Il giardino felice

Famiglia BerlusconiE’ l’Italia, secondo il nostro Premier. Il quale Silvio Berlusconi s’è spesso vantato dicendo che tutti gl’italiani vorrebbero essere come lui, ad onta del fatto che lui stesso pretende di essere diverso da tutti gli altri italiani. Il paradosso è già tutto nella linea degli avvocati che peroravano la causa del lodo (dolo) Alfano di fronte alla corte costituzionale: il Premier come «primus super pares». La Corte non ha forse risposto (com’era ovvio) che ciò contraddirebbe la legge (l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge) che è a fondamento  della legge stessa? Ma l’anomalia è logica prima che giuridica: un «primus» non può che essere «inter pares»; se questi pretende di essere «super» non si considera più «primus» bensì «unicum».

In pratica Berlusconi non vorrebbe cambiare la Costituzione: vi si vorrebbe sostituire. Vi si è già sostituito. Lui non si accontenta di governare questo Paese, lui vuole essere la Costituzione di questo Paese. Vuole che i suoi comportamenti pubblici e privati vengano imitati, presi a modello da ogni italiano, divengano costituzione vivente e vissuta da ogni italiano, perché tutti gli italiani siano di successo, ricchi e felici come lui è. Naturalmente tutto questo a condizione che egli sia appunto unicum. La diseguaglianza è necessaria ad alimentare il sogno, anzi ne è l’essenza stessa. La stessa Villa Certosa, questa specie di eden islamico abitato solo da Berlusconi e dalle donne che rappresentano il premio delle sue fatiche, non è la perfetta metafora dell’Italia che vorrebbe?

In questo paradosso di un popolo che si lascia guidare dall’uomo che esso invidia e da cui è disprezzato vi è il vero principio della decadenza di questo benedetto Paese. Nella pretesa del Cavaliere di essere unicum super pares in cui s’identifica un’intera nazione, il dramma di un intero popolo senza più identità.

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  1. 31 marzo 2010 alle 10:27

    The day after

    Risultati delle elezioni amministrative di mezzo termine.
    Vince il non voto. Lo tsunami della Lega sull’Italia del Nord.
    Pd e Pdl si spartiscono quello che resta.

    • Sebastian
      31 marzo 2010 alle 11:02

      E Beppe Grillo?
      Qualche briciola sembra averla raccolta anche lui.

    • 31 marzo 2010 alle 15:54

      Ah, Grillo, sì: quello su cui scaricano la colpa della sconfitta in Piemonte, e quindi al Nord e quindi in tutta Italia! Come se le elezioni non si vincessero prendendo più voti ma perdendone meno degli altri! Chi garantisce che senza Grillo avremmo visto vincere la Bresso piuttosto che aumentare l’astensione, questo non è dato sapere. Sai perché il Pd ha perso in Piemonte? Perché è guidato da gente che non capisce che la cattiva politica non si scaccia da se stessa ma anzi scaccia quella buona, e che per vincere non si deve sperare che non si presenti qualcun altro a rompere le uova nel paniere e a raccogliere dove nessuno ha seminato ma riuscendo ad essere più affidabili e convincenti di chiunque altro.
      Non sono riusciti a convincere chi ha votato Grillo di saperli rappresentare meglio, e allora che fanno? Se la prendono con Grillo, invece che con se stessi. Fitto, tanto vituperato dal pd per la sua rozzezza politica, è stato più onesto con se stesso, riconoscendo i propri errori e rassegnando le dimissioni per la sconfitta rimediata ad opera di Vendola in Puglia. È più politicamente logico e moralmente onesto pensare che se non si è riusciti a convincere gli elettori piemontesi che hanno votato Grillo che sarebbe stato meglio votare Bresso allora non li si sarebbe convinti in nessun modo a non votare qualsiasi cosa tranne il Pd.

      • 3 aprile 2010 alle 11:30

        Il problema è che il PD è diventato un ossimoro autistico autorefernziale.
        Ma purtroppo questo passa il convento. Servirebbere semplicemente nuovi monaci.
        Ma è oggettivamente difficile pensar male di non vuole monacarsi con costoro.

        Come in un vecchio avvincente film con K. Costner:, “Senza via di scampo”.
        Ma lui alla fine scampa (mi pare) e noi?

  2. 3 maggio 2010 alle 8:20

    Tradimenti e divorzi

    Silvio si dice molto amareggiato.
    “Tutti mi hanno tradito. Sono deluso. Devono dimettersi tutti: Bocchino, Fini e Leonardo”.

  3. 4 maggio 2010 alle 17:37

    Il ministro Scajola si è dimesso

    Berlusconi contrariato.
    Dopo avergli consigliato di “combattere col coltello tra i denti”, infatti, oggi il Premier si era mostrato più cauto, fino a lasciarsi sfuggire la dichiarazione, viste le testimonianze schiaccianti contro il Ministro, che forse le dimissioni non sarebbero state inopportune, senza tuttavia averne dato il definitivo permesso a Scajola, che così lo ha preso in contropiede.
    “Chi si deve dimettere nel PdL lo stabilisco io”, pare sia stato udito dire Berlusconi.

  4. 5 giugno 2010 alle 19:33

    “Quello che non va in Roberto Saviano è il suo vittimismo. Si lamenta del fatto che non può nemmeno scopare a casa sua senza essere scortato. Ma di che si lamenta? Chi lo ammazza, quello?
    Io non ho scritto romanzi, ma ho combattuto la mafia più di Saviano e non faccio vittimismi. E la scorta è comodissima, per esempio ai semafori”.

    (Vittorio Sgarbi, L’ultima parola, Rai 2, ieri)

    • Sebastian
      5 giugno 2010 alle 20:08

      Mai che lo sottopongano a controllo antidoping a questo qui. E’ fuso! La sua fortuna sta nel fatto che è nato così, non lo è diventato.

      • 6 giugno 2010 alle 15:58

        E’ solo uno s t r o n z o! Molto colto, molto superiore alla media dei colti (e questa è la sua forza) e di buona favella. Pienamente cosciente delle sue abilità, che vende al migliore offerente.

        Insomma un giullare mediatico.

      • 6 giugno 2010 alle 19:58

        Non si tratta solo di una becera sparata alla Sgarbi, ma dell’intera trasmissione, pianificata per danneggiare l’immagine di Saviano, a cui il sindaco di Salemi si è evidentemente prestato o da cui si è lasciato usare. L’attacco è stato provocato dal conduttore Pierluigi Paragone, ex direttore de “La Padania”, con battute quali: “Attenta a quello che dici su Saviano, altrimenti se ti sente qualcuno della sinistra ti spara”, rivolte ad Alba Parietti, altra ospite.
        La trasmissione “L’ultima parola” non è nuova a queste polemiche. Nella puntata del 2 Aprile c’era stato un durissimo attacco antimeridionalista, che ha suscitato persino richieste di chiusura del talk show.

      • 6 giugno 2010 alle 20:57

        Vedi che è un giullare in Borsa!

  5. 27 giugno 2010 alle 17:31

    Battute mondiali

    -“Alla vigilia di Slovacchia-Italia, a Lippi che consiglia?”
    -“L’ippica”

    (Intervista a Renato Zero, per i suoi 60 anni, Rai 2)

  6. 24 novembre 2010 alle 0:38

    Distinguo

    Berlusconi irrompe telefonicamente a Ballarò (la trasmissione di Floris…) :
    “Siete dei mistificatori: non ho mai detto che in dieci giorni avrei risolto il problema della monnezza. Ho promesso che in dieci giorni avrei risolto il problema della puzza”.

    • giulia
      26 novembre 2010 alle 21:07

      AL Confidential

      Roma Le vie dell Erotismo
      Prenestina Palmiro Togliatti
      Casilina Grotte
      Collatina
      Centro Urbano

      Se Ti Trovi a passare di la
      Non e raro che l autista tiri dritto
      invece che alla fermata
      Ti tocca aspettare uno più caritatevole
      Se vedi un raro taxi
      Non si fermerà se solo su prenotazione
      Gli sfileresti il portafogli
      Se piove Frechete

      Bocchino con e senza
      BenedettoScimunito

  7. 4 dicembre 2010 alle 12:06

    Ultima intervista a Mario Monicelli

  8. 10 dicembre 2010 alle 19:10

    Scazzati

    Proprio mentre s’afflosciava l’interesse del pubblico sul caso di Sarah Scazzi, il voyeurismo mediatico trova provvidenzialmente nuovo combustibile nella scomparsa di Yara.
    Forti sospetti degli inquirenti su Bruno Vespa.

    • Rosa
      10 dicembre 2010 alle 21:39

      Pare infatti che Bruno Vespa sia il mandante.
      Pronto un ordine di cattura, oltre che di…… iattura!!.

      (comunicato dell’ansia)

  9. 28 gennaio 2011 alle 11:16

    Cose d’Egitto

    Gl’italiani sono brava gente, pacifica. Guardate cosa fanno altri, invece. È bastato che Ruby rivelasse a Signorini che lo zio l’ha violentata quand’era bambina che gli egiziani insorgono per cacciare Mubarak.

  10. 15 marzo 2011 alle 21:13

    Giustizia. Riforma di legge

  11. 10 aprile 2011 alle 0:23

    L’Italia? E’ prima di tutto una lingua

    Umberto Eco : “L’Italie, c’est avant tout une langue”
    LE MONDE MAGAZINE | 18.03.11 | 17h12 • Mis à jour le 18.03.11 | 17h42

    Umberto Eco intervistato da Olivier Guez, inviato speciale a Milano

    http://www.lemonde.fr/week-end/article/2011/03/18/umberto-eco-l-italie-c-est-avant-tout-une-langue_1494120_1477893.html

    Traduzione dal francese di Giampiero Tre Re

    L’Italia festeggia i suoi 150 anni di unità. Compleanno cupo percorso da tensioni ricorrenti tra Nord e Sud, e gli scandali a ripetizione del suo Presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi o la caricatura di una certa Italia, truffaldina, commediante, sessista, volgare e provinciale. Irritante e inquietante. Ma c’è ancora un’altra Italia geniale ed incantevole, l’Italia dell’armonia del clima e dei palazzi, degli uomini e delle cose. Umberto Eco appartiene a questa Italia, cosmopolita ed illuminata, è uno di quei leader, un monumento di erudizione, Professore Emerito di semiotica, linguistica e filosofia, esperto di estetica medievale e romanziere di successo : nel solco del “Nome della Rosa” e del “Pendolo di Foucault” in questi giorni esce in Francia la sua ultima opera, “Il cimitero di Praga”, un affresco ricco di eventi, complotti anti-semiti e massoni nell’Europa della seconda metà del XIX secolo.
    Umberto Eco o l’eleganza disinvolta, tipicamente italiana, che apre la porta del suo splendido appartamento con vista sul Castello Sforzesco di Milano in accappatoio, sigaro in bocca: aveva dimenticato l’ora del nostro appuntamento. Umberto Eco, il saggista, il testimone illuminato: nato nel 1932 a metà del ventennio fascista, in Piemonte, culla dell’unità nazionale, è stato per decenni, attraverso i suoi articoli di giornali e prese di posizione, il cronista di fortune e disgrazie d’Italia.
    Si sarebbe potuto trovare miglior cicerone per festeggiare il suo 150° compleanno?

    Umberto Eco, cosa significa essere italiano nel 150° anniversario dell’unità del paese?

    Umberto Eco: Appartenere a una nazione giovane, immatura, rispetto ai vecchi paesi europei come Francia, Spagna o Inghilterra. Per me, l’Italia è soprattutto un linguaggio. Se uno sfoglia ora un libro francese di Rabelais, nella versione originale, avrà difficoltà a comprendere il testo. Idem per un britannico corre un’opera di Chaucer. Al contrario, un tassista italiano può facilmente capire la Divina Commedia, Dante. La lingua italiana è cambiata molto poco nel corso degli ultimi mille anni.

    Vero, ma, al tempo del Risorgimento, nel 1860-1861, una piccola minoranza – appena il 2% o poco più – della popolazione parlava italiano. Così, quando Garibaldi e i suoi uomini sbaragliano i Borboni in Sicilia nel 1860, hanno enormi difficoltà a comunicare con la gente locale.

    Il Siciliano è un grande mistero, anche oggi! Più seriamente, è vero che al momento dell’unificazione italiana l’italiano è ancora una lingua di studiosi. Questo è il motivo per cui è cambiata molto poco nel corso dei secoli. Una lingua cambia, scontrandosi con la realtà quotidiana delle persone che la usano. Questo lo status quo linguistico, ha favorito la tardiva unificazione d’Italia nel corso degli ultimi centocinquant’anni. La lingua italiana ha fatto gl’italiani. Perché l’Italia, prima di essere una nazione – ricordo che Metternich considerava l’Italia come una “espressione geografica” al Congresso di Vienna nel 1814-1815 – è soprattutto una cultura veicolata da un lingua.

    Una cultura? Eppure, in Italia, ogni regione, ogni città vanta di avere la cultura più brillante o la migliore cucina. Da secoli, il campanilismo, il provincialismo degli italiani, è leggendario …

    Esatto. Tuttavia, mi sembra che ci sia un rapporto tra Raffaello e altri artisti del XVI secolo la penisola. Al Louvre, per esempio, anche se le opere di Raffaello e Caravaggio sono distinte, si vede subito che quelle di Poussin sono un tipo completamente diverso. Nei secoli XVI e XVII esiste già una scuola di pittura italiana, e più in generale la cultura italiana, secoli prima della fondazione dell’Italia moderna. Ma è una cultura di élite, presente soprattutto nei libri, fin dal Medioevo. Dante invoca la fondazione dell’Italia. Pochi anni dopo, anche il Petrarca vi allude, due secoli dopo, Machiavelli. Nel primo Ottocento il poeta Giacomo Leopardi aspira alla creazione dell’Italia. Si tratta di un desiderio condiviso da molti artisti e scrittori. Il classicismo romantico di Alessandro Manzoni è molto influenzato dalla letteratura del Rinascimento. In breve, ci sono delle costanti nella cultura italiana, specialmente una letteratura plurisecolare, che permetteranno l’emergere dell’Italia unificata e moderna.

    E poi c’è la scintilla politica dell’ambiente ottocentesco.

    Naturalmente, l’unità d’Italia è parte dei movimenti nazionalisti che hanno colpito tutta l’Europa – Polonia, Ungheria, Germania … – dopo la Rivoluzione Francese e dell’Impero napoleonico. Ma questo desiderio di unità è mediata da una lingua comune per l’elite degli Stati italiani e si nutre di lei. Così, il generale Garibaldi, pur non riuscendo a capire il popolino può discutere e intendersi con la borghesia e i latifondisti siciliani. Si ricordi del Gattopardo!

    Come si è diffuso l’italiano nella popolazione fino a diventare l’elemento più unificante?

    In tre fasi. In primo luogo grazie alla scuola, il servizio militare e, soprattutto, alla Prima Guerra Mondiale. Cinque milioni di italiani sono stati mobilitati. Hanno imparato a vivere e morire insieme con l’uniforme italiana.
    La guerra è stata un crogiolo: per la prima volta, la gente del Nord e del Sud era fianco a fianco. Poi la seconda fase è stata la migrazione di masse contadine dal Sud, verso il Nord più industrializzato. Terribili eventi attendevano i nuovi arrivati, che avevano una comunicazione molto difficile con la gente del luogo. Questa seconda fase si conclude negli anni ‘50.
    Così inizia la terza fase, la più intensa: l’unificazione della lingua attraverso la televisione, che fornisce un lessico e una sintassi elementare italiana. Ha anche creato riferimenti comuni per un paese che ne mancava. Penso, per esempio, agli spettacoli di Mike Bongiorno. Alla fine del 1950, il suo quiz, “Lascia o raddoppia?” era così popolare che la vita si fermava in tutto il Paese ogni Giovedì notte. Anche i cinema rimanevano chiusi! Nella diffusione dell’italiano la televisione ha svolto un ruolo fondamentale. Oggi, un tassista si esprime come un avvocato nel 1930; è anche in grado di citare specifiche disposizioni di legge, perché è costantemente esposto alla televisione. Anche Berlusconi parla un buon italiano. Grazie alla televisione, di certo!

    Mi stupisce: pensavo che parlando di TV lei sarebbe stato molto critico …

    Attenzione! La TV italiana è “trash”, ha corrotto la morale, i valori e le idee degli italiani, ma riconosco che ha largamente contribuito l’unità della nostra nazione, favorendo l’emergere di un linguaggio comune. Nel 1950, un poliziotto originario del sud Italia era povero e male in arnese come Giobbe e il suo accento era terribile. Oggi, un ufficiale di polizia nel sud è ben vestito, parla un buon italiano e, grazie alla televisione, mi riconosce!

    Nonostante il successo della lingua italiana, l’Italia sembra molto disunita, in occasione del suo 150° anniversario. Come lo spiega?

    Cosa vuole che siano centocinquanta anni? Non sono sufficienti a consolidare una nazione. A noi italiani manca un rapporto secolare, una certa consistenza storica, a differenza dei francesi e, soprattutto, britannici e spagnoli, che sono stati guidati da un monarca per secoli. Noi abbiamo avuto solo “tutori” temporanei per qualche decennio: Vittorio Emanuele II per sessant’anni, il fascismo per vent’anni, la Repubblica dopo la fine della guerra. In realtà, non abbiamo mai ucciso il padre! Ora, uccidere il padre è un atto fondatore di una nazione! Si tratta di un rito di passaggio capitale. La decapitazione di Luigi XVI ha forgiato la nazione francese.

    Voi avete impiccato Mussolini, però …

    Sì, ma Mussolini non fu che il Duce di un regime che durò solo 20 anni. Non era l’incarnazione di una Italia di lunga durata come lo erano Luigi XVI e di Carlo I in Inghilterra, anche lui decapitato. Noi non abbiamo ucciso il padre, perché non ne abbiamo mai avuto uno. Tuttavia, da noi si pratica il fratricidio come in nessun altro Paese. Ecco una vera specialità italiana!

    Come, il fratricidio?

    Noi siamo i re di lotte intestine e guerre per la secchia rapita.
    La nostra storia è Firenze contro Pisa, Pisa contro Livorno, Venezia contro Milano … E continua ancora oggi! Nonostante la sua drammatica situazione, l’opposizione di sinistra non è in grado di unirsi. A destra, Gianfranco Fini litiga con Berlusconi. Ora la scissione interna è dentro al partito di Fini.

    Silvio Berlusconi è ancora in maggioranza, bene o male, da oltre quindici anni …

    Sì, perché ha abbastanza soldi per cementare il tutto. Ma quando scomparirà, a destra si ammazzeranno a vicenda come a sinistra. Gliel’ho detto, il fratricidio è il grande sport italiano.

    Perché?

    Di certo mille anni di unità romana ci hanno spossato. Ce ne vorranno forse duemila per riprendere fiato… Credo anche che noi ci autodilaniamo perché non abbiamo mai avuto nemici intimi. Un giorno ero a New York su un taxi. L’autista pakistano mi chiede da dove vengo, che lingua parlo e qual è il Paese nemico dell’Italia. Ho pensato per qualche minuto, poi ho detto che l’Austria, la Germania e alcuni altri ci avevano attaccato, ma non siamo mai stati nemici a lungo. Gli ho spiegato che gli italiani sono differenti da pakistani: non abbiamo nemici mortali come per loro l’India. Il tassista mi guardò, deluso, anzi sprezzante, come se fossi, io, come l’Italia intera, un finocchio. In realtà, non ho osato dirgli che il mio nemico principale era il villaggio accanto al mio! Questa è l’Italia!

    Nel suo nuovo romanzo, Il Cimitero di Praga, il suo “eroe”, Simonini, un fanatico anti-semita, si arruola con le Camicie Rosse di Garibaldi in Sicilia durante la spedizione dei Mille, che avvia l’unificazione del regno. Qual è ora il posto occupato nella coscienza nazionale dagli eroi del Risorgimento (Cavour, Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele II)?

    Alcuni non vogliono sentirne parlare. I razzisti della Lega Nord, in primo luogo. Hanno sostenuto il federalismo e anche la secessione, si oppongono a qualsiasi trasferimento di ricchezza verso il sud. Hanno promosso tutta una letteratura per dimostrare che il Risorgimento è stato un errore enorme, una cospirazione del Regno del Piemonte contro le vere aspirazioni degli italiani. D’altra parte, nel sud Italia, stiamo assistendo ad una rinascita della cultura “neo-borbonica” piuttosto sorprendente. Dopo la spedizione di Garibaldi e la creazione d’Italia, molti meridionali non hanno mai riconosciuto il nuovo regno d’Italia.
    D’altronde per troppo tempo abbiamo nascosto la verità sulle lotte della fine degli anni 1860, soprattutto in Sicilia: le abbiamo presentate come una lotta contro il brigantaggio, mentre era una vera guerra civile.
    Come in Vandea, dopo la Rivoluzione francese. E, come nella Vandea, la rivolta fu brutalmente repressa, duecentomila soldati sono stati inviati a sud per combattere gli insorti. Oggi proliferano i siti web che denunciano Garibaldi, considerato un bastardo, perché lui ha lanciato l’OPA del Nord nei confronti del Sud …

    E la maggioranza degli italiani che pensa dell’epopea garibaldina?

    Direi che c’è una cortese mancanza di interesse. Garibaldi è un mito, come Giovanna d’Arco in Francia. Lui è intoccabile, ogni villaggio ha una Via Garibaldi, ma questo fa parte del paesaggio. I simboli del Rinascimento non dicono un granché nell’immaginario collettivo. L’unità nazionale non rinvia a dei simboli forti e immediati, a riferimenti potenti. Non è come in Francia, dove, quando si parla di Repubblica, pensiamo subito alla Rivoluzione e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo.
    Inoltre, per un tempo molto lungo, la mia generazione, nata nel 1930, e quelle del dopoguerra, non volevano sentir parlare di “nazione” o “patria” … Questi concetti erano idealmente associati al fascismo, alla guerra. Ci siamo deliberatamente distaccati da questa storia.

    Sarà lo stesso per il retaggio della romanità, troppo abusato dalla propaganda fascista?

    Sì. C’è stata un’indigestione di Roma, sotto Mussolini. Oggi il Colosseo è buono per i turisti e per i colossal hollywoodiani!

    E’ questa la ragione per cui l’Italia non sembra esaltarsi in occasione dei suoi 150 anni? Qui a Milano si percepisce un’indifferenza della popolazione e la mancanza di interesse da parte delle autorità pubbliche. Non ci sono manifesti o bandiere per le strade. In Francia, per il bicentenario della Rivoluzione, era tutta un’altra cosa …

    In effetti, il governo di destra ha ridotto notevolmente il bilancio delle commemorazioni. Il che non impedisce di sentire un certo interesse nascente per questo anniversario. Il 17 febbraio, l’attore e regista Roberto Benigni ha dato lustro al festival della canzone a San Remo. E’ arrivato su un cavallo bianco con in mano il tricolore italiano. Per quasi un’ora, ha celebrato il Risorgimento, i suoi valori, i suoi eroi e l’Inno di Mameli (“Fratelli d’Italia”), il nostro inno nazionale… Ha parlato d’orgoglio nazionale, di amore per la patria, del popolo, di tutti questi giovani che sono morti per la patria, per l’ideale, in questi centocinquanta anni. Ed è stato applaudito a lungo. Forse le cose cambieranno dopo l’intervento di Benigni: un poeta può a volte fare una grande differenza…

    Gli italiani si sarebbero finalmente affezionati alla loro patria?

    Per la maggior parte degli italiani, l’Italia esiste, è lì, e basta! Non è che stiano tutto il giorno a pensarci, dunque è un fatto acquisito, non ne mettono in questione l’esistenza. Infatti quelle che provocano la reazione della gente sono le posizioni estremiste, anti-nazionali, della Lega Nord in particolare. Quando, alcuni anni fa, Umberto Bossi, il suo presidente, ha dichiarato che “si puliva il culo con la bandiera nazionale”, beh sì, la maggioranza degli italiani ne era rimasta ferita e ha risposto. Le esagerazioni degli estremisti ci uniscono più che gli aspetti positivi della nostra storia e della nostra nazione.

    Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, un campione di unità nazionale, è anche molto popolare …

    Tenuto conto delle attuali tensioni, vi è un ritorno in auge dell’idea nazionale. E penso che se Napolitano è rispettato, è perché incarna l’unità. Tra i sostenitori della destra che hanno anche dimenticato il suo passato comunista, come tra quelli di sinistra, il che è abbastanza notevole.

    Ciò è legato anche alla personalità di Silvio Berlusconi, che ha profondamente diviso la società italiana …

    Naturalmente, è legato alla situazione politica attuale. In linea col suo predecessore Ciampi, ma ancora di più di lui, Napolitano incarna il senso comune, la legalità e la garanzia di unità agli occhi della popolazione. Si sta dando un nuovo lustro alla carica presidenziale. Si è creata un’immagine paterna, un fatto che si è imposto solo negli ultimi dieci o venti anni. Se si fa eccezione per Sandro Pertini – Presidente dal 1978 al 1985 – che, pipa alla bocca, ha toccato il cuore di tutti gli italiani, i presidenti precedenti non godettero di tale popolarità.

    Dall’esterno, sembra spesso che gli italiani sono uniti solo per sostenere la loro squadra nazionale, specialmente quella di calcio …

    Ah, la storia eterna del Calcio italiano e della Squadra Azzurra! No, non credo! Voglio dire che gli italiani non sono diversi dalle altre persone nello sport. E’ sempre la stessa cosa sin da quando si tennero le prime gare nella Grecia antica. Vedete, a qualsiasi latitudine, l’uomo ha coscienza che si deve morire, si innamora, e apprezza in generale le cose ben fatte. Lo sport è questo: ci si entusiasma della bravura degli atleti. Gli italiani non sono diversi da altri popoli. Ciò non ha nulla a che fare con la nostra identità nazionale. L’amore che si ha una squadra permette di definire la propria identità, soprattutto se vi è una mancanza di cultura. Qualunque sia la squadra: se facessimo giocare i bianchi contro i neri o quelli più bassi di 1,60 contro quelli più alti di 1,80, sarebbe esattamente la stessa cosa!

    Qual è l’eredità del fascismo in Italia adesso?

    E’ una domanda molto difficile, soprattutto perché è difficile definire con precisione il fascismo. Non aveva nessuna ideologia unitaria a differenza di nazismo e comunismo stalinista. E’ stato un collage di diverse idee politiche e filosofiche, pieno di contraddizioni, che ha riunito la monarchia e rivoluzione, l’esercito reale e la milizia personale di Mussolini, il controllo assoluto dello Stato e del libero mercato, il Futurismo e l’arte fascista. Se il fascismo è stato così popolare in un certo periodo, è perché la maggioranza degli italiani vi si poteva rifornire come in un supermercato. D’altra parte, ciò che questo involucro onnicomprensivo potesse contenere effettivamente dipendeva solo dal volere del Duce. Vedo pertanto un doppio lascito del fascismo per l’Italia contemporanea: in primo luogo, il sincretismo nebuloso seduce sempre, in secondo luogo, il leader carismatico è una componente importante della cultura politica italiana.

    La Chiesa ha a lungo opposto l’unificazione d’Italia. Qual è la sua posizione nella società di oggi?

    Si è dovuto attendere fino al regno della Democrazia Cristiana, dal 1950, affinché i cattolici partecipassero alla vita politica italiana. Quanto alla Chiesa, ha mantenuto un ruolo di primo piano nella vita nazionale. Cavour voleva fare del Vaticano un protettorato italiano. Beh, 150 anni dopo, l’Italia rimane un protettorato del Vaticano. L’influenza politica e finanziaria del papa resta immensa. Questo è il motivo per cui l’opposizione ora chiede al Vaticano di prendere posizione contro Berlusconi.

    Tra i problemi d’Italia, ci sono tensioni crescenti tra nord e sud. Nell’autunno del 2010, Giorgio Napolitano ha dichiarato: “Il problema del Mezzogiorno e l’unificazione reale tra Nord e Sud resta la più grande singola incompiutezza del processo unitario.” Queste tensioni finiranno per attenuarsi?

    Non ne ho idea. La Lega Nord può avere dei propositi deliranti, ma è anche vero che il Sud ha secoli debolezze, compresa la sua incapacità ad auto-amministrarsi e la forza della criminalità organizzata e la corruzione. La mafia esiste dal Medioevo.

    Nelle ultime settimane, le donne italiane sono fortemente mobilitate per denunciare il sessismo nella società. Ascoltando le loro richieste, ho ripensato al saggio di Jean-Francois Revel “Per l’Italia” (1958). Revel scrisse testualmente: “L’Italia è un paese dove le donne non sono considerate come un libero essere umano”. Mezzo secolo più tardi, nulla sarebbe cambiato per la donna italiana?

    Al contrario! Ci sono stati progressi enormi. All’epoca non c’erano ministri donne, né amministratori delegati donne, né professoresse universitarie… Le donne hanno conquistato il divorzio e l’autonomia nel gestire la propria sessualità. Nel momento in cui Revel scrisse queste righe, manifestazioni come quelle che hanno appena avuto luogo non sarebbero state possibili.

    A quel che sembra, l’Italia resta un paese maschilista …

    Attenzione, il maschilismo non è scomparso, ma non è più celebrato. Ha fatto più ridere che altro in questi giorni …

    L’Italia è uno stato giovane, ma ha una popolazione molto anziana. È minacciata dalla secessione, la sua società è bloccata, sta vivendo una fuga di cervelli più che altrove in Europa, eppure funziona sempre. C’è un genio italiano?

    Ricordate la mitica scena del film “Il terzo uomo” in cui Harry Lime – Orson Welles – ai piedi della grande ruota del Prater a Vienna, rammenta che sotto i Borgia, l’Italia ha avuto guerra, terrore, omicidi e massacri, ma anche Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento? La Svizzera, per contro, prosegue Lime, nonostante cinque secoli di amore fraterno, democrazia e pace, ha prodotto solo l’orologio a cucù! Cosa inesatta, del resto, perché il cucù è un’invenzione tedesca. In breve, un paese in crisi ininterrottamente dal 476 (data della deposizione dell’ultimo imperatore romano) sottomesso ai capricci della storia, alle lotte intestine, alle occupazioni straniere, alle avventure militari, alla povertà, al terrorismo e altri disastri, doveva per forza essere smaliziato e creativo per sopravvivere. La chiave del nostro successo, per secoli, è la nostra crisi e le nostre ripetute tragedie.

    L’Italia non è dunque sul punto di scomparire?

    Vista da quest’angolatura, l’Italia ha dei gran bei giorni davanti.

  12. 18 aprile 2011 alle 22:14

    Giorgio Gaber
    Mi fa male il mondo

  13. 12 giugno 2011 alle 14:14

    Dopo gli attacchi de La Padania a Tettamanzi

    La Lega arriva sempre prima degli altri. Pisapia deve ancora dimostrare di meritare la vittoria; i leghisti hanno già dimostrato di aver meritato la sconfitta.

  14. 12 giugno 2011 alle 16:07

    Il mio poker di SI questa mattina l’ho schiaffato!
    Ehi amico, Ti Stimo!!

  15. 25 settembre 2011 alle 8:43

    via di sottosviluppo

    produzione terradinessuno

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