Anno B, Quaresima, I domenica


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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Qualità del tempo

Anno B, Quaresima, I domenica
Gn 9,8-15; Sal 24; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15
Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà

Mc 1,12 E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto 13e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15e diceva: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo»

La rivelazione implica che le azioni degli uomini abbiano un effetto su Dio. In quanto frutto di scelte intenzionali, la storia ha un valore per Dio, che non rimane indifferente di fronte all’agire umano, ma se ne fa a sua volta interprete. Ciò significa che il tempo, oltre ad una dimensione quantitativa, ha anche una sua qualità. La differenza tra quantità e qualità del tempo è la stessa che corre tra tempo e storia. La storia è il tempo plasmato in una biografia della libertà. Il valore del tempo non dipende solo dal neutrale susseguirsi di istanti o dalla disponibilità quantitativa di esso ma dal senso di ciò che vi può accadere o non accadere, sulla base dell’operato degli attori umani che lo occupano con le loro decisioni. In quanto esiste una qualità del tempo, esistono tempi di qualità diverse, così com’esistono scelte a diversi livelli d’impegno della libertà.
Questa riflessione sul tempo (chrònos) e sulla qualità del tempo (kairòs) è nel vangelo di oggi, in cui Marco offre prima di tutto due indicazioni temporali per inquadrare storicamente gli inizi del ministero pubblico di Gesù: una fattuale e cronologica (l’arresto di Giovanni) l’altra simbolica e qualitativa (i quaranta giorni di penitenza e tentazioni trascorsi da Gesù nel deserto). Il tutto ha la funzione di preparare il terreno al versetto 15.

Sono molti gli indizi, in Mc 1,15 che ci convincono di trovarci di fronte a un loghion di Gesù. L’antichità del predicato, anzitutto – il cui contenuto non è l’annuncio di Cristo, ma del Regno (14) – che rimanda ad un’epoca sicuramente pre-apostolica. Ma anche la forma mnemonica del versetto, la struttura quadripartita indicativa/imperativa, la compattezza formale, la brevità, la posizione di privilegio assegnatagli da Marco nell’organizzazione redazionale delle testimonianze orali di cui dispone ci dicono che con Mc 1,15 siamo certamente davanti ad un loghion, cioè ipsissima verba Christi, esatte parole storicamente pronunciate da Gesù.
Dunque, la prima parola di Gesù registrata e tramandata nel più antico dei vangeli, “peplérotai“, un perfetto passivo, “è compiuto”, un verbo che delimita un lunghissimo processo d’inclusione attraverso i quattro canonici, corrisponde simmetricamente a un altro verbo, “è finita”, ancora un perfetto passivo: “tetélestai“, che il più recente dei vangeli attesta quale ultima parola dalla sua vita terrena (Gv 19,30).
E’ questo tempo compreso tra “peplérotai” e “tetélestai“, questa vera decima della vita terrena di Gesù, il vero kairòs, la finestra temporale che si apre sulla salvezza, l’occasione da cogliere al volo; così come in questi trentasei giorni che liturgicamente ci stanno davanti, decima dell’anno: non prima, non dopo; ma ora, proprio ora, il tempo è buono per decidersi per Cristo.

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