Anno B, Tempo ordinario, XXVIII domenica

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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Oltre il cielo dei valori

Anno B, tempo ordinario, XXVIII domenica
Sap 7,7-11; Sal 89; Eb 4, 12s; Mc 10, 17-30
Salvaci signore con il tuo amore: gioiremo per sempre

Mc 10,17]Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». [18]Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. [19]Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre». [20]Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». [21]Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dállo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». [22]Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. [23]Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». [24]I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio! [25]E` più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». [26]Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». [27]Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio». [28]Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». [29]Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, [30]che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. [31]E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».

Nello scorso numero di LD abbiamo visto che questa pagina evangelica presenta uno sviluppo parallelo a quella della questione sul divorzio. Entrambi i passi, infatti, raccontano di un fallimento dell’evangelizzazione; ma le convergenze tra i due brani sono anche strutturali.
In 10,17, come in 10,1, Gesù sta per mettersi in cammino. Si tratta del “grande viaggio”, la salita a Gerusalemme, di cui abbiamo accennato la volta scorsa, che inquadra storicamente gli episodi in questione ma suggerisce anche una certa continuità di temi in questa particolare fase del ministero di Gesù. Anche qui, come in Mc 10,2, la narrazione prende spunto da un interrogativo posto da un interlocutore di Gesù. L’uomo si inginocchia davanti a Gesù e quasi ne ostacola il cammino. Anche in quest’episodio lo sviluppo del racconto fa precedere, alla sentenza di Gesù, un richiamo alle Scritture. Ma la domanda dell’uomo, che ne fornisce lo spunto, in un primo tempo, appare forse pretestuosa a Cristo, che probabilmente vi scorge il pericolo di un tranello simile a quello teso dai farisei in 10,2. Le prime parole di Gesù sembrano suonare dunque un po’ infastidite.
La replica dell’uomo, tuttavia, rivela che nonostante la sua ricchezza e la rettitudine delle sue intenzioni egli avverte che “qualcosa gli manca” (cfr. 10, 21). Gesù “fissa lo sguardo” su di lui e lo “ama”: il Signore adesso vede che nella persona che ha di fronte non vi è falsa coscienza; al contrario, quell’uomo è sinceramente alla ricerca del bene e la sua condizione interiore è dunque assai diversa rispetto a quella dei farisei dell’episodio precedente. La proposta di Gesù è quella di liberarsi di tutto ciò che non fosse strettamente necessario a mettersi in viaggio con lui verso Gerusalemme (cfr. anche Mc 6,8-9). In altri termini, Gesù prospetta le esigenze della sequela come un “oltre”, un “regno”, un dominio di valori ulteriori, rispetto al regno della moralità e dello stesso legalismo religioso (“avrai un tesoro in cielo”). Ciò che colpisce non è solo la radicalità della risposta di Gesù, ma anche il suo carattere per nulla teorico, al contrario, tutto orientato alla pratica, e la sua urgenza. Occorre decidersi e decidersi in fretta, cogliere al volo l’occasione: il grande viaggio è iniziato e non ammette perdite di tempo perché Gesù sa che la prossima Pasqua, che già incombe, sarà l’ultima.
Ma l’uomo se ne va col volto triste: la lieta novella è, paradossalmente, per lui, motivo di tristezza.
Nella seconda scena del brano, come già in 10,10-12, Marco mostra Gesù con i discepoli, che da lui vengono privatamente istruiti, e conclude con la proposta dell’ideale del discepolo (rispettivamente 14-15 e 29-31).
L’interpretazione comune dell’insegnamento contenuto nell’intero episodio vi vede una messa in guardia dal potere di suggestione della ricchezza. Questi versetti conclusivi, tuttavia, contengono due dei più straordinari esempi di discorso iperbolico, (“è più facile che un cammello passi…”) e paradossale (“i primi saranno ultimi…”) non infrequenti nell’insegnamento di Gesù, di cui egli si serve, più che per demonizzare le ricchezze, per aiutare i discepoli ad interpretare i paradossali fallimenti cui sempre più spesso andava incontro il vangelo.
La particolare forma assunta qui dal linguaggio di Cristo ci consente di coglierne ulteriori sfumature. A differenza di altre correnti spirituali a lui contemporanee, Gesù non nutre alcuna diffidenza nei confronti dei beni materiali in sé considerati (cfr. 10,30). Egli però non condivide neppure la stima allora attribuita dal senso comune alla prosperità economica come segno di predilezione divina. Lo sconcerto dei discepoli alle parole di Gesù dimostra che essi pure nutrono tale considerazione (“chi può dunque salvarsi?”). Nella loro precomprensione il ricco è il più vicino al Regno di Dio, nel senso che è nelle migliori condizioni per comprenderlo ed aderirvi. Perciò l’iperbole di Gesù suona sconvolgente, come se provenisse da un altro mondo, da un cielo stellato di altri valori che nessun uomo ha mai visto, né può raggiungere da sé, nel quale tutte le nostre gerarchie sono rovesciate. Non è inutile osservare che i versetti posti da Marco immediatamente di seguito contengono la terza ed ultima profezia della passione (32-34).
In realtà, dunque, al di là del motivo occasionale determinato dalle ricchezze di quel tale, il brano si pone in continuità col precedente e ne approfondisce le tematiche. Occorre certamente in primo luogo liberarsi del lievito dei farisei (cfr. Mc 8,15), cioè della falsa coscienza, occorre lealtà intellettuale, eliminare gli ostacoli ideologici, le abitudini mentali e quelle, inveterate, dell’appartenenza. Ma tutto ciò, da solo non basta ancora; la rettitudine naturale della ragione è richiesta solo come preparazione al Regno, ma non è essa stessa il Regno: da sola non basta.
C’è un impossibile che è possibile soltanto con Cristo (v. 26) ed è precisamente quanto viene proposto al discepolo. Si tratta di qualcosa che è al di là di tutti i valori mondani, non solo materiali ma anche morali. La disponibilità ad accettare il paradosso del Regno va oltre il buon senso etico, si lascia alle spalle ogni saggezza terrena, qualsiasi altro motivo di speranza che non derivi dalla chiamata di Cristo.
Rivisitati nel contesto della partenza per il grande viaggio, ritroviamo qui anche alcuni temi caratteristici del secondo vangelo, come quello della metanoia (“pentimento”) e del kairos (l’”occasione propizia”; cfr. per entrambi i termini, il testo originale di Mc 1,15). Il senso paradossale del pentimento “assoluto” (metanoia) consiste non solo e non tanto nel ravvedersi di qualche male compiuto, ma nel pentirsi, se così si può dire, della vita intera, nel cambiare radicalmente non solo valori e giudizi ma persino la misura con la quale misuriamo il bene e il male.

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