Rita Borsellino, La vita per la legalità

La vita per la legalità

Incontro con Rita Borsellino

Lucca, 28 maggio 2003

presso il Palazzo della Provincia di Lucca
Sala ex-Corte di Assise

Rita Borsellino

L’Autrice è sorella di Paolo Borsellino, il magistrato palermitano assassinato dalla mafia, insieme agli agenti della sua scorta, nella “strage di Via D’Amelio” il 19 luglio 1992. Rita Borsellino attualmente guida l’opposizione di centro sinistra nell’Assemblea Regionale Siciliana.

Lasciatemi esprimere il piacere, veramente il piacere di ritrovarmi qui con voi.

Quell’incontro che avevamo fatto l’anno scorso – io non so quanti di voi erano presenti, ma mi ritrovo con gli stessi amici – mi è rimasto veramente nel cuore.

Pensate che io di incontri in questi anni ne ho fatto proprio migliaia, ma, chissà perché, ogni tanto c’è qualcuno, qualcosa, qualche persona che ti resta di più, con cui senti un’affinità diversa, con cui senti che c’è una tensione che ti lega in maniera davvero diversa.
Bene, io questo l’ho avvertito l’anno scorso, qui con le persone che ho incontrato; non solo con gli studenti, ma anche con gli insegnanti e con gli altri amici che oggi ritrovo.
E’ quindi davvero un piacere per me, oggi, poter essere qui; anche ripercorrere, rivisitare tappe già percorse è importante.
E’ importante, perché si riesce a misurare anche quello che si è fatto in un anno, avanti o indietro, in un anno.

Poi un’altra emozione volevo comunicarvi: ce lo dicevamo un attimo fa con mio figlio. Mio figlio mi ha detto: “Mamma, mi sento un po’ nell’aula di Caltanissetta.”
Vedete, abbiamo una scritta, qui dietro (n.r. La legge è uguale per tutti): che continui a essere vera.
E c’è una gabbia lì, dove oggi ci sono dei ragazzi. Mio figlio ed io una situazione così l’abbiamo dovuta affrontare nel processo che si è svolto a Caltanissetta contro alcuni dei responsabili degli assassini di Paolo. Dentro le gabbie non c’erano i volti puliti dei ragazzi, c’erano dei volti molto inquietanti, che ci guardavano con arroganza. E davanti a loro bisognava non solo rispondere, ma bisognava anche mantenere alta la propria dignità: io almeno l’ho sentito in questo modo.
Davvero avevo voglia quasi di rispondere in piedi alle domande che il Presidente mi faceva, per far vedere che non solo non avevo paura di loro, ma che io avevo una dignità che loro non sapevano neppure che cosa fosse, nonostante io fossi la vittima, in qualche modo, della loro arroganza.

E quindi una emozione forte anche questa.

Ma poi mi sono resa conto di una cosa, sentendo parlare il prof. Pezzino, sentendo quel che diceva Massimo (n.r. Massimo Toschi); mi sono resa conto di una cosa importante: dall’anno scorso a oggi abbiamo fatto tanti passi avanti, perché oggi ci stiamo ponendo delle domande che l’anno scorso ancora non formulavamo; magari le avevamo dentro, ma ancora non le formulavamo.

Facevo, mentre sentivo parlare loro, un po’ il percorso del mio impegno in questi undici anni; un percorso che, credo, più o meno abbiamo fatto un po’ tutti, o almeno le persone che a questi problemi si sono avvicinate, che hanno voluto viverli con consapevolezza, come me, ma anche come voi e come i tanti ragazzi e le tante scuole che in questi anni hanno partecipato e hanno promosso incontri come questi.

Il mio impegno, all’indomani del ’92, inizia per conservare la memoria: io ho analizzato tante volte il percorso che ho seguito: non era un percorso razionale. Io mi sono proprio lasciata condurre.
Ho detto più di una volta: è la strada che mi è venuta incontro e io mi sono limitata a percorrerla.
Perché, se quel 19 luglio del ’92, dopo avere appreso, come appresi, la notizia della morte di Paolo… – l’ho saputa dalla televisione, come tutti gli italiani; solo che per me era un po’ diverso dagli altri italiani. –
L’appresi dalla televisione, dove ero, nella mia casa in campagna, una domenica di normalità (o almeno così cercavamo di fare), in un momento in cui di normale non c’era quasi più nulla, in un momento in cui vivevamo una tensione fortissima perché conoscevamo i rischi che Paolo correva.

Li conoscevamo noi, li conosceva ancora meglio lui.

Li conoscevano anche quei ragazzi delle scorte, che un momento fa Massimo citava, che dopo la morte di Giovanni Falcone, quando tutti sapevano che il prossimo obiettivo sarebbe stato Paolo – e lo sapeva anche lui, lo disse in più di un’occasione in quei 57 giorni che intercorsero fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio – bene, tanti di questi ragazzi, alcuni giovanissimi, (il più giovane, morto con Paolo aveva 22 anni, il meno giovane ne aveva 23, ed era anche una ragazza) molti di questi ragazzi delle scorte erano a casa di Paolo, perché non potevano farlo istituzionalmente, diciamo regolarmente, a chiedergli di entrare a far parte della sua scorta, di scortarlo.

Erano persone che chiedevano di fare la cosa più difficile, la più pericolosa che c’era, ma anche la cosa più bella, più alta, più generosa, cioè quella di proteggere la vita di una persona in pericolo, considerandola più importante della propria.
Chi andava e chiedeva di scortare Paolo Borsellino, sapeva di correre un rischio altissimo, ma sapeva che la vita di Paolo Borsellino era importante per tutti, al punto che loro offrivano la loro vita per proteggere la sua.

Noi su queste cose non riflettiamo abbastanza, tanto non ci riflettiamo che dei ragazzi (morti con Paolo) non ricordiamo più neanche i nomi.

Voi, quando tutto questo è accaduto, eravate troppo piccoli, ma probabilmente il nome di Borsellino e Falcone, bene o male, li avete sentiti ripetere e vi sono diventati familiari, anche se non conoscete bene la storia, le circostanze. Oggi avete avuto uno spaccato, importantissimo anche per me, perché sentirlo raccontare da uno storico è un fatto che illumina moltissimo anche me; tutte queste vicende le avevo vissute da sorella di Paolo.
Ma di questi ragazzi noi abbiamo dimenticato persino i nomi; di persone così, che hanno fatto un atto di generosità straordinario, – che io, per chi è credente, paragono a quello di Gesù Cristo, dare la vita per un altro, perché di questo si tratta, cioè perché altri possano vivere meglio, per redimere altri ma, per chi non è cattolico, possiamo guardare qualsiasi altro esempio – di queste persone noi abbiamo dimenticato i nomi.

Voi siete abituati a sentire dire Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e “la scorta”, quasi fosse un contenitore vuoto, quasi questi ragazzi non avessero neppure il diritto a un momento di attenzione per pronunciare il loro nome.

E ricordiamoci che erano ragazzi, non solo giovanissimi per la maggior parte, ma erano persone che avevano affetti, la loro vita, le loro aspirazioni, che erano innamorati.
Mi vorrei fermare un momentino proprio su queste persone, perché voi impariate a considerarle proprio come persone, perché ho fatto un po’ una promessa anch’io, come Nino Caponnetto, fece quella promessa solenne come un giuramento – la pronunziò sulla bara di Paolo – di continuare a portarne avanti la memoria e le idee.

Bene, io ho fatto questo: ho promesso a me stessa di portare avanti, se non altro, il nome di queste persone, perché si ricordi, perché queste persone nella memoria abbiano la dignità anche di un nome e cognome, non siano solo “la scorta”.
Allora dirò, come faccio sempre con i ragazzi, due parole su ognuno, perché anche i loro nomi restino nella memoria, così come ho voluto che Paolo restasse vivo non solo nella mia memoria ma anche nella memoria degli altri.

Ma per far questo come potevo fare?

Questo me lo chiesi, così senza anche rendermene conto, istintivamente: per ricordare una persona dobbiamo conoscerla, e volergli bene, amarla, in qualche modo, oppure dobbiamo odiarla; cioè, dobbiamo avere nei suoi confronti un sentimento molto forte. Se la odiamo, cerchiamo di dimenticarcene, perché è più comodo; se invece la amiamo resta nella nostra memoria e continuiamo a portarla con noi. Allora dovevo far conoscere Paolo a chi non lo conosceva, o a chi lo conosceva sotto un’altra veste, o a chi lo conosceva soltanto superficialmente, o anche a chi non ne aveva mai sentito parlare.

E farlo conoscere come? Farlo conoscere come potevo io, sorella di Paolo, ed anche la sorella più piccola di Paolo.

Allora, questa tenerezza che io avevo vissuto nel rapporto fra me e lui volevo metterla a disposizione degli altri, volevo fare in modo che gli altri lo conoscessero anche attraverso questo aspetto; non solo quello del magistrato importante che potevano apprendere dai giornali o dalle commemorazioni, ma anche questa dimensione della tenerezza, questa dimensione della persona, dell’umanità di Paolo.

E questo cominciai a raccontare agli altri e cominciai raccontandolo a dei bambini piccoli e forse fu il caso che mi aiutò. Il fatto di averne parlato con dei bambini piccoli, di sei, sette anni di una scuola elementare, mi portò a condividere con loro quelle cose più semplici, quelle che caratterizzavano davvero il rapporto che io avevo avuto con Paolo.
Cominciai a raccontare loro cose piccole, che però riuscivano a farmi identificare, in qualche modo, e quando uno di questi bambini mi chiese con molta semplicità, perché aveva ascoltato e aveva recepito il messaggio, “Signora, ma io lo posso chiamare zio Paolo?” capii che allora andava bene così. Se quel bambino aveva capito aveva imparato a conoscerlo tanto da volergli bene e tanto da volere instaurare con lui quasi un rapporto più che amicale, di parentela, allora voleva dire che andava bene così.

E io cominciai a girare per l’Italia, lì dove mi chiamavano (eh, mica andavo io!); allora voleva dire che in tutta Italia si era mosso qualcosa che portava a voler conoscere, a voler sapere, a chiedere, a confrontarsi, a informarsi ed era un fatto assolutamente nuovo: in tutta Italia a portare questa memoria, in questa dimensione. Una memoria fatta di piccole cose, ma che, soprattutto, facevano riconoscere l’immagine di una persona da sentire vicina e a cui volere bene.

E questo l’ho fatto nei primi anni e sicuramente – rifacendomi a quello che diceva il prof. Pezzino – sulla spinta di quello che era accaduto a Palermo.

Perché, vedete, io avevo vissuto una vita tutta diversa, all’interno della mia famiglia, all’interno delle mie sicurezze; parlo spesso di questo guscio che mi ero costruita attorno e dentro il quale stavo molto bene e pensavo di potermi difendere guardando quell’esterno che non mi piaceva, criticandolo, prendendo solo quello che mi andava bene.
E quando questo guscio si sbriciolò… perché si sbriciolarono i miei affetti, ma si sbriciolò anche la mia casa: da quella carica esplosiva esagerata, (l’esagerazione, la spettacolarità fu di questi attentati, quasi a voler mandare dei segnali che andavano oltre la morte delle persone, dei nemici) da quella esplosione così esagerata furono distrutti quattro palazzi interi, una strada intera, e fra quelle case c’era la mia, perché quel giorno Paolo veniva a trovare mia madre.

Quindi io mi trovai davvero a guardarmi attorno, perché i miei gusci non c’erano più.

E guardandomi attorno io per la prima volta mi resi conto, presi contatto con quella società palermitana che, in quel momento, stava dando sicuramente il meglio di sé, perché stava esprimendo quello che per tanto tempo aveva tenuto represso dentro, che forse non sapeva nemmeno di possedere dentro di sé. Quella rabbia profonda che l’aveva investita con queste due esplosioni successive aveva fatto in modo che il palermitano, in qualche modo, prendesse coscienza, coscienza di sé, anche della propria dignità.
E questo lo aveva portato in piazza; e, in piazza, si era incontrato con la stessa assunzione di responsabilità, con la stessa presa di coscienza di decine di migliaia di persone.

Era la prima volta che accadeva: prima era accaduto in maniera episodica, questa volta accadeva in maniera convinta, in maniere consapevole.
E questo movimento, contrariamente a quanto era accaduto altre volte, anziché diminuire, anziché esaurirsi dopo pochi giorni, anziché lasciarsi investire ancora una volta dal puzzo della rassegnazione, aveva sentito quello che Paolo, pochi giorni prima, aveva definito con una frase felicissima il fresco profumo di libertà, che da quelle stragi veniva fuori.

Non era un fatto facile che da un episodio tragico come quello (n.r. la strage di via D’Amelio) emergesse questa reazione: Nino Caponnetto sembrò per un attimo esserne travolto, ed anch’io; ma quell’ “E’ finito tutto” (n.r. che N. Caponnetto pronunciò in occasione dei funerali di P. Borsellino) ritorna indietro proprio nel momento in cui viene a contatto con la società palermitana.

Nino Caponnetto vede a Palazzo di Giustizia la reazione di questa città, che riacquista la dignità che aveva perduto e che addirittura gli chiede, chiede a gran voce che ritorni a Palermo, nel palazzo di Giustizia di Palermo.
Questo gli diede la spinta di rimangiarsi quelle parole, di cui poi quante volte fece mea culpa negli incontri (quanti incontri abbiamo fatto con Nino Caponnetto!), e non solo, a cominciare quel cammino di libertà che ha condiviso con tutte le persone, con tutti i giovani, decine di migliaia che ha incontrato e che abbiamo incontrato in questi anni.

Quella fu reazione della società palermitana nella quale io mi trovai immersa: mi guardavo attorno senza capire veramente, senza consapevolezza, io che in un primo momento, quando arrivai in quella via D’Amelio dopo avere saputo quella che era accaduto, in maniera molto infantile, devo dire, avevo provato a ricostruirmi un guscio attorno, perché mi ero proprio girata dall’altera parte – lo sapete, come fanno i bambini quando si mettono le mani davanti agli occhi e pensano che gli altri non li vedano – e io proprio mi ero girata per non vedere, per cancellare, quasi per poter cancellare tutto quello che era accaduto. Avevo detto:” Non ci voglio più tornare lì”.

E invece ci sono tornata: io abito ancora in via D’Amelio, io abito in via D’Amelio; e se ci abito, lo devo a dei ragazzi come voi, i miei figli, che in quel momento furono molto più maturi e consapevoli di me, perché mi dissero:” Noi dobbiamo tornare qui, perché da oggi questo è un luogo da custodire”.
E io mi vergognai e sono ritornata.
E non è stata una cosa facile; non è una cosa facile, perché ogni giorno, quando calpesto quel selciato, non calpesto il selciato di oggi, tutto rimesso a posto, dove l’unico segno che è rimasto è un albero, che è stato piantato perché mia madre lo ha voluto.

E anche questa non è una cosa scontata: mia madre, che aveva vissuto l’esperienza e l’aveva vissuta, lei sì, in prima persona – perché lei era lì, perché aveva subito l’esplosione – mia madre volle in quella buca fatta dall’autobomba volle un albero, perché fosse segno di vita, fosse segno di speranza, fosse segno di riconciliazione: perché è un ulivo e quell’ulivo arriva da Betlemme.

Allora, dicevo, io, dopo quel momento di debolezza, diventai parte di tutto quello che vedevo attorno a me: i lenzuoli bianchi ai balconi, quella denuncia forte firmata per la prima volta da un palermitano, da tanti palermitani che dicevano:” Io non ci sto”, non solo, lo firmavano, perché lo mettevano al proprio balcone e dicevano:” Io che sto qui, perché ci continuo a stare, io mi schiero”.

Vedevo le persone in piazza, vedevo organizzarsi, sentivo, avvertivo, anche da quello che c’era sui muri, dai manifesti che vi spuntavano, questa presa di coscienza in cui il palermitano non solo piangeva e protestava, non solo protestava in maniera passiva, ma chiedeva, faceva delle proposte, faceva delle richieste, ben precise: chiedeva le dimissioni, la destituzione, addirittura, di personaggi delle istituzioni, che non avevano fatto fino in fondo il loro dovere o, addirittura, avevano fatto, come si sospettava, qualcosa che non avrebbero dovuto fare.

Io divenni parte di tutto questo; quasi senza rendermene conto mi lasciai conquistare veramente da questa cosa che per la prima volta avvertivo e che riusciva a dare anche una motivazione al mio dolore.

Perché qualche volta penso dove sarei oggi, se io allora non mi fossi sentita così parte di tutto questo e non mi fossi lasciata portare da tutto questo, inglobare, trascinare da questa reazione popolare, questa reazione forte e consapevole, devo dire: perché non era una reazione sterile, ma una reazione consapevole davanti a fatti veramente inaccettabili, come non solo le stragi, ma anche le scelte, le decisioni.

Parlava il prof. Pezzino, un momento fa, di quello che accadde, per esempio, ai funerali delle vittime.

Io ricordo i funerali degli agenti di scorta di Paolo.
I funerali di Paolo furono fatti a parte, in un altro momento, per diversi motivi, ma il motivo principale fu che la figlia più piccola di Paolo non c’era, seppe della morte del suo papà due giorni dopo; e noi l’abbiamo voluta aspettare per seppellire Paolo: Fiammetta arrivò quattro giorni dopo la morte di Paolo, perché era lontana, non si riusciva neppure a farla tornare bene.

Bene, il giorno del funerale degli agenti io ero in cattedrale, perché io e la figlia più grande di Paolo avevamo sentito il bisogno di partecipare al funerale di questi ragazzi: il clima che abbiamo respirato in quel momento io lo ricordo ancora e lo ricordo con terrore.
Ricordo che a un certo punto, gli agenti di scorta vennero cacciati fuori dalla cattedrale perché erano le persone da cui guardarsi, erano loro che costituivano un pericolo, con la loro rabbia costituivano un pericolo per l’ordine che si voleva assicurare; e vennero cacciati fuori, spinti, questi ragazzi che portavano la fascia del lutto al braccio e che dicevano:” Noi siamo i morti che camminano”, perché ognuno di loro avrebbe potuto trovarsi in via D’Amelio.

Quando vi racconterò due parole di ogni agente vi dirò anche qualcosa di quelli che sono rimasti vivi per caso, perché questi sono morti per caso e quelli sono rimasti vivi per caso: e questi ragazzi sentivano forte tutto questo e sapevano di essere mandati a mani nude in questa situazione terribile.

Giorni fa parlavo con una delle ragazze che il giorno prima aveva scortato Paolo e che quel giorno non aveva scortato Paolo solo perché due donne nella stessa scorta non le mettevano. E allora avevano già preso Emanuela Loi, che muore nella scorta di Paolo, e lei resta a casa.
Le dicono, no tu no; era il suo turno, ma la rimandano a casa: ed è viva per questo. E loro sentivano in maniera forte in quel momento tutto questo, ma sentivano anche forte il senso delle istituzioni, di essere rappresentanti di quelle istituzioni che erano state colpite così.

Ebbene erano loro quelli che turbavano l’ordine pubblico e che dovevano essere allontanati e quando gli uomini dello Stato, gli uomini delle istituzioni, che erano venuti ad assistere ai funerali, – ogni volta venivano ad assistere ai funerali – gli uomini in cui la gente non si riconosceva più furono dentro la chiesa stessa, quando furono aggrediti, ricordo che io e Lucia, in un angolo della chiesa, ci abbracciammo forte perché la sensazione era che stesse per succedere qualcosa.
Io non so, e lo dico perché lo avvertivo sulla mia pelle, se qualcuno di questi ragazzi, che erano stati trattati così, in quel momento avesse perso la testa e, anche solo per difendere il capo della Polizia, che veniva picchiato, avesse tirato fuori la pistola e avesse sparato soltanto in aria, io non so dove sarebbe oggi la democrazia italiana; non so se oggi noi potremmo essere ancora qui a parlare di queste cose.

Questo era quello che si viveva a Palermo: i poliziotti fatti venire da fuori, – perché quelli del palermitano non erano considerati in grado di poter controllare questa situazione, vista la carica emotiva che avevano dentro – che cingevano la cattedrale con un cordone di sicurezza e i palermitani che non potevano entrare in chiesa e piangevano e gridavano:” Fateci entrare, sono i nostri morti”; e quei ragazzi che gridavano con loro e dicevano:” Signori, spingeteci; rompete i cordoni, se volete entrare; noi non possiamo farlo.”
Questa era l’atmosfera che si respirava in quel momento a Palermo.
Si respirava nelle strade; si respirava nelle strade, perché la gente nelle case non ci voleva stare: voleva vivere con gli altri, voleva sentire, voleva essere parte di tutto questo.

Questo è stato quello che ha provocato il movimento di coscienza in tutta Italia, perché si è proprio propagato in quell’Italia che aveva trascurato tutto questo, che aveva considerato la mafia come un fenomeno quasi folcloristico, come del don Totò con la coppola e la lupara, quello che appariva nei film e alla televisione.
La gente che cominciava a chiedersi:” Ma che cos’è tutto questo?”, e voleva sapere e voleva informarsi e chiamava i testimoni per confrontarsi; voleva prendere coscienza: questo è stato il movimento che si è allungato per tutta l’Italia; questo è stato il movimento, la presa di coscienza che costrinse – diceva bene il prof. Pezzino, è una cosa che in maniera empirica ho sempre detto; il professore lo dice senza dubbio in maniera più cosciente di me – che obbligò a quelle scelte obbligò le istituzioni, obbligò la politica a prendere determinate misure.

E quella magistratura che raccoglieva un’eredità – e non era la prima volta che era costretta a raccogliere testimoni caduti da mani di persone assassinate – quella magistratura, finalmente, fu messa in grado di poter operare nella maniera giusta; i risultati che arrivarono derivavano proprio non da un rinnovato impegno della magistratura – la magistratura c’era stata sempre, tanto è vero che i nomi dei magistrati uccisi non si contano davvero – ma era diverso, perché, finalmente, avevano attorno il consenso popolare, il sostegno popolare e le istituzioni e la politica che le davano gli strumenti, non solo gli strumenti materiali, processuali e giuridici – non so se uso termini giusti; io purtroppo non ho studiato giurisprudenza: era il mio sogno di gioventù e non l’ho potuto fare – ma le dava soprattutto anche l’appoggio morale, quello che oggi non c’è più.
Oggi il magistrato opera in una situazione del tutto diversa: Paolo e Giovanni avevano operato in una situazione diversa, a periodi altalenanti, prima sostenuti, osannati, messi sull’altare; poi, oltraggiati, sbeffeggiati, ostacolati, spesso accusati.

Paolo ha dovuto difendersi per le sue scelte davanti allo stesso CSM, ha dovuto difendersi. E Paolo conosceva bene la situazione: ricordo che, durante l’esaltazione dell’opera della magistratura davanti al maxiprocesso che era in atto, un giorno disse a Giovanni Falcone: Un giorno dovremo chiedere scusa di tutto questo. Ed era vero.

Come oggi: qualcuno vorrebbe che la magistratura chiedesse scusa di quello che ha operato in questi dieci anni, di avere svelato tante delle porcherie che venivano fatte in questa Italia, a livello politico, a livello istituzionale anche a livello della magistratura, tanto è vero che, purtroppo, ci sono stati anche magistrati che hanno dovuto rispondere delle loro azioni.
Ma è importante questo; io credo che sia un segno di maturità, quando si riesce a guardare all’interno delle proprie realtà, quando si riesce a far pulizia delle cose che non vanno.

Quella è la vera democrazia, quella che non ha paura dei processi, quella che non ha paura della legge, quella per la quale la legge è uguale per tutti; quella che sa di dover rispondere davanti alla legge, proprio perché la legge è uguale per tutti. Che poi qualcuno dimostri di essere innocente, ben venga; io sarei felice se tanta gente fosse in grado di dimostrare la propria innocenza, perché è terribile e tragico pensare di avere all’interno delle istituzioni o all’interno della magistratura o all’interno della chiesa personaggi che hanno fatto il loro interesse anziché l’interesse della nostra terra.
E così era ai tempi di Paolo.

E questa tensione noi dobbiamo ritrovarla, perché più ci addormentiamo, più ci lasciamo addormentare: oggi non si parla più di queste cose, ma più ci si lascia addormentare, più chi vuol fare i propri affari, fa quello che vuole, perché li fa davanti all’indifferenza generale, perché li fa, comunicandoci quello che vuole. Dobbiamo invece imparare ad informarci, dobbiamo imparare a capire, a leggere la nostra realtà, non a leggere quello che altri ci vogliono far leggere; altrimenti siamo dei servi, siamo degli schiavi; ognuno deve essere responsabile e protagonista della propria vita e della propria libertà, perché non è che la democrazia qualcuno ce l’ha regalata e ce l’abbiamo per sempre: intanto, non ce l’ha regalata nessuno, ma è costata, ed è costata quello che è costata; e nessuno ci può garantire che questa democrazia è eterna.

Ognuno di noi deve sentire l’obbligo morale di essere parte di questa democrazia, e di esserne anche rappresentante e di difenderla davanti agli attacchi palesi o non palesi, ci siano o non ci siano.

Ma davvero bisogna essere svegli, con gli occhi aperti, con Libera è due anni che portiamo avanti questo motto, proprio perché due anni non ci è sembrato sufficiente. A occhi aperti per costruire giustizia: occhi aperti significa guardarsi attorno, saper leggere, stare in piedi e stare svegli.

Non ci si può addormentare davanti a questo, come non dormivano quei ragazzi che avevano scelto di proteggere Polo Borsellino, perché sapevano che era la persona che in quel momento poteva garantire la democrazia e la libertà nel nostro Paese; e sapevano il pericolo che correvano, tanto che sapevano anche che l’unico modo che avevano per proteggerlo era quello di abbracciarlo e di stringersi attorno a lui.

E così sono morti, abbracciandolo, stringendosi attorno a lui nel momento in cui, sceso dalla macchina, arrivò a suonare il campanello di casa.
Loro lo abbracciavano e l’onda d’urto dell’esplosione l’assorbirono loro, con i propri corpi, tanto che riuscirono a regalarci che il corpo di Paolo restasse meno offeso dei loro; riuscirono a regalarci quello che, forse, è stato per me forse il primo input a camminare: quel sorriso che era la caratteristica di Paolo. Tutti quelli che l’hanno visto dopo morto mi hanno detto che era rimasto sul suo viso: e dico “mi hanno detto”, perché anche questa è stata una mia mancanza di coraggio.

Non ho voluto, non ho voluto vedere Paolo, perché avevo paura di vederlo nell’immobilità della morte; volevo ricordarlo nella sua vita, nella sua espressione, nei suoi gesti; mi faceva pura l’immobilità della morte. Chi l’ha visto, compresa mia figlia, mi diceva:” Mamma, zio Paolo sorride”.
Sembrava impossibile, sembrava inverosimile e, ripeto, devo tutto questo anche proprio all’abbraccio di questi ragazzi.

Questi ragazzi…

Pensate, la mattina, quella mattina, anche Paolo era andato al mare: era la prima mezza giornata che si prendeva di un relativo riposo per andare a trascorrerlo con la sua famiglia. Si era portato dietro la borsa e nella borsa, insieme ai pantaloncini da bagno, aveva le carte che avrebbe studiato quel giorno.

C’è un particolare che voglio sottolineare: Paolo si porta nella sua borsa le carte da studiare; eppure la mattina, lui che è abituato a alzarsi alle cinque del mattino, sulla sua scrivania, in mezzo alle carte, prende una lettera che gli avevano mandato degli studenti nel mese di maggio, poco prima della morte di Falcone. Erano degli studenti di una scuola di Padova; lui non era potuto andare ad incontrarli, allora questi studenti gli mandano delle domande per scritto e gli chiedono di rispondere: poi, frattanto, c’è la strage di Capaci; Paolo non risponde.

Ma, chissà perché, quella mattina, fra le tante carte che abbiamo trovato sulla sua scrivania, lui prende proprio quella lettera. Chissà perché, dato che la potrà mandare soltanto a settembre: le scuole a luglio sono chiuse. E lui risponde a quella lettera; risponde a quei ragazzi.

E in quella lettera di risposta Paolo lascia un messaggio importantissimo, che è rivolto a voi e adesso voglio dirvelo. Paolo quel giorno risponde, con la consapevolezza che aveva della morte.

Dopo la morte di Giovanni Falcone, ai funerali, a un gruppo di magistrati del CSM, dice: La prossima volta verrete per me. Paolo che dice: Quando mi ammazzeranno, non: Se mi ammazzeranno; Paolo che dice a un suo amico: So che è arrivato a Palermo l’esplosivo che è destinato a me; Paolo che addirittura, qualche giorni prima di morire, a un sacerdote che lo va a trovare in Procura dice: Chiudi la porta, perché mi voglio confessare, e quello si schernisce e dice: “Ma che ti confesso in Procura!” e lui dice: Ora, qui, io devo essere sempre pronto.

Ecco è questa la consapevolezza che Paolo ha del pericolo imminente, che corre, e dice spesso: Devo fare presto, perché non ho tempo.

Bene, Paolo risponde a quella lettera e, ad un certo punto, in mezzo a quella lettera, in cui risponde a delle domande anche molto tecniche, Paolo dice questa frase: Sono ottimista.

Accipicchia, essere ottimista in quella situazione, quello sì, che è eroismo! Io mi arrabbio un po’ quando sento dire che Paolo è un eroe, perché mi sembra di lasciarlo solo su un piedistallo, su un altare.
Paolo era un uomo, era un uomo in mezzo ad altri uomini; un uomo che aveva fatto delle scelte e le portava avanti con coerenza, anche con la paura che aveva, perché lui diceva: Certo che ho paura, non sono mica incosciente, l’importante diceva trovare ogni giorno il modo di affrontare la paura e di vincerla, altrimenti si resta schiavi.

Bene, lui dice: Sono ottimista, perché so che questi giovani avranno domani più forza di quanto io e la mia generazione abbiamo avuto nell’affrontare questo problema. Parla di mafia naturalmente.

Quindi lui dà questo messaggio a voi alle generazioni future e, pensate, ancora non è accaduto tutto quello che accadrà, tutta quella presa di coscienza, di consapevolezza tutta questa educazione alla legalità, i progetti, gli incontri, voler conoscere, il confrontarsi: tutto questo non è accaduto. Se allora Paolo era ottimista, pensate come sarebbe adesso.

Sì, è vero, nel marasma generale che noi stiamo vivendo è un po’ complicato essere ottimisti. Però, dobbiamo imparare a leggere i segni positivi e i segni positivi ci sono.

Uno è questo e un altro ve lo racconterà poi lui, (n.r. si riferisce a Claudio Fiore) dei Ragazzi di Paolo .

E’ importante sapere leggere in ogni realtà con chiarezza: le cose che non vanno, i problemi, i pericoli e tutto quanto; ma è altrettanto importante saper leggere i segni i positivi.
Io credo che quando questi ragazzi hanno scelto di proteggere Paolo era proprio perché coglievano i segni positivi; perché, dicevano, bisogna proiettarsi nel futuro, non possiamo pensare all’orticello di oggi.

E allora quella mattina, vi dicevo, quando Paolo va al mare, ha con sé un gruppo di sei persone che costituivano la sua scorta: un autista e cinque agenti di scorta. Siccome era una giornata di domenica, la scorta poteva scegliere o di farsi dare il cambio all’ora di pranzo oppure di restare; i ragazzi avevano scelto di restare tutto il giorno, perché sapevano che alle cinque dovevano accompagnare Paolo da mia madre, poi sarebbero stati liberi. Bene, uno di questi ragazzi, poco prima dell’ora di pranzo, dice agli altri: “Sapete ragazzi, datemi una mano: ho litigato con la mia fidanzata e voglio tornare a casa per fare pace.” Naturalmente – voi che avreste fatto? – chiesero il cambio.

E così cinque si salvarono, ma altri cinque morirono.

Fu messa insieme in fretta e furia una scorta: era una giornata di domenica, estiva; dovettero richiamare addirittura alcune persone che erano in giornata di riposo, oppure Emanuela Loi, che non aveva neppure fatto il corso per scortare una “personalità”, come si dice in gergo: era una scorta a rischio, quella di Paolo, era una scorta pericolosa.
Richiamano Agostino Catalano, che era il capo scorta; era il più anziano aveva 49 anni. Era sposato ed era rimasto vedovo da poco; aveva tre figli ancora bambini, si era risposato proprio per dare una mamma a questi bambini e si era sposato da poco più di un mese.
Una persona speciale Agostino Catalano: viene da un quartiere popolarissimo di Palermo, lo Zen; uno di quei quartieri simbolo, che non hanno diritto neanche a un nome, perché Zen significa Zona Espansione Nord. Pensate, io, a Palermo, avevo creduto per un certo tempo che fosse un nome arabo non una sigla.
Lui veniva da lì, da una famiglia povera e, a dimostrazione che non è solo la povertà che genera i mafiosi, lui era diventato poliziotto. Non solo, poi aveva fatto un concorso in Ferrovia e lo aveva vinto; per un anno era stato ferroviere, ma non gli piaceva: tornò a fare il poliziotto e quella mattina fu il capo scorta di Paolo.
Lasciò i suoi figli, lasciò la sua giovane moglie e andò a fare quella scorta che stava andando a morire.

E poi c’era Emanuela Loi, questa ragazza sarda, di Sassu, bella come il sole, la definivano i suoi compagni. Se vi prenderete la briga di cercare una sua fotografia, vi renderete conto davvero di quanto era bella, atletica, con i capelli biondi, bellissimi, ricci.
Aveva un solo difetto: voleva tornare in Sardegna.
Le mancava troppo la sua terra, le mancava troppo la sua casa, anche perché lei non era poliziotto per vocazione. Era sua sorella che voleva fare il poliziotto e quando andò a fare il concorso le disse:” Fallo anche tu, così mi dai una mano.” Emanuela lo vinse e la sorella no.
Emanuela diventò poliziotto, ma lei voleva tornare in Sardegna.
Allora faceva un’operazione che ho saputo da poco, me l’ha detto proprio la sua collega, che ho incontrato pochi giorno fa in Puglia, quella che si salvò perché era donna e non fu messa nella scorta (sarebbe stata la seconda). Emanuela, quando andava a casa in licenza, in genere faceva finta di ammalarsi e con un certificato medico cercava di prolungare la sua licenza. Questo aveva dato fastidio al questore di Palermo che per punizione le faceva fare sempre dei servizi un po’ così.
E quel giorno, purtroppo, fu un servizio rischioso.
Emanuela faceva sì la scorta, ma faceva la scorta in una maniera diversa: accompagnava la moglie di Libero Grassi, anche lei era scortata, ma senz’altro si trattava di una scorta meno a rischio, la quale non guidava e non voleva prendere l’automobile perché è un’ecologista: così l’accompagnava sull’autobus. Era questa la scorta che faceva normalmente Emanuela.
Tre giorni prima di quel giorno (n.r. il 19 luglio giorno della strage) era stata messa nella scorta di Paolo. Quando Paolo l’aveva vista, l’aveva abbracciata e aveva detto: Ma tu devi difendere me, ma sono io che devo proteggere te .
Ed Emanuela Loi morì proteggendo Paolo e fu forse quella che subì il danno più terribile nel suo corpo.
Dicevano i suoi colleghi:” Era proprio leggera la bara che è ritornata nel suo Paese.”

E poi c’era Claudio Traina: era stato in Brasile questo ragazzo e aveva conosciuto una ragazza brasiliana; l’aveva portata con sé a Palermo; avevano un bambino, ma ancora non si erano sposati perché le carte non erano arrivate.
Aveva un bambino che non aveva ancora un anno.
Poco tempo fa sono andata in una scuola di Palermo e la professoressa, che conosco, mi indicò un bambino con gli occhioni neri e i capelli ricci e mi disse:” Quel bambino è il figlio di Claudio Traina”. E io mi resi conto che cosa significassero dieci anni dalle stragi: era tutta la vita di quel bimbo che non aveva mai conosciuto il suo papà.

E poi c’era Vincenzo Li Muli: era il più giovane di tutti, non aveva ancora 23 anni ed era uno di quelli che avevano chiesto a Paolo di entrare nella sua scorta.
Non aveva detto niente ai suoi genitori, perché sapeva che avrebbero avuto paura. Non voleva farli stare in pena e quel giorno – lui era il più piccolo di sette fratelli – quel giorno sua madre, che era a casa e stava stirando, quando sentì alla televisione che era morto Paolo Borsellino con la sua scorta disse:” Poveri ragazzi e povere mamme”.
Poi un giorno disse a me, lei che non sapeva che fra quei ragazzi c’era suo figlio, mi disse, dopo:” Io sono più addolorata della Madonna, perché la Madonna ha potuto stringere tra le sue braccia Gesù deposto dalla croce. Io mio figlio l’ho visto uscire la mattina e poi non ho avuto più nulla”.
E poi c’era Valter Cusina: era un ragazzone dai capelli rossi, triestino, che finalmente aveva ottenuto il trasferimento alla sua città e il lunedì sarebbe partito.
Anche lui era stato richiamato all’ultimo momento.

Questa è la scorta.

Io vorrei, lo dico a tutti i ragazzi, e lo dico anche a voi, perché so che i ragazzi hanno molta più sensibilità degli adulti e sanno distinguere bene la retorica dalla commozione, io vorrei che, parlando della strage di via D’Amelio, non si dicesse Paolo Borsellino e la sua scorta, ma si dicesse: Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo, Valter e il loro giudice.

Io so che ora queste storie vi appartengono, so che non le dimenticherete, magari potrete dimenticare i nomi, non importa; ricordate le persone, è questo che mi interessa.

Vi dicevo del percorso che abbiamo fatto in questi anni.
Prima ho portato avanti soltanto la memoria, piano piano abbiamo cominciato a sviluppare anche un’analisi di questi anni, soprattutto perché, man mano, mi rendo conto che incontro ragazzi che erano troppo giovani o che ancora non c’erano quando tutto questo è accaduto.
Quindi mi rendo conto che dobbiamo di nuovo contestualizzare i fatti e oggi noi li contestualizziamo aggiungendo tutto quello che stiamo aggiungendo, ma credete, è una lezione importante per me.

Mi piace fare questo genere di incontri, quando ci sono delle persone come il prof. Pezzino, come è successo ieri a Firenze dove c’erano lo storico, il sociologo, il teologo: è proprio analizzare le situazioni e poter rispondere, cercare le risposte a domande che prima restavano così nebulose, le domande che faceva Massimo

Credo che la cosa più importante sia che voi, una volta che avete conosciuto, prima i fatti – e so che li conoscete – e ora anche le persone le conoscete tutte – almeno quelle che mi premeva farvi conoscere – adesso dalla conoscenza potete passare all’analisi di queste cose e poi a trarre delle conclusioni, personali, ma, collegate a quelli che sono i fatti che man mano si vanno scoprendo, anche perché ci sono delle cose di cui bene o male si comincia e a parlare adesso, che allora non si formulavano neppure, perché non si conoscevano o se ne parlava soltanto così come ipotesi.
Oggi mi rendo conto che il nostro percorso, il nostro cammino è maturato moltissimo da dieci anni a questa parte, perché noi abbiamo fatto una cosa importantissima: abbiamo messo insieme la memoria delle persone, la memoria dei fatti, le analisi e cominciamo a provare a trarre delle conclusioni. Ora chi poi veramente deve trarre le conclusioni, a parte lo storico, dal punto di vista storico, è la magistratura dal punto di vista della giustizia: ecco perché è così importante in questo momento la figura dei giudici.

Ci vogliamo chiedere perché è proprio in questo momento che le figure dei giudici vengono attaccate in questa maniera, con questa sfacciataggine, con ferocia sì, ma con questa sfacciataggine: forse perché il pericolo è più forte oggi che allora, forse questa consapevolezza ormai così diffusa, – perché è questo ormai che è cambiato, perché nessuno ormai può fare finta di non sapere; allora sì, potevano ancora far finta, ma dopo il ‘92 non si può più – e non solo la necessità ormai di schierarsi rispetto a certi fatti. Anche se qualcuno ci invita convivere con tutto questo, credo che questo messaggio l’abbiano recepito quelli che già ci volevano convivere e ci convivevano ma insomma la gente per bene so è proprio arrabbiata.

C’è stato un ragazzo che ha detto un’espressione bellissima: voi ragazzi siete sempre capaci nella vostra immediatezza di tirare fuori delle cose straordinarie.
Un ragazzo mi ha detto: “Signora, ci dicono che con la mafia dobbiamo convivere, ma suo fratello, Giovanni Falcone, con la mafia ci sono “comorti”, non ci hanno convissuto, hanno scelto di non convivere, sono morti proprio per questo”.

Come l’altro giorno, all’albero Falcone, a Palermo, per la commemorazione dell’undicesimo anniversario: eravamo tantissimi, e soprattutto c’erano tanti giovani, una ragazza ha detto un’altra frase di quelle che io ormai scrivo nel mio taccuino ha detto:” le uniche toghe rosse che io conosco sono quelle macchiate dal sangue dei magistrati uccisi.”

  1. 10 marzo 2008 alle 12:38

    Mi son permessa di copiarlo sul mio blog

  2. 10 marzo 2008 alle 15:02

    E’ un piacere, per me, quando qualcuno trova materiale interessante su Terra di Nessuno. Solo inserisci sul tuo blog, se lo ritieni opportuno, un link alla Biblioteca di Terra di Nessuno.

    Ciao, Giampiero.

  3. 10 marzo 2008 alle 15:20

    Link inserito 🙂

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