Massimo Naro, In ricordo del vescovo Aldo

In ricordo del vescovo Aldo, fratello e maestro

di Massimo Naro

Tratto da: Massimo Naro, Premessa, in Gioirono al vedere il Signore, Icone del Risorto nel Duomo di Monreale, Collana del Centro Studi “Cammarata” di San Cataldo per i tipi delle edizioni Lussografica, Caltanissetta 2007.L’A. è presbitero cattolico, teologo dommatico, docente presso la Facoltà teologica di Sicilia “S. Giovanni Evangelista”, Palermo e rettore del Seminario diocesano di Caltanissetta.

Rifiuto della morte è anzitutto la memoria
Sergio Quinzio

«Settembre è, soprattutto sul terminare, la vera temperatura degli spiriti fini, che sono del resto assai pochi»: questa frase, annotata da don Cesare Angelini nel suo libro Penna, carta e calamaio, mi torna in mente con insistenza mentre consegno ai lettori questo volume, che si sarebbe dovuto aprire con la presentazione di mio fratello Aldo. L’avevamo pensato insieme: sarebbe dovuto essere il contributo del Centro Studi Cammarata di San Cataldo e del Centro Studi Intreccialagli di Monreale al Convegno delle Chiese d’Italia celebratosi a Verona nello scorso ottobre sul tema: Testimoni di Gesù Risorto speranza del mondo. Difatti era quasi pronto. La morte, sopraggiunta improvvisamente il 29 settembre, ci ha costretti a lasciarlo in sospeso. Se ora mi decido a pubblicarlo è solo per mettere in pratica, in memoria di lui, una delle sue più belle e più efficaci lezioni: un libro può essere un atto di amore.
Aldo mi ha insegnato a scegliere i libri, a leggerli, a custodirli. Mi ha anche insegnato a farli i libri, a curarne la pubblicazione, a vederli nascere dal computer alla tipografia. Ma soprattutto, partecipandomi l’arte del libro, mi ha insegnato un modo d’amare. Ogni nostro libro ch’egli spediva – a chiunque, ad amici fraterni come pure a semplici conoscenti – era accompagnato da una sua parola, da un suo cordiale saluto vergato di suo pugno, a volte anche solo dall’indirizzo sulla busta, che voleva sempre e testardamente scrivere a mano, per far capire al destinatario che lo aveva presente nel cuore e non solo nell’indirizzario. Ogni libro nella cui produzione egli mi coinvolgeva, al Centro Cammarata e al Centro Intreccialagli, come pure in Facoltà Teologica a Palermo, era come una rete di contatti, di relazioni, di confronti, di collaborazioni: era come darsi appuntamento con tanti amici, con quelli che avrebbero scritto il libro, con quelli che lo avrebbero edito, con quelli che lo avrebbero stampato, con quelli che lo avrebbero letto e presentato, con quelli che lo avrebbero ricevuto in dono. E sempre da tutti – se avevano il cuore per vedere e ascoltare veramente – giungeva puntuale la grata conferma che il suo messaggio d’amicizia era stato recepito. Ciò capitava specialmente quando si trattava di uno dei tanti libri scritti da lui stesso. Se li riprendo in mano, se li sfoglio, se torno a leggerli, se di nuovo mi lascio affascinare dal loro argomentare, anch’io sento in essi la sua presenza e, ancora una volta, la sua lezione di vita e la sua testimonianza sacerdotale. In tal senso mi piace riferire ad Aldo le parole dello storico della pietà don Giuseppe De Luca: «Quando un prete sa scrivere, è difficile che se ne vada tutto in saper scrivere: troppo ha meditato, troppo ha studiato, in troppe anime si è incontrato o scontrato, troppo ha avuto da discorrere con la propria sua anima, perché egli possa allontanarsi da quel fuoco che solo riscalda e illumina gli uomini, cosicché nelle sue pagine deve dirsi presente con lo scrittore anche il sacerdote».
Questo libro, in particolare, sarebbe stato un’ulteriore espressione del suo amore per la diocesi di Monreale, di cui era pastore. Aldo aveva avuto modo, durante l’estate del 2006, di leggere il Philippus, sive de christiana laetitia dialogus, scritto nel 1591 dal card. Agostino Valier, amico ed estimatore di san Filippo Neri. Il Valier pensò bene di trascrivere, nella sua operetta, un colloquio intrattenuto dal santo, a Roma, presso il suo Oratorio alla Vallicella, con alcuni suoi discepoli, sulla tematica che più caratterizzava la sua spiritualità: la gioia. L’autore, nel suo Dialogo, immaginava che a discutere con san Filippo ci fossero i primi suoi più stretti amici e discepoli, sette in tutto. Tra questi, insieme al card. Federico Borromeo, al card. Agostino Cusani, all’arcivescovo Silvio Antoniano, all’abate Marcantonio Maffa, e agli oratoriani Cesare Baronio e Giovan Francesco Bordini, il Valier annoverava anche Ludovico ii Torres, arcivescovo di Monreale dal 1588 al 1609, al quale faceva dire: «Come lo sposo si delizia della bellezza della sposa, così il vescovo si compiace in modo ammirabile della bellezza e della magnificenza della sua Chiesa. Bellissima è la mia sposa, la mia illustre Chiesa, lo confesso, e sono sommamente grato a Dio, distributore di ogni dignità e ufficio, che ad essa mi prepose. […] Che se poi mi capita, come spesso suole accadere ai pastori d’anime, di essere offeso, invidiato o calunniato da qualcuno, allora più mi rallegro, sperimentando la forza di quelle parole che lo Spirito Santo disse per bocca di Davide: “Le tue consolazioni hanno allietato l’anima mia secondo la moltitudine delle ambasce del mio cuore”. […] Mio giubilo è il mio coro; mia letizia è la mia sposa; la mia cattedra sulla quale presenzio ai divini uffici; l’altare sul quale offro il sacrificio all’altissimo Iddio […]; mio gaudio è quel pulpito su cui talvolta salgo; mia gioia il mio seminario, la frequente amministrazione della santissima eucarestia, il numeroso concorso di popolo nella mia chiesa. Allora particolarmente mi rallegro, quando vedo crescere il numero dei maestri e delle maestre che istruiscono i fanciulli nella dottrina cristiana; allo stesso modo gioisco grandemente quando intervengo a queste lezioni e come padre amorevole incoraggio con piccoli doni l’applicazione dei fanciulli e delle fanciulle nell’apprendere i rudimenti della dottrina cristiana. Gran gioia provo quando, come messaggero di Cristo re della pace, riconcilio padre e figli, marito e moglie, fratelli, vicini e quanti altri sono in discordia. Questo è il frutto che raccoglie il pastore d’anime adoperandosi a togliere l’iniquità, a estirpare il peccato, a far tributare all’altissimo Re e Signore dei signori il culto dovuto, non solo esteriore, ma anche interiore in fede, speranza e carità».
Aldo si immedesimava in queste affermazioni del suo insigne predecessore: le sentiva sue, intimamente, pur distillandole dolorosamente dall’elegante retorica tipica dell’epoca in cui furono scritte. Perciò desiderava che il nostro contributo al Convegno di Verona fosse incentrato sulla gioia che proviene dall’ammirare la bellezza della Chiesa, della sua Chiesa, quella stessa del Torres. Mi aveva quindi chiesto di commentare le grandi icone relative al Risorto presenti nel complesso musivo del duomo di Monreale e di pubblicare le corrispondenti cromolitografie con cui, nel xix secolo, l’abate Domenico Benedetto Gravina – facendosi coadiuvare da un gruppo di giovani disegnatori siciliani e da esperti incisori come Konrad Grob e Georg Frauenfelder – aveva riprodotto fedelmente, a mo’ di miniature, tutti i mosaici della basilica normanna in un prezioso volume che Aldo giustamente reputava un’opera d’arte su un’opera d’arte (Il Duomo di Monreale illustrato e riportato in tavole cromo-litografiche, Stab. Tip. F. Lao, Palermo 1859-1869, due tomi in formato cm 71×52). Ora, finalmente, il nostro libro è compiuto e io lo dedico ad Aldo, nel segno della speranza annunciata da Cristo Gesù: «Alla fine dei secoli, quando / mi chiamerà un’altra voce / e proverò per la seconda volta / l’impeto di risurrezione / prego che come questa volta, / quando sei stato tu a chiamarmi, / alzandomi stupito dalla fossa / con le ossa che sentono la carne / stendersi nuovamente su di loro, / con la carne che sente / in sé di nuovo penetrare l’anima / io possa, in quel tremendo campo / dove avrà inizio l’eterno, / fissare il primo sguardo su di te, / ritrovarti al mio fianco» (Margherita Guidacci).

Pasqua 2007

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