Anno B, Quaresima, IV domenica

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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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La crisi delle verità

Anno B, Quaresima, IV domenica

2Cr 36, 14-16.19-23; Sal 136; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

Il ricordo di te, Signore, è la nostra gioia.

Gv 3, 14 «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”.

16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Ýpsosis. Esaltazione.

Difficilmente potrebbe esser detto in maniera più sintetica di quanto non faccia Giovanni oggi il rapporto tra verità e salvezza, l’intreccio tra operatività umana e divina nella salvezza.

Dal punto di vista redazionale, vi è anzitutto vi è da rilevare la connessione strutturale e tematica del brano di oggi con gli inserti redazionali del prologo del quarto vangelo e con la figura di Giovanni il Battista. Ci troviamo dunque nell’introduzione del vangelo di Giovanni e il passo sembra un ponte meditativo che insieme a 3,31-36 incornicia il dittico con cui si chiude questa introduzione, collegando la figura di un rappresentante della religiosità ufficiale, Nicodemo, e quella carismatica e mistica del Battista, prendendo in esame i rispettivi atteggiamenti mentali di fronte all’evento messianico che si realizza in Gesù.

L’uso dei termini rimanda infine ad una delle reti semantiche tipiche del quarto evangelista: salvezza, luce-tenebre, giudizio, mondo, fede-incredulità (Gv 12,31-36) al cui centro sta ypsosis, appunto.

La parola-chiave da cui iniziare a dispiegare questa mappa semantica è “verità”. La “verità” non è qui intesa come la presunta essenza formale della realtà ma piuttosto in un senso proprio processualpenalistico, una verità che si fa nel giudizio, oltre che un giudizio che si fa vero.

Non una verità concretizzante e sostantivata, dunque, contenutistica ed essenzialista, di cui si possa conseguire un qualsiasi “possesso”, ma una verità che è opera (3,21) e relazione interpersonale ad un tempo.

In Giovanni la verità è “critica” (krisis, giudizio, 29) in se stessa. E’ il medesimo agìto divino in cui lo sguardo terreno degli uomini vede verità diverse in relazione alle diverse condizioni soggettive di coscienza. E’ questo che propriamente consente il giudizio, che è sostanzialmente un giudizio su di sé (18), sulla qualità della propria risposta alla salvezza. La ýpsosis della croce è la crisi delle verità di cui ci facciamo portatori, la loro prova cruciale.

La conoscenza di questo oggetto ha una sua peculiarità epistemologica legata alla sua origine pneumatica, al suo provenire “dal cielo”. Attorno all’oggetto di questa verità infatti accadono fenomeni epistemologici dalle caratteristiche speciali legate alla sua natura trascendente, alla sua origine soprannaturale (cfr. 2, 9-13). Ed è all’interno di questa peculiarità che va cercato lo specifico modo d’essere della conoscenza di fede, rispetto a quella razionale, e dell’esistenza credente rivolta verso questa verità e costituita in essa.

Sebbene la luce soprannaturale sia esibita, esaltata, quasi ostentata, ciò non basta a farne una verità riconoscibile con un atto intellettuale, e sicuramente non è in questo che consiste il suo potere salvifico. Di fronte a questa luce, infatti, ed addirittura dentro di essa, vi è sempre la possibilità, e di fatto accade, che qualcuno continui a sottrarsi al giudizio e ad occultarsi a se stesso. La salvezza è invece riconoscere amore nel venire allo scoperto di Dio e consegnarsi nella debolezza di Figlio dell’uomo, in questo suo esaltarsi nel dono di sé prendendosi dei rischi: affidarsi all’intrinseca ambiguità dell’amore, alla capacità di accoglienza degli uomini, ma anche alla possibilità di un loro rifiuto.

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