotente, rese manifeste nel suo Figlio Gesù Cristo.

    3. Storicamente i cattolici d’Irlanda si sono dimostrati una enorme forza di bene sia in patria che fuori. Monaci celtici come San Colombano diffusero il vangelo nell’Europa Occidentale gettando le fondamenta della cultura monastica medievale. Gli ideali di santità, di carità e di sapienza trascendente che derivano dalla fede cristiana, hanno trovato espressione nella costruzione di chiese e monasteri e nell’istituzione di scuole, biblioteche e ospedali che consolidarono l’identità spirituale dell’Europa. Quei missionari irlandesi trassero la loro forza e ispirazione dalla solida fede, dalla forte guida e dai retti comportamenti morali della Chiesa nella loro terra natìa.
    Dal ’500 in poi, i cattolici in Irlanda subirono un lungo periodo di persecuzione, durante il quale lottarono per mantenere viva la fiamma della fede in circostanze pericolose e difficili. Sant’Oliver Plunkett, l’Arcivescovo martire di Armagh, è l’esempio più famoso di una schiera di coraggiosi figli e figlie dell’Irlanda disposti a dare la propria vita per la fedeltà al Vangelo. Dopo l’Emancipazione Cattolica, la Chiesa fu libera di crescere di nuovo. Famiglie e innumerevoli persone che avevano preservato la fede durante i tempi della prova divennero la scintilla di una grande rinascita del cattolicesimo irlandese nell’800. La Chiesa fornì scolarizzazione, specialmente ai poveri, e questo avrebbe apportato un grande contributo alla società irlandese. Tra i frutti delle nuove scuole cattoliche vi fu un aumento di vocazioni: generazioni di sacerdoti, suore e fratelli missionari lasciarono la patria per servire in ogni continente, specie nel mondo di lingua inglese. Furono ammirevoli non solo per la vastità del loro numero, ma anche per la robustezza della fede e la solidità del loro impegno pastorale. Molte diocesi, specialmente in Africa, America e Australia, hanno beneficiato della presenza di clero e religiosi irlandesi che predicarono il Vangelo e fondarono parrocchie, scuole e università, cliniche e ospedali, che servirono sia i cattolici, sia la società in genere, con particolare attenzione alle necessità dei poveri.

    In quasi tutte le famiglie dell’Irlanda vi è stato qualcuno – un figlio o una figlia, una zia o uno zio – che ha dato la propria vita alla Chiesa. Giustamente le famiglie irlandesi hanno in grande stima ed affetto i loro cari, che hanno offerto la propria vita a Cristo, condividendo il dono della fede con altri e attualizzandola in un’amorevole servizio di Dio e del prossimo.

    4. Negli ultimi decenni, tuttavia, la Chiesa nel vostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese. Si è verificato un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici. Molto sovente le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali, sono state disattese. Fu anche determinante in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano Secondo fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari. È in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi, che ha contribuito in misura tutt’altro che piccola all’indebolimento della fede e alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti.

    Solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla presente crisi è possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi efficaci. Certamente, tra i fattori che vi contribuirono possiamo enumerare: procedure inadeguate per determinare l’idoneità dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa; insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati; una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona. Bisogna agire con urgenza per affrontare questi fattori, che hanno avuto conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie e hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione.

    5. In diverse occasioni sin dalla mia elezione alla Sede di Pietro, ho incontrato vittime di abusi sessuali, così come sono disponibile a farlo in futuro. Mi sono soffermato con loro, ho ascoltato le loro vicende, ho preso atto della loro sofferenza, ho pregato con e per loro. Precedentemente nel mio pontificato, nella preoccupazione di affrontare questo tema, chiesi ai Vescovi d’Irlanda, in occasione della visita ad Limina del 2006, di “stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i princìpi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi” (Discorso ai Vescovi dell’Irlanda, 28 ottobre 2006).

    Con questa Lettera, intendo esortare tutti voi, come popolo di Dio in Irlanda, a riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale. Mi rivolgo ora a voi con parole che mi vengono dal cuore, e desidero parlare a ciascuno di voi individualmente e a tutti voi come fratelli e sorelle nel Signore.

    6. Alle vittime di abuso e alle loro famiglie

    Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi avete sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. Quelli di voi che avete subito abusi nei convitti dovete aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze. È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo. Allo stesso tempo vi chiedo di non perdere la speranza. È nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo, egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo ingiusto patire. Egli comprende la profondità della vostra pena e il persistere del suo effetto nelle vostre vite e nei vostri rapporti con altri, compresi i vostri rapporti con la Chiesa. So che alcuni di voi trovano difficile anche entrare in una chiesa dopo quanto è avvenuto. Tuttavia, le stesse ferite di Cristo, trasformate dalle sue sofferenze redentrici, sono gli strumenti grazie ai quali il potere del male è infranto e noi rinasciamo alla vita e alla speranza. Credo fermamente nel potere risanatore del suo amore sacrificale – anche nelle situazioni più buie e senza speranza – che porta la liberazione e la promessa di un nuovo inizio.

    Rivolgendomi a voi come pastore, preoccupato per il bene di tutti i figli di Dio, vi chiedo con umiltà di riflettere su quanto vi ho detto. Prego che, avvicinandovi a Cristo e partecipando alla vita della sua Chiesa – una Chiesa purificata dalla penitenza e rinnovata nella carità pastorale – possiate arrivare a riscoprire l’infinito amore di Cristo per ciascuno di voi. Sono fiducioso che in questo modo sarete capaci di trovare riconciliazione, profonda guarigione interiore e pace.

    7. Ai sacerdoti e ai religiosi che hanno abusato dei ragazzi

    Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa.

    Vi esorto ad esaminare la vostra coscienza, ad assumervi la responsabilità dei peccati che avete commesso e ad esprimere con umiltà il vostro rincrescimento. Il pentimento sincero apre la porta al perdono di Dio e alla grazia del vero emendamento. Offrendo preghiere e penitenze per coloro che avete offeso, dovete cercare di fare personalmente ammenda per le vostre azioni. Il sacrificio redentore di Cristo ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali. Allo stesso tempo, la giustizia di Dio esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla. Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio.

    8. Ai genitori

    Siete stati profondamente sconvolti nell’apprendere le cose terribili che ebbero luogo in quello che avrebbe dovuto essere l’ambiente più sicuro di tutti. Nel mondo di oggi non è facile costruire un focolare domestico ed educare i figli. Essi meritano di crescere in un ambiente sicuro, amati e desiderati, con un forte senso della loro identità e del loro valore. Hanno diritto ad essere educati ai valori morali autentici, radicati nella dignità della persona umana, ad essere ispirati dalla verità della nostra fede cattolica e ad apprendere modi di comportamento e di azione che li portino ad una sana stima di sé e alla felicità duratura. Questo compito nobile ed esigente è affidato in primo luogo a voi, loro genitori. Vi esorto a fare la vostra parte per assicurare la miglior cura possibile dei ragazzi, sia in casa che nella società in genere, mentre la Chiesa, da parte sua, continua a mettere in pratica le misure adottate negli ultimi anni per tutelare i giovani negli ambienti parrocchiali ed educativi. Mentre portate avanti le vostre importanti responsabilità, siate certi che sono vicino a voi e che vi porgo il sostegno della mia preghiera.

    9. Ai ragazzi e ai giovani dell’Irlanda

    Desidero offrirvi una particolare parola di incoraggiamento. La vostra esperienza di Chiesa è molto diversa da quella dei vostri genitori e dei vostri nonni. Il mondo è molto cambiato da quando essi avevano la vostra età. Nonostante ciò, tutti, in ogni generazione, sono chiamati a percorrere lo stesso cammino della vita, qualunque possano essere le circostanze. Siamo tutti scandalizzati per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e servire i giovani. Ma è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr Eb 13, 8). Egli vi ama e per voi ha offerto se stesso sulla croce. Cercate un rapporto personale con lui nella comunione della sua Chiesa, perché lui non tradirà mai la vostra fiducia! Lui solo può soddisfare le vostre attese più profonde e dare alle vostre vite il loro significato più pieno indirizzandole al servizio degli altri. Tenete gli occhi fissi su Gesù e sulla sua bontà e proteggete nel vostro cuore la fiamma della fede. Insieme con i vostri fratelli cattolici in Irlanda guardo a voi perché siate fedeli discepoli del nostro Dio e contribuiate con il vostro entusiasmo e il vostro idealismo tanto necessari alla ricostruzione e al rinnovamento della nostra amata Chiesa.

    10. Ai sacerdoti e ai religiosi dell’Irlanda

    Tutti noi stiamo soffrendo come conseguenza dei peccati di nostri confratelli che hanno tradito una consegna sacra o non hanno affrontato in modo giusto e responsabile le accuse di abuso. Di fronte all’oltraggio e all’indignazione che ciò ha provocato, non soltanto tra i laici ma anche tra voi e le vostre comunità religiose, molti di voi si sentono personalmente scoraggiati e anche abbandonati. Sono consapevole inoltre che agli occhi di alcuni apparite colpevoli per associazione, e siete visti come se foste in qualche modo responsabili dei misfatti di altri. In questo tempo di sofferenza, voglio darvi atto della dedizione della vostra vita di sacerdoti e religiosi e dei vostri apostolati, e vi invito a riaffermare la vostra fede in Cristo, il vostro amore verso la sua Chiesa e la vostra fiducia nella promessa di redenzione, di perdono e di rinnovamento interiore del Vangelo. In questo modo, dimostrerete a tutti che dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (cfr Rm 5, 20).

    So che molti di voi sono delusi, sconcertati e adirati per il modo in cui queste questioni sono state affrontate da alcuni vostri superiori. Ciononostante, è essenziale che collaboriate da vicino con coloro che sono in autorità e che vi adoperiate a far sì che le misure adottate per rispondere alla crisi siano veramente evangeliche, giuste ed efficaci. Soprattutto, vi esorto a diventare sempre più chiaramente uomini e donne di preghiera, seguendo con coraggio la via della conversione, della purificazione e della riconciliazione. In questo modo, la Chiesa in Irlanda trarrà nuova vita e vitalità dalla vostra testimonianza al potere redentore del Signore reso visibile nella vostra vita.

    11. Ai miei fratelli vescovi

    Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi. Seri errori furono commessi nel trattare le accuse. Capisco quanto era difficile afferrare l’estensione e la complessità del problema, ottenere informazioni affidabili e prendere decisioni giuste alla luce di consigli divergenti di esperti. Ciononostante, si deve ammettere che furono commessi gravi errori di giudizio e che si sono verificate mancanze di governo. Tutto questo ha seriamente minato la vostra credibilità ed efficacia. Apprezzo gli sforzi che avete fatto per porre rimedio agli errori del passato e per assicurare che non si ripetano. Oltre a mettere pienamente in atto le norme del diritto canonico nell’affrontare i casi di abuso dei ragazzi, continuate a cooperare con le autorità civili nell’ambito di loro competenza. Chiaramente, i superiori religiosi devono fare altrettanto. Anch’essi hanno partecipato a recenti incontri qui a Roma intesi a stabilire un approccio chiaro e coerente a queste questioni. È doveroso che le norme della Chiesa in Irlanda per la tutela dei ragazzi siano costantemente riviste ed aggiornate e che siano applicate in modo pieno ed imparziale in conformità con il diritto canonico.

    Soltanto un’azione decisa portata avanti con piena onestà e trasparenza potrà ripristinare il rispetto e il benvolere degli Irlandesi verso la Chiesa alla quale abbiamo consacrato la nostra vita. Ciò deve scaturire, prima di tutto, dal vostro esame di voi stessi, dalla purificazione interiore e dal rinnovamento spirituale. La gente dell’Irlanda giustamente si attende che siate uomini di Dio, che siate santi, che viviate con semplicità, che ricerchiate ogni giorno la conversione personale. Per loro, secondo l’espressione di Sant’Agostino, siete vescovi; eppure con loro siete chiamati ad essere seguaci di Cristo (cfr Discorso 340, 1). Vi esorto dunque a rinnovare il vostro senso di responsabilità davanti a Dio, a crescere in solidarietà con la vostra gente e ad approfondire la vostra sollecitudine pastorale per tutti i membri del vostro gregge. In particolare, siate sensibili alla vita spirituale e morale di ciascuno dei vostri sacerdoti. Siate un esempio con le vostre stesse vite, siate loro vicini, prestate ascolto alle loro preoccupazioni, offrite loro incoraggiamento in questo tempo di difficoltà e alimentate la fiamma del loro amore per Cristo e il loro impegno nel servizio dei loro fratelli e sorelle.

    Anche i laici devono essere incoraggiati a fare la loro parte nella vita della Chiesa. Fate in modo che siano formati in modo tale che possano dare ragione in modo articolato e convincente del Vangelo nella società moderna (cfr 1 Pt3, 15), e cooperino più pienamente alla vita e alla missione della Chiesa. Questo, a sua volta, vi aiuterà a ritornare ad essere guide e testimoni credibili della verità redentrice di Cristo.

    12. A tutti i fedeli dell’Irlanda

    L’esperienza che un giovane fa della Chiesa dovrebbe sempre portare frutto in un incontro personale e vivificante con Gesù Cristo in una comunità che ama e che offre nutrimento. In questo ambiente, i giovani devono essere incoraggiati a crescere fino alla loro piena statura umana e spirituale, ad aspirare ad alti ideali di santità, di carità e di verità e a trarre ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale. Nella nostra società sempre più secolarizzata, in cui anche noi cristiani sovente troviamo difficile parlare della dimensione trascendente della nostra esistenza, abbiamo bisogno di trovare nuove vie per trasmettere ai giovani la bellezza e la ricchezza dell’amicizia con Gesù Cristo nella comunione della sua Chiesa. Nell’affrontare la presente crisi, le misure per occuparsi in modo giusto dei singoli crimini sono essenziali, tuttavia da sole non sono sufficienti: vi è bisogno di una nuova visione per ispirare la generazione presente e quelle future a far tesoro del dono della nostra comune fede. Camminando sulla via indicata dal Vangelo, osservando i comandamenti e conformando la vostra vita in modo sempre più vicino alla persona di Gesù Cristo, farete esperienza del profondo rinnovamento di cui oggi vi è così urgente bisogno. Vi invito tutti a perseverare lungo questo cammino.

    13. Cari fratelli e sorelle in Cristo, è con profonda preoccupazione verso voi tutti in questo tempo di dolore, nel quale la fragilità della condizione umana è stata così chiaramente rivelata, che ho desiderato offrirvi queste parole di incoraggiamento e di sostegno. Spero che le accoglierete come un segno della mia spirituale vicinanza e della mia fiducia nella vostra capacità di rispondere alle sfide dell’ora presente traendo rinnovata ispirazione e forza dalle nobili tradizioni dell’Irlanda di fedeltà al Vangelo, di perseveranza nella fede e di risolutezza nel conseguimento della santità. Insieme con tutti voi, prego con insistenza che, con la grazia di Dio, le ferite che hanno colpito molte persone e famiglie possano essere guarite e che la Chiesa in Irlanda possa sperimentare una stagione di rinascita e di rinnovamento spirituale.

    14. Desidero proporvi alcune iniziative concrete per affrontare la situazione.

    Al termine del mio incontro con i vescovi dell’Irlanda, ho chiesto che la quaresima di quest’anno sia considerata tempo di preghiera per una effusione della misericordia di Dio e dei doni di santità e di forza dello Spirito Santo sulla Chiesa nel vostro Paese. Invito ora voi tutti a dedicare le vostre penitenze del venerdì, per un intero anno, da ora fino alla Pasqua del 2011, per questa finalità. Vi chiedo di offrire il vostro digiuno, la vostra preghiera, la vostra lettura della Sacra Scrittura e le vostre opere di misericordia per ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda. Vi incoraggio a riscoprire il sacramento della Riconciliazione e ad avvalervi con maggiore frequenza della forza trasformatrice della sua grazia.

    Particolare attenzione dovrà anche essere riservata all’adorazione eucaristica, e in ogni diocesi vi dovranno essere chiese o cappelle specificamente riservate a questo fine. Chiedo che le parrocchie, i seminari, le case religiose e i monasteri organizzino tempi per l’adorazione eucaristica, in modo che tutti abbiano la possibilità di prendervi parte. Con la preghiera fervorosa di fronte alla reale presenza del Signore, potete compiere la riparazione per i peccati di abuso che hanno recato tanto danno, e al tempo stesso implorare la grazia di una rinnovata forza e di un più profondo senso della missione da parte di tutti i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli.

    Sono fiducioso che questo programma porterà ad una rinascita della Chiesa in Irlanda nella pienezza della verità stessa di Dio, poiché è la verità che ci rende liberi (cfr Gv 8, 32).

    Inoltre, dopo essermi consultato e aver pregato sulla questione, intendo indire una Visita Apostolica in alcune diocesi dell’Irlanda, come pure in seminari e congregazioni religiose. La Visita si propone di aiutare la Chiesa locale nel suo cammino di rinnovamento e sarà stabilita in cooperazione con i competenti uffici della Curia Romana e la Conferenza Episcopale Irlandese. I particolari saranno resi noti a suo tempo.

    Propongo inoltre che si tenga una Missione a livello nazionale per tutti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi. Nutro la speranza che, attingendo dalla competenza di esperti predicatori e organizzatori di ritiri sia dall’Irlanda che da altrove, e riesaminando i documenti conciliari, i riti liturgici dell’ordinazione e della professione e i recenti insegnamenti pontifici, giungiate ad un più profondo apprezzamento delle vostre rispettive vocazioni, in modo da riscoprire le radici della vostra fede in Gesù Cristo e da bere abbondantemente dalle sorgenti dell’acqua viva che egli vi offre attraverso la sua Chiesa.

    In questo Anno dedicato ai Sacerdoti, vi do in consegna in modo del tutto particolare la figura di San Giovanni Maria Vianney, che ebbe una così ricca comprensione del mistero del sacerdozio. “Il sacerdote, scrisse, ha la chiave dei tesori del cielo: è lui che apre la porta, è lui il dispensiere del buon Dio, l’amministratore dei suoi beni”. Il Curato d’Ars ben comprese quanto grandemente benedetta è una comunità quando è servita da un sacerdote buono e santo: “Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il tesoro più grande che il buon Dio può dare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della divina misericordia”. Per intercessione di San Giovanni Maria Vianney possa il sacerdozio in Irlanda riprendere vita e possa l’intera Chiesa in Irlanda crescere nella stima del grande dono del ministero sacerdotale.

    Colgo questa opportunità per ringraziare fin d’ora tutti coloro che saranno coinvolti nell’impegno di organizzare la Visita Apostolica e la Missione, come pure i molti uomini e donne che in tutta l’Irlanda stanno già adoperandosi per la tutela dei ragazzi negli ambienti ecclesiali. Fin da quando la gravità e l’estensione del problema degli abusi sessuali dei ragazzi in istituzioni cattoliche incominciò ad essere pienamente compreso, la Chiesa ha compiuto una grande mole di lavoro in molte parti del mondo, al fine di affrontarlo e di porvi rimedio. Mentre non si deve risparmiare alcuno sforzo per migliorare ed aggiornare procedure già esistenti, mi incoraggia il fatto che le prassi vigenti di tutela, fatte proprie dalle Chiese locali, sono considerate, in alcune parti del mondo, un modello da seguire per altre istituzioni.

    Desidero concludere questa Lettera con una speciale Preghiera per la Chiesa in Irlanda, che vi invio con la cura che un padre ha per i suoi figli e con l’affetto di un cristiano come voi, scandalizzato e ferito per quanto è accaduto nella nostra amata Chiesa. Mentre utilizzerete questa preghiera nelle vostre famiglie, parrocchie e comunità, possa la Beata Vergine Maria proteggervi e guidarvi lungo la via che conduce ad una più stretta unione con il suo Figlio, crocifisso e risorto. Con grande affetto e ferma fiducia nelle promesse di Dio, di cuore imparto a tutti voi la mia Benedizione Apostolica come pegno di forza e pace nel Signore.

    Dal Vaticano, 19 marzo 2010, Solennità di San Giuseppe

  16. 20 maggio 2011 alle 9:34

    Francesco Merlo, Il prete della notte e le colpe della Chiesa

    Il durissimo articolo dell’editorialista di Repubblica sulla vicenda di Don Seppia, che ha scatenato la reazione di Avvenire.

    http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=10DEQ5

  17. 20 maggio 2011 alle 9:52

    Davide Rondoni, La macchina del fango di una firma famosa

    La risposta dei vescovi non si è fatta attendere. Ecco, a firma di Davide Rondoni, la replica su Avvenire di ieri.

    19 maggio 2011
    La macchina del fango di una firma famosa
    Chiesa e pedofilia, quelle spirali cieche e velenose

    Il caso fosco, terribile e pietoso del prete Riccardo Seppia il quale conduceva una doppia vita – apparendo sacerdote ed esercitando satanismo e altre pratiche orrende, secondo le accuse che stanno emergendo – invita tutti a comprendere quale potenza di dissimulazione c’è in noi uomini. Non mancano nella storia e nella cronaca casi del genere: tranquilli pensionati che custodivano in casa vittime segregate o fatte a pezzi, professionisti dalla doppia o tripla vita, madri snaturate, uomini della legge ingannatori. Anche in uomini e donne saliti alle più alte ed esposte cariche del potere o della fama non sono mancati casi del genere. Già, è a sua volta un potere enorme, la dissimulazione. Lo conosciamo in qualche misura tutti noi, eccetto i santi. Ma i guasti che tale potere produce sono a volte altrettanto enormi.

    Proprio per questo colpisce di più quando a esercitare tale potere nefasto è un uomo che, per l’abito che veste, dovrebbe essere tutto il contrario, uno strumento della luce e del bene. Come è stato possibile, ora molti si chiedono – e così è sempre in casi del genere, diversi eppure sempre uguali tra loro – che non ci si sia accorti in tempo? E come è stata possibile questa micidiale determinazione, questa feroce arguzia del male? Ce lo siamo chiesti in molte occasioni. L’ultimo caso, noto ai più, è quello della coppia appena condannata in via definitiva per la strage di Erba.

    Ecco perché di fronte a prove di malvagità che sgomentano e producono ferite e guai seri, attivare la macchina del fango come ha fatto ieri scrivendo da Parigi una firma di Repubblica, è da maramaldi e da furbastri. Da maramaldi, perché si intende lucrare sulle disgrazie altrui per ricavare argomenti pretestuosi per attaccare chi viene considerato avversario, nella circostanza la Chiesa in generale. Da furbastri, perché l’argomentare è grossolano: la deviazione ferina di don Seppia sarebbe addirittura una malattia causata dalla posizione della Chiesa sul sesso. Ma si sa, la smania – qualunque smania e soprattutto quella di spargere fango – fa perdere lucidità e fa perdere la capacità di comprendere i contorni reali delle vicende.

    L’ansia di menar fendenti contro la Chiesa, fa mettere in fila al noto commentatore tante e tali banalità da indurci a dubitare che conosca non solo la predicazione e le regole della Chiesa sul sesso, ma anche la semplice logica dei fatti. Imputare la tremenda e spavalda doppia personalità di don Seppia alla sua educazione cattolica – la medesima che ha formato santi e gente normalissima – sarebbe come imputare la doppia personalità dei coniugi di Erba alle scuole da loro frequentate nel Comasco o addossare la responsabilità delle cose orrende che hanno compiuto alla linea educativa dello Stato italiano che si è occupato della loro formazione da ragazzi.

    Una malignità, ma soprattutto una corbelleria. Nel tentativo di usare una vicenda pietosa per i suoi attacchi fangosi, la firma famosa di Repubblica osa tirare in ballo il cardinale Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, osa evocare il suo ruolo di padre e di maestro in quella città e in quella Chiesa capovolgendolo ignominiosamente in quello di istruttore alla dissimulazione e all’ombra complice e omertosa.

    E lo fa, la firma famosa e parigina, che tutto mostra di sapere degli uomini e del mondo, proprio nel giorno in cui il pastore di Genova è in visita sotto al sole e tra le sofferenze di Lampedusa, proprio mentre torna a farsi segno dell’ascolto e della vicinanza della Chiesa ai generosi, agli sgomenti, agli ultimi. E sostiene, la famosa firma parigina che tutto sa e tutto giudica dell’Italia e del mondo, che ‘tutti sapevano’ a Genova del satanista vestito da prete, dell’orco insinuato nel gregge, ma la Chiesa e suoi vescovi facevano finta di non sapere. Ma se ‘tutti’ sapevano perché non hanno denunciato? Tutti omertosi? O, invece, tutti – fedeli e pastori, cittadini e giornalisti – raggirati dal maligno dissimulatore? Tutti attoniti, ancora una volta, come già a Erba e in altri casi, per la potente dissimulazione di una vita divenuta orrenda? Tutti, più che mai, pensosi di come nella nostra vita, nella vita di ognuno, divampi sempre la lotta tra l’ombra e la luce? Già, ma l’importante era accendere la macchina del fango.

    A chi giova? È davvero povera una battaglia culturale, magari legittima, che ricorre a questi mezzi, a questo disprezzo dei fatti e delle persone coinvolte, per spostare l’attenzione sull’obiettivo che si è in animo – sempre e comunque – di colpire. Ma non potrà certo lamentarsi chi si comporta così se poi – naturalmente per colpa d’altri, dirà, dissimulando – il livello del dibattito nel Paese si imbarbarisce e si attorciglia. In spirali cieche e velenose.
    Davide Rondoni
    © riproduzione riservata

    http://www.avvenire.it/Commenti/Quelle+spirali+cieche+e+velenose_201105190711590630000.htm

  18. 20 maggio 2011 alle 11:08

    “Il prete-orco, il prete-lupo, il prete-bestia”… Don Seppia malato per colpa della Chiesa? E’ una cosa vera solo a metà, in ragione del fatto che può esser vera. E’ un’ipotesi che va controllata, e perciò inutilizzabile finché viene data per certa (come fa Merlo) o sicuramente e totalmente falsa e in malafede (come vorrebbe Rondoni).
    L’errore di Merlo è quello di tirare una regola generale partendo da un singolo caso. Prima di dire per colpa di chi, bisogna accertare quali cause effettivamente, tra le moltissime possibili, abbiano portato questo caso a questo tipo di pedofilia; ma prima ancora bisognerebbe rispondere alla difficilissima domanda: la pedofilia è una malattia? Questioni da affrontare con rigore scientifico, non con furore moralistico. Altrimenti ci si espone alle critiche legittime di un Rondoni.
    L’errore di Rondoni è quello di non passare dall’ascolto, prima di arrivare all’insulto. Pur prescindendo dal singolo caso, se un fenomeno si presenta con queste frequenze e dimensioni sociologiche, forse val la pena di porsi in umile atteggiamento di ricerca scientifica e, prima di negare o affermare alcunché, chiedersi se in ciò che l’altro dice vi sia qualche ipotesi valutabile o, in coscienza, sia davvero tutto tutto da buttare.
    Altrimenti, l’impressione che daremo è esattamente quella di avere la coda di paglia.

  19. 2 settembre 2011 alle 15:01

    Pedofilia, Don Mazzi shock: ”Aboliamo i seminari”
    – Video – Repubblica Tv – la Repubblica.it

    http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fs.repubblica.it%2Feooukh&h=kAQCQquihAQDkWCcidUJekYPQyXwftco56MLtzqhL23EBbA

    Ma – con tutto il rispetto per Don Mazzi – che cos’è il seminario? Un modo per selezionare e coltivare la futura leadership ecclesiastica. Che a che fare col sacerdozio? Poco o nulla. E allora? Il seminario esiste perché esiste il celibato. Abolire i seminari, minori (in gran parte già aboliti) e anche quelli maggiori non servirebbe a nulla, neppure riguardo alla pedofilia o all’omosessualità del clero, se non hai un modo alternativo d’intendere il sacerdozio e quindi reclutare i candidati. Il vero nodo è abolire l’obbligatorietà del celibato ecclesiastico.

    • 2 settembre 2011 alle 16:33

      Seminari: Don Mazzi come Sant’Alfonso

      “[Gli alunni dei seminari] entrano angeli, e tra breve diventano demoni […] E’ cosa da piangere il vedere tanti poveri figliuoli, prima innocenti e divoti, ma dopo essere stati in seminario divenuti una sentina di vizi”.

      (Alfonso M. de’ Liguori, Riflessioni utili a’ vescovi, 1745. Cit. in G. B. GUERRI, Gli italiani sotto la Chiesa. Da San Pietro a Berlusconi, Bompiani, Milano, 2011, 169)

  20. 2 settembre 2011 alle 17:44

    Non è che per caso i seminari sono sempre stati rappresentati come adornati di un certo alone di santità, un pò fuori dal mondo se vogliamo, ed invece sono sempre stati assolutamente strutture umane e pertanto riflesso di pregi e difetti tipici della natura umana? Un pò come i preti che non sono angeli come nel nostro immaginario, ma in fondo sempre uomini sono.

    Sicuramente qualcosa da cambiare c’è. Non ne conosco personalmente la natura, ma da quel che si racconta (chi più chi meno qualche amico o parente passato da un seminairo l’abbiamo tutti) e da come viene rappresentato ad esempio sui siti web, una passata di ducotone rinfrescante ci vuole.

    Seminari non come luoghi di santità ma luogo di aggregazione e confronto per persone che condividono un percorso spirituale approfondito simile o comune, messo a disposizione dalla comunità ecclesiale. Tutto qui.

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