Anno B, Tempo ordinario, XXVII

litterae-testata

COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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False coscienze

Anno B, Tempo ordinario, XXVII domenica
Gen 2,18-24; Sal 127; Eb 2,9ss; Mc 10,2-16
Ci benedica il Signore tutti i giorni della nostra vita

Mc 10,2E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E` lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?». 3Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». 4Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla». 5Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; 7per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. 8Sicché non sono più due, ma una sola carne. 9L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». 10Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: 11«Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; 12se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio». 13Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. 14Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. 15In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». 16E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva.

Abbiamo davanti la versione marciana della diatriba tra Gesù ed i farisei sulla questione del divorzio. Mentre Matteo si preoccupa di riferire scrupolosamente i termini della questione e la risposta di Gesù, Marco sembra più interessato a richiamare l’attenzione sul pretesto del fatto, come suggerisce l’epilogo del suo racconto (vv. 13-16: la scena dei bambini che Gesù accoglie “abbracciandoli”, come il solo Marco sottolinea). Il brano esordisce con i farisei che si avvicinano a Gesù “per metterlo alla prova”; una precisazione che va letta in rapporto al v. 13, ove solo Marco sottolinea che i bambini gli vengono presentati affinché Gesù “li toccasse”, come dice esattamente il testo greco. Il contatto con Gesù è un elemento non casuale, in Marco, specie nei racconti di guarigione; un gesto che mette in collegamento la fede del popolo con la potenza salvifica di Cristo (cfr. 1,41; 3,10; 5,27-31; 6,56; 7, 33; 8,22). Pur non ignorando la varietà di risposte che la questione del divorzio ammette, il fariseo invece si accosta a Gesù senza un apparente desiderio di conoscenza o di cambiamento, ma piuttosto in cerca di conferme delle proprie convinzioni e della propria prassi.
Cristo risponde con la citazione di Genesi 1,27 e 2,24. Questa sintesi, operata in nome della santità del matrimonio, delle due diverse tradizioni teologiche sulla creazione dell’umanità, presenti in Genesi, è folgorante, e certamente non ne sfugge il senso agli interlocutori di Gesù, assidui studiosi delle Scritture: la costituzione della coppia umana nella sessualità rende i due una cosa sola, come uno è Dio, di cui è immagine. Ciò significa che il divorzio, anche quando avviene conformemente alla legge di Mosè, rimane un male sotto il profilo morale. Oltre alla forma istituzionale e giuridica il matrimonio ha, per Gesù, una precedente pertinenza teologica, alla quale egli si appella. Il “libello del ripudio”, pertanto, benché consentito, non può essere affatto interpretato come una deroga a questa legge superiore. L’atto giuridico del divorzio, allora, anche se formalmente corretto, manifesta un disordine e la presenza di un conflitto con la legge divina.
Dai commenti che Gesù fa privatamente per gli apostoli egli sembra sottintendere che il “libello”, sia dato piuttosto come un avviso, una messa in guardia sulla presenza di un pericolo connesso alla situazione esistenziale della persona divorziata (vv. 10-12). Non che il fariseo ritenga che il “libello” sia una sorta licenza di peccare, cosa razionalmente e teologicamente assurda, ma con il suo attaccamento dogmatico alla forma, il suo rifiuto di vedere il conflitto tra la Scrittura ed i propri valori tradizionali, le convinzioni dottrinali, ideologiche e di scuola, egli si lega ad una condizione di peccato tanto più indissolubilmente quanto più falsamente convinto della bontà delle proprie ragioni.
Il brano ha un evidente intento didattico ed è così che è tradizionalmente interpretato dalla chiesa latina, che lo pone, insieme al parallelo di Matteo, alla base della propria dottrina e disciplina sull’unicità ed indissolubilità del matrimonio. Dalla risposta di Gesù, però, come si è già detto, emerge dell’altro.
L’impressione è che Marco miri ad allargare lo sguardo sulla strategia e gli atteggiamenti complessivi da cui scaturisce la prassi di Cristo e l’invito alla sequela, piuttosto che a tramandare un suo insegnamento occasionale, sia pure su una questione di grande importanza, come quella del divorzio. Tale impressione è rafforzata dall’articolazione interna del nostro brano (enunciazione della questione; appello alle fonti bibliche; responso di Cristo; catechesi, con precisazioni ed approfondimenti, riservata ai discepoli) che è parallela a quella del dialogo con l’uomo ricco riportato concordemente dai tre sinottici subito dopo la questione del divorzio (cfr. Mc 10,17-31). La polemica sul divorzio e la chiamata alla sequela che l’uomo ricco non raccoglie, che sarà letta nella liturgia della parola della prossima domenica, sono parte della sezione marciana che conclude la “crisi di Galilea” e contemporaneamente introduce la nuova fase della predicazione del Signore, detta del “grande viaggio”, l’ultimo, di Gesù verso Gerusalemme. I due episodi, apparentemente assai diversi tra loro, forniscono in realtà l’occasione di approfondire uno dei temi caratteristici dell’ultimo ministero di Gesù in Galilea: la questione dello scandalo (cfr. Marco 9,41).
Il discepolo viene avvertito a guardarsi da quella che Gesù chiama la “durezza del cuore” (v. 4), cioè la falsa coscienza del fariseo. La falsa coscienza può forse definirsi una specie di vizio della ragione morale, connesso alla superbia, a causa del quale la persona tende abitualmente ad autoassolversi. Da questo punto vista il problema è qui quello di far saltare la falsa coscienza che è al fondo dell’atteggiamento spirituale del fariseo e che consente a quest’ultimo di giustificarsi sempre e comunque di fronte alla legge e di sottrarsi di continuo all’invito al pentimento ed ad accogliere il Regno.

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