Anno B, Natale, II domenica


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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Il Vangelo eterno

Anno B, Tempo di natale, II domenica
Sir 24, 1-2.8-12; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-8
Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.

Gv 1,1In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2Egli era in principio presso Dio:
3tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che
esiste.
4In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5la luce splende nelle tenebre,
e le tenebre non l’hanno vinta.
6Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8Egli non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
9Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10Egli era nel mondo,
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11Venne fra i suoi,
e i suoi non l’hanno accolto.
12A quanti però l’hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15Giovanni gli rende testimonianza
e proclama: “Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me”.
16Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
17Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18Dio nessuno l’ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.


Prima di ogni inizio c’è il Principio; prima di ogni relazione, il dialogo eterno tra Dio e il suo Unigenito; prima di ogni umano narrare continua ad essere la Parola.
Questo è quanto abbiamo appreso dal Prologo di Giovanni ascoltato nella liturgia della parola del giorno di Natale e questa domenica di nuovo ascoltiamo. In quanto è prima di tutte le cose, l’Unigenito è Parola (1,1); in quanto è principio della creazione, è “luce” e “vita” (4), materiale e intellettuale; in quanto diventa “carne”, ed entra nella storia, è “gloria”, “verità” e “grazia” (14). Il punto di fuoco nel quale queste caratteristiche dell’Unigenito si riuniscono è il rapporto che unisce creazione, storia e Scrittura al loro Principio, la Parola: nell’opera della creazione e della salvezza è la Parola stessa ad esser narrata.
L’uso da parte dell’evangelista della lingua greca dei LXX, in cui egli trova termini come arché o logos, comuni al vocabolario della filosofia classica, ha operato una certa distorsione nella storia dell’interpretazione del testo accreditando spesso un’interpretazione eccessivamente intellettualistica e speculativa del prologo di Giovanni. Nell’uso giovanneo l’essere “Principio” non è da prendere come un’astrazione, cioè come il semplice dato di fatto dell'”inizio” di un discorso, sia pure di Rivelazione; ma è vero, piuttosto, il contrario: Principio è la condizione di possibilità della verità stessa, è quanto di più concreto dà radicalmente inizio ad ogni possibile discorso di rivelazione. Analogamente, la “Parola” va intesa, in linea con la riflessione sapienziale del giudaismo, come ciò che può dirsi ma può anche tacersi e dunque come “segno” che rivela e al tempo stesso nasconde un contenuto sottostante, comunque sempre presente e noto a se stesso. Dal punto di vista della sua efficacia, la Parola è da intendere come ciò che può essere accettato o ignorato, ma comunque non è mai senza effetto.
In questo senso la rivelazione diventa narrazione; il mondo, la storia e la propria stessa biografia sono radicalmente intelligibili: è la Parola a far di essi un discorso sensato, un’autocomunicazione di Dio. Anzi, è la Parola a costituirne il senso. In certo modo in ciò consiste anche una radicale comprensione della “tenebra” come un congedarsi dalla Parola o un opporvisi: uno smarrimento del discorso, una ricaduta nel nulla e nel vuoto di senso (3) che hanno la loro rappresentazione simbolica nelle “tenebre” (5) e nell’immagine del “deserto” (Gv 1,23).
Il tema del discernimento storico-salvifico e del male come resistenza alla rivelazione è drammaticamente posto in discussione in quella sorta d’interpretazione autentica che l’opera di un redattore ha inserito direttamente entro il corpo dell’inno originario (cfr. Gv 1,6-8.12-13.15).
L’affermazione centrale è qui quella concernente il “farsi carne” della parola. Il termine “carne” è anche in questo caso attinto dal linguaggio sapienziale ed indica quella che noi chiamiamo “persona umana”, evocandone gli elementi di temporalità, origine naturale, quindi nascita, finitezza, mortalità. In quanto è la Parola che “era in principio faccia a faccia col Padre” a divenire “umana” il versetto pone in questione la discorsività, la narratività, dunque la visibilità, la dicibilità dell’autocomprensione divina del Verbo.
E’ proprio il divenire parola umana del Logos che abilita il credente alla figliolanza divina (12-13) e a scorgere un preciso orientamento nel flusso della storia, un verso, un senso, uno sviluppo nel corso degli eventi, a riconoscerla come storia della salvezza e a riconoscere se stessi in essa. Questo significa l’insistenza, da parte dell’interprete dell’inno originario, su Giovanni Battista, la cui figura viene ad un tempo inserita nel solco della “luce”, dunque in netta opposizione alle tenebre, ma ricondotta all’esattezza del suo mandato profetico, quello di illuminato, di precursore e testimone (6-8).
D’altra parte, non già in quanto illumina la Parola rivela ma, al contrario, proprio come dice il salmo, nel rivelarsi la Parola illumina. E’ proprio nelle tenebre che la luce può brillare (5). Rivelazione come narrazione significa che Dio si coglie solo nel suo porsi come scandalo e contraddizione, resistenza e antagonismo rispetto ad una storia d’ignoranza e non accoglienza della grazia. Lo svolgersi narrativo e persino drammatico dell’autocomprensione del Verbo svela al credente la sua vera identità; lo illumina affinché non vada di nuovo smarrito il senso del suo concretissimo mandato, del suo essere partecipe della fortuna del suo tempo e del suo camminare nella compagnia dei suoi affetti.
La creazione e la storia non sono altro che l’aprirsi al mondo del dialogo ineffabile tra il Padre e l’Unigenito, che riposa sul suo cuore (18) e non si lascia sfuggire neppure uno dei suoi battiti e dei suoi pensieri. Comprendere la storia della salvezza ha come condizione l’accesso all’autocomprensione del Verbo; metterla per iscritto nel suo vangelo è, per Giovanni, ricomporre il senso dell’universo riconducendolo al suo Principio.

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