Salvatore card. Pappalardo, L’omelia di Sagunto

Ai funerali del prefetto C.A. Dalla Chiesa e della moglie Emmanuela Setti Carraro

4.9.1982
Palermo, Chiesa di San Domenico

 

Salvatore Pappalardo, nato a Villafranca Sicula il 23 settembre 1918, è ordinato sacerdote il 12 aprile 1941. Nominato Pro Nunzio Apostolico in Indonesia, fu consacrato Arcivescovo titolare di Mileto il 16 gennaio 1966. Inviato da Paolo VI a Palermo il 17 Ottobre 1970 e creato cardinale nel concistoro del 5 marzo 1973, rimane a capo della Chiesa palermitana fino al 4 aprile del 1996. Muore a Palermo il 10 dicembre 2006. Le sue spoglie riposano nella Cattedrale di Palermo.

 

Non è facile per me, pastore di questa Chiesa, dire, e per voi, alte autorità dello Stato, del parlamento e del governo – alla significativa presenza del signor presidente della Repubblica e di tutto questo popolo – ascoltare quanto la tristissima cir­costanza in cui ci troviamo comporta che si dica e che si ascolti.
Ancora un delitto, come se i tanti che si sono succeduti non bastassero, un delitto che ha colpito a morte un perso­naggio qualificatissimo, non solo nella nostra città ma in tutta la nazione, ricolmo di riconosciuti meriti per i molteplici servizi resi alla società italiana: il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, uccidendone anche la gio­vane consorte e ferendo gravissimamente l’agente di scorta: vittime tutte dell’adempimento del loro dovere.
Che dire? Mi pare che altro non possiamo se non ripetere e fare nostro il brano del libro delle Lamentazioni del profeta Geremia che abbiamo letto: Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… la continua espe­rienza del nostro incerto vagare, in alto e in basso… del nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno… (cfr. Lam., 3, 17-19). Subiamo tutti la stessa pericolosa tentazione del Profeta medesimo: che il nostro spirito si deprima e si accasci dentro di noi!
Dinanzi al ripetersi di tanti delitti, e così efferati, in tutto il suolo della nostra Italia, ed in alcune regioni in modo parti­colare, dobbiamo prendere sempre più coscienza, ognuno per la parte e per la responsabilità che lo riguarda, di quanto presenti, forti e tracotanti siano le forze del male che operano nella nostra società, per tutelare e difendere i loschi interessi di potenti fazioni, variamente denominate, terrorismo, ca­morra, mafia… che possono permettersi di affrontare aperta­mente lo Stato, offendere ed umiliare le sue istituzioni, col­pire i suoi uomini migliori.
Forze del male che non sono realtà astratte… non fantastici organismi ma persone vive e reali, possedute internamente dal Demone dell’odio, quasi incarnazione di quel Satana, nemico di Dio e dell’uomo, che nella Scrittura è detto «Omi­cida fin dall’inizio» (Gv., 8, 44) ed ispiratore di tutti gli omi­cidi che si sono effettuati sulla faccia della terra, da quel primo di Caino sino ai tanti dei nostri giorni. «Chi non ama» ci ha ricordato l’Apostolo Giovanni (Gv., 3, 44) «rimane nella morte» e diventa operatore di morte sulla faccia della terra, destinato anche lui alla morte eterna se, rigettato l’odio, non ritorna al culto dell’amore cristiano dei fratelli e al rispetto per la vita.
Si sta sviluppando invece – e ne siamo costernati spettatori – tutta una catena di violenze e di vendette tanto più impor­tanti perché, mentre così lente ed incerte appaiono le mosse e le decisioni di chi deve provvedere alla sicurezza e al bene di tutti – siano privati cittadini che funzionari ed autorità dello Stato – quanto mai decise, tempestive e scattanti sono le azioni di chi ha mente, volontà e braccio pronti per colpire… Sovviene e si può applicare una nota frase della letteratura latina, di Sallustio, mi pare: «Dum Romae consulitur … Saguntum expugnatur», mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici! E questa volta non è Sagunto ma Palermo. Povera Palermo!
È morto il prefetto Dalla Chiesa, è morta con lui la sua giovane consorte, a lui recentemente unitasi più per condivi­dere l’atroce immediata fine che non per passare insieme tranquilli anni di vita; è anche questo un aspetto che mostra la spietatezza, la durezza di cuore di chi ha deciso e di chi ha agito: insensibilità e durezza che potrebbero passare anche in una opinione pubblica talmente assuefatta a sì atroci delitti, da non più reagire col raccapriccio per l’accaduto e con la dovuta pietà nei riguardi delle vittime e dei loro sconsolati parenti!
Ma io vorrei che tutti, a cominciare dalla venerata mamma del generale, dai figli, dai fratelli, da tutti gli altri congiunti: anche della gentile signora, fossimo capaci di formulare in questo drammatico momento un grande, anche se difficile e sofferto atto di fede, sempre riferendoci alle parole del pro­feta Geremia che abbiamo prima ascoltato: «le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassio­ne, ma sono rinnovate ogni giorno… grande è la sua Fedeltà…, buono è il Signore con chi spera in lui… con l’anima che lo cerca… È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore…» (cfr. Lam., 3, 22-26).
Ecco il grande silenzio della morte… Ecco anche la grande nostra intima e silenziosa attesa della fede… capaci tutti di ripetere al Signore, anche se con l’ultimo straziante grido di chi muore su una croce: Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo Regno… ed aspettare la sua immancabile risposta, quella che noi auspichiamo sia stata già riservata agli spiriti eletti del fratello nella fede Carlo Alberto e della sorella Emmanuela: «oggi sarete con me nel Paradiso» (Lc, 23, 42).

(Testo tratto da: SALVATORE PAPPALARDO, Da questa nostra isola. Discorsi e omelie, prefazione di Bartolomeo Sorge, Mondadori, Milano, 1986, 50-52)

  1. Riccardo
    25 maggio 2012 alle 17:07

    Il Cardinale Pappalardo è stato, in mezzo alle cose tremebonde cui ci è toccato di assistere, se non di controbuirvi col nostro colpevole silenzio, un approdo dolce e forte, cui aggrappardi per trovare un modo di guardare ancora al futuro. Credenti e non, è stata la guida spirituale di tutta la Città. Un grande uomo, dalla mente acutissima, molto simile ad un altro grande siciliano di quegli anni: Leonardo Sciascia.

    • 26 maggio 2012 alle 11:29

      Benvenuto in Terra di Nessuno, gentile Riccardo. A chi lo conoscesse in maniera non superficiale il Cardinale Pappalardo poteva apparire, benché raramente, anche dolce; “forte” invece non direi. Era combattuto e insicuro, piuttosto. E certo soffriva di profondi sensi di colpa. Mente raffinata, infatti, sì. Proprio per questo, se aveva accusato lo Stato di aver lasciato morire in solitudine molti suoi uomini e un’intera città (come vediamo precisamente nell’«Omelia di Sagunto», qui sopra) non avrebbe potuto pensare diversamente a proposito di Padre Puglisi: ucciso perché isolato dalla sua stessa Chiesa. Cioè, in primo luogo, da Pappalardo stesso.

  2. Sebastian
    25 maggio 2012 alle 17:35

    Giusto per precisione, Pappalardo guida spirituale di tutta la città, meno uno: io

  3. vincenzo zambito
    10 luglio 2013 alle 19:40

    Ho appena terminato di leggere…”uomini soli”…di Attilio Bolzoni…a distanza di tanti anni la “rabbia” rimane…perché l’uomo che aveva sconfitto le brigate rosse era stato mandato in Sicilia?… per poi lasciarlo solo…solo in mezzo ai lupi…sembra la “cronaca di una morte annunciata”…soltanto il conforto e l’amicizia di pochi uomini eletti e tra questi il Cardinale Salvatore Pappalardo, figlio di questa nostra terra…leggere la sua omelia mi provoca sempre lo stesso effetto: lacrime e rabbia per la morte di un uomo che amava la sua patria e di una donna che amava il suo uomo sino alla morte…

    • 11 luglio 2013 alle 10:49

      Grazie del contributo.
      Benvenuto in Terra di Nessuno.
      Giampiero Tre Re, Webmaster

  1. 4 settembre 2012 alle 9:54

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