Gabriele Perlini, L’arcivescovo in nigris

L’Autore (Montorio Veronese [VR], 8 agosto 1916 – Roma, 11 marzo 2004), presbitero cattolico è stato fondatore della comunità parrocchiale romana  di Santa Maria Stella Matutina e parroco dal 14/03/1962 al 31/07/1993.

Eravamo ai primi di luglio dell’86: un caldo notevole come succede ogni tanto in estate. Ero rimasto solo a rappresentare il clero locale al servizio del buon Dio e della gente, ed ero un po’ preoccupato perché non mi era facile dire cinque messe ogni domenica mettendoci anche un po’ di predica. Rischiavo dì bruciare il motore, cosicché domandai aiuto alla gente per trovare un collaboratore. Un bel giorno arrivò una telefonata, una voce gradevole, baritonale, con lieve accento straniero che mi disse: sono Tizio e Caio, ho saputo che è solo, vuole che venga ad aiutarla la domenica?
Restai di stucco: era un arcivescovo molto noto per la sua storia, ma a me, a livello personale, totalmente sconosciuto. Non mi fu facile rispondere perché in tutta la mia vita di parroco non avevo mai avuto l’occasione di un arcivescovo a disposizione e di quel calibro. Dissi di sì, molto emozionato e attesi la domenica con impazienza. Arriva la domenica, per la messa vespertina. In chiesa poche donne dicevano il rosario. Si fermò lungamente a pregare con loro, poi entrò in sacrestia. A me sembrò alto come un campanile, di gradevole aspetto, con gli occhi ridenti e ironici, senza alcun segno esterno di autorità, con un semplicissimo vestito nero. Al mio evidente imbarazzo molto tranquillamente disse: se mi vuole sarei lieto di aiutarla la domenica. Il dialogo divenne subito facile per la sua garbata umanità e per quel non so che dí serena sacralità da sacerdote intelligente. Non volle presentazioni e gli piacque esser chiamato subito “padre”.
Celebrò la prima messa a Stella Mattutina, riempiendo l’altare con la sua persona e la chiesa con la sua voce: una messa intensa con predica breve, precisa, altrettanto intensa.
Nessuno lo riconobbe. Strano! Migliaia di fotografie sui giornali, ma sull’altare era un altro o forse veramente quello che nessuno aveva mai fotografato, il servo di Jahvè. Sparì nella prima sera incipiente, ringraziando felice.
Così cominciai a conoscere una storia che nessuno conosceva, che nessuno aveva né valutato né mai approfondito o intravisto: la “storia di un sacerdozio”. Anche a me era ignoto sotto quell’aspetto: avevo letto su di lui le storie più incredibili sui giornali italiani che sguazzano quando possono massacrare un uomo vestito di nero. Conoscendo la fama di verità dei giornalisti mi ero attenuto ad un giudizio da verificare. Si diceva un tempo: quattrini e santità metà della metà. Così pensai anche che il detto valeva per il contrario.
Devo confessare che anche a me era sfuggito quell’aspetto essenziale della sua vita. Di letture sul personaggio e sulla sua vicenda ne avevo fatte tante; appariva sempre come un signore enigmatico fra i torrioni del castello, massacrato come il simbolo di un mondo da distruggere, sempre in attesa di un giudizio di là da venire ma già “prefabbricato” per l’opinione pubblica: Voltaire è sempre di moda quando si tratta di un uomo di Chiesa.
Non meno velenosi mi erano apparsi anche i periodici cattolici, i quali in nome di una presunta purezza evangelica esprimevano giudizi generici e superficiali sull’uso del denaro: ma della sua persona mai un accenno, mai visto in faccia, non conosce vano alcunché della sua origine, dei suoi studi rigorosi nelle Università romane, del suo apostolato fra i giovani nelle parrocchie del mondo, e del suo umile servizio alla S. Sede, voluto dai Papi, in particolare da Paolo VI e Giovanni Paolo II.
Un uomo come tanti altri a servizio della S. Sede, se non avesse avuto due qualifiche detestabili: americano e addetto al denaro delle Missioni.
Così cominciò per me e i miei sacerdoti una conoscenza personale, autentica, basata esclusivamente sul sacro, argomento sul quale ho buon naso e sugli aspetti umani del mio arcivescovo continuava a venire “in nigris”. La gente, senza conoscerne il ruolo, cominciò a chiedere il suo servizio sacerdotale nella catechesi e nel sacramento della confessione, in particolare per stranieri, nell’ascolto della spiegazione del Vangelo, stimolante, stringata e chiara.
Ho saputo dalla gente che i concetti esposti servivano poi al colloquio familiare anche ad alto livello. Cominciarono a verificarsi dei ritorni a Dio e delle conversioni anche da altre espressioni religiose.
Invitato qualche volta a cena, il dialogo spaziava tra le mille esperienze religiose con ricordi di nomi e fatti di tutta una vita di sacerdote, ricca di rapporto umano e amicizia: una missionarietà mai smentita. Una lieta sorpresa del piacevole conversare fu la scoperta di una profonda conoscenza della pittura anche moderna, italiana e francese, ma soprattutto del Rinascimento Italiano e un gusto aristocratico per la musica classica.
Con discrezione non ho mai affrontato il problema finanziario nel quale non ho alcuna competenza, ma ho ringraziato il Signore, ogni domenica, perché al di là dei numeri, veniva amministrata la grazia e la misericordia di Cristo dal mio arcivescovo in nigris Paul Marcinkus.

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  1. 11 marzo 2008 alle 7:29

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