Anno B, Tempo ordinario, VII domenica


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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Perdonare è divino

Anno B, Tempo ordinario, VII domenica
Is 43,18s.21s.24bs; Sal 40; 2Cor 1,18-22; Mc 2,1-12
Rinnovaci, Signore, con il tuo perdono

Mc 2,1Entrò di nuovo a Cafàrnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2e si radunarono tante persone, che non vi era più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunciava loro la parola.
3Si recarono da lui portando un paralitico sorretto da quattro persone. 4Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. 5Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figlio, ti sono perdonati i peccati”.
6Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: 7″Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”.
8E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: “Perché pensate queste cose nel vostro cuore? 9Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono rimessi i peccati”, oppure dire: “Alzati, prendi la tua barella e cammina”? 10Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, 11dico a te – disse al paralitico – alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua”. 12Quello si alzò, e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”.

Come abbiamo già notato altre volte, la folla rappresenta spesso un ostacolo per la fede, per la comunicazione diretta con Cristo. Ma in questo caso proprio l’inerzia della massa obbliga indirettamente la fede ad osare.
La pericope di oggi è la prima di una sezione redazionale del Vangelo di Marco formata da cinque quadri, il cui comune nucleo tematico è il confronto tra Gesù e la teologia ufficiale del tempo sulla priorità del bene dell’uomo rispetto all’obbedienza alla Legge. A Gesù piace questa spregiudicatezza della fede che sa muoversi e prendere l’iniziativa per la priorità della salvezza. Egli mostra di apprezzare l’energia di una fede dinamica, capace di demolire all’occorrenza metà della casa terrena che lo ospita, portarvi aria nuova, aprirvi nuovi spazi, pur di trovare strade alternative per mettere l’uomo in diretto contatto con lui.
Ancora una volta è la carica simbolica dell’azione e del corpo che Marco privilegia, ma qui l’attenzione dell’evangelista è rivolta al dialogo interiore degli scribi piuttosto che al miracolo, che sembra svolgere, nell’economia della narrazione, una funzione tutto sommato didattica e strumentale. In particolare Gesù sfrutta la credenza, falsa ma diffusa anche tra il clero, che la malattia sia diretta conseguenza di peccati personali. Per Gesù il miracolo è principalmente un atto di misericordia che egli inserisce entro una precisa strategia di evangelizzazione.
Ma come fa l’apostolo a conoscere i pensieri degli scribi, tanto da poterne inserire il contenuto nella narrazione? Sono le parole di Gesù che ne svelano il contenuto, perché li scruta dall’interno. E’ lui che “sa” nel proprio cuore cosa c’è nel “cuore” degli scribi.
Nella Bibbia “cuore” sta per “mente”; è la sede principale di tutta l’attività psichica umana: l’intelligenza, la volontà, emozioni e sentimenti (Dt 15,19; Gdc 5,15; Lc 21,14). In quanto nella Bibbia non si distingue tra le facoltà cognitive e la rettitudine della prassi, entrambe ricondotte a forme della medesima sapienza, le qualità morali della persona sono attribuite ugualmente al suo cuore (Gn 20,5; Dt 9,5; 1Re 3,6; Sl 24,4; 73,1). In Marco, ugualmente, il cuore è la fonte dei pensieri, dei desideri ed anche (attenzione!) dell’operatività. In una parola, il termine “cuore” indica il carattere (7,21ss).
Al pari del perdono dei peccati, “scrutare” e “rivelare il cuore” è prerogativa strettamente divina (Sl 17,3; Gr 12,3; Lc 2,35) e del tutto connessa al perdono. Solo Dio, infatti, può perdonare perché solo lui può giudicare, in quanto è l’unico che scruta i cuori.
Il termine “hamartia”, “peccato”, divenuto tecnico solo nel Nuovo Testamento, corrisponde all’ebraico “het”, letteralmente “il mancare il segno”, uno dei tanti termini comuni usati nella Torah, nei Profeti e nei Salmi per indicare il peccato in senso teologico proprio. E’ di una certa importanza sottolineare pure che Marco, come del resto l’intero Nuovo Testamento, a differenza di quanto accade per l’Antico, parla del peccato pressoché sempre indirettamente, cioè parlando della sua sconfitta e distruzione.
Compiendo il miracolo della guarigione del paralitico Gesù sfida le più radicate convinzioni teologiche e morali degli scribi. Sconvolge gli scribi, ma al tempo stesso conferma le scritture. La dialettica che s’instaura tra Gesù e i suoi oppositori rivela l’autoaffermazione divina implicita nella guarigione del paralitico, espressa in temini, possiamo dire, operativi. All’affermazione dogmatica “Solo Dio può rimettere i peccati”, il miracolo sembra replicare, senza retorica: “Appunto!”. Ciò che Gesù smentisce non è la verità della Scrittura ma l’applicazione conformista, asfittica e bigotta dei legulei, che ne paralizza l’intelligenza rendendoli “incapaci di centrare il segno”, “amartioi”, peccatori. Le parole di Gesù smascherano una sorta di loro “paralisi interiore”, una specie di blocco cognitivo, ma anche affettivo e morale. Si veda il forte contrasto fra la compassione di Gesù: (“Figlio…” Mc 2,5) e il freddo calcolo legalistico dei “grammatici”. Essi trattano le Scritture come farebbe un rabdomante con la propria bacchetta, per individuare il peccato; ma la grammatica della scrittura non è il peccato, bensì il perdono. In questo senso la mancanza di misericordia, da parte dello scriba, è la causa dell’incapacità d’interpretare correttamente le Scritture e gli eventi salvifici che accadono sotto i loro occhi (12).
Ciò è certamente un “mancare il segno”, lo specifico peccato dello scriba, un peccato che lo paralizza interiormente. Il miracolo è tuttavia anche la prova, agli occhi del narratore umano, che Gesù ha veramente letto nei loro pensieri e messo a nudo il loro cuore, cioè il nocciolo del loro errore intellettuale e spirituale. Pur avendo tutti gli strumenti per riconoscere l’agire divino nella prassi di liberazione di Gesù dal male, rimangono insensibili, non sanno aderire mentalmente, né gioire né meravigliarsi di ciò che accade.
Il loro cuore è paralizzato, e non sa guarirne.

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