Per un’intervista a Jesus

Appunti per un’intervista concessa a Salvo Palazzolo per il mensile Jesus, 1995

Giampiero Tre Re

1.

Sono convinto che il martirio di P. Puglisi abbia sorpreso la Chiesa siciliana in un mormento di torpore. Il dibattio intraecclesiale palesa non soltanto una stasi ma consistenti passi indietro. Uno studio dell’omiletica del Card. Pappalardo confermerebbe questo giudizio: negli anni che vanno dal ’76 all”82, cioè dal convegno palermitano di “Evangelizzazione e promozione umana” sino alla prima visita del Santo Padre in Sicilia, la predicazione dell’Arcivescovo era stata più marcatamente incline ai temi del rinnovamento della società palermitana e siciliana. Dalla seconda metà degli anni ’80 questi temi si sono invece attestati su una linea apologetica, soprattutto sulla difesa della tradizione della cultura cristiana in Sicilia e sul “mito del palermitano onesto”. Sul perché di questo cambio si sono dette molte cose e sulle cause si può discutere a lungo, ma è importante innanzi tutto sottolineare che ciò è avvenuto. In seguito il grande prestigio personale di cui godeva il Cardinale finÏ col disperdersi, senza tradursi in quel ruolo guida che la chiesa palermitana avrebbe potuto assumere nell’ambito dell’episcopato e dell’ecclesialità italiana. La mia idea è che l’assunzione di una simile leadership avrebbe richiesto due condizioni: in primo luogo che tutte le componenti della chiesa palermitana avessero esplicitato in maniera radicale la portata, anche politica, di determinate prese di posizione del suo vescovo e, in secondo luogo, che l’episcopato italiano avesse ripensato radicalmente i propri rapporti col partito cattolico al potere. Ovviamente queste due condizioni non si verificarono…

2.

Quel richiamo a una Chiesa profetica è la rivoluzione copernicana dell’episcopato italiano nei confronti delle chiese del meridione ed è apprezzabilissimo ma, ahimé, tardivo. Questa decisione, come si è detto, andava presa almeno quindici anni fa e precisamente in corrispondenza del mutato atteggiamento e l’acquisizione di una consapevolezza delle chiese meridionali sui problemi rappresentati per l’evangelizzazione da mafia, camorra e ‘ndrangheta.

Ho l’impressione che questa risoluzione sia giunta solo adesso perché sono profondamente mutate le condizioni politiche, per cui la chiesa, oggi, di fatto, è meno condizionata. Ma il cambiamento del quadro politico non è stato determinato dall’episcopato, che si è piuttosto adeguato al nuovo. Doveva avvenire prima. Ce ne sarebbero state le premesse teologiche e teoriche.

3.

Il martirio è la sintesi dell’esistenza cristiana, non soltanto del cammino biografico, della vicenda teologale di un singolo credente. Nella singola vicenda teologale è racchiuso il paradigma di un’intera comunità ecclesiale locale e di tutta quanta la cattolicità. Il martire incarna il significato e la misteriosa forza salvifica del Cristo crocifisso. Per questo il martirio va visto nei suoi significati trascendenti di Paroloa di Dio che si concretizza nell’oggi della Chiesa, ma anche di contestazione dello stato di cose in cui esso si verifica.

Questo è vero dal punto di vista teologico e dal punto di vista storico. Voglio dire: non ci sarebbe nessun eroe se ognuno rimanesse al suo posto. All’interno di una Chiesa veramente tutta profetica non ci sarebbe il singolo profeta o il singolo martire.

Perciò il martire è certamente una stimmata di gloria sul volto di una chiesa locale ma è al tempo stesso un monito per i suoi peccati, le insufficienze, i ritardi… E mi riferisco non solo alla chiesa palermitana o siciliana, ma a tutta la chiesa italiana. Se questa vuole seriamente attuare la scelta profetica dei poveri, ciò deve significare la scelta preferenziale per le chiese meridionali, le chiese povere, in tutti i sensi. La scelta preferenziale dei poveri non sarà mai credibile se non si traduce in scelta, anche in questo senso, ecclesiale. Non si tratta infatti di scegliere “in astratto” la povertà. Per questo non vorrei che la decisione di fare di Palermo la sede del prossimo convegno della chiesa italiana fosse stata dettata da un atteggiamento, francamente inaccettabile, di alcune chiese del nord che vengono a insegnare alle chiese del sud “come si fa”.

4.

Qualsiasi risposta a questa osservazione supporrebbe l’analisi di quanto del Concilio Vaticano II è effettivamente passato nella vita delle nostre chiese locali. Dal grado di disponibilità a valutare realisticamente a che punto sta il Concilio in Sicilia si misura il grado di credibilità di questa autocritica. La chiesa siciliana viaggia a due velocità e ha due o più anime. C’è il martirio di padre Puglisi ma ci sono anche dei vescovi-conti; sopravvive una certa mentalità feudale. C’è la chiesa di Mons. Cassisa e la chiesa di tanti come padre Puglisi e, come Puglisi, regolarmente snobbati da certi ambienti, considerati con sufficienza perché “poco incisivi”. Se la morte di padre Puglisi è un evento profetico, in questo senso forte, non mi sembra tuttavia che, a Palermo in particolare, si siano completamente esplicitate tutte le conseguenze di questo fatto.

Accanto al persistere di strutture ruffiniane, dunque preconciliari, troviamo altre manifestazioni di Chiesa, specialmente di impegno della base, di laici che gradatamente vanno traducendo in termini di fatto la novità del concilio: una doppia pastorale, una doppia concezione di Chiesa, due modelli che convivono senza interferire più di tanto.

Da una parte un profluvio di documenti, di convegni sulla “pastorale d’insieme” e poi, se guardiamo al modo di concepire le strutture materiali della chiesa, le parrocchie, gli oratori, gli spazi di partecipazione, scopriamo che il dialogo è minimo: quanto nelle scelte della chiesa palermitana incide il concetto di “pastorale d’insieme” e quanto invece le considerazioni di ordine burocratico, manageriale ed economico?

5.

L’anima della fase che va dal ’76 all”83, la fase della sperimentazione e delle denunce, sopravvive più nell’impegno dei laici che nel clero. Ci sono elementi del presbiterio palermitano che coltivano quei fermenti, ma si avanza in ordine sparso e non c’è un orientamento complessivo che aiuti a cogliere l’essenza della sfida al Vangelo rappresentata dal fenomeno mafioso.

Credo invece che il laicato sia maggiormente coinvolto. Ma qui scorgo un pericolo, vale a dire che tutto si limiti ad una cerchia di laici fortemente sensibilizzati e che si sostituiscano ai vecchi clericalismi nuove espressioni ecclesiali di élite, basate sull’efficientismo e sulle “competenze”.

6.

La chiesa palermitana accusa un terribile ritardo nella comprensione della vera natura del problema mafioso: non sono molti quelli che hanno colto il carattere di kairòs rivestito, oggi più che mai, dalla mafia.

Con la parola kairòs intendo l’accadere “qui-e-ora” della volontà di Dio per una persona, per una chiesa locale o per tutta la comunità ecclesiale. La mafia costituisce un kairòs, cioè un punto focale nel quale si raduna l’insieme e la complessità di tutti i problemi della chiesa italiana: dall’attuazione del concilio, alla nuova evangelizzazione, alla scelta preferenziale dei poveri, alla promozione umana, all’attuazione della prassi sacramentale…

Qui si misura e si verifica l’effettiva capacità di una chiesa di cogliere il proprio kairòs.
Non tutti nella comunità ecclesiale hanno percepito la portata epocale della mafia. In ogni epoca e in ogni cultura c’è un evento o un segno col quale si deve confrontare la capacità che l’evento Cristo possiede di liberare l’essere umano. In Sud-Africa avremo il problema razziale dell’aparteid, in America Latina le situazioni di radicale ingiustizia socio-economica e di classe. Mafia, camorra e ‘ndrangheta, sono il kairos della chiesa italiana in quanto ledono i fondamentali diritti umani ed evangelici all’uguaglianza e alla legalità. Con questo non si vuole dire che, risolto questo, la chiesa entrerà in una condizione paradisiaca, ma che siamo di fronte al caso serio dell’evangelizzazione in Italia: se l’evento-Cristo non dimostra la sua efficacia di liberazione in favore della cultura e della gente del nostro meridione, allora nel confronto con la struttura di peccato mafiosa risulterà globalmente falsificata la stessa pretesa evangelica di promozione e di salvezza dell’uomo come tale.

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