Cataldo Naro, Santità e legalità

Santità e legalità

di Cataldo Naro

L’A. fu Arcivescovo di Monreale dal 2002 al 2006, anno in cui morì, il 29 settembre, all’età di cinquantacinque anni. Storico della Chiesa, fu anche preside della facoltà teologica di Sicilia S. Giovanni Evangelista.

Il testo qui riprodotto è comparso per la prima volta nell’edizione palermitana del quotidiano la Repubblica il 28 settembre 2007.

«Il progetto diocesano denominato Santità e legalità è un progetto di natura educativa che attiene ai compiti propri della Chiesa: formare le coscienze. Fenomeni come la mafia non si vincono con la semplice repressione. Questa è necessaria ma non sufficiente. E la Chiesa deve fare la sua parte attraverso la cura delle anime, affinché i fedeli prendano sempre più consapevolezza di ciò che sono: battezzati e quindi persone che aderiscono e vivono il Vangelo. Questo progetto si inserisce quindi nel lavoro quotidiano, ordinario della Chiesa diocesana di Monreale, qui in Sicilia. Questo lavoro può trovare delle utili collaborazioni perché la Chiesa si rapporta al territorio in cui essa stessa vive e perciò cerca collegamenti, sponde con tutti coloro che hanno a cuore il bene di questo territorio. E per questo sono grato a quanti sono intervenuti. Con loro c’è la possibilità di costruire insieme.
La Chiesa deve intervenire su questi argomenti non ripetendo semplicemente e solamente le parole della società civile. Deve fare anche questo, certamente, per mostrarsi consapevolmente e convintamente partecipe di una sensibilità civile che è finalmente condivisa nella società oggi. Ma se vuole veramente essere efficace e lasciare il segno, non può non fare ricorso al suo patrimonio più peculiare: il Vangelo, secondo la tradizione cristiana.
Qualcuno sostiene che la Chiesa ha mostrato un certo ritardo culturale su questi temi. Quando insegnavo storia della Chiesa, nella Facoltà teologica di Sicilia a Palermo, scrissi un saggio intitolato Il silenzio della Chiesa sul fenomeno mafioso, pubblicato sulla rivista «Studium», in cui da storico cercavo di spiegare le motivazioni di questo silenzio.
Distinsi una iniziale lunga fase di silenzio spiegabile con una estraneità che la Chiesa sentiva ai problemi dello Stato, un’estraneità polemica nata col risorgimento italiano.
Poi evidenziai una fase di “parola” che stranamente si apre con Ruffini. È lui a rompere il silenzio. Egli giunge a usare esplicitamente la parola “mafia” e a dire che la mafia è un fenomeno come tanti altri, pericoloso come la delinquenza che si trova a Milano o in Inghilterra… Questo “periodo della parola” arriva fino a tutto il magistero di Pappalardo. È un periodo in cui la Chiesa parla assumendo le categorie della società civile. Le parole di Ruffini non erano diverse da quelle utilizzate dal presidente della regione di allora o dal procuratore della repubblica di quel tempo, i quali ancora, a quell’epoca, sottovalutavano di fatto il fenomeno, o lo interpretavano come un comune fenomeno malavitoso, senza il riconoscimento delle sue specifiche caratteristiche, che avrebbe potuto far avviare una più efficace opera di contrasto contro la mafia stessa. Anche le parole di Pappalardo, più tardi, erano identiche a quelle del sindaco di Palermo e a quelle dei magistrati del suo tempo: c’era ormai, allora, maggiore consapevolezza riguardo al fenomeno mafioso e una maggiore capacità di reazione civile contro di esso. Questa assunzione dei linguaggi tipici delle altre istituzioni impegnate nell’affrontare la mafia in quei decenni, non fu negativo. Anzi. Ci fu una graduale assunzione di responsabilità da parte della Chiesa, che così si accompagnava alla società tutta quanta e alle altre istituzioni nel loro comune cammino di responsabilizzazione. La Chiesa si fa carico dei problemi della società adoperando le sue stesse parole, che sono poi le parole di politici, funzionari, di giudici, di poliziotti che spesso provenivano dalle stesse file del cattolicesimo italiano e che si erano formati anche nell’Azione Cattolica o negli oratori parrocchiali.
Infine evidenziai una terza fase che inizia con il grido – qualcuno l’ha definito “invettiva” – di Giovanni Paolo II nella valle dei templi, ad Agrigento, nel 1993. Quel discorso non fu importante tanto per l’invettiva in sé, quanto per l’aver usato per la prima volta – e questa è una lezione che la Chiesa siciliana sta assorbendo lentamente – parole e categorie cristiane: pentimento, conversione, giudizio di Dio, martirio… quest’ultima parola confermata in modo impressionante dalla successiva morte violenta di don Pino Puglisi a Brancaccio.
Finalmente il modo di parlare della Chiesa sul fenomeno mafioso fa riferimento alla sua tradizione. La Chiesa giustamente si unisce al coro che chiede giustizia, legalità, che chiede che la mafia non paralizzi e non mortifichi la popolazione e il territorio siciliano, ma aggiungendo finalmente l’apporto peculiare ricavato dalla sua tradizione evangelica.
Questo nostro progetto diocesano fa propria questa “ambizione”: l’intento della Chiesa di parlare con parole sue, in maniera da lasciare il segno e risultare efficace nella formazione dei fedeli. Ecco perché la scelta di una parola e di un’esperienza quale la santità connessa alla legalità.
Concludo dicendo tre cose su tre parole: legalità, santità, resistenza.
Legalità è l’osservanza delle leggi. Differisce da legalismo, cioè osservare le leggi per se stesse. La funzione dell’osservanza delle leggi è di poter vivere ordinatamente affinché ci sia una convivenza civile. Ma le leggi devono essere ancorate alla giustizia. Quindi legalità, giustizia, bene comune, sono concetti che vanno insieme. Perché la Chiesa deve interessarsi della legalità? Perché la Chiesa ha a cuore la giustizia e il bene comune. Se in un territorio ci sono problemi di legalità, la Chiesa, nel suo compito educativo, non può non farsi carico di questi temi. Se si mettesse da parte, questo sua appartarsi o defilarsi sarebbe la spia di un grave problema ecclesiale. Ma deve farlo, però, mettendo un di più: la charitas, l’agápe, cioè lo Spirito Santo, l’amore di Dio diffuso nei cuori degli uomini. Pertanto il cristiano non può non caricarsi di questi problemi, omettendo di portare il suo specifico contributo. Il cristiano crede di vivere in comunione con Dio e cioè crede che lo Spirito Santo lo ha unito a Gesù Cristo. Il cristiano quindi partecipa di questo corale sforzo della società civile che favorisce la crescita di ogni uomo e ogni donna con lo specifico della carità, del dono dello Spirito, che attinge nella comunità ecclesiale di cui è membro.
Santità: si può parlare di tre tipi di santità, quella raccontata, quella invocata, quella vissuta. La santità raccontata è quella dei libri dei santi. Ed è nostro compito far conoscere queste figure. La nostra Chiesa diocesana, ad esempio, soprattutto nel Novecento, ha una schiera di figure di santità notevoli. Perché così tante? La santità, quella esemplare, è un dono di Dio. Dio dà ad alcune persone una tale carica carismatica che la loro vita ordinaria diventa esemplare. Puglisi, ad esempio, faceva il parroco e non aveva altre ambizioni. Non si è piegato alla pressione dei mafiosi di Brancaccio e ha accettato consapevolmente la morte pur senza cercarla. Questo è il martirio cristiano. E il martire non va mai a cercare la morte con un desiderio masochistico o per superomistico. Quindi il martirio e la santità esemplare, essendo doni di Dio, sono una sorta di appello che il Signore fa alla sua Chiesa. Vuol dire che quella Chiesa ha bisogno di quei santi. Se è venuto Puglisi è perché il Signore vuole che questa Chiesa superi se stessa, si trasformi. Ecco perché, anche a Monreale, abbiamo tutte queste figure di santi. Sono un appello a noi. Se non ci fosse bisogno, Dio non le susciterebbe. A me piacerebbe che la santità raccontata fosse in grado di cogliere questo appello. I processi di beatificazione sono una miniera di notizie per la storia dei nostri territori. E perciò vorrei che la santità raccontata fosse questo: il racconto della nostra storia attraverso queste personalità esemplari. Poi c’è la santità pregata. Il nostro popolo ecclesiale prega i santi. Io vorrei, soprattutto dai fedeli della diocesi di cui sono vescovo, che si pregassero i santi anche su questi temi. Perché certi problemi così radicati e così terribili devono sì essere risolti con l’iniziativa umana, ma per un credente è necessario anche un intervento di Dio. Una preghiera ai nostri santi legata al tema della legalità è sicuramente una preghiera ben fatta. Infine c’è la santità vissuta. Prima la santità era solo da pregare e ammirare. Dopo il concilio Vaticano II, con l’affermazione vigorosa dell’universalità della vocazione alla santità, la situazione cambia. Giovanni Paolo II afferma che la santità è misura alta della vita ordinaria. E se è vero che il cristiano agisce nella storia col dono della carità, allora abitando in un territorio come questo, il cristiano non può non vivere con questo intento: essere santo, santo ogni giorno. E questo vale per tutti: per il carabiniere, per il politico, per il professore, per il bidello, per la guardia municipale…
L’ambizione della Chiesa, il desiderio principale della Chiesa è questo: che tutti coloro che si riconoscono nella Chiesa e scoprono il significato del loro battesimo, si impegnino a vivere nella santità. Se ciò accade, è il contributo più vero e più efficaceche la Chiesa può dare alla lotta alla mafia e più in generale a creare una società più giusta.
Resistenza: è qualcosa di estremamente profondo. Esiste una raccolta di lettere e poesie del pastore protestante Bonhoeffer, che morì impiccato in un campo di concentramento nazista nel 1945, intitolata Resistenza e resa. Questo titolo va così interpretato: resistenza al male e resa a Dio. Il caso Puglisi è esemplare di questa logica cristiana. Lui sapeva di andare alla morte, ma non si rassegnava alla vittoria del male. Capiva, però, allo stesso tempo, che il Signore gli chiedeva anche questa resa, cioè consegnare la sua vita. In lui c’è stata la resistenza fino all’ultimo, nel suo piccolo, per quel che poteva, al male; ma nello stesso tempo la resa a Dio. Questo è l’apporto specificamente cristiano. Cioè la capacità di armare il cuore degli uomini a resistere sino alla fine al male, ma arrendendosi e consegnandosi a Dio.»

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  1. 31 ottobre 2007 alle 11:45

    Grazie al suo impegno professionale, caro Michele, l’emittente TV7 di Partinico, ha svolto un prezioso lavoro di documentazione sulla vicenda di Cataldo Naro. Nei vostri archivi giace un materiale che è già di grande importanza storica e che certamente dovrà essere attentamente valutato in occasione della causa di beatificazione, la quale, prevedo, non tarderà ad essere istruita.

    Giampiero.

    Un piccolo saggio ora anche qui in Terra di Nessuno:
    https://terradinessuno.wordpress.com/videoteca-di-terra-di-nessuno/%C2%ABamiamo-la-nostra-chiesa%C2%BB-intervista-a-c-naro/

  2. Michele
    31 ottobre 2007 alle 19:26

    Caro Dott. Tre Re,
    grazie per il suo,sincero e disinteressato,riconoscimento.Abbiamo creato un buonissimo rapporto televisivo con Mons.Naro nei suoi 4 anni,circa,di episcopato a Monreale.Mons.Naro capì che, ad oggi ,non si può fare a meno di usare l’etere per l’evangelizzazione,perchè la tv entra in tutte le case,per cui si rendeva sempre disponibile alle nostre sollecitazioni giornalisitche. Purtroppo,la cosa peggiore è quella di aver trovato,cammin facendo, qualche cervello gretto e limitato,avvolto nelle pericolose membrane dell’INVIDIA E DELLA MALDICENZA.(sport molto diffusi da queste parti).Si figuri che,personalmente,ho dovuto sopportare la grettezza mentale di qualche CATORCIO del malaffare e dell’ignoranza, cronica ed elevata a sistema di vita e di operatività, che si è tinta,inevitabilmente, di arroganza , di saccenteria e di accuse infondate e, oltremodo, offensive nei miei riguardi per il mio modesto operato giornalistico e non solo. Da queste parti,ad oggi,esprimere il proprio pensiero libero e critico,con qualsiasi mezzo lo si faccia, è un reato gravissimo, poichè vige, con forza, la pseudo cultura del silenzio omertoso.Ma siamo andati avanti con spirito di servizio, guardando oltre.E’ straordinario,ad oggi,volgere lo sguardo all’indietro e accorgersi di essere stati dalla parte giusta.
    Continui pure il suo lavoro di sana e costruttiva critica per mezzo del suo bel sito.Serve,ne sono certo,a svegliare le tante coscienze sonnacchiose che vivono con la perfida logica del “finchè la barca va lasciala andare”.Invece bisogna remare,spesso con molta voga e,spesso,in solitudine,perchè la barca non vada alla deriva e approdi al porto sicuro della Verità e della Giustizia.Merce rara per questi tempi e per questi luoghi.
    CGA Michele Vilardo

  1. 22 dicembre 2007 alle 14:39

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