Anno B, Tempo ordinario, XIX domenica

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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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La fame, il pane

Anno B, Tempo ordinario, XIX domenica
1Re 19,4-8; Sal 33; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51
Gustate e vedete com’è buono il Signore

Gv 6,41 Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». 42 E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?».
43 Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. 44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

La rottura dell’unità di tempo e di luogo, di cui ci avverte il versetto 59, non compromette la continuità tematica del “Discorso del pane” iniziato già due domeniche fa. Anche l’antagonista è cambiato, non è più la “folla”, che riconosceva Gesù come Rabbi e addirittura come Signore (25.34), ma lo aveva cercato solo per avere una risposta all’ansia di certezze, spinta da un bisogno di gregarietà e d’obbedienza, di un approdo senza abbandoni. Ad essi Gesù per tre volte ha offerto il mistero di sé come risposta alla loro sconosciuta fame di assoluto. Il nuovo interlocutore di Gesù, i giudei, cioè i garanti dell’interpretazione autentica dell’esperienza religiosa d’Israele, hanno preoccupazioni, se si vuole, più spirituali. Anche lo scenario, l’assemblea sinagogale, presumibilmente di sabato, è cambiato. Il dialogo assume un tono di comunicazione istituzionale, tra pari. Il pretesto della discussione ora non è qualcosa che Gesù ha fatto, ma qualcosa che ha detto. L’affermazione della propria trascendenza, da parte di Gesù, appare loro fuori dalla realtà e forse sospetta di eresia.
L’omelia di Gesù si sviluppa in tre fasi. Dapprima (43-47) egli lascia cadere l’eccezione di legittimità sollevata in via preliminare, con tecnica controversistica, dai giudei (42), per riprendere i concetti espressi alla folla non più di qualche giorno prima (35-40): il mistero della vera ricerca di fede è racchiuso nel mistero stesso della presenza del Figlio nel mondo. Proprio la resistenza dei giudei a passare dal punto di vista mosaico al punto di vista cristologico è la prova non solo dell’inadeguatezza dell’interpretazione religiosa e della stessa realtà da parte dei giudei ma soprattutto dell’origine trascendente di Gesù.
In un secondo passaggio della sua omelia (48-51) Gesù offre se stesso come midrash dell’esperienza pasquale d’Israele e conclude con l’affermazione d’identità messianica: “Io sono pane…”. La fede cristologica è una “fame” che viene dal cielo; esattamente come il pane destinato a saziarla, è un’assenza, un bisogno, una spinta motivazionale, una domanda che ha la stessa origine trascendente della sua risposta. Nell’universalismo ed egualitarismo impliciti in questa premessa sono in gioco le ragionevoli preoccupazioni delle leadership religiosa d’Israele. Secoli di spiritualità e il senso stesso dell’esperienza religiosa dell’ebraismo come esperienza privilegiata di Dio sono qui messi in discussione. Sulla base dell’origine trascendente della vocazione di fede nessuna genealogia culturale, morale o religiosa può costituire agli occhi di Gesù un titolo privilegiato per la salvezza.
I giudei si erano mostrati preoccupati più per le implicazioni teologiche dell’affermazione di Gesù circa la propria trascendenza (“sono disceso dal cielo”) che dell’affermazione sul suo essere “pane”, presumibilmente perché ritenevano Gesù volesse con ciò semplicemente riprendere la nota metafora biblica della sapienza o della parola di Dio come pane. Ma per Gesù le due cose, la sua provenienza divina e il suo esser pane, sono invece strettamente connesse (51a) e da intendere in un’accezione rigorosamente letterale (51b). Si noti come il tono si sia elevato e sia giunto ormai al culmine della solennità: mentre parlando con la folla è il Padre colui che dà il pane (32), nel dialogo con i giudei Gesù è pane e direttamente anche colui che lo dispensa (51). Tanto è radicale l’affermazione della sua origine trascendente quanto realistica vuol essere l’affermazione “la mia carne è pane”. Con questa espressione Gesù vuole dunque affermare la propria autorità di sapienza divina “fatta carne”, divenuta, cioè, un soggetto storicamente presente e agente nel mondo e, nello stesso tempo, l’accessibilità della trascendenza che attraverso la concretezza storica di questo evento (ed esclusivamente entro queste condizioni esistenziali soprannaturali) è davvero resa possibile all’uomo.

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