Cataldo Naro, Diamo un futuro alle nostre parrocchie

DIAMO UN FUTURO ALLE NOSTRE PARROCCHIE
LETTERA PASTORALE

di S.E. Mons. Cataldo Naro
L’A. (†29 settembre 2006), storico della Chiesa, è stato Arcivescovo di Monreale dal 2002-2006.

Carissimi fratelli e sorelle,
già da qualche mese ho cominciato, con molta gradualità, ad unire le parrocchie di non grandi dimensioni di uno stesso centro abitato o di parte di uno stesso paese che abbiano una evidente omogeneità culturale e una comune tradizione pastorale. Il provvedimento riguarda, infatti, solamente parrocchie che hanno una storia recente alle spalle, quattro o cinque decenni, e che, ancora in un passato non tanto lontano, costituivano una sola parrocchia. In genere si tratta dell’accorpamento delle parrocchie del centro storico di un grosso paese che vengono unite alla parrocchia della chiesa madre di cui facevano parte fino a qualche decennio fa oppure della fusione delle parrocchie di un medesimo paese di piccola o media grandezza che vengono unificate con la parrocchia della chiesa madre.
Sto procedendo in questo modo in applicazione di decisioni frutto di una lunga riflessione comune che ha impegnato il Consiglio episcopale, il Collegio dei consultori e il Consiglio presbiterale. C’è stata una valutazione complessiva ed è stata maturata una visione unitaria della questione del rapporto della parrocchia col territorio che mi sembra giusto comunicare a tutta la nostra Chiesa locale. Tutti hanno diritto di sentirsi parte viva della comunità diocesana e di sapere le motivazioni di decisioni che toccano tutti e, con ogni probabilità, incideranno durevolmente nel futuro delle nostre comunità ecclesiali. Del resto, nei mesi scorsi, quando si è presentata l’occasione, non ho avuto esitazione a dire queste motivazioni ai fedeli ed anzi a discuterne apertamente con essi, sollecitando l’apporto della loro riflessione.
Proprio per allargare il raggio del dialogo già avviato ho pensato di indirizzarvi questa lettera che spiega l’orientamento di fondo che presiede a certi cambiamenti che chiedo ai sacerdoti e alle comunità parrocchiali. Sono cambiamenti che non hanno di mira che la crescita nella fede dei singoli sacerdoti e fedeli e una rinnovata capacità di annuncio e testimonianza del Vangelo da parte delle nostre comunità.
E, poi, credo sia opportuno manifestarvi, così come posso, con grande franchezza, le mie preoccupazioni e ansie di vescovo che assiduamente pensa ai problemi che oggi angustiano la vita della nostra Chiesa diocesana e che, soprattutto, si proietta con speranza verso il futuro, fiducioso nell’operosa collaborazione di tanti e forte della preghiera di tutti. Per dirvi il mio sentimento di questo momento mi servo delle parole che nel 1961 usò l’allora arcivescovo di Milano, cardinale Montini, che poi divenne papa col nome di Paolo VI, parlando dei problemi della diocesi ambrosiana ai suoi sacerdoti: «Confesso che la considerazione dei bisogni religiosi e morali, ora tanto cresciuti in questa nostra diocesi […] mancante di forze proporzionate – per numero di sacerdoti, per entità di mezzi, eccetera – per fronteggiare le necessità spirituali e organizzative che si presentano, confesso, dico, che crea nel mio spirito uno stato continuo di ansia e di sofferenza, che trova però conforto nella vostra coraggiosa operosità e che lo gode poi nella fiducia in Dio, che solo ci può veramente aiutare e salvare. Perciò se anche dovesse accrescere nei nostri animi l’affanno per la loro molteplicità e grandezza, per la nostra debole ed impari capacità a rilevarli e a contenerli, per l’inquietudine della nostra responsabilità, che si sente al tempo stesso eccitata e mortificata, credo degno di voi, e penso non discaro alla misericordia del Signore, aprire un istante gli occhi sui bisogni di questa nostra diletta e benedetta diocesi […]».
È con l’animo e con l’attesa che allora manifestò ai suoi sacerdoti il futuro Paolo VI che vi scrivo questa lettera. Prendendo spunto da un “bisogno” che è sotto gli occhi di tutti, la carenza di sacerdoti, vorrei indicare una prospettiva pastorale per le nostre parrocchie che va di là dello stesso problema che immediatamente ci preoccupa. Ed è una prospettiva, che già studiata e approfondita negli organi di partecipazione, particolarmente il Consiglio presbiterale, invoca ora l’attiva condivisione di tutti, sacerdoti e fedeli.

2. Il problema che ci angustia particolarmente: l’invecchiamento del nostro presbiterio

Il problema che ci angustia particolarmente riguarda il numero ridotto dei nostri sacerdoti e la loro età media. È evidente un crescente invecchiamento del nostro clero. Basti pensare che quest’anno non abbiamo celebrato alcun venticinquesimo di ordinazione dei nostri sacerdoti. E sarà così pure l’anno prossimo. Non ci sono state molte ordinazioni sacerdotali nell’ultimo quarto di secolo. Comunque, non hanno avuto una cadenza annuale. Grazie a Dio, abbiamo però un buon numero di sacerdoti sessantenni e su di loro pesa gran parte del lavoro pastorale. Sono essi a guidare la maggior parte delle parrocchie e a svolgere i compiti pastorali diocesani più impegnativi.
Una delle conseguenze di questa situazione è che non abbiamo giovani sacerdoti che possano svolgere un loro tirocinio di ministero come viceparroci o dedicarsi prevalentemente, in parrocchia o anche nei vicariati o a livello diocesano, a compiti pastorali specifici, come ad esempio la pastorale giovanile. Ho dovuto mandare due dei tre giovani che finora ho ordinato presbiteri immediatamente a guidare una comunità parrocchiale. Attualmente abbiamo un solo sacerdote diocesano viceparroco, l’altro dei tre che ho ordinato, il quale esercita il suo ministero nella parrocchia della chiesa madre a Carini, divenuta più grande per avere “accorpato” altre tre piccole parrocchie. Resto convinto però che, come afferma la recentissima nota pastorale dei vescovi italiani Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, la figura del viceparroco è molto importante e il suo ruolo dev’essere mantenuto quale «tirocinio opportuno per assumere in seguito la responsabilità di parroco» (n.12).
Dovranno passare alcuni anni perché possiamo contare su un certo numero di giovani sacerdoti. L’anno scorso il Signore ci ha fatto il dono di undici ragazzi che hanno chiesto di entrare in seminario. Quasi tutti hanno dovuto frequentare, nell’anno che è appena passato, il corso propedeutico perché provenienti da scuole medie superiori in cui non si studia il latino e il greco. Nel prossimo ottobre cominceranno a frequentare il primo anno del corso filosofico-teologico che dura cinque anni e prosegue poi con un biennio di specializzazione. Dovremo, perciò, attendere ancora sette anni per avere ordinazioni sacerdotali di una certa consistenza numerica. Intanto il Signore mostra di ricordarsi di noi, perché anche quest’anno altri ragazzi hanno chiesto di entrare in seminario.
Siamo ben consapevoli che, come afferma la nota pastorale dei vescovi italiani che ho appena ricordato, «senza sacerdoti le nostre comunità presto perderebbero la loro identità evangelica, quella che scaturisce dall’Eucaristia che solo attraverso le mani del presbitero viene donata a tutti» (n.12). Per questo mi permetto di chiedere, ancora una volta, a tutti di pregare perché il Signore susciti tra i giovani delle nostre famiglie molte vocazioni al sacerdozio ed anche perché ci conceda di formarle ad un senso grande del ministero presbiterale e ad una generosa dedizione dell’intera loro esistenza al Signore.
Come tutti intuite, una tale formazione necessita non solo di formatori all’altezza del loro compito ma anche di spazi formativi adeguati che, purtroppo, non abbiamo. Attualmente i giovani seminaristi sono ospitati in una casa della chiesa parrocchiale di Santa Rosalia, fuori dell’abitato di Monreale, che è piuttosto inadatta alle esigenze formative di un seminario e perfino insufficiente al numero di seminaristi che prevediamo per i prossimi anni. Come vi ho scritto nel messaggio per la Giornata del seminario di quest’anno, spero che, col superamento degli ostacoli di una vecchia vertenza, ci sia restituita l’antica sede cinquecentesca del nostro seminario, il palazzo Torres, che potremmo riadattare a spazio formativo dei nostri candidati al presbiterato. Ve l’ho chiesto in quel messaggio e torno a chiedervelo ora: aiutatemi con la vostra preghiera perché si risolvano le difficoltà che si frappongono a queste nostre attese.

3. La moltiplicazione del numero delle parrocchie nella seconda metà del Novecento

L’attuale situazione di riduzione numerica e di invecchiamento del nostro presbiterio può essere però una occasione provvidenziale che ci permette di ripensare la pastorale della nostra Chiesa locale in quel suo punto importante e, direi, di base che è la parrocchia in rapporto al territorio.
Negli ultimi decenni, precisamente a partire dal secondo dopoguerra, il numero delle parrocchie nella nostra Chiesa locale è venuto moltiplicandosi. Laddove c’era una chiesa, che nei secoli passati aveva funzionato da succursale sacramentale o da oratorio confraternale o da semplice cappella devozionale, e c’era anche un sacerdote disponibile, la si è “elevata” a parrocchia. E, inoltre, sono state erette nuove parrocchie e costruite nuove chiese, seppure forse non nella misura richiesta dalle necessità, nelle aree di periferia dei paesi e nelle campagne che sono venute popolandosi. Perfino i santuari isolati sono stati “elevati” a parrocchie.
C’era, al fondo di simile prassi, l’idea – derivata dalle decisioni del Concilio plenario siculo del 1921 – di un servizio pastorale sacramentale e catechistico da assicurare quanto più largamente e capillarmente possibile al popolo di Dio. Ma c’era anche – a partire dal concordato del 1929 – il desiderio di usufruire della possibilità nuova di garantire ai sacerdoti un sostentamento con la percezione del cosiddetto supplemento di congrua, specialmente quando le mutate circostanze politiche in seguito alla seconda guerra mondiale permisero una più facile formazione della cosiddetta base di congrua.
Fu così sovvertita a poco a poco o, forse meglio, modificata e riformata tutta una tradizione pastorale risalente al Sei-Settecento, che si fondava, anche nei centri più popolosi, sull’unicità della parrocchia nella chiesa madre per la celebrazione dei sacramenti e su una articolazione di chiese e oratori per l’alimentazione della pratica devozionale nelle varie confraternite.
Manca una seria e documentata riflessione storico-pastorale su ciò che ha significato questa svolta realizzatasi sostanzialmente nell’arco dei trent’anni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni Settanta del secolo scorso. Non è però difficile cogliere, seppure sommariamente, aspetti positivi e aspetti negativi di tale svolta. Si tratta di una storia recente. I suoi protagonisti – sacerdoti e laici – sono ancora tra noi. Tanti fedeli nei paesi della nostra diocesi mi hanno ricordato i sacrifici che hanno dovuto compiere, negli anni Cinquanta e Sessanta, per raggranellare la somma necessaria per costituire la base di congrua per il parroco della loro nuova parrocchia.
Tra gli aspetti positivi possiamo annoverare il rafforzamento dei vincoli tra i fedeli e il parroco, la crescita del senso dell’appartenenza alla comunità ecclesiale e una più accurata formazione spirituale e catechistica dei fedeli, specialmente dei fanciulli e dei giovani, promossa prevalentemente dall’impegno educativo dell’Azione Cattolica.
Ma non sono mancati processi di disaffezione ecclesiale indotti dai contrasti tra le piccole parrocchie, tutte autonome e autosufficienti, ritagliate dal tessuto umano di uno stesso territorio urbano. Mi viene in mente l’irridente descrizione che dei contrasti tra i parroci del suo paese natale, nell’agrigentino, lungo gli anni Cinquanta, fece Leonardo Sciascia nel suo primo romanzo Le parrocchie di Regalpietra.
Comunque, la seconda metà del secolo scorso ha rappresentato, nel suo complesso, per la storia della nostra Chiesa locale, particolarmente sotto l’aspetto della cura pastorale, un’intensa stagione di fedele ministero che ha accompagnato le notevoli trasformazioni sociali e culturali dei nostri paesi (si pensi, ad esempio, agli effetti dell’emigrazione) e – quel che più conta – ha assicurato la continuità della trasmissione della fede nella nostra terra.

4. «Fin che la barca va, lasciala andare». È un saggio ragionamento?

Ora, però, la riduzione del numero dei sacerdoti non permette più la continuazione dell’esperienza delle molte e piccole parrocchie anche nei centri più popolosi. Non è più possibile assicurare in tutte le parrocchie la sostituzione dei sacerdoti che sono obbligati a lasciare la guida della loro comunità per raggiunti limiti d’età o per malattia. Si può, certo, tirare avanti ancora un poco con i parroci che vanno superando i settantacinque anni, nella speranza che conservino una salute che permetta loro di continuare il loro servizio. Di fatto, già oggi, sono diversi i parroci con oltre settantacinque anni. Un parroco ne ha addirittura novantaquattro. Ma negli anni prossimi, quando anche questi parroci dovranno lasciare il loro ministero, come si farà?
Tre vie mi sembrano siano davvero da escludere dalla nostra previsione di percorso ecclesiale.
La prima consiste semplicemente nel non fare niente. È quel che mi ha consigliato una persona amica con le parole di una notissima canzone di qualche tempo fa: «Fin che la barca va, lasciala andare». In altri termini: tamponiamo i vuoti alla bell’e meglio, facciamo andare le cose come possono andare, poi si vedrà.
Devo confessare che mi sembra un ragionamento poco responsabile. E, quel che mi pare più grave, un ragionamento privo di speranza nel futuro della nostra Chiesa diocesana. Non possiamo continuare a pensare e ad agire, in maniera diffusa, come se la nostra Chiesa locale fosse destinata ad un lento esaurirsi. Non possiamo essere figli di questa nostra Chiesa così ingrati da non sentire alcuna preoccupazione per il suo futuro. Se una persona o un’iniziativa ci sta a cuore, ci sentiamo responsabili del suo avvenire. Lo stesso deve valere per la nostra Chiesa diocesana. Se diciamo di amarla, se abbiamo una qualche riconoscenza per la fede ricevuta in essa, non possiamo non sentirci impegnati a preparare il suo futuro.
È un nostro preciso dovere immaginare il futuro della Chiesa di Monreale, chiederci cosa il Signore si attende da noi in questa situazione, considerare la difficoltà dell’oggi come un’opportunità che ci permette di ripensare la nostra pastorale e preparare un futuro alla trasmissione della fede nella nostra terra.
Non possiamo non applicare alla nostra diocesi quel che gli Orientamenti pastorali per il decennio in corso della Conferenza episcopale nazionale indicano come una prospettiva per l’intera Chiesa italiana: «Dare un avvenire alla trasmissione della fede in un mondo in forte cambiamento» (n. 45). Non si tratta di avere chissà quali conoscenze o quali doti che ci facciano intravedere il futuro. Basta semplicemente avere fede nel Signore risorto che accompagna la sua Chiesa lungo la storia. Basta prenderci cura un po’ sul serio dei fratelli e delle sorelle che il Signore ci ha affidato. Lo dico al presbiterio che collabora strettamente col vescovo nell’esercizio del ministero pastorale. Ma lo dico anche a tutti i fedeli partecipi della vita della Chiesa e corresponsabili della sua missione di trasmissione della fede.
La seconda via che non mi pare percorribile è quella dell’immissione massiccia di sacerdoti da fuori della nostra diocesi per colmare i vuoti che si aprono nelle file del nostro presbiterio. Non mi sembra affatto una buona via. Come mostra l’esperienza, i sacerdoti non formati nel nostro seminario hanno qualche problema a sentirsi pienamente partecipi della vita del presbiterio diocesano e, soprattutto, stentano a farsi carico della specifica tradizione cristiana delle nostre comunità. Ciò non significa che non si possano accogliere, anche temporaneamente, nel nostro presbiterio sacerdoti del terzo mondo o, in genere, di altre nazioni. Di fatto, come sapete, pratichiamo già questa ospitalità. D’accordo con la Facoltà teologica di Sicilia, abbiamo dato la nostra disponibilità a diversi vescovi africani per l’accoglienza temporanea nella nostra diocesi di giovani sacerdoti che vogliano completare i loro studi a Palermo. Alcuni di questi sacerdoti sono già al lavoro nelle nostre parrocchie e ci resteranno per qualche anno. È una presenza che li farà crescere spiritualmente e culturalmente ed aiuterà anche noi ad aprirci ad altre culture e ad altre sensibilità ecclesiali. E, inoltre, finirà col creare una corrente di simpatia, di amicizia e di reciproco aiuto tra la nostra antica Chiesa e le loro giovani Chiese. Ma sono convinto che sarebbe un errore pensare di risolvere i nostri problemi derivanti dalla carenza di sacerdoti semplicemente incrementando il numero dei sacerdoti di altri continenti e nazioni nella nostra diocesi.
La terza via – che mi sembra sarebbe irrealistico e improduttivo pensare di percorrere – è il ritorno alla situazione precedente la svolta, a metà Novecento, dell’erezione delle molte parrocchie, cioè praticamente al sistema settecentesco dell’unica parrocchia e delle tante chiese rettoriali in ogni comune piccolo o grande.
Non siamo più nel Settecento. E non viviamo più in quel cosiddetto regime di cristianità che allora vigeva e in funzione della cui conservazione era sostanzialmente pensato il sistema pastorale dell’unicità della parrocchia per ogni comunità paesana, talvolta attraverso efficienti strutture come la comunia dei sacerdoti nelle chiese madri dei comuni più popolosi. Non possiamo tornare a quel sistema anche perché esso si reggeva sul grande numero dei sacerdoti. Poteva funzionare perché c’erano molti sacerdoti. E alimentava una pastorale in cui aveva un ruolo molto importante la cura delle devozioni.
La storia non si ripete. La sua conoscenza è utile ed importante, perché ci aiuta a capire il presente e a progettare con responsabilità e saggezza il futuro. Ma non ci esime da scelte che siano frutto di un confronto umile e coraggioso con i problemi di oggi.

5. Il volto della parrocchia e i suoi tre principali tratti

Al fine di proporre una via di rinnovamento pastorale che risulti percorribile dalle nostre parrocchie, il Consiglio presbiterale ha individuato – nella sua riflessione che ora presento all’attenzione di tutti – tre tratti fondamentali, seppure non esclusivi, di ogni comunità parrocchiale: un rapporto col territorio che favorisca l’esercizio del compito missionario della Chiesa; la tensione a realizzare forme di pastorale “integrata”; uno stile di pastorale davvero “integrale” al servizio della crescita della fede di tutti e di ciascuno nella comunità perché essa si manifesti al mondo quale corpo del Signore.

a. Il rapporto missionario col territorio

Il primo tratto è il riferimento ad un territorio che sia definibile come tale non solo topograficamente ma, in primo luogo, antropologicamente. È un tratto che emerge, anche, dalla lettura della già citata nota pastorale dell’episcopato italiano Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia.
In essa si ribadisce che «la parrocchia è un bene prezioso per la vitalità dell’annuncio e della trasmissione del Vangelo» proprio perché permette la realizzazione di un modello di «Chiesa radicata in un luogo, diffusa tra la gente e dal carattere popolare» (n. 5). Con molto realismo i vescovi riconoscono che il legame col territorio non ha più il significato in qualche modo totalizzante di una volta. Esplicitamente ammettono che «la vicenda umana si gioca oggi su più territori» (n. 10). Ma affermano anche la convinzione – che mi sembra risponda all’esperienza di ciascuno di noi – secondo cui il legame con il luogo, il rapporto con un ambiente in cui si ama tornare, il senso d’appartenenza ad una comunità locale «conserva ancora un’indubbia valenza culturale, fornendo i riferimenti affettivi e simbolici che contribuiscono a definire l’identità personale e collettiva» (ivi). Aveva osservato il cardinale Ruini, nella prolusione all’assemblea dei vescovi italiani del novembre 2003, che oggi il rapporto con il territorio, nell’esperienza di un gran numero di persone, «interagisce sempre più con una molteplicità di altri rapporti che hanno acquisito un peso crescente. Ma proprio all’interno di questo intreccio e di questa interdipendenza il territorio continua ad essere assai importante e rimane l’ambito di socializzazione meno selettivo e maggiormente aperto a persone ed esperienze anche molto diverse».
Ma se il territorio continua ad avere, sul piano della comune esperienza umana, un’importanza fondamentale, si impone che la parrocchia, quale articolazione locale di base della Chiesa diocesana, vi si rapporti rispettandone le caratteristiche umane, sociali e culturali. E ciò significa anche che non può non risultare pastoralmente improduttivo suddividere artificiosamente uno spazio umano unitario ed omogeneo – quale ad esempio un piccolo comune o un quartiere di un grosso paese – in piccole circoscrizioni parrocchiali.
Gli effetti negativi della moltiplicazione delle parrocchie nella seconda metà del secolo scorso, che gli storici hanno rilevato per il contesto più ampio della Sicilia, sono riconducibili in gran parte proprio al disconoscimento del valore antropologico del territorio e alla sua riduzione a dato semplicemente topografico. Avere “saltato” il territorio spezzettandolo arbitrariamente ha significato far mancare la condizione concreta dell’evangelizzazione e del servizio ecclesiale all’uomo colto nella sua storicità di rapporti sociali e di identità culturale.
Senza dire che, talvolta, come ho ricordato prima citando Sciascia, è stato favorito, pur senza alcuna intenzione, l’emergere di fenomeni di contrapposizione tra parroci e tra fedeli nei medesimi ristretti spazi umani.
La conseguenza più grave è stata e continua a essere, però, l’attenuarsi del senso della fondamentale alterità tra comunità parrocchiale e territorio e del rapporto di missionarietà tra l’una e l’altro. In altri termini, ci si appiattisce sul frammento di territorio “elevato” a parrocchia canonica e si perde la consapevolezza del servizio che la Chiesa deve agli uomini e alle donne di un concreto territorio. In tal modo non si riesce più a vedere quei consistenti spazi umani di diffusa indifferenza religiosa o radicata lontananza dalla fede e, non raramente, di impressionante povertà morale che, pure, non mancano nei nostri paesi e invocano un’azione ecclesiale di primo annuncio del Vangelo.
Bisogna riconoscere che, in tanti casi, questo smarrimento del senso della missione è stato un rischio incombente nella nostra Chiesa diocesana e, per certi versi e in certi contesti, lo è ancora oggi. È veramente necessario, perciò, recuperare un’accezione antropologica del territorio cui si riferisce la parrocchia e, conseguentemente, riorganizzare le parrocchie in rapporto al territorio valorizzandone, per quanto possibile, l’omogeneità e la specificità, che, peraltro, sono un esito, in gran parte, dell’apporto determinante della Chiesa nella formazione storica dell’identità dei nostri paesi.
Solo a questa condizione potremo, anche nella nostra Chiesa particolare, prendere coscienza di quella “nuova frontiera” che la Chiesa italiana ha individuato ormai con grande chiarezza: l’urgenza della missione. Sintetizza bene la citata nota dei vescovi italiani sulla parrocchia: «Una pastorale tesa unicamente alla conservazione della fede e alla cura della comunità cristiana non basta più. È necessaria una pastorale missionaria, che annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che anche oggi è possibile, bello, buono e giusto vivere l’esistenza umana conformemente al Vangelo e, nel nome del Vangelo, contribuire a rendere nuova l’intera società» (n. 1).

b. Il superamento dell’autosufficienza e la ricerca di una pastorale “integrata”

Il secondo tratto del volto della parrocchia, quale immaginato dal nostro Consiglio presbiterale, è riassumibile in una frase che si trova nello stesso documento della Conferenza episcopale italiana appena citato: «è finito il tempo della parrocchia autosufficiente» (n. 11). I vescovi parlano della necessità di una “pastorale integrata” e suggeriscono che una “logica integrativa” presieda la vita tutta di ogni parrocchia, grande o piccola, coincidente con un intero centro abitato oppure situata all’interno di un più vasto aggregato urbano, nel suo rapporto con la Chiesa diocesana e con le diverse aggregazioni al suo stesso interno o al di fuori di essa.
È una logica o, forse meglio, uno stile che esclude l’autosufficienza pastorale e si preoccupa che l’unità della missione della Chiesa sia significata e vissuta nella ricerca di tutte quelle collaborazioni che permettano di attivare iniziative che superano le effettive possibilità di una singola parrocchia. Osserva il documento dei vescovi a proposito dell’attenzione che la parrocchia deve mostrare al mondo del lavoro, quasi suggerendo che essa da sola, con le sue forze, in certi casi non può farcela: «Ci vogliono competenze che possono essere assicurate solo da livelli più integrati, diocesani o almeno zonali, e da dedizioni più specifiche, come quelle promosse dalla pastorale d’ambiente e dalle esperienze associative» (n. 9). Non è che un esempio. Complessivamente vale la convinzione, affermata con forza dai vescovi nel loro documento, secondo cui la “pastorale integrata” significa che la parrocchia di oggi e di domani non dovrà più concepirsi a porte sbarrate, ma all’interno di un tessuto di relazioni stabili (cfr. n.11). E vale particolarmente l’osservazione del cardinale Ruini nella prolusione dell’assemblea dei vescovi nello scorso novembre: «La fonte prima e la ragione decisiva della “pastorale integrata” non sono comunque i cambiamenti sociologici attualmente in corso, ma l’essenza stessa del mistero della Chiesa, che è comunione, anzitutto, con le Persone divine e conseguentemente tra noi, figli in Cristo di un unico Padre e animati da un medesimo Spirito: sono preziosi a questo proposito i nn. 42 e 43 della Novo millennio ineunte, che mostrano come la Chiesa debba essere per conseguenza casa e scuola della comunione e come, prima di qualsivoglia programmazione, sia determinante la spiritualità della comunione, fondamentale principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano».
Già prima della pubblicazione della nota pastorale dei vescovi, all’interno del Consiglio presbiterale ci siamo posti la questione di una migliore valorizzazione dei vicariati foranei quale normale e più comune livello, nella nostra Chiesa diocesana, di comunione ecclesiale, di discernimento pastorale e di integrazione di iniziative e collaborazioni varie tra le parrocchie di un’area territoriale avente caratteri di una certa omogeneità. Abbiamo stabilito di unire al vicariato di Corleone quello confinante di Prizzi, che già da decenni, in seguito all’erezione dell’eparchia di Piana degli Albanesi, risultava privato del comune di Palazzo Adriano. E abbiamo deciso di conservare gli altri vicariati riconoscendo che ciascuno di essi mantiene, nella complessa articolazione geografica della nostra vasta arcidiocesi, una sua specifica fisionomia antropologica: Monreale, Bisacquino, Carini, Corleone, Partinico e San Giuseppe Jato.
Avremmo voluto, per assicurare una maggiore efficienza ad ogni vicariato, nominare vicari foranei che potessero svolgere a tempo pieno il loro importante e delicato servizio. Non ci siamo riusciti proprio per la crescente riduzione del numero dei sacerdoti. I vicari foranei conservano, almeno per ora, la responsabilità della guida di una parrocchia. Essi, però, assieme al vicario generale e ai due vicari episcopali per la vita consacrata e per il laicato, costituiscono il Consiglio episcopale che è l’organo collegiale di più vicina e continuata collaborazione al vescovo nell’esercizio del suo ministero di guida della Chiesa locale. Non passa mese senza che il Consiglio non si riunisca col vescovo. E in esso i vicari foranei portano le questioni che emergono nel loro vicariato ma, anche, attingono sensibilità e maturano indirizzi comuni che trasmettono alle parrocchie del loro vicariato. Ma perché questo possa avvenire sempre più normalmente si richiede che ciascun vicariato viva e sperimenti una comunione ecclesiale e un’unità pastorale che si esprimano sempre più secondo quel modello di “pastorale integrata” che è suggerito dalla nota dei vescovi italiani. Nutro una grande fiducia che ciò possa realizzarsi. Già sono stati compiuti passi significativi. E c’è una tradizione – quella appunto di ciascun vicariato – che favorisce questa linea: basta riprenderla, valorizzarla e rinnovarla. Ho chiesto anche ai responsabili degli Uffici e dei Servizi della Curia che, per quanto possibile, esercitino il loro compito tenendo conto dell’articolazione della diocesi nei vicariati foranei. La speranza è – lo ripeto con convinzione – che per questa via, rispettosa di un corretto rapporto tra comunità ecclesiale e territorio, passino concretamente e gradualmente nella nostra Chiesa diocesana la convinzione e la prassi di una “pastorale integrata”.

c. Una più diffusa ministerialità per una pastorale “integrale”

Qualcuno ha giustamente osservato che la pastorale “integrata” dev’essere, primariamente, “integrale”, cioè innanzitutto e veramente pastorale, in quanto umile e fedele esercizio del ministero ecclesiale attraverso cui il Cristo risorto, buon pastore dell’umanità redenta, raggiunge gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo. Proprio per questo si impone che ogni comunità parrocchiale, radicata nell’Eucaristia, viva un terzo tratto della sua esperienza: la capacità di generare diverse figure ministeriali che contribuiscano a edificarla e farla crescere quale corpo del Signore.
Come certamente ricordate, della ministerialità e dei ministeri abbiamo molto parlato nel convegno pastorale diocesano dell’estate dell’anno scorso. Ho poi ripreso il tema nella mia nota pastorale sulla domenica, indicando nella celebrazione eucaristica, più consapevolmente e attivamente partecipata, la fonte spirituale ed anche il concreto modello e la spinta effettiva per una più diffusa ministerialità nella nostra Chiesa locale.
In esecuzione degli impegni assunti in occasione dello stesso convegno pastorale dell’anno scorso, abbiamo dato, anche, una configurazione più definita all’équipe per la preparazione dei candidati al diaconato permanente. Nel prossimo ottobre avremo la gioia di ammettere ufficialmente al percorso che li porterà all’ordinazione diaconale i primi cinque candidati. Mi sembra un passo veramente importante nella storia della Chiesa monrealese. È vero che essa conta già un diacono permanente. Ma solo ora c’è una precisa struttura formativa che sostiene il cammino di discernimento e di preparazione di quanti si rendono disponibili a questa impegnativa vocazione ecclesiale. Chiedo a tutti di accompagnare i candidati e l’équipe dei formatori con la simpatia e con la preghiera.
Grande attenzione abbiamo dato, lungo l’anno pastorale che ormai va a concludersi, anche ai ministri straordinari dell’Eucaristia convocandoli periodicamente per incontri formativi a livello diocesano e vicariale che sono stati guidati personalmente dal vicario generale. E lo stesso intendiamo fare, nel nuovo anno pastorale, per gli accoliti e i lettori. Gradualmente vorremmo promuovere nelle nostre parrocchie un sentimento e un gusto nuovi della ministerialità. Sono fiducioso che il Signore arricchirà sempre più ampiamente le nostre comunità di ministri ordinati, istituiti e cosiddetti di fatto. Una più diffusa ministerialità è destinata a cambiare il volto delle nostre comunità parrocchiali, a renderle più capaci di “pastorale integrale” e più pronte a una credibile testimonianza cristiana nel mondo d’oggi. Anche a questo proposito non partiamo da zero. C’è in tante parrocchie un tessuto vivo di vocazioni al servizio della comunità e della sua missione evangelizzatrice che attendono solo di essere meglio valorizzate. Come pure c’è tutto un patrimonio di esperienze aggregative laicali, antiche e recenti, con finalità diverse, che chiedono di essere aiutate a rinnovarsi o semplicemente di essere accolte per meglio porsi al servizio della missione della Chiesa. La recente costituzione della Federazione diocesana delle confraternite vuole rispondere a questa richiesta. Ma, più ampiamente, vuole rispondervi la creazione della Consulta diocesana delle aggregazioni laicali. E nella medesima linea intende porsi la valorizzazione del Consiglio pastorale diocesano, il cui nuovo statuto ho approvato nei giorni scorsi, e dei Consigli pastorali e degli affari economici nelle singole parrocchie.
Siamo incoraggiati a procedere in questa direzione anche dalla nota dell’episcopato italiano sulla parrocchia che afferma: «Se è finita l’epoca della parrocchia autonoma, è finito anche il tempo del parroco che pensa il ministero in modo isolato […]. I sacerdoti dovranno vedersi sempre più all’interno di un presbiterio e dentro una sinfonia di ministeri e di iniziative nella parrocchia, nella diocesi e nelle sue articolazioni […]. Il parroco […] avrà cura di promuovere vocazioni, ministeri e carismi. La sua passione sarà far passare i carismi dalla collaborazione alla corresponsabilità, da figure che danno una mano a presenze che pensano insieme e camminano dentro un comune progetto pastorale» (n.12).
Solo una tale corresponsabilità di presbiteri, diaconi, laici e anche religiosi e religiose, là dove si può contare sul loro prezioso apporto, può ridare alle nostre parrocchie la capacità di sostenere e accompagnare ogni battezzato nella scoperta e nell’esercizio della propria vocazione cristiana nel mondo. Qualcuno ha paventato per la Chiesa italiana il rischio di non avere più non solo sacerdoti ma neanche cristiani laici consapevoli della loro missione di testimonianza nella società. La scelta di una pastorale integrata e, ancor più, integrale mira a scongiurare questo rischio.

6. Invito alla fiducia nel Signore risorto che accompagna la sua Chiesa nella storia

È sullo sfondo del modello di comunità parrocchiale emergente dai tre tratti evidenziati che si deve intendere la via intrapresa della fusione delle piccole parrocchie di un medesimo centro abitato o di parte di un più vasto agglomerato urbano. È un orientamento imposto in qualche modo dalla diminuzione del numero dei sacerdoti e dalla impossibilità di assicurare un parroco a ciascuna delle parrocchie attualmente esistenti. Ma è, anche ed anzi primariamente, una prospettiva pastorale che risponde all’intento e, direi più precisamente, all’esigenza di favorire la formazione e l’esperienza di comunità parrocchiali dotate di diverse figure ministeriali e rivitalizzate da un nuovo slancio missionario, capaci di confrontarsi in nome della fedeltà al Vangelo con lo spazio umano in cui si radicano ma a cui, anche, si rapportano senza acritici appiattimenti, consapevoli di una memoria cristiana di cui sono custodi ma anche di un compito che le impegna creativamente nell’oggi per l’edificazione del futuro, ciascuna attivamente corresponsabile della missione della Chiesa diocesana con una propria fisionomia e con un proprio potenziale di specifico apporto.
Chiedo a tutti di condividere con fiducia e coraggio questa prospettiva che si apre davanti a noi e con cui noi ci apriamo al futuro che il Signore ci chiama a costruire per la nostra Chiesa diocesana e la sua missione di annuncio del Vangelo e di testimonianza cristiana. Non è una soluzione di ripiego. Non è un passivo subire le circostanze. Non è neanche una scelta improvvisa o affrettata. L’abbiamo a lungo meditata. Ci siamo interrogati davanti al Signore e il Consiglio presbiterale ne ha discusso approfonditamente, com’è giusto e come prescrive il Codice di diritto canonico. Ne abbiamo parlato in varie circostanze e l’abbiamo valutata sotto diversi profili, compresi quelli della salvaguardia delle strutture edilizie e dei beni mobili e della continuazione delle tradizioni cultuali delle chiese che ora non saranno più sede di parrocchia. Nessuna chiesa, pur non parrocchiale, sarà chiusa. perché ogni luogo di culto continua ad avere una funzione di celebrazione della fede e ad esercitare un compito d’aggregazione credente. Abbiamo anche stabilito che, per ogni singola operazione di fusione che man mano si richieda, si cercherà di procedere con saggezza e rispetto delle persone e delle situazioni e ascoltando il parere degli organi diocesani di partecipazione. La prospettiva scelta è, dunque, frutto di un attento discernimento ecclesiale. Nella mia responsabilità di vescovo adesso l’assumo e la presento alla Chiesa tutta di Monreale.
Comprendo che accettare di farla propria possa comportare una fatica interiore, uno sforzo per meglio capirla, una capacità di ridiscutere le proprie convinzioni o semplicemente di esaminare i propri sentimenti davanti a Dio, un desiderio sincero di aderire alla volontà del Signore superando l’attaccamento alla propria. In altre parole, esige un processo di conversione.
Non vi meravigliate se uso la parola “conversione” per questioni pastorali. Come sapete, i documenti della Conferenza episcopale italiana lo fanno da alcuni anni. Vi si parla di «conversione pastorale», «conversione missionaria» ed anche «conversione culturale».
“Conversione” è una parola molto importante nel lessico cristiano. Risuona solenne fin dall’inizio del Vangelo (cfr. Mc 1,15 e Mt 4,17). C’è da chiedersi se l’uso frequente non rischia di produrne una banalizzazione. Senza dire che specificarla con aggettivi diversi, che pure ne valorizzano la primaria valenza evangelica, può sembrare dislocarne il significato in ambiti diversi da quello originario e, quindi, contribuire a diluirne il significato, a renderlo un po’ evanescente.
Quando, nel maggio scorso, sono stato chiamato a presentare agli altri vescovi nell’annuale sessione ordinaria della Conferenza episcopale italiana, la nota che poi, con le correzioni e integrazioni proposte dagli stessi vescovi, è stata pubblicata col titolo Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, e che ho più volte citato in questa mia lettera, mi sono chiesto appunto se fosse giusta l’impressione di una perdita della forza originaria del termine “conversione” attraverso le specificazioni dei testi recenti dell’episcopato. E, più a fondo, mi sono interrogato sulla logica di queste specificazioni, domandandomi se esse sono del tutto casuali oppure rispondono ad un’esigenza di approfondimento del discorso che la Chiesa italiana va conducendo.
Ho risposto a me stesso, davanti agli altri vescovi, che non mi sembra affatto indebita la coniugazione del termine con una specificazione che esprime un’esigenza che la comunità ecclesiale coglie per il suo attuale cammino. La conversione qualifica, infatti, in maniera non secondaria la vita cristiana perché la impegna nella costante ricerca di un’adesione sempre più vera e più intera al Signore. È una ricerca che richiede quel che si usa chiamare discernimento della storia per scorgere in essa un appello del Signore, l’indicazione della sua volontà. È vero che la conversione cui il cristiano è chiamato riguarda Dio, lo unisce sempre più intimamente al Cristo risorto, si realizza nei confronti dell’Eterno, ma questa conversione avviene nel tempo e, perciò, si confronta con la storia ed assume connotati storici. Aggiungere al termine “conversione” l’aggettivo “pastorale” significa che la comunità ecclesiale si rende conto dell’urgenza di un suo sforzo di ridefinire – e quindi valutare e magari innovare – le modalità con le quali essa si edifica come segno vivo del Vangelo per il mondo e scorge in questa urgenza una richiesta del suo Signore. E la stessa cosa può dirsi per l’aggiunta dell’altro aggettivo “missionaria”. La Chiesa italiana avverte che proprio oggi le si offrono vie nuove per l’annuncio del Vangelo e vuole esplorarle con fiducia. E comprende che è il Risorto che le chiede di nutrire questa fiducia. E la stessa cosa vale ancora per la «conversione culturale», cioè per la prospettiva di immettere il fermento del Vangelo nella cultura diffusa del nostro tempo. È una prospettiva che si impone per la Chiesa italiana dall’analisi dei processi culturali in atto ma anche e primariamente dal desiderio di essere fedele al mandato missionario del Signore.
Anche per la prospettiva pastorale riguardo alle parrocchie della nostra Chiesa locale che vi ho presentato in questa mia lettera, chiedo a tutti un atteggiamento di conversione. Chiedo, cioè, di vedere in essa un’indicazione che ci viene dal Signore stesso attraverso il discernimento che è stato operato da chi nella Chiesa particolare ne ha la responsabilità. Sono consapevole che solo su questa base posso domandarvi di prestarvi con generoso ardimento nell’attuazione dell’orientamento che vi ho proposto e che potrebbe anche non coincidere con le vostre precedenti e consolidate convinzioni. Vi chiedo, in altri termini, di fidarvi del vostro vescovo, di contribuire a dare, assieme a lui, un futuro alle nostre comunità parrocchiali, rinnovando la loro capacità di “dire” il Vangelo agli uomini del nostro tempo e del nostro luogo, in particolare alle nuove generazioni. Vi chiedo soprattutto di avere fiducia nel Signore risorto che, come ha promesso, accompagna la sua Chiesa fino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28,20).

7. Conclusione

Come certamente vi sarete accorti, la lettera che ora concludo non ha l’ambizione di tracciare un compiuto piano pastorale che valga per tutti gli aspetti della vita della nostra Chiesa diocesana nei prossimi anni. Ha inteso trattare solamente della questione della riorganizzazione delle parrocchie in rapporto al territorio, divenuta impellente a motivo della riduzione del numero dei sacerdoti.
Non si sofferma neanche sulla programmazione delle principali attività pastorali per il nuovo anno pastorale e sul tema che le legherà insieme riprendendo e sviluppando quello eucaristico dell’anno che sta per finire. Per tutto un anno abbiamo cercato di riflettere sulla domenica “ottavo giorno” e sul nesso tra Eucaristia e ministeri nella Chiesa. Nel nuovo anno porremo al centro dell’attenzione l’Eucaristia quale fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa. È una scelta che deriva dall’esigenza di continuare ad approfondire il tema di quest’anno. Ma essa nasce anche dal desiderio di sintonizzarci con l’intento che ha mosso il papa Giovanni Paolo II, dopo la recente pubblicazione della sua enciclica Ecclesia de Eucaristia e dell’istruzione della Congregazione per il culto divino Redemptionis sacramentum, a indire uno speciale anno dell’Eucaristia che comincerà col congresso eucaristico internazionale del prossimo ottobre e si concluderà col sinodo dei vescovi nell’ottobre 2005, anch’esso dedicato all’Eucaristia. Ed è da ricordare che nel maggio 2005 si celebrerà il congresso eucaristico nazionale. Mi pare giusto e opportuno che, anche per questa via, viviamo un rapporto sempre più cordiale e più vero con la Chiesa universale. Inoltre mi pare pienamente condivisibile la considerazione con cui il cardinale Schotte ha introdotto i Lineamenta per il sinodo dei vescovi: «Esiste oggi nella Chiesa, innegabilmente, un’urgenza eucaristica, che fa capo non più a incertezze di formule, come avveniva nel periodo del concilio Vaticano II, ma alla prassi eucaristica bisognosa oggi di nuova amorosa attitudine fatta di gesti di fedeltà a Colui che è presente per coloro che oggi continuano a cercarlo: “Maestro dove abiti?”». È una considerazione che interpella la prassi pastorale anche nella nostra Chiesa diocesana.
Tornando al tema della lettera che vi sto indirizzando, se è vero che riguarda una questione limitata, è anche vero che la sua trattazione si fonda, come ho sottolineato più volte e ho anche cercato di mostrare lungo il suo corso, su una visione complessiva, maturata insieme, soprattutto all’interno del Consiglio presbiterale, e suggerisce una prospettiva di lungo periodo e di ampio respiro. Di fatto, l’attuazione della sua idea di fondo di una migliore corrispondenza tra comunità ecclesiale e territorio antropologicamente inteso ci impegnerà in una paziente e necessariamente lunga e, per tanti versi, lenta opera di riorganizzazione delle parrocchie sul territorio. Come pure ci spingerà a riflettere con attenzione sulle diverse esigenze della cura pastorale nei singoli vicariati, pur in un unico orizzonte “missionario”. Si pensi, ad esempio, a ciò che significa per le parrocchie dei paesi lungo il mare il loro vero e proprio “gonfiarsi” di abitanti e di fedeli nei mesi estivi, oppure a ciò che comporta un vigile intervento pastorale in quei centri storici dei comuni più popolosi che stanno rivitalizzandosi. E si pensi ancora, più in generale, a quell’importantis-simo compito di alimentazione e perfino rifondazione dell’indebolita identità civile e culturale dei nostri comuni cui è chiamata a contribuire, in maniera non marginale, la comunità ecclesiale per la sua stessa missione, oltre che per il suo passato, come ho avuto modo di osservare fin dai miei primi scritti alla Chiesa monrealese. E, comunque, mi pare evidente che la parte della lettera circa i tre tratti principali del volto della parrocchia riguarda ciascuna delle comunità parrocchiali, pur nella varietà delle situazioni, e le invita tutte a un cammino di rinnovamento in quello spirito di conversione su cui ho insistito.
Inoltre, la lettera fa il punto, seppure solo per accenni, su una serie di iniziative che, se non esauriscono affatto l’impegno della Chiesa diocesana nell’anno pastorale che sta chiudendosi, tuttavia lo qualificano in maniera innovativa e, soprattutto, propositiva per il futuro. Ne ricordo solo alcune: la ricostituzione e valorizzazione degli organi dio-cesani di partecipazione ecclesiale, oltre la creazione del nuovo Consiglio episcopale; la costituzione della Federazione diocesana delle confraternite; l’avvio di una piccola ma stabile struttura formativa per i candidati al diaconato permanente; una più attenta cura dei ministri straordinari dell’Eucaristia e dei lettori e accoliti; il nuovo rapporto con di-verse Chiese dell’Africa attraverso l’ospitalità di loro sacerdoti studenti. Sono tutte iniziative che sono state pensate per avere una continuità e un’incidenza nella vita della nostra Chiesa diocesana negli anni futuri. E bisogna aggiungere – cosa davvero di non poco conto – la migliore funzionalità degli Uffici e dei Servizi della Curia, al servizio principalmente delle parrocchie, per la quale ringrazio i direttori e i loro collaboratori.
Dunque, non c’è nella lettera un definito piano pastorale, ma c’è una prospettiva e c’è, particolarmente, un sentimento molto vivo di speranza circa il futuro della nostra Chiesa diocesana che il vescovo ha voluto trasmettere augurandosi che sia accolto con grande apertura e con spirito creativo. Come ho detto altre volte, il piano pastorale lo verremo costruendo e, di fatto, lo veniamo definendo attraverso l’apporto di tanti, soprattutto nei consigli diocesani di partecipazione. Così come abbiamo fatto per la limitata ma decisiva questione di cui tratta più diffusamente questa lettera. E così come gradualmente veniamo facendo per tanti altri aspetti della vita della nostra Chiesa, talvolta semplicemente recependo le suggestioni e accogliendo l’offerta di collaborazione di singoli e di gruppi, associazioni e movimenti. Mi aspetto molto, in termini anche di analisi e proposte, dai laici che vivono la loro vocazione cristiana nel “mondo”, cioè nella società – non priva di fermenti ma anche fragile e complicata – delle nostre città, dei nostri paesi e delle nostre borgate: con le loro famiglie, impegnati nel delicato compito dell’educazione dei figli, variamente inseriti nelle realtà produttive e lavorative del nostro territorio e partecipi, in maniera più o meno attiva, della vicenda politica. Il ricostituito Consiglio pastorale diocesano e la Consulta delle aggregazioni laicali saranno per me un luogo “ordinario” di ascolto dei laici. Ma una vicina occasione di grande importanza saranno anche gli incontri durante la visita pastorale che ho già indetto e che inizierà a dicembre. Essi mi aiuteranno, indubbiamente, a meglio conoscere risorse ed energie di persone e di gruppi che potranno essere sollecitate, nel rispetto dei loro carismi e delle loro peculiari vocazioni, a un più aperto impegno di partecipazione alla missione evangelizzatrice della Chiesa diocesana.
Chiudo questa lettera mentre ci prepariamo alla proclamazione di Pina Suriano a beata che il papa Giovanni Paolo II farà a Loreto il 5 settembre prossimo. Come tutti sapete, la nuova beata, educata alla scuola dell’Azione Cattolica, visse nella sua Partinico un’esemplare testimonianza di attiva appartenenza alla comunità ecclesiale, prima nella parrocchia della chiesa madre e, poi, in quella del Rosario, dove fu anche catechista ed organista. Ora l’abbiamo come amica presso il Signore. Ella non può non ricordarsi della Chiesa che l’ha generata alla fede e l’ha accompagnata nel suo cammino di santità. Affido alla sua intercessione tutte le parrocchie della Chiesa monrealese in questo delicato passaggio della loro storia.
Tutti e ciascuno benedico nel Signore.

Monreale, 28 agosto 2004
Memoria di Sant’Agostino vescovo

+ Cataldo Naro
Arcivescovo

  1. Maria Grazia Di Palermo
    14 dicembre 2007 alle 17:12

    Vivo della realtà creata da Mons. Cataldo Naro come catechista e vedo che la gente mediamente non ha proprio mai capito questo piano pastorale; il risultato è l’emarginazione e il tentativo di riformare le parrocchie, però con forti congregazioni e associazioni. Poi chiedono un sacerdote per celebrare la Messa, ma lo stesso il sentimento emergente è quello “dell’abbandono del pastore”.
    Certamente la mancanza dei sacerdoti è un problema, come pure il mantenimento delle strutture (le chiese), che con l’apporto dei laici possono essere più facilmente supportate nei vari interventi che nel tempo sono necessari. Il Vescovo ha cercato di venire incontro alla storia, da buon storico.

  2. 15 dicembre 2007 alle 11:59

    Cara Maria Grazia Di Palermo,

    Grazie per il suo contributo, che spero non rimanga isolato, a questo dibattito su Terra di Nessuno.
    La questione che lei getta sul tappeto tocca il centro della visione pastorale di Naro. Questa si fondava, come lei ha detto bene, su una profonda conoscenza storica ed antropologica del territorio, ma richiede anche un’ermeneutica teologica della storia e delle espressioni culturali del territorio. Vedi, ad esempio, dove Naro dice: “la pastorale “integrata” dev’essere, primariamente, “integrale”, cioè innanzitutto e veramente pastorale, in quanto umile e fedele esercizio del ministero ecclesiale attraverso cui il Cristo risorto, buon pastore dell’umanità redenta, raggiunge gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo”. Una Pastorale integrale, come quella proposta da Naro, investe anzitutto l’integrità del corpo di Cristo; una fede integrale, cioè di tutti i fedeli nei confronti della totalità del messaggio cristiano. Un Cristo “tutto intero”. Ho già messo in luce questo elemento nel post “Delle nuove cinque piaghe della S. Chiesa (palermitana)“, dove si dice di un’ecclesialità a due velocità (o lentezze). Il punto è che se Naro ha una sua straordinaria visione pastorale specificamente cristiana ed ecclesiale, ad altri Pastori e a una moltitudine di fedeli, tale consapevolezza del campo manca del tutto, o peggio, è presente, ma in tutto o in parte asservita ad ermeneutiche dell’appartenenza che nulla hanno a che vedere con l’appartenere a Cristo.

    Giampiero.

  1. 22 dicembre 2007 alle 14:39

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: