Filocalia 2 (seconda parte)

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Giampiero Tre Re. Webmaster.
FILOCALIA 2 (SECONDA PARTE)

Testi di ascetica e mistica della chiesa orientale

A cura di Giovanni Vannucci

Libreria editrice fiorentina

A Don Gino Bonanni solitario orante nel deserto fiorentino.
1988

Libreria Editrice Fiorentina
Via Giambologna, 5 – 50123 Firenze
NICEFORO IL SOLITARIO
Breve nota biografica
Niceforo il solitario, chiamato anche l’Agiorita e l’Esicasta, è il primo autore che parla diffusamente della «preghiera di Gesù» che associa alla tecnica respiratoria. `Italiano di nascita, preferì come scrive di lui Gregorio Palamas, «il nostro Impero al suo paese di origine, perché la parola di verità vi è dispensata con più fedeltà». Raccolse un’antologia di testi patristici sulla virtù della sobrietà, la custodia del cuore. Insegna ai principianti il controllo della respirazione per far rientrare l’intelletto, la coscienza personale, nel cuore, il centro della natura umana. Il cuore, luogo della presenza reale della grazia divina, ma in sé stesso incosciente, mediante la discesa dell’intelletto ne prende coscienza. Il veicolo della discesa dell’intelletto nel cuore è il respiro. L’unione intelletto-cuore riunifica l’essere umano. Niceforo morì poco prima del 1340. Fu maestro e guida di Gregorio Palamas. Nel silenzio, lontano dalle cure mondane, raggiunse un alto grado di unione con Dio.

Trattato molto utile sulla sobrietà e sulla custodia
del cuore
Quanti desiderate l’illuminazione miracolosa e divina del nostro Salvatore Gesù Cristo, quanti cercate sperimentare il fuoco divino nel cuore, e vi sforzate di sentire la consolazione del perdono di Dio, e avete rinunciato ai beni del mondo per entrare in possesso del tesoro sepolto nel campo del cuore, e volete accendere gioiosamente le torce dell’anima, e, per questo, rinunciaste alle realtà presenti, e bramate conoscere e ricevere, con consapevole chiarezza, il regno di Dio presente nel vostro intimo, venite. Vi esporrò la scienza della eterna e celeste vita, il metodo che, senza travaglio e sudore, introdurrà chi lo segue nel posto dell’acquietamento delle passioni, liberandolo dalle seduzioni e dalle cadute che vengono dalle insidie demoniache. Questa caduta minaccia chiunque allontanandosi dalla via che vi indicherò, come successe ad Adamo che disprezzando il comandamento di Dio e associandosi col serpente, si affidò a lui lasciandosi inquinare dal fuoco ingannatore, e miseramente precipitò, e i suoi discendenti con lui, nell’abisso della morte, della tenebra e della corruzione.
Torniamo in noi stessi, fratelli, respingendo con disgusto il consiglio del serpente e di qualunque cosa che striscia sulla terra. Ci è impossibile ottenere il perdono e l’amicizia di Dio, senza prima ritornare per quanto è possibile, in noi stessi, o meglio, paradossalmente, rientrare in noi stessi separandosi da ogni rapporto col mondo e con le sue vacue preoccupazioni, diretti alla conquista del regno di Dio che è dentro di noi.
La vita solitaria è stata chiamata la scienza delle scienze e l’arte delle arti; perché i suoi risultati niente hanno a che fare con i vantaggi corruttibili di questo mondo che allontanano la mente da ciò che è il meglio e la sommergono. La vita solitaria ci promette dei beni meravigliosi e indicibili che «l’occhio non ha mai visto, l’orecchio mai inteso, né mai sono entrati nel cuore dell’uomo». Per questo lottiamo «non contro la carne e il sangue, ma contro le dominazioni, le potenze, i principi tenebrosi di questo secolo.»
Siccome il presente secolo è tenebroso, stiamo lontani da lui, stiamo lontani anche col pensiero, niente di comune sia tra noi e il nemico di Dio, perché «chiunque vuole essergli amico diventa nemico di Dio. Chi potrà soccorrere chi è diventato nemico di Dio? Imitiamo, perciò, i nostri Padri, e, come loro fecero, cerchiamo il tesoro nascosto nei cuori, e, una volta scoperto, teniamolo con tutte le forze per conservarlo e farlo valere. Per questo fummo creati fin dall’inizio. Se un nuovo Nicodemo si facesse avanti per chiedere: «Come si può entrare nel proprio cuore, dimorarvi e lavorarvi?» Domanda corrispondente a quella che fu fatta al Salvatore: «Come può uno, da vecchio, entrare una seconda volta nel ventre di sua madre? A lui risponderemo: che il vento soffia dove vuole. Se anche, in mezzo alle vicende della vita attiva, sorgono in noi di tali dubbi a motivo della nostra poca fede, in qual maniera potremo entrare nei misteri della vita contemplativa? Essendo la vita attiva la via per la contemplazione.
Dato che non è possibile convincere queste mentalità incredule senza delle testimonianze scritte, allegherò a questo trattato, per l’utilità di molti, le vite dei Santi e le loro opere scritte, affinché persuasi da queste prove respingano i loro ultimi dubbi. Comincerò col nostro padre, Antonio il Grande, continuando con quelli che dopo di lui sono venuti, scegliendo, per quanto mi sarà possibile, le loro parole e gesta per presentarle come testimonianze convincenti.
Dalla vita del nostro padre Sant’Antonio
Due fratelli si incamminarono per andare a far visita all’Abate Antonio, lungo la strada venne a mancare loro l’acqua; uno morì e l’altro era sul punto di venir meno; non avendo più forze per camminare, si stese sul suolo in attesa della morte. Antonio, seduto in preghiera sul monte, chiamò due monaci, che per caso si trovavano vicino a lui e disse: «Prendete una brocca d’acqua e correte sulla strada che porta in Egitto; due uomini sono diretti qui, uno è morto adesso, l’altro verrà meno se non correte. Ciò mi è stato rivelato mentre pregavo». I monaci trovarono uno morto e lo seppellirono, l’altro lo rianimarono con l’acqua e lo condussero all’Anziano. La distanza era di un giorno di cammino. Qualcuno potrebbe domandare perché Antonio non disse niente avanti che il primo morisse, questa è una domanda mal posta. La decisione della sua morte non spettava ad Antonio, ma a Dio che volle che il primo morisse e rivelò la situazione estrema del secondo. Il fatto miracoloso di Antonio fu che mentre pregava con cuore sobrio sul monte, il Signore gli manifestò degli eventi lontani. Vedi che, a motivo della sobrietà del cuore, fu concessa ad Antonio la visione divina e la chiaroveggenza. Giovanni Climaco ci istruisce con queste parole:

«Dio si manifesta alla mente che riposa nel cuore, da principio come fuoco che purifica l’amato, infine come luce che illumina la mente e la rende deiforme».
Dalla vita di San Teodosio, il cenobiarca (V-VI sec . )
San Teodosio fu a tal punto ferito dal soave dardo dell’amore e talmente incatenato dalle sue catene fino a consumare nelle sue azioni il più alto comandamento divino: «Tu amerai il Signore Dio tuo, con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente». E questo potì fare avendo teso tutte le potenze dell’anima nel solo desiderio del suo creatore, escludendo tutti gli altri oggetti passeggeri. Quando diceva parole di conforto ispirava fiducia rispettosa, quando pronunciava parole di ammonimento era pieno di dolcezza e di affabilità. Chi mai come lui poteva conversare con molti ed apparire totalmente dedito a loro, e al tempo stesso capace, come lui, di tener raccolti i sensi indirizzandoli nel suo intimo? Chi come lui poteva conservarsi gioiosamente calmo in mezzo al tumulto del mondo, come chi dimora nella solitudine? Chi fu più capace di lui nel rimanere sé stesso in mezzo alla folla e nel deserto? In tal maniera il nostro grande Teodosio, unificando i suoi sensi e facendoli dimorare nel suo intimo, divenne ferito dall’amore del Creatore.
Dalla vita di Sant’Arsenio
L’ammirabile Arsenio seguì strettamente la regola di non esporre alcuna cosa con lo scritto, né di tenere corrispondenze con alcuno. Non che ne fosse incapace. Come poteva esserlo? Egli poteva parlare con eloquenza con la stessa facilità di chi è uso a parlare il linguaggio ordinario. Il motivo di questo suo modo di fare era la sua abitudine al silenzio e la sua ripugnanza all’ostentazione. Per lo stesso motivo nelle adunanze ecclesiali, cercava il posto più segreto in modo da non vedere alcuno e da non essere visto da altri; si metteva dietro una colonna o altro ostacolo per non essere notato dagli altri presenti. Voleva vigilare su sé stesso e mantenere la mente raccolta e più speditamente immersa in Dio. A sua volta quest’uomo santo concentrava nel suo intimo il pensiero per innalzarlo senza fatica a Dio.
Dalla vita di San Paolo di Latros ( + 956)
San Paolo trascorse la sua vita in zone montagnose e deserte, i suoi unici compagni e commensali furono le bestie selvagge. Solo di rado scendeva alla Lavra per visitare i fratelli. Li esortava a non avere un animo pavido, a non tralasciare le laboriose fatiche della virtù, a perseverare con tutta l’attenzione e discrezione nella vita conforme al vangelo, a combattere coraggiosamente gli spiriti del male. Inoltre esponeva loro un metodo per riconoscere le suggestioni delle passioni, per estirpare i germi delle cattive tendenze. Ora avete visto come questo padre istruiva i suoi discepoli che ignoravano il metodo per respingere gli assalti delle passioni. Questo metodo non può essere altro che la custodia della mente, perché l’opposizione alla passione è il compito della mente, e di nessun’altra potenza dell’anima.

Dalla vita dell’Abate Agatone
Un frate chiese all’Abate Agatone: «Padre, cos’è più perfetto, il lavoro corporale o la custodia delle forze interiori?» Agatone rispose: «L’uomo assomiglia ad una pianta, il lavoro corporale costituisce il fogliame, la custodia delle forze interiori è il frutto. ‘ scritto: «L’albero che non dà un buon frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco». ‘ chiaro che tutto il nostro impegno deve convergere sulla custodia della mente. Pur rimanendo necessaria l’ombra e l’ornamento delle foglie, cioè a dire il lavoro corporale.» Con questa risposta mirabile il santo condanna quelli che non hanno raggiunto la custodia della mente e si gloriano della loro vita attiva, dice infatti: «Ogni albero che non porta buon frutto», chi non ha raggiunto la custodia della mente e non porta altro che foglie, cioè la vita attiva, sarà tagliato e gettato nel fuoco. Tremenda è la tua definizione, Padre!
Dalla lettera di Marco a Nicolò
«Vuoi figlio, possedere in te stesso una fiamma di conoscenza spirituale per camminare senza inciampi nella profonda notte di quest’era, ed avere il «tuo passo sorretto dal Signore» e desideri anche con fede ardente seguire la via del vangelo, cioè la pratica dei perfetti comandamenti evangelici con la più viva fede e la preghiera? Ti esporrò una meravigliosa via o scoperta spirituale. Essa non richiede né fatica fisica, né combattimento corporale, ma un travaglio spirituale. Un’attenzione della mente sostenuta dal timore e dall’amore di Dio. Con questa via metterai in fuga con facilità la schiera dei nemici. Se vuoi raggiungere la vittoria sulle passioni, rientra in te stesso con la preghiera e il soccorso di Dio, e discendendo nelle profondità del cuore cerca di scoprire le tracce di questi tre robusti giganti: l’oblio, l’ozio e l’ignoranza. Essi sono la testata di ponte degli invasori della mente, ed aprono il varco alle altre malvage passioni che agiscono, vivono e diventano forti nell’anima di chi ama i piaceri. Ma tu, individuati questi tre giganti malefici e ignorati dai più, con severa vigilanza e controllo della mente, sostenuto dall’aiuto che viene dall’alto, li potrai vincere non interrompendo mai la preghiera e la vigilanza. Il tuo impegno nella ricerca della vera sapienza, nel tener sempre presente la parola di Dio e nel mantenere l’accordo tra la volontà e la vita, insieme alla costante vigilanza del cuore, dono dell’attivo potere della grazia, cancellerà le ultime tracce dall’oblio, dell’ozio e dell’ignoranza. Non vedi l’accordo delle parole spirituali? E come sapientemente ci espongono la scienza della preghiera? Ascolta anche i seguenti autori che ci espongono identici pensieri.
Da Giovanni Climaco
Colui che pratica la preghiera silenziosa del cuore cerca, paradossalmente, di circoscrivere l’incorporeo in un’abitazione carnale. L’esicasta dice: «Dormo ma il mio cuore vigila». Chiudi al corpo la porta della tua cella, la porta della bocca alla conversazione, la porta interiore ai cattivi spiriti. Seduto su una altura, osserva, se ne conosci bene l’arte e
vedrai come, quando e da dove, quanti sono e la natura dei ladri che tentano di entrare nel tuo vigneto per rubare l’uva. Se il guardiano è stanco, si alzi in piedi per pregare, quindi di nuovo si assida e riprenda il suo lavoro con nuova luce. La vigilanza sui pensieri è una cosa, il fermo dominio della mente è un’altra; tra esse c’è tutta la distanza che separa l’oriente dall’occidente, la seconda è incomparabilmente più difficile.
Come i ladri quando vedono le armi del re pronte in qualche luogo, non ci si avventurano incautamente; così chi ha unito la preghiera nel suo cuore non verrà con facilità spogliato dai ladri spirituali.
Queste parole ti mostrano la meravigliosa attività interiore del nostro grande padre. Mentre noi, camminando nella tenebra, come in un notturno combattimento, non diamo attenzione alle parole preziose dello Spirito, e volontariamente sordi vi passiamo accanto senza ascoltarle.
Dall’Abate Isaia
Quando uno si allontana da ciò che è alla sua sinistra, conosce chiaramente i peccati che ha commesso contro Dio. I peccati non possono essere riconosciuti fintanto non ci si separa da essi, con amaro distacco. Chi ha raggiunto questo grado ottiene il dono delle lacrime, della preghiera, e del rossore davanti a Dio, ricordando il suo malvagio amore per le passioni. Impegnamoci con tutte le forze, fratelli, Dio nella sua infinita misericordia ci sarà d’aiuto. Se non abbiamo vigilato sul nostro cuore, come hanno fatto i nostri Padri, cerchiamo di conservare i corpi immuni dal peccato, in conformità al volere di Dio. Siamo sicuri che, se verrà il tempo della carestia, Egli ci colmerà con la sua misericordia come ha fatto con i suoi Santi.
Questo grande uomo consola chi è veramente debole dicendo: se non abbiamo vigilato sul nostro cuore, come hanno fatto i nostri Padri, cerchiamo di conservare i corpi immuni dal peccato, in conformità al volere di Dio; ed Egli ci colmerà con la sua misericordia. Grande è la compassione e la tolleranza di questo Padre.
Da Macario il Grande
L’opera suprema nel combattimento spirituale è quella di discendere nel proprio cuore, ingaggiando la lotta contro Satana, sprezzandolo e assalendolo nel campo dei pensieri. Chi custodisce il proprio corpo dalla corruzione e dall’impudicizia, ma interiormente, davanti a Dio, commette impudicizia, fornicando con il pensiero, a nulla gli giova la verginità fisica… C’è una impudicizia che si consuma nel corpo, e l’impudicizia dell’anima che si dona a Satana. Queste parole sembrano in contraddizione con quelle dell’Abate Isaia, ma non è così. Egli ci consiglia di custodire il corpo conformemente ai comandamenti di Dio; Dio domanda e la purità del corpo e quella dello spirito come si rileva dai precetti evangelici.
Diadoco di Foticea
Chi dimora costantemente nel proprio cuore rimane straniero alle attrattive della vita. Camminando nello spirito non può conoscere i desideri della carne. Muovendosi dentro il castello delle virtù che sono, per così dire, le sentinelle delle sue porte, le macchinazioni dei demoni falliscono contro di lui. Giustamente il santo dice che le macchinazioni dei demoni sono inefficaci su di noi, quando dimoriamo nelle profondità del cuore, e questo tanto più quanto vi rimaniamo più a lungo. Mi accorgo che il tempo mi manca per riferire, come mi ero proposto, tutte le parole dei Padri. Ne riporterò ancora una o due volendomi affrettare a concludere.

Isacco di Siria
Cerca di entrare nella tua cella interiore e vedrai la cella celeste. L’una e l’altra sono la stessa cosa, e la stessa porta apre la visione di ambedue. La scala che conduce al regno è nascosta dentro di te, nella tua anima. Lavati dalle macchie del peccato, scoprirai i gradini sui. quali potrai salire.
Simeone il Nuovo Teologo
Da quando il diavolo con i suoi demoni riuscì a far bandire l’uomo dal Paradiso mediante la trasgressione e a separarlo da Dio, acquisì il diritto di agitare la ragione umana; alle volte molto, altre poco, non di rado fino al limite del sopportabile. Non esiste altra difesa contro questo che la memoria di Dio incisa nel cuore dal potere della Croce che rende salda e invulnerabile la mente. A questo porta il combattimento spirituale, e il cristiano lo deve combattere sul campo della fede cristiana e per esso ha indossato l’armatura. Se no, combatte inutilmente. Esso è l’unica ragione degli svariati esercizi ascetici affrontati da chi cerca Dio. Si tratta di attrarre la compassione del misericordioso Dio, per riconquistare la prima dignità, e di imprimere Cristo nella propria mente, conformemente alle parole dell’apostolo: «Figli miei, sono nei dolori del parto fintanto che Cristo sia formato in voi».
Avete compreso, fratelli, che esiste un’arte, un certo metodo spirituale, per condurre rapidamente chi lo pratica alla libertà dalle passioni e alla visione di Dio. Siete convinti che la vita attiva, davanti a Dio, non è altro che il fogliame di una pianta, e che l’anima priva della custodia del cuore, il frutto, lavora inutilmente? Cerchiamo di non morire senza aver portato frutti, e di non soffrire inutili rimpianti.
Domanda (a Niceforo). Dal tuo scritto abbiamo appreso il comportamento di quelli che furono . amici graditi a Dio, e quindi che esiste un’attività che, liberando speditamente l’anima dalle passioni, l’unisce a Dio nell’amore e che essa bisogna sia praticata da chiunque si arruola nell’esercito di Cristo. Ogni dubbio è stato fugato e siamo pienamente persuasi. Ma cos’è l’attenzione della mente e qual’è il modo di acquistarla? lo vorremmo sapere, ne siamo del tutto all’oscuro.
Risposta (a Niceforo). Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo che ha detto: «Senza di me nulla potete fare». Dopo averlo invocato perché mi aiuti ed assista, mi proverò a descrivervi cosa sia l’attenzione e come, con l’aiuto di Dio, uno possa acquistarla.
Alcuni santi hanno chiamato l’attenzione «vigilanza della mente», altri «custodia del cuore», altri «sobrietà», altri «silenzio mentale», altri con altri nomi. Questi nomi designano la stessa cosa; come il pane può essere chiamato panino o cornetto, è la stessa cosa. Impara accuratamente cosa sia l’attenzione e le sue caratteristiche.
L’attenzione, è il segno del sincero cambiamento di mente; l’attenzione, è la presenza dell’anima a sé stessa, il distacco dal mondo e il ritorno a Dio. L’attenzione, è lo spogliamento dei peccati e il rivestimento della virtù. L’attenzione, è la ferma certezza del perdono dei peccati. L’attenzione, è il primo passo verso la contemplazione, meglio ancora ne è la base permanente: perché è per l’attenzione che Dio scende nella mente e vi si rivela. L’attenzione è la serenità della mente, più precisamente la sua permanente imperturbabilità per la misericordia di Dio. L’attenzione è la calma del pensiero, la dimora del costante ricordo di Dio, il potere che dona pazienza nelle prove. L’attenzione è l’origine della fede, della speranza, dell’amore, se uno non ha la fede non può sopportare le prove che vengono dall’esterno, e chiunque non le accetti con gioia non può dire al Signore: «Tu sei il mio rifugio e il mio baluardo». E se uno non pone nell’Altissimo il suo rifugio, non avrà l’amore nel profondo del cuore.
Questa rettitudine della mente può essere raggiunta da molti, o anche da tutti mediante l’insegnamento. Pochi l’acquistano direttamente da Dio senza una guida, col vigore di un impulso interiore e l’ardore della fede. Ma l’eccezione non fa legge. Cerca perciò una guida sicura, ]e sue istruzioni ti indicheranno le possibili deviazioni che l’attenzione può subire in una direzione o in un’altra, i suoi eccessi e difetti stimolati dalle suggestioni del nemico. Avendo imparato dalle prove dolorose della tentazione, il maestro ti mostrerà il da farsi e ti indicherà correttamente il cammino spirituale che potrai percorrere senza difficoltà. Se ancora non hai una guida, cercala con ogni cura. Ma se nonostante la ricerca non trovi nessuno che possa guidarti, invoca Dio con umile cuore e con lacrime, supplicalo nella tua povertà e fa ciò che sto per dirti. Tu sai che la respirazione consiste nell’inspirare e nell’espirare aria. L’organo che a tale scopo serve è il cuore, esso è il principio della vita e del calore. Il cuore attira a sé il fiato per diffondere all’esterno il suo calore con l’espirazione e assicurarsi una temperatura ideale. Il principio o più precisamente lo strumento di questo ritmo sono i polmoni. Costruiti dal Creatore con un tenue tessuto, introducono ed estromettono l’aria come un soffietto, così che il cuore assorbendo nel respiro l’aria fredda ed emettendola riscaldata, mantiene intatta quella funzione che gli è stata affidata per l’equilibrio del corpo vivente.
Come già ho detto, mettiti seduto, raccogli il tuo spirito e introducilo nelle narici; è il cammino che l’aria segue per andare al cuore. Spingilo, forzalo a discendere nel cuore, insieme con l’aria inspirata Quando vi sarà giunto, vedrai la gioia che eromperà: nulla avrai da rimpiangere. Come uno che torna a casa dopo una lunga assenza non sa frenare la gioia di aver ritrovato la moglie e i figli; così lo spirito quando si unisce all’anima, è colmo di gioia e di ineffabile allegrezza. A questo punto, abituati a non fare uscire lo spirito con impazienza, le prime volte si sentirà smarrito in questa interiore reclusione e prigione. Ma, quando si sarà ambientato, non avrà alcun desiderio di sortire nelle consuete divagazioni, il regno dei cieli è dentro di noi.
Chi volge nel suo intimo lo sguardo, e con pura preghiera cerca di dimorarvi, considera le cose esteriori prive di valore e di pregio.
Se fin da principio riesci a discendere nel cuore nel modo che ti ho descritto, ringrazia Dio! A lui dà gloria, esulta e sii fedele a questo esercizio, ti manifesterà le cose che ignori. A questo punto hai bisogno di un altro insegnamento: mentre il tuo pensiero dimora nel cuore, non stare silenzioso né OZIOSO, costantemente sii impegnato a gridare «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio abbi pietà di me», e non ti stancare. Questa pratica tenendo lontano il tuo pensiero dalle divagazioni, lo rende invulnerabile e inattaccabile alle suggestioni del nemico, e ogni giorno lo eleva all’amore e alla nostalgia di Dio.
Ma se, nonostante tutti gli sforzi, non riesci ad entrare nel regno del cuore, come ti ho indicato, fa quello che sto per dirti, e con l’aiuto di Dio troverai ciò che stai cercando. Tu sai che nel petto di ogni uomo c’è la facoltà dell’interiore dialogo. Quando le nostre labbra sono silenziose, parliamo, desideriamo, preghiamo e cantiamo dei salmi nel nostro petto. Così, allontana ogni pensiero da questa interiore facoltà, se veramente lo desideri puoi farlo, e introduci in essa l’invocazione: «Signore Gesù Cristo abbi pietà di me», e costringila a gridare queste parole dopo eliminato ogni altro pensiero. Quando, col tempo, ti sarai impadronito di questa pratica, ti aprirà la strada del cuore che ti ho descritto, e che raggiungerai indubbiamente, e che io stesso ho sperimentato.
Se persevererai in questo esercizio con intenso desiderio e ardente attenzione, ti verrà incontro il coro delle virtù: l’amore, la gioia, la pace e tutte le altre. Per esse tutte le tue domande avranno la risposta in Cristo Gesù Signore nostro, a Lui insieme al Padre e allo Spirito Santo, la gloria, il potere, l’onore e l’adorazione, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.
(Filocalia ed cit. Vol. IV p. 18-28)

GREGORIO PALAMAS
Breve nota biografica
Nacque nel 1296 a Costantinopoli, fu educato alla corte di Andronico II. Nel 1316 entrò nella vita monastica, ebbe come maestro nella preghiera pura Teolepto di Filadelfia. Visse venti anni nel Monte Athos. Condusse una vigorosa lotta contro Barlaam che denigrava l’esperienza esicasta come mostruosa ed assurda. I suoi scritti in difesa degli esicasti sono la prima sintesi teologica della spiritualità ortodossa. Nel 1347 fu consacrato vescovo di Tessalonica, in questa città morì nel 1349.
Dalle sue sante parole in difesa degli esicasti
Domanda: …Alcuni dicono che noi agiamo male quando cerchiamo di far discendere il pensiero nel corpo, mentre dovremmo con ogni materia porlo fuori dal corpo. Maltrattano nei loro scritti, quelli che tra di noi consigliano i principianti a volgere l’attenzione su se stessi e a servirsi del respiro per introdurre il pensiero nel loro interno; affermano che il pensiero non è separato dall’anima, come potrà essere introdotto nell’interno di una cosa ciò che non è separato, ma è tutt’uno con essa? Dicono anche che noi vogliamo far discendere la grazia divina attraverso le narici. ‘ ovvio che affermano queste cose per denigrarci, non ho mai sentito queste asserzioni tra di noi, e così aggiungono malignità su malignità. Il loro mestiere sembra esser quello di inventare ciò che non è vero, e di alterare ciò che è vero. Per questo, Padre, spiegami perché ci è richiesto di far discendere il pensiero con ogni attenzione, e come non sia cosa errata di introdurlo nel nostro interiore.

Risposta: …II male, vedi, non nasce dalla carne ma da quella facoltà che vi ha la sua dimora. Il male non deriva dal fatto che il pensiero sia legato al nostro fisico, ma da una tendenza che dimora nelle nostre membra e che è in contrasto con lo Spirito. Per questo motivo ci ribelliamo alle tendenza del peccato e cerchiamo di sostituirle con la signoria della mente; in virtù di questa signoria, imponiamo la sua legge ad ogni potenza dell’anima e alle membra del corpo, a ciascuno il suo dovuto. Ai sensi ciò che è conforme alla loro natura: quest’opera di controllo porta il nome di temperanza; alla parte passionale dell’anima il comportamento nobile, e questo chiamasi amore; miglioriamo la facoltà del raziocinio rifiutando tutto ciò che si oppone all’ascesa dell’intelletto vero Dio, e questo porta il nome di sobrietà. Chi è riuscito a purificare il corpo con la temperanza, a incanalare la sua irascibilità e la sua concupiscenza sul cammino della virtù, e che infine, presenta a Dio un pensiero purificato dalla preghiera, raggiunge e vede in se stesso la grazia
promessa ai cuori puri. Allora potrà dire con le parole di Paolo: alo stesso Dio che con la sua parola fece risplendere la luce dalle tenebre, ha fatto brillare la sua luce nei nostri cuori, perché in essi risplenda la conoscenza della gloria di Dio, che rifulge nel volto di Cristo. «Portiamo questo tesoro in vasi d’argilla», cioè nei nostri corpi materiali; se le cose stanno così, come possiamo pensare che introducendo l’attenzione mentale nella nostra società corporea, possiamo violare la sublime nobiltà del pensiero?…
L’anima nostra è un complesso di molteplici potenze, Sl serve, come supporto, del corpo che con lei si è formato. La sua potenza, la mente, come siamo abituati a chiamarla, agisce attraverso dei precisi strumenti. Nessuno ha mai pensato che la mente possa aver la sua dimora nelle unghie, nelle palpebre, nelle narici, o nelle labbra. Tutti concordano nel localizzarla dentro di noi, le opinioni divergono quando si tratta di stabilire l’organo in cui risiede. Alcuni la collocano, come in una fortezza, nel cervello; altri le attribuiscono il centro del cuore, puro da ogni passionalità carnale. Per esperienza, posso affermare, con certezza, che la nostra capacità mentale non è dentro di noi, come in un recipiente, essendo incorporea, e neppure è al di fuori, essendo unita al corpo, ma è nel cuore come nel suo appropriato supporto. Questa certezza non ci viene dagli uomini, ma da Colui che ha plasmato l’uomo: «Non ciò che entra dalla bocca inquina l’uomo, ma ciò che dal di dentro vien fuori… i pensieri malefici escono dal cuore». La stessa cosa afferma il grande Macario: «Il cuore è preposto a tutto l’organismo. Quando la grazia si è impossessata dei pascoli del cuore, regna su tutti i pensieri e su tutte le membra. La mente e i pensieri dell’anima hanno il loro
territorio sul cuore». Il cuore è quindi la sede della mente e il suo più importante supporto. Volendo impegnarci alla vigilanza e alla correzione dei pensieri mediante una sobrietà cosciente, il miglior modo di controllo è raccogliere la mente dissipata all’esterno dalle sensazioni, ricondurla nel nostro interiore fino al cuore che è la sede dei pensieri. Macario soggiunge: «‘ nel cuore che dobbiamo fissare lo sguardo per vedere se la grazia vi ha impresso le leggi dello Spirito»…
Puoi comprendere la necessità per chi ha deciso di vigilare su se stesso nella quiete, di ricondurre, di racchiudere il proprio pensiero entro i confini del corpo, in particolar modo in quello spazio che è nel centro del corpo: il cuore. ‘ scritto «Tutta la bellezza della figlia del re è nel suo interno», come potremo ricercarla al di fuori?… Se «il regno dei cieli è dentro di noi», chi deliberatamente porta il suo pensiero all’esterno come potrà aver parte al regno? Salomone dice: «il cuore retto cerca la conoscenza»; in un altro luogo lo stesso autore chiama «spirituale e divina» questa conoscenza. I Padri esortando al suo raggiungimento affermano che la mente quando ha raggiunto la spiritualità viene avvolta da una forma soprasensibile di conoscenza; adopriamoci a raggiungerla, essa è insieme in noi e fuori di noi.
Vedi bene, se vuoi rintuzzare le tendenze alle deviazioni, raggiungere le virtù, impossessarti del premio del combattimento spirituale, più precisamente la conoscenza spirituale che ne è la caparra, riconduci dentro te stesso il pensiero, nella sua interiore dimora. Il far divagare all’esterno il pensiero, sia verso i pensieri carnali, sia fuori dell’interiorità, per porsi come osservatore delle immagini spirituali, è comportarsi da non credente, e aprire il varco
ad ogni falsa persuasione… Riconduciamo il pensiero, nell’interiorità del corpo e del cuore, soprattutto in se stesso… Il pensiero quando compie la sua attività esterna segue un movimento orizzontale, per usare un termine di Dionisio; quando rientra in se stesso e svolgendo su se stesso la sua azione si immerge in se, compie un movimento circolare, come dice lo stesso Dionisio. Questo è l’atto più caratteristico, più specifico del pensiero. Mediante quest’azione in certi momenti trascende se stesso per unirsi a Dio.
«Il pensiero, afferma Basilio il Grande, che non si dissipa nell’esteriorità,… rientra in se stesso e si eleva, partendo da se stesso, a Dio, seguendo un cammino sicuro». . . Il padre dell’errore e della menzogna, sempre pronto a far deviare l’uomo… trova dei collaboratori in quegli autori che scrivono dei trattati in questo senso cercando di convincere qualcuno, anche quelli che hanno scelto il sentiero superiore del silenzio, che la cosa migliore, nella preghiera, è quella di tenere il pensiero fuori di se stesso. Non tenendo nel suo giusto valore la sentenza di Giovanni nella sua Scala Celeste: «L’uomo consacrato alla preghiera silenziosa è colui che tenta di circoscrivere l’incorporeo nel corpo…»
‘ bene che i principianti si addestrino a fermare in se stessi lo sguardo, e a introdurre nella loro interiorità il loro pensiero insieme al respiro. .. ‘ un fatto, sperimentabile da chiunque intraprenda questa lotta, che il pensiero appena viene concentrato sfugge, ed è necessaria molta ostinazione per ricondurlo al suo centro. Finché sono principianti non si possono rendere conto che nulla è visto di più restio al controllo e di più pronto a dissiparsi. Per questo alcuni maestri li consigliano a controllare il movimento del respiro, trattenendolo per un breve intervallo, in modo da controllare il pensiero durante la ritenzione del respiro. Nell’attesa di fare un qualche progresso, con l’aiuto di Dio, nella purificazione del pensiero, nel tenerlo lontano dai divagamenti esteriori e di controllarlo perfettamente in una concentrazione unificatrice. Ognuno può sperimentarla e riconoscerla come frutto naturale dell’attenzione della mente: il movimento respiratorio diventa più lento quando la riflessione è più intensa. Ciò si verifica in modo particolare in chi pratica il silenzio del corpo e della mente. Essi festeggiano veramente il sabato spirituale; sospese le attività personali, sopprimono, per quanto è possibile l’attività mobile e cangiante, sfibrante e molteplice delle facoltà conoscitive dell’anima, contemporaneamente all’attività dei sensi, in una parola ogni lavoro fisico dipendente dalla volontà. Riducono, nella misura del possibile, le attività che non dipendono del tutto da noi, come la respirazione. Questo si produce spontaneamente, senza pensarvi su, in chi è avanti nella pratica esicasta; nella mente concentrata in sé stessa tutto questo avviene automaticamente. I principianti dovranno travagliare non poco. Prendiamo un esempio: «La pazienza è un frutto della carità; la carità tutto tollera» ora ci vengono indicati quei mezzi per giungere alla carità. Simile è il caso che stiamo considerando. Chi ha fatto l’esperienza si ride delle obiezioni dell’inesperienza; la loro guida sta a ricordare i discorsi, stimola lo sforzo e la pratica. L’esperienza porta i suoi visibili frutti rovesciando le sterili proposizioni dei chiacchieroni.
Un grande maestro ha scritto: «Dopo la trasgressione, l’uomo interiore si modella sulle forme esteriori». Chi vuole riportare il pensiero al suo centro imponendogli, al posto del movimento orizzontale, quello circolare, avrà grande vantaggio nel fissare lo sguardo sul suo petto e sul suo ombelico, invece di farlo girovagare in qua e là. Incurvandosi a guisa di cerchio, accompagna il movimento interiore della sua mente, e con questo movimento corporale, introduce nel cuore la potenza del pensiero che l’occhio farebbe vagolare esteriormente. Se la forza della bestia interiore ha il suo covo nella regione dell’ombelico e del ventre, luogo ove il peccato esercita il suo dominio, perché non concentrarvi le forze della preghiera, introducendovi un’opposta legge? ‘ l’unica via per debellare lo spirito del male che, espulso dalle acque battesimali torna con sette spiriti più malefici creando una situazione peggiore di prima.
Mosè ha detto: «Fai attenzione a te stesso»; totalmente a te stesso, non a questo né a quello; e come fare attenzione a se stesso? col pensiero.
Non c’è altro modo di avere attenzione a se stesso. Poni questa custodia davanti all’anima e al corpo; ti libererà facilmente dalle cattive passioni dell’anima e della carne… Non lasciare nessuna parte incustodita. Scavalcherai la zona delle tentazioni inferiori e potrai stare con piena fiducia davanti a colui che «scruta le reni e i cuori», avendoli tu di già scrutati.
Avrai parte alla felice esperienza di David: «Le tenebre non saranno più oscure, la notte sarà luminosa come il giorno, perché Tu hai formato le mie reni». Non ti sei impossessato solo della parte
concupiscibile dell’anima mia, ma se nel mio essere rimaneva ancora un fuoco di desiderio, l’hai ricondotto alla sua origine, servendoti dell’energia stessa di questo desiderio che ha preso il volo verso di Te e a Te ha aderito. Chi è attaccato ai piaceri sensibili della corruzione, esaurirà nella carne tutto il potere
del desiderio della sua anima, divenendo in tal maniera soltanto carne. Lo spirito non può posarsi su di lui. Invece chi innalza in Dio il proprio pensiero, abita nell’amore di Dio; la sua carne trasformata dallo slancio del pensiero si ricongiunge con lui nella comunione divina. Diventa il possesso e la dimora di Dio, non ospitando più né l’ostilità verso Dio, né il desiderio contrario allo Spirito.
Qual è il bersaglio più ambito dallo spirito della carne che sale dal basso, la mente o la carne? Certamente la carne che in sé , come dice l’Apostolo, non ha niente di buono finché non accoglie la legge della vita. Questo è il motivo che deve spingerci ad una vigilanza insonne. Come allora dominare la carne, come difenderla dagli assalti del nemico non avendo ancora raggiunto la scienza spirituale per respingere gli spiriti del male se non servendosi di questa attenzione anche se legata ad una pratica esteriore? ‘ inutile stare a nominare quelli che iniziano la via della preghiera, sapendo che altri molto più avanti nel cammino spirituale si sono serviti di queste pratiche e sono riusciti ad ottenere la benevolenza divina. Ciò è vero non solo dopo la venuta di Cristo, ma anche anteriormente. Elia stesso, consumato nella visione divina appoggiò il capo sulle ginocchia, raccolse con vigore il pensiero in se stesso e in Dio e pose fine ad una siccità che durava da anni.
Tre capitoli sulla preghiera e sulla purità del cuore
1. Essendo Dio la bontà stessa, la misericordia e l’abisso senza fondo di dolcezza, essendo oltretutto ciò che può venir nominato o pensato, chi raggiunge la sua unione partecipa alla sua grazia. L’unione con Lui si compie acquistando le virtù divine, e mediante la comunione con Lui attraverso la preghiera e l’implorazione. La comunione operata dalla virtù rende chi è diligente, idoneo a raggiungere l’unione divina, ma non è essa che l’effettua; l’intensa preghiera con la sua energia santa compie la ascesa dell’uomo a Dio e l’unione con Lui. L’essenza della preghiera è l’unione dell’essere dotato di intelligenza col suo creatore, quando le sue azioni vanno oltre le passioni e i pensieri passionali mediante
l’ardente contrizione. Finché la mente è soggetta alle passioni l’unione con Dio non è possibile. Rimanendo la mente in questo stato non può ricevere la grazia di Dio con l’aiuto della preghiera. Nella misura in cui rifiuta i pensieri passionali, acquista la contrizione. In proporzione alla contrizione riceve il conforto misericordioso e, permanendo con umiltà in questi sentimenti, riuscirà a trasformare la parte concupiscibile dell’anima.

2. Quando l’unicità del pensiero diventa triplice, per l’unione alla divina Uni-Trinità, vengono chiuse le porte ad ogni possibile smarrimento, peccato ed errore; essendo ormai al di sopra delle forze carnali, del mondo e del principe di questo mondo. Fuori dei suoi agguati dimora raccolto in se stesso e in Dio, gustando quella gioia spirituale che sgorga dall’interno. Il pensiero diventa triplice, pur rimanendo nella sua unicità, quando ritorna in sé stesso e dal suo intimo ascende a Dio. Il pensiero discende in se stesso per mezzo dell’attenzione su di sé , ascende a Dio per mezzo della preghiera. Quando esso dimora in questo raccolto stato mentale e nell’ardente ricerca di Dio interiorizzando i suoi pensieri vagolanti con uno sforzo intenso di autocontrollo, si avvicina mentalmente a Dio, incontra l’inesprimibile, gusta la vita futura e conosce con apprensione spirituale quanto è buono il Signore come il Cantore dice nei salmi «Gustate e vedete quanto è buono il Signore».
Non è forse cosa difficile il portare la mente al suo triplice stato, nel quale rimanendo una, contempla, è contemplata e ascende nella preghiera dimorare a lungo in questo stato dal quale scaturisce qualcosa di indescrivibile, è molto difficoltoso.
L’impegno per l’acquisto di qualunque altra virtù, è in suo confronto agevole e facile.
Per questo motivo molti, rifiutando la strettezza della virtù della preghiera, non ne arrivano ad acquistare la vastità del dono; a chi invece persiste è promesso il più grande intervento divino che li rende forti ad affrontare e sopportare quanto loro verrà richiesto, ad andare avanti con gioia che rende superabili le difficoltà dando alla nostra natura il potere angelico che dà il potere di compiere ciò che è al di sopra della natura. Il profeta afferma: «Chi ha fiducia in Dio rinnova la sua forza, stendono le ali come l’aquila, corrono e non si affaticano, camminano e non si stancano».

3. Per pensiero intendo anche l’attività della mente, essa comprende i pensieri e le intellezioni; e per mente va inteso anche quella facoltà che la Scrittura chiama «cuore». Attraverso il suo potere la mente, la più importante facoltà umana, l’anima interiore, pensa. In essa pratichiamo la preghiera, in tal maniera l’attività della mente, i pensieri, vengono purificati con agevolezza; l’anima dalla quale i pensieri nascono diventa pura quando tutte le altre sue facoltà sono purificate.
L’anima è una, molteplici le sue facoltà; se il male si annida in una di esse tutta l’anima è inquinata; l’anima pur essendo una e semplice, ha le facoltà in reciproco rapporto. Siccome ciascuna facoltà opera in azioni differenti, può succedere che mediante una speciale attenzione e diligenza, una di queste azioni si riveli temporaneamente pura. Da questo non si può concludere che tutta la facoltà sia pura, essendo in correlazione con le altre potenze l’azione compiuta può essere più inquinata che pura. Se invece, mediante una speciale attenzione e diligenza durante la preghiera, l’azione della mente si rivela pura ed acquisisce, gradualmente, l’illuminazione della comprensione e la contemplazione mentale, e comincia a considerarsi purificata, può ingannare se stessa e cadere nella menzogna quest’inganno aprirà la porta al nemico sempre pronto a sedurci.
Invece, riconoscendo l’inquinamento del proprio cuore, esso non Si esalta per una momentanea azione pura. Vedrà sempre più chiaramente le opacità delle altre facoltà animiche, progredirà nell’umiltà, accrescerà la compunzione e il cordoglio, e troverà i rimedi efficaci per ogni potenza dell’anima. Purificando con le opere la sua parte attiva, la mente con la conoscenza, la parte contemplativa con la preghiera e, per esse, approdando alla perfetta e stabile purezza del cuore e della mente, l’anima raggiunge il frutto delle azioni giuste, della costante contrizione, della contemplazione e della preghiera che anima la contemplazione.
Filocalia op. cit. Vol. 4 p 123-133
DALLA VITA Dl S. GREGORIO PALAMAS
Del modo in cui i Cristiani
debbano pregare sempre
Miei fratelli cristiani, vi esorto ancora, per la salvezza dell’anima vostra, non trascurate la pratica di questa preghiera… Sul principio vi apparirà difficoltosa, ma vi assicuro, da parte di Dio Onnipotente, che il nome del Signore Gesù invocato costantemente, vi aiuterà a superare gli ostacoli, e, quando col progredire del tempo vi sarete resi familiari a questo esercizio gusterete quanto è soave il nome del Signore. Con l’esperienza imparerete che è effettuabile e piacevole. Per questo S. Paolo che più di noi conosceva il grande bene che questo esercizio procura, ci comanda di pregare senza interruzione. Non avrebbe mai imposto quest’obbligo se fosse stato molto difficoltoso e inattuabile, in questo caso avrebbe pensato anticipatamente che non avendo la possibilità di adempirlo saremmo stati disobbedienti e trasgressori, così da incorrere nel biasimo e nella riprovazione. L’Apostolo non poteva avere questa intenzione.
Ricordiamo, per comprendere la possibilità della preghiera incessante, che il metodo consiste nel pregare con la mente. Questo lo possiamo fare ogni qualvolta lo vogliamo. Lavorando con le nostre mani, camminando, mangiando o bevendo, possiamo pregare con la mente e così praticare la preghiera mentale, l’unica gradita a Dio. Lavoriamo col corpo e preghiamo con la mente, il nostro uomo esteriore compia i suoi impegni corporali, l’uomo interiore sia del tutto dedicato al servizio di Dio, mai tralasci questo esercizio della preghiera mentale, in conformità a quanto Gesù, Dio e Uomo, ci ha ordinato: «Quando preghi, entra nella tua cella, quando avrai chiuso la porta prega il Padre che è nel segreto».
La cella dell’anima è il corpo; le porte sono i cinque sensi. L’anima entra nella cella quando la mente cessa di vagolare qua e là, vagabondando in mezzo alle cose e agli affari del mondo, ma si stabilisce nell’interiorità, nel cuore. I sensi si chiudono e rimangono chiusi, quando li teniamo immuni dalle realtà sensibili esterne. Dio, che conosce tutte le cose segrete, vede la preghiera mentale e la ricolma in maniera percepibile con i suoi munifici doni. Vera e perfetta è quella preghiera che colma l’anima di grazia divina e di doni spirituali. Un balsamo colma col suo profumo il vaso che è accuratamente sigillato, altrettanto la preghiera quanto più è raccolta nel cuore, sovrabbonda di grazia divina.
Beati quelli che acquistano l’abitudine di questo esercizio celeste, supereranno le tentazioni dei demoni malefici, come David sconfisse l’orgoglioso Golia. Placa le disordinate passioni della carne, come i tre fanciulli spensero le fiamme della fornace. La consuetudine della preghiera interiore doma le passioni, come Daniele domò le fiere selvatiche. La rugiada dello Spirito discende nel cuore, come la pioggia invocata da Elia scese sul monte Carmelo. La preghiera della mente ascende fino al trono di Dio, ove viene riposta in fiale preziose, come profumo che si espande al cospetto dell’Altissimo. San Giovanni così le descrive nell’Apocalisse: «I ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, ognuno teneva in mano la cetra e delle fiale d’oro piene di profumo, esse sono le preghiere dei santi». La preghiera della mente è la luce che illumina l’anima dell’uomo, ne riscalda il cuore con l’amore di Dio. ‘ la catena che unisce Dio con l’uomo e l’uomo con Dio. Cosa più che meravigliosa è il trovarsi con il corpo in mezzo agli uomini e con la mente in intimo colloquio con Dio… Quale dono più grande puoi desiderare di questo che ti permette di essere costantemente davanti a Dio e di conversare con Lui, conversare con Dio, senza di Lui nessuno può esser benedetto né nella presente né nella futura vita?
Fratello, chiunque tu sia, quando avrai preso in mano questo libro e l’avrai letto e vorrai mettere in pratica i vantaggi che la preghiera della mente apporta all’anima, ti esorto ad usale l’invocazione: Signore abbi pietà, per l’anima di colui che ha lavorato alla stesura di questo libro e di chi l’ha aiutato a pubblicarlo. Essi hanno grande bisogno della tua preghiera per ottenere la misericordia divina per le loro anime, come Tu ne hai bisogno per la Tua. E così sia.
Filocalia op. cit. Vol. V p. 107-112

GREGORIO IL SINAITA
Breve nota biografica
Fu monaco sul monte Sinai, visse nella prima metà del quattordicesimo secolo. Andato a visitare il Monte Athos, vi trovò solo tre monaci che praticavano la contemplazione. Insegnò a tutti i monaci dell’Athos la sobrietà, la custodia della mente, l’orazione mentale. Tutta la sua vita fu consacrata all’orazione esicasta e alla sua diffusione. I suoi scritti sono divenuti, in Oriente, preghiera del cuore.

1. Dovremmo parlare come il Grande Dottore, S. Paolo, senza aver bisogno delle Scritture o degli insegnamenti degli altri Padri, o illustre Longino, coscienti di essere direttamente «istruiti da Dio», in maniera da apprendere e conoscere le cose importanti in Lui e tramite Lui… Infatti, fummo chiamati a custodire le Tavole della Legge dello Spirito incise nei nostri cuori, a conversare con Gesù mediante la preghiera pura, senza intermediari come fossimo dei Cherubini…
2. Comincerò col dire con l’aiuto di Dio che dà la parola a chi annunzia questi beni, come si può trovare Cristo ricevuto nel battesimo dello Spirito (non sapete che lo Spirito abita nel vostro cuore?); quindi come si può andare avanti; infine i modi di custodire quanto è stato trovato…
I principianti hanno come punto di partenza l’azione; quelli che sono lungo il sentiero raggiungono l’illuminazione; chi è arrivato al termine trova la purificazione e la resurrezione dell’anima.

3. Due sono i modi per trovare l’energia dello Spirito che sacramentalmente ci fu data nel Battesimo:
a – la pratica, a prezzo di sforzi prolungati, dei comandamenti: permette la rivelazione di questo dono. San Marco ci dice: nella misura in cui pratichiamo i comandamenti esso fa risplendere in noi la sua luce.
b – mediante la sottomissione, raggiunta con l’invocazione metodica e costante del Signore Gesù, cioè con la memoria di Dio. Più lungo è il cammino del primo modo, più rapido quello del secondo, purché si sia appreso a scavare la terra con vigore e perseveranza per scoprire l’oro. Volendo scoprire e conoscere senza errori la verità, cerchiamo di raggiungere l’energia del cuore ponendoci oltre le forme e le figure, liberiamo l’immaginazione da qualsiasi forma o impressione di cose chiamate sante, né soffermiamoci a contemplare alcuna luce…
Cerchiamo di tenere attiva nel cuore l’energia della preghiera che dà tepore e gioia alla mente, e che accende nell’anima un amore indicibile verso Dio e verso gli uomini. Non piccola umiltà e contrizione nascerà dalla preghiera; essendo la preghiera, anche sui principianti, l’instancabile azione dello
Spirito che comincia nel cuore come fuoco gioioso e termina in una luce che diffonde un odore soave.

4. I contrassegni di questo inizio per quelli che veramente Si impegnano… possono essere: una luce d’aurora; una gioia unita a trepidazione; oppure la pura gioia, o la gioia mista di timore, o timore intessuto di gioia; e anche lacrime e angoscia. L’anima gioisce della presenza e della misericordia di Dio, trema pensando alla visitazione divina e ai suoi innumerevoli peccati. In altri l’incontro produce una indicibile contrizione e un inesprimibile travaglio dell’anima, quasi i dolori della partoriente di cui parla la Scrittura. La parola viva e attiva di Dio, che è Gesù Cristo, arriva fino a dividere l’anima dal corpo, le giunture dal midollo, per eliminare dall’anima e dal corpo quanto ancora racchiudono di passionalità.
Altri invece, sperimentano una sorta di amore e di pace indicibili verso tutti gli esseri; altri, invece, sentono un’esultanza ed un tripudio, chiamato dai Padri: movimento del cuore vivente, energia dello spirito. Fenomeno questo chiamato anche impulso e inesprimibile sospiro dello Spirito che per noi intercede davanti a Dio. Isaia lo nomina «onda della giustizia di Dio»; e il grande Efrem lo chiama «ferita»; il Signore: Sorgente di acqua che sgorga per la vita eterna, l’acqua è lo spirito che sgorga e gorgoglia potente nel cuore.

5. Bisogna tener presente che l’esultanza e il tripudio possono essere di due specie, una tranquilla ed è la pulsione, il gemito, l’intima azione dello Spirito; ed una intensa, il trasalimento, lo slancio, il volo possente del cuore vivo nel cielo divino. L’anima liberata dalle passioni riceve dallo Spirito divino le ali che la portano all’amore…
8. Nel cuore di ogni principiante operano due distinte energie: una che proviene dalla grazia, l’altra che discende dall’errore. Marco il grande eremita così ne parla: «Esiste un’energia spirituale ed un’energia satanica sconosciuta dai principianti. Ed inoltre: triplice è la fiamma che brucia nelle energie dell’uomo, una è accesa dalla grazia, la seconda è portata dall’errore e dal peccato, la terza proviene dalla sovrabbondanza del sangue. Talassio l’Africano chiama quest’ultima: Temperamento, e questo può essere domato e pacificato con un’equilibrata astinenza.

9. L’energia della grazia è una forza ardente dello Spirito che si muove con gioia e diletto nel cuore; consolida, riscalda e purifica l’anima, acquieta i pensieri agitati, e per un po’ estingue le pulsioni della carne. Questi sono i segni della sua presenza e i frutti che ne rivelano la verità: le lacrime, il cordoglio delle colpe, l’umiltà, il dominio delle forze fisiche, il silenzio, la pazienza, l’amore per la solitudine, tutto questo riempie l’anima di un senso di indubbia pienezza.

10. L’attività del peccato è la febbre del peccato che accende l’anima di voluttà, e aderendo vigorosamente alle bramosie carnali risveglia i movimenti del corpo. San Diadoco ci dice che essa è del tutto volgare e disordinata. Essa reca con sé la gioia irragionevole, la vanità, il turbamento, il basso piacere e com’è giusto dire, essendo priva di sostanza, agisce di preferenza in quei temperamenti che si dilettano nella tiepidezza. Procurando materia infiammata collabora con le passioni e con l’insaziabile ventre. Ove entra in rapporto con la complessione carnale infiammandola, mette in agitazione l’anima e la surriscalda invitandola a sé , affinché l’uomo, abituandosi ai piaceri della passione, lentamente si allontani dalla grazia.

1. Della contemplazione e di due maniere di preghiera
Esistono due maniere di unione a Dio, più esattamente ci sono due entrate per la preghiera mentale che lo spirito risveglia nel cuore. Una si ha quando la mente «aderendo strettamente al Signore» entra rapidamente nella dimora della preghiera; l’altra quando l’attività orante si svolge gradatamente e mediante un fuoco gioioso esercita la mente e la tiene ferma con l’invocazione unitiva del Signore Gesù. Lo Spirito opera in ciascuno secondo il suo beneplacito”, è quindi possibile che una forma di unione preceda l’altra nelle varie persone, nel modo che ho detto sopra.
Altre volte, quando le passioni sono affievolite per la costante invocazione a Gesù Cristo, l’evento accompagnato da un fervore divino, si manifesta nel cuore. «Dio è un fuoco che consuma» le passioni. In altri casi lo spirito attrae a sé la mente, saldandola nel cuore e impedendo né il consueto vagare dei pensieri…
2. Sull’esercizio della preghiera
All’alba getta il seme, la preghiera, la sera la tua mano non resti oziosa, dice Salomone; questo perché la preghiera non venga interrotta rischiando di perdere l’ora dell’esaudimento, «non sai quale delle due semine ti darà i suoi frutti».
Di buon mattino mettiti a sedere su uno sgabello alto un palmo; dirigi il pensiero dal dominio della mente sul cuore e costringilo a rimanervi. Curvo laboriosamente, mentre il petto, le spalle e la nuca ti faranno male, grida con perseveranza e col pensiero e con l’anima: Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me. In seguito, se per la posizione forzata, o dalla noia provocata dalla sosta prolungata sulla stessa formula (non certo a motivo del cibo uniforme e invariabile del triplice nome: Signore Gesù Cristo: perché «quelli che mi mangeranno avranno ancora fame» porta il tuo pensiero sull’altra forma dell’invocazione e ripeti: «Figlio di Dio abbi pietà di me!». Ripeti questa formula numerose volte, evita, per indolenza, di cambiarla troppo spesso, le piante trapiantate con frequenza non attecchiscono.
Controlla il respiro dei polmoni, in modo da non respirare nel consueto modo. Poiché il soffio dei respiri incontrollati che sale dal cuore oscura la mente e agita l’anima, la dissipa, l’abbandona alla distrazione, oppure le fa passare davanti ogni sorta di immagini indirizzandola insensibilmente verso ciò che non è bene. Non ti turbare se vedi sorgere l’impurità degli spiriti malvagi e prender forma nel tuo pensiero; come pure non dare attenzione ai buoni pensieri che ti si possono presentare. Tieni salda la mente nel cuore, domina la respirazione, e ripeti senza stancarti l’invocazione al Signore Gesù, ben presto brucerai e dominerai questi pensieri, fustigandoli invisibilmente col Nome divino. Giovanni Climaco dice: «Col nome di Gesù fustiga i nemici. Non c’è arma più forte, né in cielo né in terra».
3. Sulla respirazione controllata
Isaia l’eremita e con lui molti altri, riguardo al controllo della respirazione dice: «Domina l’instancabile pensiero, cioè la mente agitata e divagata dalla potenza del nemico che, a motivo della negligenza è ritornato, anche dopo il Battesimo, nell’anima neghittosa seguito da numerosi spiriti maligni, conformemente a quanto il Signore disse: «l’ultima condizione dell’uomo è peggiore della prima». Un altro dice: «Il monaco abbia l’invocazione di Dio al posto del respiro». Un altro: «L’amore di Dio deve precedere il respiro». Simone il Nuovo Teologo: «Comprimi il ritmo della respirazione in modo da non respirare nel modo abituale». Giovanni Climaco ammonisce: «Il ricordo di Gesù sia unito al tuo respiro, imparerai la forza del silenzio». E l’Apostolo Paolo afferma: «Non io, ma Cristo vive in me» operando in lui insufflandogli la vita divina. E il Signore dice: «lo Spirito soffia dove vuole», prendendo l’immagine del vento che spira. Quando fummo purificati nel battesimo, ricevemmo la eredità dello Spirito e i germi della parola interiore…
Avendo trascurato i comandamenti, custodi della grazia, siamo nuovamente caduti nelle passioni, e invece di respirare lo Spirito Santo, ci siamo riempiti del respiro dei maligni spiriti. Da essi hanno origine gli sbadigli e gli stiramenti delle membra, a dire dei Padri. Chi ha accolto lo Spirito e da Lui si è lasciato purificare, è anche da Lui riscaldato e respira la vita divina, la parla, la pensa, e la vive, conformemente alle parole del Signore. «Non siete voi a parlare ma lo Spirito del Padre che parla in voi». In maniera identica chi è abitato da uno spirito opposto al Signore, parla e agisce in maniera contraria al Signore.
L’Esicasta rimanga assiso nella preghiera senza fretta di alzarsi
Resta il maggior tempo possibile seduto sullo scanno nella laboriosa posizione di cui ho parlato; per rilassarti stenditi nella stuoia, ma per breve tempo e di rado. Rimani seduto con grande pazienza per amore di Colui che ha detto: «perseverate nella preghiera»; non aver fretta di alzarti per insofferenza di quel penoso travaglio richiesto dall’invocazione interiore della mente e dall’immobilità prolungata. Il Profeta ci ricorda: «Mi assalgono i dolori come quelli di partoriente».
Ripiegato su te stesso, raccogli il pensiero nel cuore, fa in modo che esso sia aperto e chiama in aiuto il Signore Gesù. Le spalle saranno affaticate e la testa sarà molto dolorante, tu persevera laboriosamente e amorosamente cercando il Signore nel cuore. Il Regno di Dio soffre violenza e i violenti lo carpiscono. Il Signore ha mostrato apertamente un grande amore in questi e di questi travagli. La pazienza e la costanza sono sempre il frutto di travagli fisici e mentali.
La recita dell’invocazione
I Padri suggeriscono di recitare l’invocazione per intero: «Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, abbi pietà di me» e questo è più facile….Non passare frequentemente da una forma all’altra cedendo alla indolenza, ma fallo soltanto per mantenere ininterrotta la tua preghiera. Inoltre alcuni insegnano di recitare oralmente l’invocazione, altri di ripeterla con la mente. Ti consiglio l’una e l’altra, per ovviare alla stanchezza che a volte prende la mente, altre prende le labbra. Perciò si può pregare nelle due maniere: con la mente e con le labbra, l’importante è che l’invocazione orale sia fatta con pace e senza agitazione; la voce scomposta potrebbe soffocare il sentimento e l’attenzione della mente. Questo è necessario finché la mente, addestrata con l’esercizio, non progredirà e non riceverà la forza dello Spirito per la preghiera perfetta e ardente. Allora non avrà più bisogno della parola, ne sarà incapace, contenta solo di compiere la sua opera totalmente ed esclusivamente nel pensiero.
La disciplina del pensiero
Sappi che nessuno può disciplinare da sé stesso il pensiero, se non è sotto il dominio dello Spirito. Il pensiero è indocile non che sia inquieto per natura, ma la negligenza l’ha segnato radicalmente di una disposizione al vagabondaggio. Per la trasgressione dei comandamenti di Colui che ci ha generato ci ha separato da Dio, facendoci perdere nel mondo sensibile la chiara percezione di Lui e l’unione con Lui. Da allora il pensiero errabondo e lontano da Dio, è trascinato prigioniero ovunque, e non ha altra possibilità di quiete se non col sottomettersi a Dio, rimanendogli vicino e unito gioiosamente, pregando con assidua perseveranza e confessando ogni giorno i propri peccati a Lui che è pronto a dare il suo perdono a quelli che lo chiedono nell’umile cordoglio ed invocano instancabilmente il suo santo Nome…
La ritenzione del respiro stringendo le labbra, disciplina il pensiero, ma per breve tempo, perché di nuovo comincia a dissiparsi. Quando l’energia della preghiera interviene, prende le redini del comando e lo custodisce vicino a sé , liberandolo dalle catene gli ridona la gioia. Può succedere che mentre il pensiero è fisso nella preghiera e immobile nel cuore, l’immaginazione cominci a vagare e a interessarsi di altro. Essa non sottostà a nessuno, eccettuato a chi, raggiunta la perfezione nello Spirito Santo, rimane immobile in Cristo Gesù.
Sul modo di scacciare i pensieri
Nessun principiante è in grado di scacciare un pensiero, se Dio non lo fa per primo. Soltanto i forti sono capaci di combattere e vincere i pensieri. E anche questi non lo possono fare da se stessi, ma con l’aiuto di Dio si muovono a battaglia contro i pensieri e impugnano le sue armi. Quando vengono i pensieri, invoca, spesso e con pazienza, il Signore Gesù, e li vedrai fuggire; non sopportano il fuoco del cuore acceso dalla preghiera, e corrono via quasi fossero scottati da fiamma.
Giovanni Climaco ci ammonisce di fustigare i nemici con la ripetizione del nome di Gesù; il nostro Dio è fuoco divoratore del male. E il Signore è pronto a soccorrerci, e rapido a difendere chiunque ardentemente l’implori di giorno e di notte. Chi ancora non ha raggiunto la disciplina della preghiera può sconfiggere i pensieri con un’altra tattica imitando Mosè. Se egli terrà gli occhi e le braccia rivolti al cielo, Dio allontanerà i pensieri. Dopo si rimetta seduto e con pazienza riprenda il corso della sua preghiera. Questo metodo è buono per chi non abbia ancora raggiunto l’energia della preghiera.
Anche chi possiede l’energia della preghiera, quando le passioni corporali, l’accidia e la sensualità, passioni forti e violente, cominciano ad agitarlo, spesso dovrà alzarsi e aprire le braccia implorando soccorso. Non lo faccia spesso per evitare l’illusione, e dopo breve tempo si rimetta seduto, altrimenti il nemico potrebbe ingannare la sua mente con delle fantasticherie che pretenderanno di essere l’immagine della verità. Solamente chi possiede una mente pura e perfetta può avere il pensiero immune dal male, ovunque esso si volga sia nell’alto che nel basso, o nel cuore.
Sulla recita dei salmi
Alcuni sostengono che si debbano recitare i salmi di rado, altri di frequente, altri ancora che non debbano esser detti mai Io ti avverto di preferire la recita dei salmi di tanto in tanto, per non cadere nell’irrequietezza, e non abbandonare del tutto la salmeggiatura, onde evitare la rilassatezza e la negligenza, segui l’esempio di quelli che raramente recitano i salmi. La moderazione è la migliore misura sia per i dotti che per gli indotti. La salmodia frequente va bene per chi è immerso nella vita attiva, essi ignorano l’attività mentale e conducono una vita immersa nei travagli. Quelli che praticano il silenzio, gioiscono di pregare Dio nel loro cuore e di raggiungere il dominio di propri pensieri…
Quando, seduto nella tua cella, senti che la preghiera opera nel tuo cuore non interromperla per andare a recitare i salmi, a meno che essa con il beneplacito divino, non ti abbandoni per prima. Se lo facessi, abbandoneresti Dio che sta parlandoti nell’intimo per parlargli dal di fuori e passeresti dalle alture alla pianura. Inoltre disturberesti la tua mente allontanandola dal calmo pensare. L’esichia, come il suo nome stesso dice, agisce, ma nella pace e nella quiete. Il nostro Dio è pace, fuori di ogni confusione e tumulto.
Quelli che ignorano la preghiera, s’impegnino nella frequente recita dei salmi e rimangano nella molteplicità degli impegni e non si fermino che quando, dopo una diuturna esperienza di travaglio, non avranno raggiunto la contemplazione e scoperta la preghiera spirituale che in loro era attiva. Altra è l’opera dell’esicasta, altro il lavoro del cenobita, chiunque rimanga fedele alla propria vocazione raggiungerà la salvezza… Chi pratica la preghiera per sentito dire o per le letture fatte senza una guida, si perde. Chi ha gustato la grazia reciti i salmi con discrezione, è l’insegnamento dei Padri, e attenda alla pratica della preghiera. Nei momenti di apatia reciti dei salmi e legga le sentenze dei Padri. La nave non ha bisogno di remi quando il vento tiene gonfie le vele, quando il vento soffia a sufficienza è agevole attraversare il mare salso delle passioni; ma quando c’è bonaccia vien tenuta in movimento dai remi o da un rimorchiatore.
Alcuni obiettano che i santi Padri e certi moderni hanno praticato le veglie notturne e la salmodia ininterrotta, ad esse rispondiamo con le Scritture, che in noi non è tutto perfetto, che l’entusiasmo e le forze fisiche hanno i loro confini e che quello che ai grandi appare piccolo può non esserlo in realtà, né quello che ai piccoli appare grande, non è necessariamente perfetto. Dai perfetti tutto vien fatto con facilità. Per questo, non tutti furono mai attivi né lo saranno; nessuno batte la stessa strada o segue la stessa disciplina fino in fondo. Molti dalla vita attiva sono passati a quella contemplativa, cessando ogni attività celebrarono il loro perpetuo sabato spirituale e gioiscono nel solo Signore, nutriti dal cibo divino, a motivo della sovrabbondante grazia furono incapaci di salmodiare e di pensare ad altro. Hanno conosciuto lo stupore contemplativo, anche se per breve tempo, hanno frequentato, parzialmente, il supremo dei desideri. Altri, invece, seguirono la via attiva fino alla fine, e ottennero la salvezza morendo nella speranza di ricevere la ricompensa futura. Altri hanno ricevuto in punto di morte la testimonianza della salvezza, che si è manifestata in un profumo soave dopo il decesso. Questi sono coloro che hanno preservata intatta la grazia del battesimo, ma, a motivo della schiavitù e dell’ignoranza della loro mente, non poterono partecipare da vivi alla misteriosa comunione della grazia. Altri praticarono con successo la salmodia e la preghiera, ricchi di una grazia sempre attiva e liberi da ogni impaccio. Altri, quantunque fossero gente semplice, custodirono il silenzio fino alla fine, godendo soltanto della preghiera che, perfettamente, li ha uniti a Dio. I perfetti, come abbiamo detto, possono tutto nella loro forza che è Gesù Cristo al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Sull’uso del cibo
Cosa posso dire del ventre che è il re delle passioni? Se riesci ad ucciderlo o ad annientarlo almeno per la metà, cerca di tener dura la tua conquista… ‘ una consorteria di diavoli e il ricettacolo delle passioni, per lui cadiamo, per lui ci rialziamo quando riusciamo a dominarlo… Secondo l’insegnamento dei Padri, l’alimentazione differisce molto: alcuni hanno bisogno di poco cibo, altri si accontentano del sufficiente per mantenersi forti, e sono soddisfatti quando il cibo sostiene le loro forze ed è conforme alle loro consuetudini. L’esicasta bisogna che in tutto sia parco, né deve lasciarsi andare ad eccessivi pasti. Quando lo stomaco è pesante la mente rimane annebbiata, e la preghiera non può essere praticata con chiarezza e costanza. Sotto l’influsso dei fumi del troppo cibo, uno diventa sonnacchioso, e desidera distendersi per, dormire, da questo stato derivano le innumerevoli fantasticherie che nel sonno si precipitano nella mente.
Chi vuole raggiungere la salvezza, e per amore del Signore, si fa violenza per condurre una vita di silenzio, deve contentarsi, a mio parere, di una libbra di pane, di tre o quattro bicchieri di vino e d’acqua al giorno, ed un po’ di altri cibi che può avere a disposizione. Non mangi a sazietà; seguendo questo regime alimentare, consumando cioè con sobrietà ogni genere di cibo, eviterà da una parte la vanità, dall’altra non dimostrerà disprezzo per alcun dono di Dio che sono sempre buoni e sarà grato a Dio di tutto. Tale è il comportamento di chi è saggio. Quelli poi che sono di pusilla fede, troveranno vantaggioso l’astenersi da certi cibi; l’Apostolo consiglia tali uomini di nutrirsi di erbe, non credendo, essi, che Dio sia il loro unico sostegno.
L’alimentazione ha tre modi di comportamento: l’astinenza, la sufficienza, l’abbondanza. L’astinenza significa alzarsi da tavola con un po’ di fame;
la sufficienza, significa né rimanere con la fame, né essere oberato dal cibo. Mangiare oltre la sazietà apre il varco alla follia del ventre, attraverso il quale passa la lussuria. Sii saldo in questa saggezza, scegli ciò che per te è il meglio, tenendo conto delle tue necessità senza mai travalicare i limiti. L’uomo perfetto, a dire dell’Apostolo, deve, «sia che sia sazio, sia che abbia fame, fare tutte le cose per amore di Cristo che lo rende forte».
Sulla deviazione
Voglio parlarti accuratamente della deviazione in modo che tu possa guardartene perché, per l’ignoranza, non subisca dei gravi danni e non perda la tua anima. La volontà umana è facilmente propensa a orientarsi verso la parte avversa; in modo particolare chi manca di esperienza è più esposto al nemico. Attorno ai principianti e agli stravaganti i demoni amano stendere i lacci dei pensieri e delle perniciose fantasie, e prepara dei tranelli per farli cascare, essendo la loro cittadella interiore nelle mani dei barbari. Non c’è da stupirsi se qualcuno abbia errato, o perso l’intelletto, avendo accettato la deviazione, seguendo cose contrarie alla verità, e, per mancanza di esperienza o per ignoranza, abbia visto o detto cose inverosimili. Può accadere che uno discorrendo da ignorante affermi una cosa per un’altra, e non sapendo esprimersi in modo giusto, turbi gli ascoltatori e esponga se stesso e gli esicasti alla derisione e allo scherno. Niente di strano che un principiante possa smarrirsi anche dopo molta fatica: è accaduto nel passato e nel presente a molti che cercano Dio.
L’invocazione di Dio, la preghiera mentale è la più alta opera che l’uomo possa compiere, è il vertice di tutte le virtù come l’amore di Dio. Chi, temerariamente, intraprende il cammino che conduce a Dio, al puro culto divino, al possesso di Dio in sé stesso, è facile preda dei demoni, se Dio l’abbandona. Cercando, con insolenza e presunzione, ciò che non corrisponde al suo sviluppo, si accanisce di raggiungerlo prima del tempo. Il misericordioso Dio, vedendo quanto siamo precipitosi nel volere le cose che sono al di sopra delle nostre possibilità, spesso non ci lascia soli nella tentazione, perché constatando la nostra presunzione ci riconduce alle giuste azioni, prima che diventiamo oggetto di derisione e di scherno ai demoni, di riso e disprezzo da parte degli uomini.
Tu, se stai praticando il silenzio con serietà, desiderando l’unione con Dio, non permettere che un oggetto esteriore sensibile o mentale, esteriore o interiore, fosse pure l’immagine di Cristo, o la forma di un angelo o di un santo, o la luce immaginaria si presenti alla tua mente, non accettarle. La mente possiede un potere naturale di fantasticare e, facilmente, si costruisce delle immagini fantastiche di ciò che desidera, se non si è vigilanti e si arriva in tal maniera a danneggiare sé stessi.
Il ricordo di cose buone o malvage si imprime nella mente e la conduce a fantasticare. A chi succede questo invece di divenire un esicasta, diventa un sognatore. Per questo sii vigilante a non prestare subito fede e assenso, anche quando si tratta di una cosa buona, prima di avere interrogato un esperto e di avere a lungo investigato, per evitare ogni possibile rischio. In linea generale, sii diffidente di queste immagini, mantieni la mente libera da colori, immagini e forme. Spesso è accaduto che una cosa
Se lavori a raggiungere la pura preghiera silenziosa, procedi con pace, ma con grande trepidazione e compunzione sotto la guida di sperimentati maestri. Versa continuamente lacrime per i tuoi peccati, con amara compunzione e col timore dei futuri castighi, e spaventando di essere separato in questo e nell’altro mondo, da Dio… La preghiera infallibile inviata da Dio, come pregustazione della vittoria, si è trasformata in danno per molti. Il Signore vuole mettere alla prova il nostro libero arbitrio per vedere da che lato esso pende. Chi nel suo pensiero vede qualche cosa nei sensi o nel pensiero, e pur ammettendo che esso venga da Dio, vi aderisce senza prima interrogare gli esperti, cadrà facilmente nell’errore essendo troppo disposto, propenso ad accettarla. Il principiante è bene che s’impegni nell’opera del cuore, essa non inganna, e non accetti nulla prima di aver trionfato nelle passioni. Dio non è dispiaciuto verso chi vigila severamente su sé stesso e rifiuta di accettare ciò che da Lui viene senza prima interrogare ed investigare. Anzi Dio loda la sua saggezza anche se in qualcosa lo ha offeso. Le domande non devono esser rivolte al primo che si incontra, ma a colui che ha il dono divino di dirigere gli altri, la cui vita è luminosa e che pur essendo povero arricchisce molti. Molti improvvisati a questo compito hanno danneggiato numerose persone ingenue, di ciò renderanno conto dopo la morte. Non tutti hanno la capacità di guidare gli altri, l’hanno coloro che hanno ricevuto tale mandato col dono del discernimento divino, come scrive l’apostolo di quel discernimento degli spiriti, voglio dire, che separa il bene dal male con la spada della parola. Ognuno può esser dotato di capacità discriminative sia pratiche che scientifiche, non tutti hanno il discernimento degli spiriti…
è ardente quando è accompagnata dall’invocazione a Gesù. Egli porta il fuoco nella regione del cuore. La sua fiamma brucia le passioni come pula, e riempie il cuore di gioia e di pace; scende in noi né da destra, né da sinistra e neppure dall’alto, erompe nel cuore come sorgente dallo Spirito datore di vita. Questa è la preghiera che devi desiderare di trovare e raggiungere nel cuore, conserva libera la mente da fantasticherie e spoglia di pensieri e ragionamenti. E non essere pavido, Colui che disse: Abbi fiducia sono io, non aver paura, è veramente in noi; Lui cerchiamo e Lui sempre ci protegge. Quando invochiamo il Signore non dobbiamo né aver paura, né sospirare.
Se qualcuno si è smarrito ed ha perduto il senno, ciò fu, credimi, per aver seguito il proprio capriccio e orgoglio. Chi cerca Dio nella sottomissione, e con umiltà interroga chi è più esperto, non avrà da temere alcun danno per la grazia di Cristo che vuole salvare tutti gli uomini… Chi pratica la preghiera silenziosa segue sempre questa via regale. L’eccesso in qualunque direzione produce la presunzione che è seguita dallo smarrimento. Controlla il ritmo dei pensieri, stringendo un po’ le labbra durante la preghiera, non ti preoccupare di quello delle narici come fanno gli stolti, per non soccombere all’orgoglio.
Tre sono le qualità della preghiera silenziosa: l’austerità, il silenzio, la non considerazione di sé stessi, cioè l’umiltà; queste devono essere praticate con fedeltà continuamente dobbiamo verificare se sono la nostra dimora, perché dimenticandole non ci incamminiamo fuori di esse. L’una sostiene e custodisce l’altra, da esse nasce la preghiera e cresce in maniera perfetta.
Gli inizi della grazia nella preghiera si manifestano differentemente, secondo l’Apostolo, lo Spirito divide i suoi doni conformemente al suo volere. Elia Tesbite ce ne offre l’esempio. In alcuni lo spirito del timore passa spaccando le montagne, sbriciolando le rocce, i cuori induriti, in maniera tale che al carne sembra trafitta da chiodi e lasciata morta.
In altri, si produce un movimento, un’esultanza, chiamata dai Padri un balzo, immateriale ma sostanziale nell’intimo: sostanziale perché ciò che non ha essenza o sostanza non può esistere. In altri, principalmente in coloro che sono avanti nella preghiera, Dio produce una luminosa brezza, leggera e piacevole, mentre cristo prende dimora nel cuore e misteriosamente appare nello Spirito. Per questo sul monte Horeb Dio disse ad Elia: Il Signore non è nel primo o nel secondo stato, nelle azioni personali dei principianti, ma nell’aura lieve della luce, indicando la perfetta preghiera.
Filocalia op. cit. IV p. 66-87
CALLISTO E IGNAZIO DI XANTOPULOS
Breve nota biografica
Callisto di Xantopulos visse sotto l’imperatore Andronico (1360), fu discepolo di S. Gregorio del Sinai. Visse sul Monte Athos nella skete di Magula per ventotto anni. Fu nominato Patriarca di Costantinopoli e morì durante una visita pastorale nella Serbia. Simeone di Salonicco scrive: «Nel nostro tempo l’Abate Callisto, patriarca della nuova Roma e il suo amico, avendo Dio nel cuore e mossi dallo Spirito Santo, hanno lasciato degli ottimi scritti raccolti in un volume, composti con la loro profonda conoscenza di Dio, ci danno una piena e perfetta conoscenza della preghiera di Gesù».
8. Il principio di ogni attività gradita a Dio, è l’invocazione fatta con fede, del nome salvifico di nostro Signore, Gesù Cristo. Egli stesso ci ha detto: «senza di me, nulla potete fare». Con l’invocazione bisogna perseguire la pace: «la preghiera sia fatta senza collera né contenzioni» e cercare l’amore perché «Dio è amore, chi dimora nell’amore dimora in Dio». Queste due qualità, la pace e l’amore, non solo rendono gradita la preghiera a Dio, ma a loro volta rinascono e risplendono nella preghiera come due inseparabili raggi divini che crescono e raggiungono insieme la perfezione.

9. Ciascuna di queste tre qualità, e tutt’e tre insieme, depongono e moltiplicano in noi l’abbondanza di tutti i doni divini. L’invocazione con fede del nome di Gesù, Signore nostro, rende più salda la nostra speranza di ricevere la misericordia e la vera vita che, in Lui sono contenute come in una divina e imperitura sorgente, fluiscono in noi quando pronunciamo con purità di cuore il suo nome. Con la pace che supera ogni aspettativa ed ogni confine, veniamo resi degni della riconciliazione con Dio e con tutti gli esseri creati. Con l’amore, che è superiore ad ogni lode, principio e termine della legge e dei profeti, poiché Dio ha il nome di amore, ci uniamo perfettamente a Dio. I peccati vengono cancellati dalla giustizia di Dio, e la grazia che rende figli di Dio agisce miracolosamente in noi mediante l’amore.

13. I nostri illustri maestri precettori con saggezza hanno istruito noi tutti, in particolar modo quelli che vogliono scegliere l’agone del silenzio divino e di viver solitari con Dio rinunciando al mondo per praticare l’esicasmo con intelligenza, preferendo l’invocazione al Signore ad ogni altro impegno, o cura, implorando con indomita speranza la sua misericordia. Essi devono sforzarsi, con ogni possibile mezzo, a vivere, respirare, dormire e vegliare, camminare, mangiare e bere con Lui ed in Lui, in modo generale compiere tutto ciò che i maestri hanno fatto. Quanto il Signore è assente, tutti i penosi eventi si precipitano su di noi, non lasciando spazio ad alcuna cosa profittevole, quando invece è presente il male scompare, nessun bene viene a mancare, e tutto diventa possibile. Il Signore dice «Chi dimora in me ed io in lui, produce molto frutto: senza di me non potete far nulla». Così, per quanto indegni, invochiamo con fede il tremendo e adorabile nome; arditamente dispieghiamo le vele e ci inoltriamo in questi scritti.

14. Prima di qualunque altra cosa scegli, in conformità alla parola divina, la totale rinuncia, e l’obbedienza perfetta e sincera. Per questo non risparmiarti fatica nel cercare un maestro e una guida che non possa ingannarti, e riconoscerai il suo disinteresse dalle testimonianze della divina Scrittura con le quali proverà le sue parole. Dovrà essere un uomo animato dallo Spirito e dalla vita coerente con le parole che dice, di mente aperta, umile nei pensieri, dolce nel suo comportamento, in una parola sia come deve essere uno che insegna Cristo in tutto conforme alle parole divine….Giovanni Climaco dice: «Se uno viaggia senza una guida facilmente smarrisce il sentiero e si perde, così se uno segue la vita monastica guidato dalla sua personale volontà con facilità sbanderà dal giusto cammino, anche se possiede la più vasta sapienza del mondo». Per questo molti, per non dire tutti, di coloro che procedono senza obbedienza o guida, per quanti siano i loro travagli e fatiche, sognano, come nel sonno, di seminare molto, mentre in verità i loro raccolti sono magri. Avendo organizzato la loro vita in conformità al loro arbitrio e preferenza, raccolgono pula invece di grano…
15. …Secondo il mio parere posso dire che il vero obbediente debba seguire, con tutta la vigilanza, le seguenti cinque virtù: prima di tutto la fede: una fede pura e sincera nel suo maestro, fino a considerarlo e obbedirgli come se fosse lo stesso Cristo. Il Signore Gesù dice: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi, disprezza me; chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato». Al secondo posto viene la verità, l’obbediente bisogno che sia veritiero nelle parole, nei fatti, nell’accurata confessione dei suoi pensieri; è scritto: «il principio delle tue parole è la verità»… al terzo posto viene il rifiuto di compiere la propria personale volontà, il fare la propria volontà reca danno all’obbediente, egli deve continuamente porre da parte il proprio volere, e deve far questo volontariamente, non costretto dal suo maestro. Inoltre non deve mai contraddire o polemizzare in alcuna maniera. La contraddizione e le polemiche non sono convenienti per l’uomo religioso… Esse sono figlie della vanità, amica della mancanza di fede e dell’orgoglio; e all’opposto, la loro assenza è segno di una disposizione giustamente e sapientemente umile. Al quinto posto viene la virtù di manifestare al maestro, sinceramente e esattamente, tutto… Giovanni Climaco dice: «Quando le piaghe vengono manifestate non peggiorano potendo esser curate»…

16. Chi vuole sinceramente vivere una vita di silenzio in Dio deve cercare di avere la fede ortodossa e insieme di essere ricolmo di opere.
a – Il Salvatore dice: «Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma chi compie la volontà del Padre mio che è nei cieli»’. Anche tu, amatissimo, se desideri il silenzio divino, non con vane parole, ma con le opere e con la verità procura non solo di avere la fede ortodossa ma di essere ricolmo di opere buone…
Sii in pace con tutti, per quanto dipende da te, libero da distrazioni, privo di pensieri agitati, non posseduto da inutili ansietà, taciturno, silenzioso, grato di tutto, consapevole delle tue debolezze. Tieni sopra queste cose un occhio insonne, vigila attentamente sulle numerose e varie tentazioni che ogni giorno ti assalgono, affrontando con pazienza e con cuore intrepido qualunque tribolazione e tristezza che possa capirti…
b – Due generi di fede.
Secondo le parole divinamente ispirate della Scrittura, ci sono due generi di fede: una comune a tutti i cristiani ortodossi, ed è quella in cui siamo stati battezzati e nella quale ci allontaneremo da questo mondo; l’altra che appartiene a pochi. Questi sono coloro che, nell’adempimento di tutti precetti divini, hanno attuato in sé stessi l’immagine e la somiglianza di Dio. Resi ricchi dalla divina luce della grazia, hanno posto in Dio tutta la loro speranza in modo che conformemente alle parole del Signore quando pregano non si fermano a pensare alle cose che domandano, con fede chiedono e subito ricevono ciò che è necessario. Tali uomini beati raggiungono, attraverso le opere, giusta solidità di fede, perché hanno rinunciato con risolutezza ad ogni conoscenza e speculazione, immergendosi totalmente nel divino rapimento della fede, della speranza e dell’amore di Dio, sperimentando una trasformazione in uno stato migliore e di maggior benedizione compiuta «dalla destra dell’Altissimo», come afferma David il divino salmista… S. Isacco di Siria scrive: «La fede è più sottile della conoscenza, come la conoscenza è più sottile delle sensazioni. I santi hanno seguito questo modo di vita ispirato ad una venerazione timorosa di Dio, con il potere della loro fede dimorarono nel godimento di questa soprannaturale vita… Per fede intendiamo quella qualità che viene accesa nell’anima dalla luce della grazia; essa, attraverso la testimonianza della mente rende saldo il cuore con la sicurezza della speranza e lo tien lontano da ogni stima di sé stesso, e si rivela non in ciò che le orecchie sensibili ascoltano, ma nella contemplazione con gli occhi dello spirito dei misteri sepolti nell’anima, di quel tesoro di grazia che rimane velato agli occhi dei figli della carne. Misteri che sono rivelati dallo Spirito a chiunque mangi alla mensa di Cristo, praticando i suoi comandamenti…
c – Il Silenzio.
S. Isacco dice: «Chi tiene a freno la propria bocca dal troppo parlare, custodisce il cuore dalle passioni. Chi ha il cuore libero dalle passioni, vede Dio in ogni momento. Se poni in un piatto della bilancia tutte le tue pratiche ascetiche e nell’altro metti il silenzio, vedrai che quest’ultimo supera le prime. Ama sopra tutte le cose il silenzio, ti avvicinerà al raccolto dei frutti, la lingua non riesce a spiegare queste cose. Prima di ogni altra cosa imponiamoci il silenzio. Dio ti conceda di assaporare qualche dono che nasce dal silenzio. Quando comincerai questo genere di vita, non riesco a dirti quale e quanta luce vi troverai. Il silenzio è il mistero del secolo futuro, le parole sono lo strumento del mondo presente. . . »

d – L’amore della solitudine.
S. Basilio il Grande dice: «la vera ricerca del silenzio è l’inizio del cambiamento dell’anima», S. Isacco ci ammonisce: «l’ultimo stadio della vita silenziosa è il silenzio essenziale». Con queste parole il primo tratteggia rapidamente i primi passi nell’esperienza del silenzio, il secondo ne descrive gli ultimi frutti…
S. Giovanni Climaco dice: «Il primo frutto del silenzio è il distacco dalle ansietà delle cose, siano esse buone o cattive, chi apre la porta alle ansietà delle cose buone, può esser sicuro che l’aprirà anche a quelle cattive. Il secondo frutto e la preghiera senza stanchezza; il terzo l’incessante operosità del cuore. Nell’ordine naturale delle cose non è possibile leggere un libro senza conoscere l’alfabeto, molto più impossibile è acquistare i due ultimi frutti del silenzio, senza aver raggiunto il primo.
S. Isacco scrive: «La costante e serena attesa della morte è necessaria per condurre una vita di silenzio Chi non intraprende il cammino del silenzio con questo pensiero, non sopporterà ciò che dovrà affrontare e tollerare, ad ogni evenienza».

19. Il metodo naturale per entrare nell’intimo del cuore servendoci della respirazione unita all’invocazione: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio abbi pietà, essa è utile al raccoglimento mentale.
Sai bene fratello, che il respiro che inaliamo è l’aria, e lo ispiriamo con l’ausilio del cuore, e non di un altro organo. Il cuore è infatti il principio della vita e del calore nel corpo. Il cuore attira il respiro per emettere fuori il proprio calore con l’espirazione, e assicurarsi in tal modo una temperatura ideale. Il principio o meglio lo strumento di questa operazione sono i polmoni. Costruiti dal Creatore con leggero tessuto, essi assorbono ed emettono l’aria senza posa come un mantice. In tal modo il cuore assorbendo da una parte l’aria fredda ed emettendo quella calda, eseguisce senza fallo il compito che gli è stato assegnato per l’equilibrio dell’essere vivente.
Poniti a sedere nella tua cella, raccogli la tua mente, e falla discendere nella via che la respirazione segue per discendere nel cuore. Spingila e forzala a discendere nel cuore insieme all’aria inspirata. Quando vi sarà entrata le cose che proverai non saranno prive di gioia e di gaudio. Come uno che torna a casa dopo esserne stato lontano, non trattiene più la gioia di poter ritrovare i suoi figli e la moglie; così la mente quando si trova unita all’anima, è ricolma di gioia e di gaudio inesprimibile…
L’intenzione principale del beato Padre è questa: di ricondurre la mente dalla sua abituale divagazione, dalla sua prigionia, dalla sua dissipazione, per riunirla, con questo metodo, all’attenzione su se stessa, e renderla una sola cosa con la preghiera per farla discendere insieme alla preghiera nel cuore, e fissarvela per sempre.

20. Per chi vuole conoscere di più aggiungo anche questo: alleniamo la mente a discendere dentro di noi insieme al respiro, e impareremo in pratica che nel momento in cui la mente discende bisogna che sia libera da ogni pensiero, riunificata e nuda in se stessa, e non abbia altra memoria che quella dell’invocazione di Gesù Cristo . Reciprocamente quando ritorna verso il mondo esterno, si ritrova, contro voglia, divisa in molteplici ricordi.

23. Chiunque voglia praticare la sobrietà mentale, specialmente chi è principiante, deve vivere, durante il tempo della preghiera, in una celletta silenziosa e oscura, perché con questo mezzo, la mente e i pensieri possano essere raccolti e unificati… La vista, distrae e disperde la mente negli oggetti che osserva, la tormenta e la dissipa. Se invece la vista viene imprigionata, come è stato detto, in una celletta tranquilla e oscura i pensieri cesseranno di essere divisi e dispersi dalla vista e dallo sguardo. Così la mente, di buon grado o no, comincerà ad acquetarsi ed in sé stessa si raccoglierà. S. Basilio dice: «La mente non turbata dalle cose esterne e non dissipata dai sensi in mezzo alle cose del mondo, rientra in sé stessa.

24. Ma prima di queste pratiche, prima di qualunque cosa, la mente conduce a termine questo combattimento col soccorso della grazia divina. La grazia divina porta a compimento l’invocazione monologica rivolta a Gesù Cristo con la purità di cuore, senza distrazione. In nessun modo può essere raggiunta dal solo naturale esercizio della respirazione, praticata in un luogo tranquillo e oscuro. Questo non potrà mai essere! I santi Padri, suggerendo questo metodo, non hanno pensato ad altro che ad uno strumento per concentrare il pensiero ricondurlo in sé stesso dalla sua abituale dispersione, e fissarlo nell’attenzione.
I pensieri raccolti e l’attenzione concentrata fanno nascere la preghiera ininterrotta, pura e libera da distrazioni. S. Nilo dice: «L’attenzione che cerca la preghiera troverà la preghiera; ciò che naturalmente accompagna l’attenzione è la preghiera. Applichiamoci con ogni cura all’attenzione!» Se tu, figlio mio, vuoi la vita e desideri trascorrere dei giorni felici, e dimorare incorporeamente nel corpo, segui la regola che ti ho proposto.

25. Al tramonto del sole, dopo aver invocato l’aiuto del Signore Gesù Cristo, il misericordioso e potente, mettiti seduto su uno sgabello, in una celletta tranquilla e oscura, raccogli i tuoi pensieri dalle abituali distrazioni e vagabondaggi, spingilo insieme al respiro nel cuore, e attaccati alla preghiera: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me! In questo modo contemporaneamente al respiro, tu vieni a introdurre nel cuore le parole della preghiera, come Esichio dice: «Unisci al tuo respiro la sobrietà, il nome di Gesù, l’ininterrotto ricordo della morte e l’umiltà, queste portano un grande vantaggio».
Unisci anche alla preghiera il pensiero del giudizio, il premio che accompagnerà il bene e il male, considerati il più grande peccatore e il più spregevole dei demoni. Tieni ben presente che sei meritevole delle pene eterne. Se uno di questi pensieri ti apportano il dono della contrizione, delle lacrime e del pianto, interrompi questo pensiero finché le lacrime spontaneamente non cessino.
Se il dono delle lacrime ancora non ti è dato, rimani fermo nella preghiera e fisso su questi pensieri, almeno per un’ora. Quindi alzati, recita attentamente la piccola Compieta, torna di nuovo a sederti, e riprendi con tutte le forze la preghiera, con purezza e senza distrarti, senza preoccupazioni, pensieri, fantasticherie e in piena vigilanza durante una mezz’ora. Per obbedire a colui che ha detto: «Durante la preghiera all’infuori della respirazione e del nutrimento, metti da parte tutte le altre cose, se vuoi riunificarti con la tua mente. Segna te stesso e il tuo giaciglio con il segno della venerabile e vivificante Croce; stenditi sul giaciglio, pensa ai premi e ai castighi futuri; all’aspetto effimero e ingannatore delle cose temporali, all’improvviso sopraggiungere della morte riservata a tutti… Dopo aver esaminato come hai trascorso la giornata, stenditi sul tuo giaciglio, senza abbandonare la preghiera, seguendo il consiglio di chi ha detto: La memoria di Gesù condivida con te il sonno. Dormi per cinque o sei ore; regola il tuo sonno con la lunghezza della notte.

26. Quando ti sveglierai, ringrazia Dio e implorane l’aiuto, e riprendi il tuo più importante lavoro: la pura preghiera del cuore, compiuta senza distrazione per un’ora. In quest’ora la mente è d’ordinario tranquilla e serena. ‘ prescritto di offrire a Dio le primizie, il nostro primo pensiero che dobbiamo indirizzare al Signore Gesù Cristo con la pura preghiera nel cuore. S Nilo dice: «Se offri sempre il tuo primo pensiero a Dio come un frutto maturo, raggiungerai la perfetta preghiera». Dopo recita i salmi del mattutino…
Dopo la recita dei salmi, mettiti di nuovo seduto e prega nel tuo cuore, con purità e senza distrazioni, come ti ho mostrato, e questo fa’ per un’ora e di più se il Dispensatore di tutti i beni te lo concederà. Giovanni Climaco dice: «Durante la notte occupa il tempo più nella preghiera che nella recita dei salmi. Lungo i giorni misura la tua preghiera sulle forze che hai».
Se, dopo esserti impegnato in questo modo, ti accorgi di essere indebolito dalla accidia e vedi che la tua mente è distratta da qualche avvenimento, alzati e, rimanendo in preghiera, con ogni possibile sforzo cerca di raggiungere uno stato di piena vigilanza. Quindi rimettiti a sedere e prega con intensità, mettendo tutta la tua cura nel parlar con pura preghiera a Dio puro. Alzati di nuovo, recita sei salmi e il salmo 51 e il canone che preferisci. Torna, dopo questo, a sederti e prega per una mezz’ora con sincera sobrietà! Alzati di nuovo e canta le lodi a Dio, la dossologia consueta dell’ora prima. Dopo questo concludi…

31. Il lunedì, il giovedì e il venerdì osserva le «none», cioè prendi il cibo solo una volta al giorno all’ora nona. Mangia non più di sei once di pane o di cibo asciutto, non raggiungere la sazietà, bevi tre o quattro tazze d’acqua…

32. Il martedì e il mercoledì prendi il cibo due volte al giorno. Sei once di pane, con moderazione del cibo cotto, un po’ di alimenti secchi. Se sei abituato a bere il vino, bevine tre o quattro tazze, annacquato. La sera mangia metà quantità di pane, qualche alimento secco o qualche vegetale, bevi del vino annacquato, una o al massimo due tazze se hai molta sete…

33. Ogni Sabato, ad eccezione del Sabato Santo, puoi consumare due pasti al giorno, come il Martedì e il Mercoledì…

34. La Domenica consuma due pasti, come hai fatto il Sabato. Questa regola va strettamente osservata eccetto in caso di malattia… Non cercare le comodità che confortano la carne.
S. Isacco dice: «L’anima che ama Dio, solo in Dio trova conforto». Miglior cosa è scegliere il lavoro e la vita povera e l’umiltà. Un santo ha lasciato scritto: «La fatica e l’umiltà acquistano Cristo».

37. Dopo esserti fortificato con il cibo… mettiti seduto e leggi gli scritti che parlano della sobrietà, in particolare quelli dei Padri. Se le giornate sono lunghe riposa per un’ora. Dopo esserti alzato fa qualche lavoro con le mani, continuando a pregare. Poi riprendi la preghiera come sopra è stato esposto; leggi di nuovo, metti ogni cura nell’essere umile e nel ritenerti al di sotto di ogni altro uomo…
S. Barsanufio dice: «Se vuoi raggiungere la salvezza, obbedisci con le azioni. Solleva i piedi dalla terra, conduci la mente nel cielo e lì rimani col pensiero giorno e notte. Contemporaneamente con ogni tua capacità senti di essere spregevole, sforzati di considerarti l’infimo di tutti. Questa è la via giusta; altra non è offerta all’uomo che vuole arrivare alla salvezza appoggiandosi a Cristo che alo rende forte». Chi desidera corra, chi desidera corra, corra chi desidera arrivare. Di questo io rendo testimonianza davanti al Dio vivente che vuole salvare chiunque sia disposto. S. Giovanni Climaco afferma: «Non feci digiuni, non vegliai a lungo, non dormii sulla nuda terra, umiliai me stesso, cercai di sentirmi un nulla, e il Signore mi ha dato la salvezza». . .
Dopo riprendi la preghiera, con purezza e senza distrazioni fino al tramonto. Canta il consueto ufficio vespertino e la preghiera finale, fiducioso con cuore puro che in proporzione alle nostre fatiche e travagli per acquisire la virtù e nella misura dei nostri sforzi, Dio ci concederà i suoi doni, la sua ricompensa e le sue consolazioni. David, il santo re, dice: «Nella solitudine dei miei intimi travagli, le tue consolazioni allietano l’anima mia».

38. In aggiunta a tutto quello che ho detto sappi, fratello, che i metodi, le regole e gli esercizi sono stati pensati e fissati per la nostra incapacità a pregare con purezza e senza distrazioni. Quando, per la benignità e la grazia del Nostro Signore Gesù Cristo, riusciamo a possederla, allora, superando la molteplicità e la dissipazione, ci troviamo uniti con l’Uno, il Semplice, l’Unificatore, al di là di tutti i ragionamenti in maniera diretta. Il glorioso Teologo dice: «Quando Dio si unisce agli uomini divinizzati, e viene da loro conosciuto, il loro cuore è colmo di splendore per la penetrazione dello Spirito Santo…». Se vuoi arrivare a questi nuovi misteri
nelle azioni e in realtà, mediante l’esperienza di Gesù Cristo, sforzati di pregare con cuore puro e raccolto, sempre ed in ogni momento, qualunque cosa tu stia facendo. Perseverando diventerai dal piccolo lattante che sei «uomo adulto nella statura della pienezza di Cristo»…

39. Riguardo al numero delle genuflessioni, sappiamo, dalle direttive dei Santi Padri, che devono essere trecento, esse devono esser praticate ogni giorno ed ogni notte dei primi cinque giorni della settimana. Da esse dobbiamo astenerci il Sabato e la Domenica e in quei giorni stabiliti dalle consuetudini, ispirate ad alcune misteriose e segrete ragioni. Alcuni compiono un numero più grande di genuflessioni, altri meno, conformemente alle loro forze e alle loro scelte. Tu segui le tue forze…

41. Chi vive seguendo la carne e comportandosi contro natura, ha perso totalmente la capacità di giudizio. Chi invece è risoluto nell’abbandonare il male e nel seguire il bene ed entra nel regno del bene aprendo le orecchie all’insegnamento, acquista un piccolo grado di capacità di giudizio, quello proprio dei principianti. Chi vive ed agisce in conformità alla sua anima e alla sua natura, cioè con sentimento giusto e capacità di giudizio, accede a un grado superiore di vita e riesce a vedere e a giudicare, per questa sua capacità, ciò che lo concerne e ciò che riguarda gli altri uomini. Chi infine conduce una vita conforme allo Spirito e al di sopra della natura, vede, giudica se stesso con maggior chiarezza avendo superato i limiti della propria passionalità, e anche quelli dello stato dei principianti e dei proficenti e avendo raggiunto, per la grazia di Gesù Cristo, la perfezione, cioè, l’illuminazione transustanziale e la più perfetta capacità di giudizio. Egli può vedere e giudicare gli altri con rettitudine e perfetta esattezza; mentre lui in se stesso, anche se esposto pienamente all’altrui vista, non può essere né visto, né giudicato nella sua realtà. L’Apostolo dice: «L’uomo spirituale giudica tutte le cose, e da nessuno può venir giudicato».

45. Chi inizia la pratica del silenzio deve trascorrere i suoi giorni e le sue notti nel compimento di cinque opere gradite a Dio. Nella preghiera: nella costante ripetizione del nome del Signore Gesù Cristo, introducendolo nel cuore per mezzo della respirazione nasale, come sopra è stato detto, lentamente, poi espellendolo con le labbra chiuse senza pensieri e immaginazioni estranee. Questa va praticata nel raccoglimento della cella e bisogna sia accompagnata da un’astinenza estesa al controllo del cibo, del sonno, dei sensi, insieme a una sincera umiltà. Quindi la recita dei salmi, la lettura degli scritti apostolici, del Vangelo, delle opere dei santi Padri, in particolare i capitoli sulla preghiera e la sobrietà della mente, e le altre divine parole dello Spirito. Il ricordo doloroso dei propri peccati nel cuore; la meditazione del giudizio di Dio, della morte, della punizione e della ricompensa ecc., un piccolo lavoro manuale per bandire l’indolenza…

48. La preghiera, compiuta col cuore, con l’attenzione e la sobrietà, libera da divagazioni di pensiero e di immaginazione, con la ripetizione delle parole «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio», silenziosamente e immaterialmente porta la mente verso colui che è invocato. Con le parole «abbi pietà di me», il pensiero rientra in sé stesso, quasi non sopporti l’idea di pregare per se stesso. Raggiungendo l’esperienza dell’amore perfetto, si rivolgerà unicamente al Signore Gesù Cristo, avrà la certezza, della seconda parte (del perdono dei peccati).

49. Per questa ragione i santi Padri non consigliano di dire sempre la preghiera per intero, ma alcuni insegnano di ripeter la completa invocazione, altri di dirne la prima metà, altri la seconda, a seconda delle forze e dello stato di colui che prega. Il divino Crisostomo ci esorta a ripetere l’intera formula: «Vi scongiuro, fratelli, a non abbandonar mai e a non trascurare la regola della preghiera. Ricordo un Padre che diceva: Che monaco è mai chi trascura o abbandona la regola della preghiera? Mangiando o bevendo, in casa, o compiendo qualche lavoro, viaggiando o facendo qualunque altra cosa, un monaco instancabilmente dica l’invocazione: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me! L’evocazione del nome del Signore Nostro Gesù Cristo, lo renderà ardente nel combattimento contro il nemico. Con questa invocazione l’anima… potrà scoprire ciò che è ancora malvagio in sé stessa prima, poi vedrà quanto in lei c’è di buono. L’invocazione risveglierà il serpente, l’invocazione lo sottometterà. L’invocazione farà emergere il male che in noi ancora sussiste, l’invocazione lo distruggerà; risveglierà tutta l’energia del nemico nel cuore, l’invocazione gradualmente la vincerà e la sradicherà. Il nome del Signore nostro Gesù Cristo, discendendo nelle profondità del cuore, dominerà il serpente che insidia i pascoli del cuore, e condurrà l’anima alla salvezza e alla vita. Dimora costantemente nel nome del Signore Gesù Cristo, così che il cuore divori il Signore e il Signore il cuore, e i due divengano una sola realtà vivente. Questa opera non si porta a termine in uno o due giorni, domanda molti anni e tempi non brevi. Lungo travaglio e tempo sono necessari per allontanare il nemico e per rendere abitabile il cuore a Cristo.

S0. Troverai le parole della preghiera non solo nei santi Padri e negli scritti che di essa parlano, ma anche ben prima di loro negli Apostoli, Pietro Paolo e Giovanni. Uno di loro disse: «Nessun uomo è in grado di dire Gesù è il Signore, se non in virtù dello Spirito Santo»; un altro disse: «La grazia e la verità vennero per opera di Gesù Cristo»; e: «Ogni spirito che afferma che Gesù Cristo è disceso nella carne, è da Dio». L’apostolo prescelto tra tutti gli altri, rispondendo alla domanda posta dal Salvatore ai discepoli: «Chi dicono che sia il Figlio dell’uomo?» rispose con la gloriosa professione di fede: «Tu sei il Cristo il figlio del Dio vivente». Quelli che vennero dopo di loro, i nostri gloriosi maestri, in particolare coloro che abbracciarono la via della vita solitaria e silenziosa nel deserto, ricomposero questi detti pronunciati dalle tre colonne della Chiesa, in maniera frammentaria e parziale, in una unità e la offrirono come parola rivelata dallo Spirito Santo. Con l’aiuto dello Spirito Santo che in loro dimorava unirono armoniosamente e in modo meraviglioso le varie parole, così si sviluppò la sacra invocazione e la consegnarono ai loro seguaci perché la custodissero e la trasmettessero nella stessa forma. Osserva il suo stupendo ordine e la successione delle parole, che portano in maniera evidente il sigillo della sapienza celeste! Un apostolo pronunciò il nome del Signore Gesù; un altro quello di Gesù Cristo; il terzo: Cristo Figlio di Dio. Come l’uno segue l’altro, e come attentamente uno tien conto di ciò che il precedente ha detto, in perfetto armonioso accordo.. . In tal modo la divina invocazione fu composta, intrecciata e intessuta con saggezza e equilibrio, come corda formata da tre elementi… Le parole finali: «Abbi pietà di me»… furono aggiunte dai padri in vista di quelli che nel cammino della virtù sono tutt’ora fanciulli, dei principianti e degli imperfetti. Chi è avanti e perfetto può essere contento della prima parte… e alle volte della sola invocazione del nome di Gesù… sufficiente per colmarlo di inesprimibile gioia e benedizione che sorpassano ogni pensiero, visione e audizione. . .

51. I principianti possono recitare a volte tutta la preghiera, altre volte una sola parte, ma siano impegnati a pregare ininterrottamente e col cuore. S. Diadoco ci dice: «Chi dimora costantemente nel cuore è immune dagli aspetti incantatori della vita presente. Camminando nello spirito, non sperimenta la lussuria della carne. Egli si muove sotto la protezione delle virtù, la vigilanza delle virtù custodisce le porte della sua cittadella; ogni sortita dei demoni contro di lui viene sgominata». S. Isacco scrive: «Chi vigila ogni momento sulla sua anima, ha il cuore allietato dalle rivelazioni. Chi concentra la visione della mente nel proprio intimo vedrà sorgere l’alba dello Spirito. Chi aborrisce da ogni divagamento mentale, vedrà, nel suo stesso cuore, il Signore».
Per questo è bene astenersi dal frequente cambiamento dell’invocazione, la mutevolezza e il cambiamento frequenti, abituerà la mente a non concentrarsi su un oggetto, ma a divagare e a rimanere non stabilmente ferma in sé stessa; e non produce frutti come un albero frequentemente trapiantato.

52. San Giovanni di Karpathos dice: «Lungo travaglio e prolungato tempo sono necessari a chi, con mente ardente, cerca un nuovo cielo nel proprio cuore dove Cristo dimora, l’Apostolo infatti dice: «Non sapete ancora che Gesù Cristo è in voi tutti, eccetto che nei reprobi?».

53 . La perseveranza pratica di questo metodo per raggiungere la preghiera pura e priva di distrazioni, conduce l’orante e al superamento degli ostacoli che concernono i pensieri e i rapporti esteriori, e allo stato di preghiera pura e priva di distrazioni, alla costante dimora della mente nel cuore senza più alcuno sforzo. In questo stato non ha più bisogno di costringere la mente nel cuore servendosi della respirazione, ma essa amerà dimorarvi e pregare senza interruzione. S. Esichio dice: «Chi non possiede la preghiera libera da distrazioni, è privo di armi per il combattimento. Per preghiera intendo quella che è costantemente attiva nelle. profondità del cuore, e che con l’invocazione di Gesù Cristo flagella e sconfigge gli invisibili attacchi del nemico». E ancora quest’uomo santo dice: «Beato chi tiene unito il pensiero alla preghiera di Gesù, chiamandolo senza stanchezza nel cuore, come l’aria aderisce al nostro corpo o la fiamma alla lucerna. Il sole, passando sulla terra, vi porta la luce del giorno; il nome santo venerabile del Signore Gesù illuminando di continuo la mente, vi risveglia un’innumerevole copia di pensieri solari.

54. Questa preghiera è chiamata ed è la preghiera del cuore, pura e senza distrazioni, da essa nasce nel cuor un certo calore… Esso è quel fuoco che il Signore Gesù Cristo è venuto a portare sulla terra nei nostri cuori, dove prima crescevano le erbacce
delle passioni e che ora per opera della grazia producono dei frutti spirituali… S. Isacco scrive: «L’intenso impegno nella preghiera accende uno smisurato calore, un vivo fuoco nel cuore di pensieri ardenti, che a loro volta ascendono nella mente. Operando in tal maniera raffinano la mente col loro calore e le portano il dono della visione. Questo calore, frutto della grazia della contemplazione fa scaturire la sorgente delle lacrime. Dopo breve tempo le incessanti lacrime portano la pace del calmo pensiero dell’anima e la mente viene purificata, con la mente pura l’uomo è in grado di contemplare i misteri di Dio, ed è pronto a vedere le rivelazioni e i simboli che si offrirono allo sguardo di Ezechiele»… S. Elia Ekdikos scrive: «L’anima, liberata da tutte le cose esterne e unificata nella preghiera, viene avvolta dalla preghiera come da fiamma, come da fuoco che avviluppa il ferro e tutta diventa avvampata. L’anima rimanendo sé stessa, come il ferro rovente, non può essere toccata da nessuna cosa esteriore. Beato colui che nella presente vita diviene degno di questa esperienza, e pur colui che, nella presente vita, diviene ardente per opera della grazia».

66. La mente è pura quando, libera dall’ignoranza, viene illuminata dalla luce divina. L’anima è pura quando, libera dalle passioni, gioisce senza sosta dell’amore di Dio. Il cuore è puro quando, avendo una costante memoria di Dio libera da forme e da immagini, è apparecchiato a non ricevere altre impressioni all’infuori di quelle divine, e con le quali Lui desidera manifestarglisi.
La mente è perfetta quando, avendo ricevuto per la fede la conoscenza di Dio, che è oltre ogni scienza, e contemplato tutte le sue creature, riceve da Dio la conoscenza della sua Provvidenza e dei suoi giudizi manifestati in essa, naturalmente nella misura possibile ad esseri umani.
L’anima è perfetta quando la forza dei suoi desideri è totalmente indirizzata a Dio. Il cuore è perfetto quando, vuotato da ogni naturale impulso verso le cose e le immagini, come tavoletta pulita e levigata Dio può scrivervi le sue leggi.
La purezza della mente si ha quando, secondo S. Diadoco, essa «Si è lasciata purificare dal solo Spirito Santo»… S. Isacco dice: «Quando una mente si spoglia del vecchio Adamo e si riveste dell’uomo di grazia, sperimenta la purezza come l’azzurro del cielo». Andando avanti, nel modo da me descritto, nella pura preghiera spoglia di fantasie e di immagini, potrai affrettarti sulle orme dei santi. Altrimenti tu sarai un sognatore e non un esicasta, e da questo Dio ti preservi!

75….Chi potrà spiegare la dolcezza del miele a chi mai l’ha assaggiato? ‘ molto difficile spiegare a chi mai l’ha sperimentata la divina dolcezza e la transustanziale sorgente della viva gioia che sgorgano dalla vera e pura preghiera del cuore…

76. Questa spirituale dolcezza, questa transustanziale sorgente di vita è contemporaneamente un essenziale splendore e luce, una bellezza inimmaginabile, l’estremo desiderio dei desideri, la conoscenza di Dio e la misteriosa deificazione. Essa resta inesprimibile anche nelle espressioni che si possono tentare, irriconoscibile anche dopo averla conosciuta, incomprensibile anche dopo averne avuto una qualche comprensione. Dionigi il Grande così ne parla: «Preghiamo di entrare in quella tenebra più luminosa della luce e, attraverso la non visione e la non-conoscenza, di poter vedere e conoscere Lui che è oltre la visione e la conoscenza, di poter contemplare la sua invisibilità e la sua inconoscibilità. Questo è vedere e conoscere, cantare in modo transustanziale Colui che è transustanziale: negare in Lui ogni qualità creata».

96. Il principio e la sorgente di queste nuove cose, impossibili a descriversi con parole, è il silenzio unito ad un perfetto distacco, all’attenzione e alla preghiera, fondato stabilmente e protetto invincibilmente dall’adempimento dei comandamenti divini. Il distacco, il silenzio, l’attenzione e la preghiera, producono nel cuore un movimento e vi provocano quell’ardore che brucia le passioni e i demoni, purificando il cuore come in una fornace. Un desiderio incolmabile ed un amore per il Signore Gesù Cristo nascono; la fonte delle dolci lacrime si apre e scorre nel cuore purificandolo come ramoscello di issopo, l’anima e il corpo vengono santificati dal pentimento, l’amore, la gratitudine, la professione della fede sono accresciuti. Una pace infinita, una impensabile calma di pensiero discendono nell’anima, accompagnati da una splendida luce, brillante come neve. Il termine di questo cammino è la liberazione dalle passioni, per quanto è possibile all’uomo, la resurrezione dell’anima prima di quella del corpo, l’assunzione dell’immagine e della somiglianza divina, la trasfigurazione e il ritorno attraverso la prassi e la contemplazione della fede, della speranza e dell’amore, il totale orientamento verso Dio e l’unione senza intermediari con Lui, l’estasi, la quiete e la dimora in Lui. Nel mondo presente, questa dimora in Lui è una promessa come in uno specchio e in un enigma; nella vita futura essa sarà la visione faccia a faccia di Dio, l’unione perfetta con Lui e la gioia per sempre.

Filocalia op. cit. IV 195; 220-246; 252-256.

S. SIMEONE IL NUOVO TEOLOGO
Breve nota biografica

Simeone nacque nel 949 a Galati in Paflagonia, fu educato alla corte di Costantino Porfirogeneto. Nel 977 entrò nel monastero studita per mettersi sotto la guida di Simeone Eulabis, il Pio. Un anno dopo entra nel monastero di S. Mamos, sotto la disciplina del higumenos Antonio cui successe nella carica di superiore. Non ebbe facile vita nel monastero, la sua fedeltà intransigente, la sua dottrina coerente e coraggiosa lo posero in contrasto con le autorità ecclesiastiche, nel 1009 fu condannato dal Santo Sinodo all’esilio. Egli sosteneva che il cristiano non sviluppa pienamente la grazia del Battesimo fintanto non arrivi alla coscienza della presenza dello Spirito Santo e non veda la luce gloriosa di Dio. Senza questa maturazione interiore è temerario fondere la propria azione cristiana nel Battesimo ed esercitare, qualora uno sia prete o vescovo, il potere di sciogliere e legare. Sbarcato a Crysopoli, restaurò un antico romitaggio dedicato a Santa Marina, fu raggiunto da un piccolo numero di discepoli, morì il 12 marzo 1022.
Lasciò numerosi scritti, la Filocalia ne riporta tre: I Capitoli pratici e Teologici; il Metodo dell’attenzione e della preghiera, che probabilmente non può essergli attribuito; un Sermone sulla fede.
I Precetti pratici e Teologici.
1. La fede è la disposizione a morire per amore di Cristo, in conformità al suo comandamento, e con la convinzione che questa morte apporta la vita. In questa disposizione la povertà è stimata ricchezza. La pochezza e la condizione dimessa appaiono come vero onore e gloria; nel niente possedere c’è la certezza di avere tutto. Soprattutto, la fede è il possesso dell’invisibile tesoro della conoscenza di Cristo, essa fa considerare le cose visibili come polvere e fumo.

2. La fede in Cristo non è soltanto nella non valutazione dei piaceri della vita, ma nella paziente e serena sopportazione con la quale l’anima affronta le prove, le afflizioni, le amarezze, gli avvenimenti spiacevoli, fino al momento in cui Dio rivolge a noi il suo sguardo paterno…

3. Chi, in qualunque maniera, antepone l’amore verso i suoi parenti al comandamento di Dio, non ha fede in Cristo… Il segno dei veri credenti è nel rifiuto di trasgredire alcun comandamento di Dio Onnipotente e del Salvatore nostro Gesù Cristo.

4. La fede in Cristo, vero Dio, è madre del desiderio dei beni eterni e del timore dei tormenti. Desiderio dei beni migliori e timore dei tormenti sono
i presupposti della fedele osservanza dei comandamenti, questa fa sperimentare all’uomo la propria fragilità. L’esperienza della propria fragilità fa nascere il costante ricordo della morte. Chi sente sempre vicina la morte, cerca di capire con ogni cura ciò che lo attende dopo l’esodo e l’abbandono della vita. Chi cerca diligentemente di conoscere le cose future, bisogna che si spogli delle cose presenti. Chi è attaccato alla pur minima cosa delle realtà temporali, non potrà mai conoscere quelle future. Anche se la bontà divina gli ha concesso di pregustare qualcosa delle realtà future, se non rinuncia ad ogni suo attaccamento, e non s’impegna all’acquisizione assoluta di questa conoscenza, non permettendosi neppure un pensiero che lo distorni da essa, verrà privato anche della sapienza che pensa di aver raggiunto.

5. L’abbandono del mondo, e la totale rinuncia ad esso, con la completa separazione dalle realtà mondane: consuetudini, opinioni, figure, e con la rinuncia alla carne e alla propria volontà, operano un grande avanzamento di vita in chi è animato da tale ardente zelo.

6. Se vuoi fuggire il mondo, vigila perché la tua anima non ricerchi le consolazioni abituali, fintanto che in esso vivrai, anche se i tuoi parenti ed amici ti consigliassero di farlo. Essi sono spinti dai demoni che vogliono estinguere l’ardore del tuo cuore; se non riusciranno a distoglierti dal tuo proponimento, cercheranno sempre d’indebolirlo e raffreddarlo.

9. Chiunque voglia separarsi dal mondo deve amare Dio con le più riposte profondità dell’anima, acquisire un senso costante della sua presenza, niente più di questo spinge l’uomo alla gioiosa rinuncia di tutto e a fuggire dalle cose mondane come da escrementi.

10. Non voler restare a lungo nel mondo, sia per motivi plausibili o no; appena sei chiamato, affrettati ad obbedire. Nulla è più gradito a Dio della nostra pronta obbedienza accompagnata dalla povertà, essa è migliore del ritardo accompagnato da molte ricchezze.

11. Il mondo e le sue cose sono passeggere, Dio è permanente ed immortale, abbiate gioia voi che per suo amore avete abbandonato la corruzione. Il denaro ed ogni piacere sono corruttibili. I comandamenti di Dio sono luce e vita, con questi nomi sono chiamati da tutti.

25. Chi può vedere con gli occhi del corpo, sa quando è notte e quando è giorno, chi è cieco ignora l’una e l’altra. Chi ha l’uso degli occhi dello spirito può guardare la luce vera e soprasensibile; se gli succede di regredire alla sua cecità anteriore e di venir privato della luce è anche pienamente consapevole di questa privazione e non ignora i motivi di ciò che gli è capitato. Chi invece è cieco dalla nascita non può esserne consapevole mancandogli e l’esperienza e l’azione della vista interiore. Egli conosce queste cose da lui non viste, solo per sentito dire, e può anche parlarne ad altri, pur non sapendo né lui, né i suoi ascoltatori la verità delle cose di cui stanno parlando.

28. Come la fiamma del fuoco si erge sempre in alto, specialmente se la materia infiammabile viene attizzata; così il cuore di un vanaglorioso non potrà essere umile. Basta che tu gli dica qualcosa di carezzevole lo vedrai esaltarsi ancora di più, ma se lo ammonisci e lo avverti lo vedrai contestare vigorosamente. Se lo lodi e lo conforti, si esalta ancora di più, penosamente.

30. Chi è polemico assomiglia ad uno che deliberatamente Si consegna ai nemici del suoi re. La polemica è un arpione costruito a fil di logica, esso ci porta ad ingoiare l’amo del peccato. In tal maniera l’anima miserella, rimane agganciata nella lingua e nella gola, e viene devastata dai mali spiriti. Ora tornando a galla, ora precipitando nell’abisso tenebroso del peccato, e verrà giudicata con quelli che precipitarono dal cielo.

32. Se vuoi rinunciare al mondo e imparare a vivere in conformità del Vangelo, mettiti sotto la guida di un maestro sperimentato che abbia conoscenza delle passioni, altrimenti invece di ricevere la vita del Vangelo verrai istruito sulla vita del diavolo. Il maestro capace dà delle buone lezioni, quello incapace dà dei cattivi ammaestramenti. Il seme bacato produce delle piante malate.

33. Prega Dio con molte lacrime, perché t’invii una guida libera da passioni e santa. Scruta le sacre Scritture, in particolare gli scritti ascetici dei Padri, perché tu possa confrontare l’insegnamento che ricevi dal tuo maestro e dalla tua guida. Potrai vedere, come in uno specchio, quanto e come essi Siano d’accordo. Così potrai assorbire e assimilare nei tuoi pensieri ciò che corrisponda alle Sacre Scritture, e dopo matura riflessione mettere da parte ciò che ad esse non sia consono, altrimenti potrai smarrirti. Sai
bene che nei nostri giorni sono apparsi molti seduttori e falsi profeti.

34. Chi è cieco e cerca di fare da guida ad altri, è un seduttore, trascina i suoi seguaci nell’abisso della perdizione. Il Signore ci ha lasciato questa parola: «Se un cieco conduce un altro cieco, cadranno tutt’e due nella fossa».

35. Chi è cieco nei confronti dell’Uno, è cieco nei confronti di tutte le cose. Chi ha la visione dell’Uno, ha la visione di tutte le cose. Avendo escluso la visione differenziata di tutte le cose, è dentro la visione di tutte le cose pur rimanendo separato dalla molteplicità delle realtà visibili. Dimorando nell’Uno contempla gli esseri, se invece dimora nella molteplicità non ne vede la completezza nell’Uno. Contemplando nell’Uno può vedere e se stesso e tutte le cose ricomposte nell’unità, rimanendo immerso nell’Uno non si disperde nella visione del molteplice.

36. Chi con percezione cosciente non ha ancora rivestito la sua mente e il suo spirito dell’immagine del Signore nostro Gesù Cristo, Uomo celeste e Dio, null’altro è se non carne e sangue che non può apprendere direttamente la gloria spirituale, ma solo indirettamente attraverso ciò che gli altri dicono. Ed è paragonabile a chi è nato cieco, non può concepire la luce del sole se non mediante ciò che ascolta.

37. Chi vede, ascolta e apprende nel modo sopraddetto: rivestendo l’immagine dei cieli e divenendo «uomo perfetto», conforme alla misura della pienezza di Cristo, ha la capacità di guidare il gregge
di Cristo nei pascoli dei divini comandamenti. Se uno invece non ha sperimentato queste cose, s non essendo conforme alla pienezza di Cristo ha i suoi sensi non illuminati e non sani, è bene che preferisca di esser guidato piuttosto che guidare gli altri, per non costituire e per sé stesso e per gli altri un pericolo.

38. Chi è intento a seguire il suo maestro e la sua guida come seguirebbe Dio, non si perde in discussioni. Chi afferma che le due cose sono possibili, la sequela e la contestazione, sappi che è nella via dell’errore; non conosce l’armonia esistente tra l’uomo di Dio e Dio stesso.

39. L’uomo convinto che la sua vita e la sua morte sono in mano del suo pastore, non si perde in discussioni. La contestazione nasce dall’assenza di questa persuasione, e ciò causa la morte spirituale ed eterna.

45. I demoni gioiscono di quel monaco che disputa col suo padre, gli angeli invece, quando vedono un monaco che si umilia fino alla morte, sono riempiti di stupore. Costui compie l’opera di Dio, rendendosi simile al Figlio di Dio, che obbedì al Padre fino alla morte di Croce.

50. Chi acquista la purezza del cuore, domina la paura. Chi è ancora in cammino verso la purezza ora è dominato dalla paura ora riesce a dominarla. Chi non riesce per niente nella purezza, o diventa del tutto insensibile per l’amicizia delle passioni e dei demoni, rigurgita di vanità e di presunzione pensa di valere qualcosa mentre è un niente; oppure rimane schiavo, consegnato alla paura e, come
fanciullo, trema ed è spaventato; per chi teme il Signore non esiste né paura, né tremore.

52. Chi è sostenuto dal timore di Dio, non ha paura di vivere in mezzo ad uomini malvagi. Possedendo il timore di Dio, portando l’invincibile corazza della fede, è forte in ogni impresa e riesce a compiere cose che agli altri sembrano impossibili. Cammina in mezzo a loro come gigante tra piccole scimmie, come leone ruggente tra cani e volpi, confidando in Dio li riempie di stupore con la forza del suo intelletto, soggioga le loro menti, con parole di r saggezza simili a scettro di ferro.

55. Sii attento a non demolire la tua casa con voler costruire l’abitazione del tuo vicino. ‘ un compito difficile ed arduo, perciò sii attento che non ti capiti ridurre a maceria la tua casa, nel qual caso non potrai costruire quella di un altro.

57. Chi non è libero dalle passioni, non sa niente dell’immunità dalle passioni, né può immaginare che sulla terra esista qualcuno libero da esse. Chi prima non rinuncia a sé stesso e non sparge il suo sangue per questo genere di vita veramente benedetto, come potrà pensare che qualcuno lo possa aver fatto per raggiungere l’invulnerabilità dalle passioni? Così chi solo immagina di avere lo Spirito Santo ed in realtà non lo possiede, quando sente dire che le azioni dello Spirito Santo sono chiaramente riconoscibili in coloro che Lo posseggono; si rifiuta di credere; e neppure sarà capace di credere che nel nostro tempo esistano uomini che eguagliano gli Apostoli di Cristo e i Santi di tutte le età, e che sono, similmente a loro, animati e ispirati dallo Spirito di Dio, o che l’hanno coscientemente visto e conosciuto. Ognuno giudica gli altri dal suo personale stato, da ciò che in lui di bene o di male sia.

58. Una cosa è l’invulnerabilità delle passioni dell’anima, altra cosa l’invulnerabilità da quelle del corpo. La prima santifica anche il corpo e per il suo proprio splendore e per la luce dello Spirito; mentre la seconda in sé stessa è inutile anche per quelli che l’hanno acquistata.

59. Come uno che dall’estrema povertà viene elevato alla dignità del Re, rivestito di splendida veste e chiamato a stare alla sua presenza, guarda a lui con devozione e lo ama come suo benefattore, gioisce delle vesti magnifiche, è consapevole della sua dignità e delle ricchezze che gli appartengono. Così il monaco dopo avere abbandonato il mondo e le cose temporali per mettersi alla sequela di Cristo, osservandone i comandamenti, si eleva alle altezze della visione spirituale e fissando lo sguardo senza smarrimento in Dio constata con chiarezza la trasformazione che ha raggiunto. Contempla in continuazione la grazia dello Spirito che l’avvolge di luce, e che vien chiamata veste e porpora regale. Essa è Cristo, il Signore stesso, perché chi crede in Lui da Lui è rivestito.

60. Molti leggono le Scritture, altri ne ascoltano la lettura. Pochi hanno la capacità di comprendere la forza ed il significato di ciò che vien letto. Alcuni pensano che il contenuto della Sacra Scrittura sia senza significato, altri lo ritengono difficile ad esser creduto, e lo interpretano in maniera errata. Pensano che ciò che è detto del tempo presente debba venir riferito al futuro, e le parole che alludono al futuro ritengono o come già compiute o che stanno
avverandosi nel presente. Così non hanno un giusto criterio per una vera discriminazione tra le cose umane e quelle divine.

61. Noi che abbiamo il dono della fede, dobbiamo guardare gli altri sacerdoti come un’unità, e pensare che ciascuno di loro è Cristo, cercando di essere animati nei loro rapporti dall’uomo pronto a dare per essi la propria anima. Per nulla cosa al mondo dobbiamo pensare o dire di qualcuno che è malvagio, ma ritenere tutti buoni, come dicevo. Se incontri qualcuno immerso nelle passioni, non odiarlo essendo tuo fratello, odia le passioni, che lo aggrediscono. Quando t’imbatti in uno che si è arreso alla tirannia della cupidigia e delle cattive abitudini, abbi per lui una più intensa compassione. Pensa che anche tu potresti avere simili prove, sei ancora sotto il dominio della mutevole materia.

84. Dal santo battesimo riceviamo la remissione dei peccati, siamo resi immuni dall’antica maledizione, santificati dalla presenza dello Spirito Santo, ma non ancora ci è concessa la grazia perfetta per la quale Dio abita in noi e si muove con noi. Questa appartiene a chi si rivela con delle opere saldamente fondate sulla fede. Dopo il battesimo possiamo deviare in azioni malvage e disonorevoli e perdere completamente la santificazione ricevuta. Solo cambiando direzione, confessando e piangendo le colpe possiamo di nuovo ricevere, in conformità alle nostre azioni, il perdono delle colpe e la santificazione della grazia che viene dall’alto.

86. La grazia dello Spirito Santo vien data come arra alle anime che sono promesse a Cristo. Senza l’anello del fidanzamento una fanciulla non è sicura di unirsi al suo uomo col legame del matrimonio, così l’anima non ha la certezza di unirsi col suo Signore e Dio, di sposarsi misticamente e ineffabilmente a Lui per godere della sua inaccessibile bellezza, se prima non ha ricevuto la prova del suo amore, i segni della sua grazia e di possederlo coscientemente.

93. Il tetto di una casa è sostenuto dalle fondamenta e dalle altri parti dell’edificio, le fondamenta e le altre strutture sono costruite per reggere il tetto, l’uno e le altre sono necessarie e utili, né il tetto senza le fondamenta e le altre parti viene costruito, né le fondamenta e i muri senza il tetto costituiscono un’abitazione. Altrettanto avviene per l’anima: la grazia dello Spirito Santo è conservata dall’osservanza dei comandamenti, e l’adempimento dei comandamenti è la base gettata per ricevere la grazia dello Spirito Santo. La grazia dello Spirito Santo non può rimanere in noi senza l’obbedienza ai comandamenti, né l’osservanza dei comandamenti può essere utile e benefica senza la grazia divina.

94. Una casa lasciata senza tetto dall’incuria del costruttore non solo non serve a niente, ma espone il proprietario al ridicolo. Allo stesso modo chi con l’osservanza dei comandamenti è riuscito a gettare i fondamenti e ad innalzare gli alti muri della virtù se non riceve la grazia dello Spirito Santo e non vede né riconosce la sua presenza nell’anima, rimane incompleto ed è oggetto di commiserazione da parte dei perfetti. Le cause della privazione della grazia possono essere queste due: la negligenza del cambiamento di mente, oppure perché scoraggiato dall’insieme vasto delle virtù necessarie, ne ha trascurata qualcuna che appariva come minore, ma che in vista della completa costruzione dell’edificio era indispensabile, e senza di essa non è stata possibile la rifinitura del tetto, naturalmente sempre con la grazia dello Spirito Santo.

95. Il Figlio di Dio è venuto sulla terra per riconciliare con la sua intercessione noi, suoi nemici, con il Padre e per unirci a sé per mezzo del suo santo e consustanziale Spirito, chi è privato di questa grazia quale altre ne potrà trovare? ‘ chiaro che costui non è riconciliato col Padre, né può essere unito al Figlio mediante la grazia dello Spirito Santo.

96. Partecipando allo Spirito divino si è liberati dalle bramosie delle passioni, ma non dalle necessità della natura corporea. Liberi dai legami della bramosia passionale, avendo gustato la gloria e la dolcezza immortale, siamo costantemente stimolati ad ascendere per vivere con Dio, non permettendoci di separarci neppure per un istante dalla sua contemplazione e dall’inesauribile gioia di essere con Lui. Agitati dalla carne e dalle seduzioni, siamo lacerati dalle forze che ci spingono ad abbandonarlo, per ritornare verso il basso. La sofferenza di questi momenti penso sia paragonabile a quella che sperimenta l’anima del peccatore quando sta per distaccarsi dal corpo.

97. Come per chi è attaccato alla vita corporale e ai piaceri mondani il distaccarsene è esperienza di morte: così per chi ama la purità e Dio, la più breve separazione mentale da essi è esperienza di morte. Chi sta godendo della luce sensibile, se chiude gli occhi e se qualcuno gli impedisce di tenerli aperti, ne è infastidito e rattristato sé da non sopportare a lungo, specialmente se stava guardando qualcosa di necessario o di piacevole. Molto di più si verifica questo per, chi illuminato dallo Spirito Santo, sta contemplando mentalmente, in maniera diretta sia da sveglio che dormendo, quelle beatitudini che occhio mai vide, orecchio mai ascoltò, cuore mai sperimentò e che gli stessi angeli di Dio bramano comprendere. Come potrà non soffrire se qualcuno cerca di distoglierlo dalla loro contemplazione. Per lui questa esperienza è vera morte e privazione della vita eterna.

103. Chi ha rinunciato al mondo e a tutte le cose che sono, per la fede che ha in Dio, crede che il misericordioso e il clemente Signore accolga quelli che a Lui ritornano; è anche consapevole che Dio eleva i suoi servi dalla disistima alla stima, dalla povertà estrema alla opulenza, dagli insulti e dalle umiliazioni al trionfo, attraverso la morte li rende eredi e partecipi alla vita eterna. Corre veloce spronato da queste prove come cervo assetato alle sorgenti imperiture; le prove sono scala ascensionale verso l’alto. Lungo la scala gli Angeli ascendono e discendono per sostenere i viandanti, Dio che sta al vertice di essa osserva con amore i nostri sforzi e le nostre fatiche compiute con le nostre energie, e misericordioso ci offre la ricompensa come se ci fosse dovuta.

104. Dio non lascia che precipitino quelli che con ardore si dirigono verso di lui, vedendoli stanchi dona loro forza e aiuto, dando loro la mano dall’alto li porta vicino a sé ; li aiuta in modi manifesti e segreti, di cui non sempre sono consapevoli, finché giunti all’ultimo gradino si appressano a Lui per unirsi perfettamente con Lui, dimentichi di tutto il travaglio terreno diventano una sola cosa con Lui, e
fruiscono di inesprimibili benedizioni sia sui loro corpi sia fuori del loro corpo, non saprei dire.

117. L’unico motivo che spinge gli uomini, pieni della grazia di Dio, e perfetti nella conoscenza e nella saggezza che viene dall’alto, ad andare nel mondo per incontrarvi la gente che vi vive è quello di disporli al compimento delle buone opere mediante l’osservanza dei comandamenti, dando loro l’occasione di ascoltarli, di farli comprendere e di esserne persuasi. Gli uomini che vivono nel mondo non essendo guidati dallo Spirito di Dio, si muovono nel buio, non conoscendo né dove vanno, né se vanno avanti nell’osservanza dei comandamenti; potranno sollevarsi dalla presunzione che li avvolge se riceveranno la vera istruzione dello Spirito Santo e accogliendo senza ipocrisia o orgoglio la volontà divina si convertiranno, in questo modo potranno ricevere qualche dono spirituale. Se questo utile servizio non riusciranno a compiere verso quelli che hanno avvicinato, piangendo sulla durezza del loro cuore se ne tornano alle loro celle, pregando giorno e notte per la loro salvezza. Chi vive costantemente con Dio ed è ricolmo di ogni grazia, non può avere altra preoccupazione all’infuori di questa.

121. L’aver compassione di un unico uomo non porta a salvezza, mentre il solo disprezzo verso un fratello getta nell’inferno. ‘ chiaro che le parole «ebbi fame, ebbi sete» non sono limitate ad una sola volta, ne ad un sol giorno, ma si estendono a tutta la vita. Nello stesso modo le altre parole: mi avete sfamato, dissetato, rivestito e così di seguito, non indicano un solo caso ma un’abitudine costante verso ognuno. Il Signore e Dio Gesù Cristo, ha detto che è Lui stesso che riceve questi servizi nella persona di ciascuno e di tutti i suoi seni.

124. Piacque a nostro Signore di rivestire la somiglianza di ogni povero, e ha identificato sé stesso con ogni tribolato, perché chiunque creda in Lui non sia tentato di sentirsi superiore a nessuno dei fratelli, spinto piuttosto a considerarsi minore e peggiore degli altri uomini; proprio come si sente inferiore al suo creatore. Accolga l’infelice con onore, sia pronto a finire tutti i suoi averi per lui, imitando il Signore che esaurì il suo sangue per la nostra salvezza.

126. Chi reputa il suo prossimo uguale a sé stesso, non tollera di avere qualcosa di più di lui. Se possiede e non distribuisce il suo con piacere per divenire q`s_____üü______ _ü______¥______ ___ _^___nte il comando del Signore. Lo stesso dicasi per chi ha un po’ di pane e rimanda a mani vuote un accattone, o se rifiuta di fare per il prossimo ciò che gli viene domandato, e lo invia da un altro, non vuole dare a chiunque gli richieda soccorso. Così uno che dia il cibo, la bevanda e le vesti ed ogni altro genere di aiuto a tutti i bisognosi che incontra, ma disdegna e respinge uno solo di loro, deve esser considerato come uno che ha trascurato Nostro Signore quando era affamato ed assetato.

128. Come i comandamenti generali comprendono e racchiudono in sé i comandamenti particolari, così le virtù principali contengono quelle minori. Chi, per esempio vende e distribuisce i suoi beni ai poveri, divenendo indigente, adempie con un sol gesto tutti i comandamenti relativi alla povertà. In conseguenza lui non deve dare a chi qualcosa gli chiede, né è tenuto a rispondere a chi gli
chiede un prestito. Similmente chi prega senza interruzione, adempie in questo tutti i precetti che concernono la preghiera; non è più tenuto a cantare le lodi di Dio per dieci volte al giorno, neppure nelle ore dell’alba, del Vespro o del mezzogiorno, avendo compiuto tutto il suo dovere riguardo alla regola di celebrare e recitare le preghiere in tempi e ore stabilite.
Alla stessa maniera chi ha raggiunto il cosciente possesso di Dio, elargitore di Sapienza, è in possesso del contenuto di tutte le Scritture Sacre, e ne detiene come frutto i doni che la lettura può apportare; per questo non ha più la necessità di leggere dei libri. Che bisogno ha di leggere dei libri se può conversare con Colui che ha ispirato gli estensori delle Sacre Scritture, e se porta in sé stesso indelebilmente iscritti tutti i suoi ineffabili misteri? Lui stesso diventa per gli altri un libro ispirato, e contiene i misteri vecchi e quelli nuovi, scritti nella sua anima dalla mano di Dio, avendo compiuto tutto può riposarsi, da tutti i suoi lavori, in Dio, nella più alta perfezione.

162…. Il santo e benedetto Simeone fu interrogato una volta sulla natura del Sacerdozio. Rispose: «Non ho la qualità per essere Sacerdote. Conosco con certezza come deve essere colui che si appresta ad offrire sacrifici a Dio. Prima di tutto gli è richiesta la purezza del corpo e dell’anima e che sia immune da ogni colpa. Inoltre sia dimesso nelle sue abitudini e azioni esteriori e nelle disposizioni interiori. Inoltre quando sosta davanti la sacra mensa, vedendo con gli occhi del corpo le oblate sante, contempli interiormente la Divinità. Soprattutto cerchi di far suo Colui che è presente in maniera invisibile nei doni sensibili, e Lo senta coscientemente presente nel suo cuore, in tal modo potrà presentare con coraggio le offerte, e, in un colloquio da amico ad amico, potrà dire: “Padre nostro che sei nei cieli, il Tuo nome sia santificato”. Questa preghiera rivela che l’orante ha nel suo cuore Colui che e Figlio di Dio per natura insieme al Padre e allo Spirito Santo. Ho conosciuto dei sacerdoti di questa grandezza, ed ora fratelli e padri miei lasciatemi tranquillo».
Di lui si conservano anche queste parole, le disse per distornare da sé stesso il plauso degli uomini, e come spinto a parlare dal suo amore per gli uomini. Disse: «Un monaco sacerdote amichevolmente mi confidò: “mai ho celebrato i misteri divini senza vedere lo Spirito Santo che discendeva su di me come nel giorno m cui il Metropolita recitava su di me la preghiera dell’ordinazione sacerdotale e poneva sul mio indegno capo l’Omoforio. Gli domandai ” Sotto quale forma hai visto lo Spirito Santo? ” Rispose: “Senza forma, nella sua pura semplicità, simile a fiamma. Quando vidi questa visione, mai vista prima, rimasi stupefatto e mi domandai cosa mi stava accadendo. Una voce silenziosa e chiara risuonò in me: ‘In questa forma illuminai i Profeti e gli Apostoli, ed ora illumino i santi eletti da Dio. Io sono lo Spirito Santo di Dio’. A Lui la lode e la potenza per tutti gli eoni. Amen.

(Filocalia, op. cit. vol. III p. 237-270)
S. SIMEONE IL NUOVO TEOLOGO
Discorso sulla fede: istruzioni a quelli che vivendo in mezzo al mondo, e alle preoccupazioni terrene dicono di non poter raggiungere la perfezione delle virtù; racconto molto utile per chi si trova agli inizi del cammino.
…ascoltate questo racconto. Viveva a Costantinopoli un giovane ventenne di nome Giorgio. Questo accadde nel nostro tempo. Bello di aspetto, dal comportamento e dai modi esteriori disinvolti. Per questo, molti valutando solo le apparenze e non conoscendo ciò che è nascosto in ciascuno, diventano critici malevoli degli altri. Divenne familiare di un monaco, uomo di santi costumi, che viveva in un monastero di Costantinopoli. A Lui manifestò i segreti reconditi del cuore, il suo vivo desiderio di salvare la propria anima, il suo sogno di abbandonare il mondo facendosi monaco. Il venerando anziano dopo averlo opportunamente incoraggiato e dategli le necessarie istruzioni gli porse il libro di S. Marco l’asceta col quale tracciò le sue direttive spirituali. Il giovane accolse il libro con avidità e rispetto come se Dio stesso glielo avesse affidato; ripose in esso la fiducia di trarne grande beneficio e abbondante frutto… La sua speranza non fu delusa da quel libro.
Scelse tre paragrafi sulla vita monastica, e li impresse nel suo cuore proponendoseli come modello e sforzandosi di sperimentarli volendo progredire nella vita intrapresa. Il primo paragrafo diceva: Se cerchi la guarigione dell’anima abbi cura della tua coscienza, fa’ quello che ti suggerisce e ne avrai un grande vantaggio.
Il secondo diceva: Chi cerca la grazia attiva dello Spirito Santo prima di aver adempiuto i comandamenti divini, è simile a quello schiavo che, nello stesso momento del suo acquisto, reclama e il prezzo del riscatto e le lettere di emancipazione. Il terzo era questo: Chi prega con le labbra senza aver prima la scienza spirituale, non conoscendo la preghiera cosciente, è simile al cieco che gridava: «Figlio di David abbi pietà di me». Quando però avrà acquisito la scienza spirituale e la preghiera cosciente e avrà aperti gli occhi dell’anima, è paragonabile all’altro cieco che guarito dalla cecità e riavuta la luce degli occhi vide il Signore, non lo chiamò Figlio di David, ma lo venerò come Figlio di Dio.
Questi tre paragrafi piacquero molto al nostro giovane, e fu persuaso che con l’attenzione alla sua coscienza i mali della sua anima sarebbero stati guariti; che avrebbe ricevuto le energie attive dello Spirito Santo con l’obbedienza ai comandamenti di Dio; e che infine la grazia dello Spirito Santo gli avrebbe dischiuso gli occhi interiori sé da poter vedere con la mente purificata il Signore.
Egli fu ferito dall’amore di questa inesprimibile bellezza, e pur non potendola ancora contemplare, era mosso verso di essa da un desiderio intenso e la ricercava assiduamente nella speranza di finalmente incontrarla. Non fece niente di eccezionale, come lui stesso mi assicurò con giuramento, ogni sera, senza eccezione, praticò, e giammai andò a letto senza averle compiute, quelle preghiere e prostrazioni che gli erano state consigliate da quel santo anziano.
Dopo qualche tempo la coscienza cominciò a suggerirgli di aumentare di poco il numero delle prostrazioni e dei salmi e di ripetere «Signore Gesù abbi pietà di me», un maggior numero di volte. Egli obbedì con slancio e fece quanto gli veniva suggerito come se Dio stesso glielo comandasse.
Da allora non si mise mai sul suo giaciglio se la coscienza lo rimproverava di non aver fatto questo o quello. Ascoltava sempre la sua coscienza, né mai tralasciava ciò che gli consigliava di fare. Ogni giorno la sua coscienza esigeva qualcosa di più, in pochi giorni la sua preghiera serale prese delle notevoli proporzioni. Durante la giornata dirigeva la casa di un grande funzionario. Ogni giorno doveva recarsi al palazzo reale, e spesso era occupato in affari assillanti. Ogni sera tornava nella sua dimora, nessuno poteva rendersi conto di ciò che gli accadeva. I suoi occhi spargevano abbondanti lacrime, compiva numerose prostrazioni e genuflessioni, rivolgeva molte preghiere alla Madre di Dio con sospiri e gemiti che venivano dal cuore. Si rivolgeva al Signore Gesù Cristo, si prostrava ai suoi piedi purissimi, come se fosse corporalmente presente. Gli chiedeva di aver misericordia di lui, come l’ebbe per il cieco, e di aprire gli occhi della sua anima … Ogni notte le sue preghiere si fecero sempre più lunghe, finché rimase in preghiera fino alla mezzanotte. Mai si permise, durante la preghiera, gesti di stanchezza o di noia, o posizioni più confortevoli. Teneva lo sguardo immobile senza girarsi a destra o a sinistra, senza guardare alcunché; rimaneva immobile con timore e tremore per non addormentarsi, per allontanare l’accidia e la sonnolenza.
Dopo non molto tempo mentre era in preghiera e con mente consapevole ripeteva: «Dio abbi pietà di me peccatore», una luce divina illuminò la stanza e l’orante. Giorgio in stato di estasi non sapeva se fosse nella sua stanza, o sotto un tetto, non vedeva altro che luce da tutti i lati, dimenticò di essere sulla terra. Le preoccupazioni terrene si dileguarono, i pensieri propri dell’uomo ancora rivestito di carne scomparvero. Divenne totalmente dissolto in questa luce transustanziale, ed ebbe l’impressione di essere lui stesso diventato luce. Dimenticò il mondo e si trovò immerso nelle lacrime ed in una gioia ineffabile. La sua mente si innalzò verso il cielo e vide un’altra luce, più splendida di quella che l’avvolgeva, e in mezzo a questa luce vide il santo anziano che gli aveva dato il libro di San Marco l’eremita e i precetti sulla preghiera…
Ho già detto molto in lode di questo giovane per stimolarvi ad un amore simile, in sua imitazione. Volete ascoltare qualcosa ancora, qualcosa di più grande, che mai avete sentito dire? Cosa c’è di più grande del Timore di Dio? S. Gregorio il teologo dice: «Il primo passo verso la sapienza è il Timore di Dio. Dove esiste il Timore, i comandamenti sono osservati; dove c’è l’osservanza dei comandamenti la carne è purificata, questa nube che avvolge l’anima e impedisce la visione diretta della luce divina; dove la carne è purificata la luce erompe, lo splendore della luce sazia quei desideri che sono al di là di tutti i desideri». Con queste parole, il santo ci ha indicato che l’illuminazione dello Spirito e l’infinita meta di ogni qualità dell’anima, e chiunque raggiunge l’illuminazione dello Spirito va oltre i limiti del mondo sensibile e comincia a vivere con la sua coscienza unicamente nelle realtà spirituali…
1. Sui tre modi di preghiera

Esistono tre modi di attenzione e di preghiera, per essi l’anima può elevarsi e progredire, oppure cadere e perdersi. Chi usa di questi metodi nel modo e nel tempo giusto progredisce, chi invece li pratica inopportunamente e insipientemente si smarrisce.
L’attenzione e la preghiera sono unite inseparabilmente come il corpo è legato all’anima, se l’uno manca l’altra non sussiste. L’attenzione procede e controlla i movimenti del nemico come un’avanguardia, è la prima ad ingaggiare la lotta col peccato, e ad opporsi ai pensieri malvagi che vorrebbero entrare nell’anima. La preghiera ne segue le orme, sterminando e distruggendo tutti i pensieri malvagi contro i quali l’attenzione è entrata in lotta, la sola attenzione non ha la forza di distruggerli.
– Da questo combattimento contro i pensieri malvagi condotto con l’attenzione e la preghiera dipende la vita dell’anima. Servendosi dell’attenzione possiamo render pura la preghiera e compiere dei progressi; se non ci serviamo dell’attenzione per conservarla pura e la lasciamo incustodita, diventa inquinata dai pensieri malvagi e diveniamo degli inservibili falliti…
2. Sul primo modo dell’attenzione e della preghiera

Queste sono le caratteristiche dei primo modo: uno si mette in orazione, solleva le mani, gli occhi e la mente verso il cielo, tiene fermi nella mente i pensieri di Dio, immagina i beni celesti, le schiere degli angeli e le dimore dei santi, riunisce, in una
parola, nella mente quanto ha appreso dalle Sante Scritture e durante la preghiera vi si sofferma, esortando l’anima ad essere desiderosa di Dio e del suo amore. Gli può capitare in questo stato di versare delle lacrime e di piangere. Può succedere, se uno segue soltanto questo modo, che poco a poco il suo cuore s’inorgoglisca senza che lui l’avverta, e pensi che ciò che esperimenta gli venga dalla grazia di Dio come consolazione, e comincia a domandare a Dio di poter rimanere sempre in quello stato. Ma questo è segno di smarrimento, il bene quando non è compiuto come si deve non è più bene.
Se quest’uomo s’impegna in una vita solitaria totale difficilmente potrà sfuggire alla follia. Se questo per un puro caso non avvenga, gli sarà impossibile raggiungere il possesso della virtù e il calmo pensiero. Questo modo contiene un altro rischio di deviazione: uno può vedere con gli occhi del corpo delle luci e dei fulgori, gustare dei profumi soavi, sentire dei suoni e altre simili cose. Alcuni ne sono rimasti del tutto invasati, nella loro insania hanno cominciato a vagolare da un luogo all’altro; altri, scambiando il diavolo per un angelo della luce, sono rimasti ingannati, fino a diventare incorreggibili rifiutando di accogliere l’ammonimento dei fratelli. Altri, istigati dal diavolo, si sono suicidati gettandosi chi da un precipizio, chi impiccandosi…
Da quanto abbiamo detto non è difficile, per chi ha buon senso, comprendere quale rischio sia incluso in questo primo modo di attenzione e di preghiera (quando venga considerato come l’unico nella via della preghiera). Anche se qualcuno evita questi pericoli nel praticarlo perché vive in una comunità, ai suoi rischi sono esposti particolarmente gli eremiti, sappia che non farà nessun passo avanti nella vita spirituale.

3. Sul secondo modo di attenzione e di preghiera

Questo è il secondo modo di attenzione e di preghiera: l’orante ritrae la mente dagli oggetti sensibili e la raccoglie nel suo intimo; vigila sui sensi e unifica i suoi pensieri in modo che interrompano il vagabondaggio tra le vanità mondane. A volte esamina i suoi pensieri, a volte si ferma a considerare le parole che le sue labbra pronunciano; a volte ferma il pensiero quando affascinato dal diavolo vola verso qualcosa di peccaminoso e di vano; a volte, vinto da qualche passione, con grande travaglio e sforzo lotta per rientrare in sé stesso. La nota specifica di questo modo è che si svolge nella testa, i pensieri combattono contro i pensieri.
In questo combattimento contro se stesso, non si può trovare la pace, né il tempo di praticare quelle virtù che sono il coronamento della verità. Questo stato è paragonabile ad uno che lotti con i nemici, nella notte, al buio, sente le loro voci, subisce i loro colpi, ma non vede chiaramente dove siano, da dove vengano e per qual motivo stiano aggredendolo; rimane dentro la testa, mentre i pensieri malvagi escono dal cuore. La tenebra che gli avvolge la mente, la tempesta che infuria nei suoi pensieri sono la causa che impedisce di vedere la origine di questa deviazione, non riesce a sfuggire dalla presa dei demoni, suoi nemici, e a riconoscere i loro colpi. Se poi insieme a tutto questo uno vien preso dalla vanità di ritenersi vigilante su se stesso come dovrebbe, lavora inutilmente e perderà per sempre ogni ricompensa. Orgoglioso disprezza e critica gli altri e loda se stesso, considerandosi atto ad essere un pastore di uomini e di guidare gli altri diventa simile ad un cieco che vuol condurre altri ciechi.
Questi sono i caratteri del secondo modo di attenzione e di preghiera. Chi vuol raggiungere la salvezza saprà riconoscere il danno che sta arrecando all’anima sua e aprirà con cura gli occhi su se stesso. Questo modo, ciò nonostante, è migliore del primo come una notte di plenilunio è meglio di una notte senza luna.
4. Sul terzo modo di attenzione e di preghiera

Il terzo modo è meraviglioso ma difficile a spiegare; è insieme difficile e incredibile per chi non lo abbia mai praticato, fino al punto da esser respinto come possibile attuazione. Nel nostro tempo infatti è difficile incontrare chi pratichi questo modo di attenzione e di preghiera; verrebbe da pensare che questo dono benedetto ci abbia abbandonato insieme all’obbedienza.
Se uno osserva l’obbedienza perfetta al suo padre spirituale, si libera da ogni perplessità, avendole poste sulle spalle della sua guida. Libero da ogni attaccamento sensibile, può dedicarsi con zelo e diligenza alla pratica del terzo modo di preghiera, supponendo però che si sia posto sotto la direzione di una guida non sottoposta a smarrimenti.
Se vuoi raggiungere la salvezza comincia in questo modo: stabilisci nel tuo cuore la perfetta obbedienza alla tua guida spirituale, compi qualunque cosa con coscienza pura, alla presenza di Dio; non è possibile avere la coscienza pura senza l’obbedienza. Conserva pura la coscienza in queste tre direzioni: di fronte a Dio, di fronte alla tua guida spirituale, di fronte agli uomini e alle cose e alla realtà del mondo.
Di fronte a Dio il dovere della tua coscienza consiste nel non fare azione che, secondo la tua coscienza, non sia gradita e accetta a Dio.
Di fronte al tuo padre spirituale fa soltanto quello che ti dirà, non voler fare niente di più o di meno di quanto ti suggerisce, cammina sotto la guida della sua volontà e della sua intenzione.
Di fronte agli uomini non fare alcuna cosa che non vorresti venisse fatta a te stesso.
Di fronte alle cose il tuo dovere è di mantenere pura la tua coscienza usandola in maniera giusta, per le cose intendo il cibo, le bevande e le vesti…
Procedendo in questo modo ti appronterai un sentiero solido e diretto verso il terzo modo di attenzione e di preghiera, esso consiste essenzialmente in questo: la mente scenda nel cuore. Mentre preghi ferma l’attenzione nel cuore, percorrilo in tutti i sensi senza mai distaccartene, e dalle profondità del cuore fa’ salire a L)io la tua preghiera. Quando la mente, dimorando nel cuore, comincia a gustare quanto è buono il Signore e si sente colma di grande diletto non vorrà più abbandonare quel luogo. Contemplerà le profondità del cuore e vi rimarrà cercando e allontanando quei pensieri che il demonio vi avrà disseminato. Chi non conosce e non ha provato questo modo, lo considererà difficile e opprimente. Chi invece avrà gustato la sua dolcezza e avrà goduto nelle profondità del cuore, grida con San Paolo: «Chi potrà distaccarsi dall’amore di Cristo?…».
Osserva prima di ogni altra cosa queste tre direttive: sii libero da ogni preoccupazione, non solo riguardo a ciò che è malefico e vano ma anche a ciò che è buono, in una parola sii morto a tutto; conserva la tua coscienza in modo che nulla possa rimproverarsi; abbi il perfetto distacco da ogni attaccamento passionale, in modo da non avere alcuna inclinazione verso ciò che appartiene al mondo. Mantieni la tua attenzione in te stesso, tieni ferma la mente nel cuore, con tutti i mezzi possibili cerca di scoprire il luogo dove è il cuore; se avrai il dono di trovarlo il tuo pensiero vi dimorerà per sempre. Impegnandoti in tal modo la mente scoprirà il luogo del cuore, quando l’avrà trovato la grazia renderà la preghiera soave e ardente. La mente acquisterà la capacità di allontanare i pensieri malvagi da qualunque parte si manifestino prima che abbiano preso consistenza, facendoli dissipare con l’invocazione: «Signore Gesù abbi pietà di me!».
Il primo e il secondo modo di attenzione e di preghiera non conducono l’uomo alla perfezione. Volendo costruire una cosa non cominciamo dal tetto ma dalle fondamenta; prima gettiamo le fondamenta poi innalziamo i muri infine edifichiamo il tetto. Altrettanto ci è richiesto per l’edificio spirituale, innanzi tutto gettiamo il fondamento: vigilando sul cuore e purificandolo dalle passioni; quindi innalziamo le mura respingendo l’assalto dei nemici che si scagliano contro servendosi dei sensi, e addestrandoci a controbattere i loro assalti il più presto possibile; dopo aver fatto questo possiamo porre mano al tetto, alla totale rinuncia a tutto per offrirci completamente a Dio. In questo modo potremo ultimare la nostra casa in Gesù Cristo, a Lui sia lode per sempre. Amen.

Filocalia op. cit. Vol. V pp. 73-89
APPENDICE I
L’invocazione del Nome nell’Islam

L’Islam conosce una tecnica di preghiera che richiama, nelle sue linee generali, l’invocazione del Nome nell’Esicasmo; è designata con il termine dhikr, memoria, ricordo, concentrazione nell’invocazione di Allah. Essa è praticata da gruppi di credenti che si riuniscono per esercitarla insieme, oppure da solitari. La pratica collettiva, il dhikr dell’uomo comune, vien consigliata ai principianti, a chi ancora non ha superato l’aspetto formale, il guscio esteriore, della religiosità; quella solitaria, il dhikr dei privilegiati, è praticata da chi è avanti nel cammino della preghiera. Al-Ghazali nel suo scritto «Il ravvivamento delle scienze religiose», ne espone lo scopo e il metodo. «Quando Dio, l’Altissimo, che si è riservato il potere di dirigere il cuore diffonde su di esso la sua Misericordia la luce vi si accende, il petto si dilata, il segreto dei Regno gli è rivelato, il velo che l’accecava si lacera davanti ai suoi occhi, per opera della misericordia divina, e le realtà divine risplendono in lui. Il credente può soltanto predisporvisi, usando la purificazione liberatrice, risvegliando in sé il desiderio di queste cose, la volontà sincera, la sete totale, la vigilanza attenta nella costante attesa di ciò che l’Altissimo gli rivelerà della Misericordia. I profeti e i santi, raggiunsero la rivelazione di queste realtà, non attraverso lo studio o il lavoro intellettuale, né con lo scrivere dei libri; ma mediante la rinuncia al mondo per condurre una vita ascetica, distaccandosi dai suoi legami svuotando il cuore dalle preoccupazioni terrene, avvicinandosi all’Altissimo con un totale impegno spirituale. Chi si offre a Dio, Dio si offre a lui».
I sufi affermano che la via che conduce a questa meta consiste avanti tutto a rompere con tutti i legami del mondo, a svuotare il cuore di ciò che appartiene al mondo, cessando di preoccuparsi della famiglia, delle ricchezze, dei figli, della patria, come della scienza, dell’autorità, dell’onore, fino a raggiungere uno stato in cui l’esistenza o la non esistenza delle cose gli sono indifferenti. In seguito, l’uomo che intraprende questo cammino, si ritira, solo con se stesso, in una cella, limitandosi a compiere i precetti e i doveri religiosi d’obbligo; col cuore si concentra in un solo desiderio; non disperde il pensiero nelle letture del Corano, o dei commenti, o dei libri tradizionali, o di cose simili. Il suo sforzo è teso a non accogliere altro pensiero che non sia quello di Dio.
«Dopo essersi seduto nella cella, ripete continuamente, concentrandosi sul cuore, con le labbra Allah, Allah. E questo fino a che non raggiunga uno stato in cui, interrompendo il movimento della lingua, vede l’invocazione fluire spontanea sulle sue labbra. In seguito vedrà dileguarsi ogni traccia di suono e sentirà il cuore ininterrottamente applicato alla ripetizione del Nome. Perseverando arriverà a cancellare dal cuore anche l’immagine della locuzione, delle lettere e della forma del nome, nel cuore gli rimarrà solo il senso presente e inserito in lui in maniera tale che più l’abbandonerà. ‘ in potere dell’orante di arrivare a questo limite, di far continuare questo stato respingendo le tentazioni; non è invece in suo potere attrarre a sé la Misericordia dell’Altissimo Dio. Con la sua azione si mette nella condizione di ricevere il soffio della Misericordia divina, fatto questo il suo compito è di attendere ciò che Dio, l’Altissimo, vorrà rivelargli della sua Misericordia, come ha fatto con i Profeti e i Santi. Gli splendori della verità brilleranno nel cuore del Sufi la cui volontà è sincera, puro lo sforzo spirituale, perfetta la vigilanza; purché non si lasci trascinare dalle passioni nella via opposta, né sia preoccupato dalle inquietudini del mondo. Agli inizi sarà un rapido lampo, passeggero, che può ritornare. Quando ritorna, alle volte rimane a lungo, altre passa rapidamente, quando rimane qualche volta la sua presenza si prolunga, altre volte non si prolunga. Le illuminazioni successive possono essere simili alle prime, e si succedono le une alle altre, oppure possono manifestarsi in una sola forma. Queste manifestazioni sono svariate e multiformi, come innumerevoli sono le differenze dei temperamenti e dei caratteri del santi.
In ultima analisi questa via, per quanto ti riguarda, può esser ricondotta alla purezza perfetta, alla purificazione e chiarezza interiore: quindi a tenersi pronto e a saper aver pazienza.
La preparazione alla preghiera
Nel dhikr collettivo l’invocazione di Allah è preceduta da una liturgia diretta da un maestro, sheikh, o da un suo delegato, mugaddam. I testi usati variano secondo le assemblee, in linea generale esse sono così organizzate: recita di preghiere coraniche, specialmente la Fatiha: «Nel nome di Allah, Colui che fa misericordia, il Misericordioso, il Re del Giorno del Giudizio. Te adoriamo, Te soccorrevole imploriamo. Guidaci sul retto cammino: il cammino di quelli che ricolmi dei tuoi doni, non quello di chi va incontro alla Tua collera, né quello degli smarriti», lettura di certi brani coranici, in particolare quelli della luce e del trono; oppure di poemi mistici, salmodie con la cadenza dei Nomi di Allah, o di alcune formule come «Chiedo perdono ad Allah, l’Immenso, al di fuori di Lui non c’è altra divinità, Lui il Vivente, il Vigilante».
La formula del dhikr varia, la più consigliata specialmente ai principianti è la ilah ila Allah, non c’è divinità all’infuori di Allah, i più esperti usano il solo nome divino, Allah; chi è più avanti nel cammino orante vien consigliato il semplice pronome Huwa, Lui; oppure al Haqq, Verità, al-Haqq, il Vivente, al-Qayyum, il sussistente…
Viene consigliata la posizione seduta con le gambe incrociate, le palme poste sui ginocchi, gli occhi chiusi o semiaperti, il solitario deve rivolgere la faccia verso la Mecca.
In questa posizione l’orante comincia la recita dell’invocazione, che varia secondo i diversi insegnamenti.
Insegnamento di Ibn-‘Iyad

La formula proposta è: la ilah ila Allah. Si principia la recita partendo dal lato sinistro del petto, che è come la nicchia che racchiude la lampada del cuore, focolare della chiarezza spirituale. Si continua andando dalla base del petto verso il lato destro e risalendo fino alla sua sommità. La si continua tornando alla posizione iniziale, descrivendo un cerchio.
Insegnamento di Al-Sanuri
La posizione da tenere è quella di rannicchiarsi sul cuore, le gambe incrociate, le ginocchia rialzate, le braccia allacciate alle gambe, la testa raccolta tra le ginocchia, gli occhi chiusi. Pronunciando la ilah durante il tempo richiesto per sollevare la testa fino all’altezza del cuore e la sua sosta sulla spalla destra. L’attenzione sia rivolta ad allontanare ogni pensiero estraneo a Dio. Quando la bocca raggiunge il livello del cuore, con vigore deve essere pronunciata l’invocazione illa, perché vi s’imprima e i suoi effetti si diffondano in tutte le membra. La parola Allah deve esser pronunciata all’altezza del cuore, in maniera più vigorosa: la formula a questo punto condensa nel cuore i principi del timore di Dio e afferma la sua esclusiva unità. Quando la recita ha penetrato l’essere dell’orante fino a costituire con lui un tutto omogeneo come la creazione, si può passare alla seconda formula, il solo Nome divino, Allah, esso verrà ripetuto fino all’esaurimento delle forze e all’apparizione delle illuminazioni. Giunti a questo livello si è in grado di passare alla terza formula, il grande Huwa, Lui, ripetuto instancabilmente ad ogni movimento dei polmoni e del cuore, finché l’orante non giunga al grado di perfezione che gli è accessibile.
Insegnamento di Rahmaniyya
Due formule vengon proposte da questa scuola: la ilah illa Allah per i principianti; per i più esperti, il solo nome di Allah. Il principiante quando inizia la recitazione «piega la testa abbassandola in direzione dell’ombelico, pronunciando la parola la solleva il capo verso l’alto Quindi piegando la testa verso la spalla destra eseguisce un movimento circolare il cui punto di partenza è l’ombelico e il centro è costituito dal cuore. Mentre pronuncia la parola ilah, solleva la testa verso il lato destro fino alla metà del cerchio. Dicendo la parola illa Allah compie con la testa un movimento verso sinistra in direzione dell’ombelico dei segreti compiendo il percorso dall’altra metà del cerchio avente per centro il cuore. Per la seconda formula i movimenti sono questi: pronuncia il nome di Allah abbassando la testa in direzione del cuore materiale che ha forma di pigna, fino a colpire la corrispondente parte del petto in direzione dell’ombelico; il secondo movimento inizia col rialzare la testa pronunciando la prima vocale A e a sollevarla pronunciando l’ultima sillaba llah rimanendo concentrato e sul punto centrale del cervello e nell’ombelico dei segreti».
La durata dell’esperienza viene misurata sia col tempo orario, sia con numero delle formule ripetute, in questo caso viene usato il rosario, subha, di trecento grani. La durata e il numero delle formule non sono affidati all’arbitrio dell’orante ma alla guida di un maestro.
Il ritorno della respirazione che accompagna la recita delle formule è ugualmente conosciuto nell’esperienza del dhikr. Fin dal tempo dei Compagni del Profeta, i lettori del Corano si esercitavano a combinare i due respiri, l’espirazione, nafs, respiro della gola che viene dalle viscere ed è carnale, legato al sangue che «fa ruttare e scaracchiare e fa gustare il sapore dei cibi, e l’inspirazione, ruh, soffio che entra per le narici, viene dal cervello fa starnutire e sentire gli odori e discernere le qualità spirituali».
Il respiro deve essere emesso al di sotto del seno sinistro, per vuotare il cuore, la parola la viene espirata a partire dall’ombelico contro il demone sessuale; quindi ilaha è pronunciata sulla spalla destra, e illa all’altezza dell’ombelico; Allah infine viene fortemente articolato sul cuore vuoto. La preghiera della espirazione e dell’espulsione del respiro significa per chi la pratica il «rigetto dei difetti che inquinano il cuore, essa sradica la radice della tiepidezza e dei pensieri profani, gettando via dietro la spalla anche i difetti».

Testi

Sappi che i maestri di questa via sublime additano in maniera tecnica alcuni centri sottili dell’essere umano, per facilitare il percorso della pratica ai principianti. Come mezzo del dhikr per il risveglio dei centri sottili, usano il nome divino di Allah, per realizzare quello stato che viene chiamato «rapimento veramente essenziale».
1. Il primo centro sottile è il cuore, qalb. ‘ situato a due dita sotto il seno sinistro, inclinato verso il fianco e avente la forma di una pigna. Il cuore, così considerato, è reputato essere sotto il piede di Adam, a lui sia pace. La luce che gli corrisponde è gialla. Quando la luce di questo centro sottile esce dal lato della spalla corrispondente e innalzandosi produce un tremito e una forte agitazione, l’orante compirà una trasposizione sul punto che corrisponde al centro sottile chiamato spirito, ruh.

2. Lo spirito, ruh, è simbolicamente situato a due dita sotto il seno destro, verso il petto. Questo centro sottile è sotto il piede di Noè e di Abramo, la sua luce è rossa. Così il dhikr sarà nello spirito, il punto di partenza nel cuore. Se si produrrà qualche agitazione che turbi l’orante, farà una trasposizione al centro sottile chiamato segreto, sirr.

3. Il segreto, sirr, è situato due dita sopra il seno sinistro, esso è considerato sotto il piede di Mosè; la sua luce è bianca. In questo centro verrà fatto il dhikr il cui punto di partenza è nel cuore. Quando si produrrà qualche turbamento, l’orante farà una trasposizione sul punto corrispondente al centro `sottile chiamato recondito, Khafi.

4. Il recondito, Khafi, è simbolicamente situato a due dita sopra il seno destro verso il petto, esso è sotto il piede di Gesù. La sua luce è nera. Quando l’orante proverà qualche turbamento, farà una trasposizione sul punto corrispondente al centro sottile chiamato il più recondito, al-akhfa.

5. Il più recondito, al-akhfa, è simbolicamente situato nel mezzo del petto. Questo centro è considerato sotto il piede del nostro profeta Maometto. La sua luce è verde. L’orante vi farà il suo dhikr, il punto di partenza sarà sempre il cuore. Per piede s’intende il cammino e la via…
Il metodo per l’uso della formula è questo: l’orante farà aderire la lingua al retro palato, dopo aver inspirato tratterrà il respiro e comincerà l’invocazione dal vocabolo la, visualizzandola sotto l’ombelico, da qui farà ascendere il suono percorrendo i centri sottili, nel centro più recondito, al-akhfa, prolungandolo fino al punto che corrisponda al centro dell’anima logica, o razionale; quest’ultimo è simbolicamente situato nel primo lobo del cervello. A questo punto, l’orante comincerà l’articolazione della parola ilaha, immaginativamente con l’elemento fonetico chiamato hamzah, lo spirito lene, facendolo discendere dal cervello alla spalla destra, facendolo scorrere verso il centro sottile chiamato spirito, ruh.
Infine l’orante procederà alla pronuncia di ‘illallah, facendo partire immaginativamente l’hamzah di ‘illa dalla spalla destra al cuore che centrerà con la parola finale Allah… La forza del respiro trattenuto colpirà il nucleo centrale del cuore facendone unire l’effetto e il calore in direzione di tutto il corpo. Il calore brucia le particelle corrotte del corpo e il nome di Allah illumina quelle che sono pure…
Pronunciando la parte negativa della formula, l’orante negherà l’esistenza di tutte le cose effimere che si presenteranno alla sua vista e al suo pensiero, considerandole con lo sguardo di estinzione. Pronunciando la parte affermativa stabilirà nel cuore e nei sensi, la realtà dell’Essere vero, Esso sia esaltato!, guardando l’Essere vero con lo sguardo della permanenza.
Terminata la formula, sostando per un numero dispari di tempo, pronuncerà: Muhammadun rasul-llah, Maometto è l’inviato di Dio, partendo dal cuore al di sopra del seno sinistro… In seguito espirerà e si regolerà secondo un numero dispari di tempo: tre, cinque, sette… fino a ventuno. Espirando l’orante dirà pronunciando in silenzio: Mio Dio, verso di Te mi dirigo, il Tuo compiacimento domando.
Emesso che sia il respiro, ricomincerà un’altra respirazione, seguendo lo stesso procedimento di prima; tra l’espirazione e l’inspirazione seguirà con l’immaginazione il computo del tempo.
Quando l’orante avrà raggiunto la ventunesima respirazione, conoscerà il risultato della preghiera del cuore. Constaterà l’annullamento della sua umanità e dei pensieri creaturali e la perdita dell’essere nel rapimento essenziale divino. Nel cuore apparirà l’energia operosa di questo rapimento divino, essa consiste nell’orientamento del cuore verso il mondo santissimo, origine dell’amore essenziale donato all’essere. L’essere ne trarrà il suo vantaggio in conformità alla sua predisposizione. Questa predisposizione è il dono divino concesso all’anima prima che si unissero al corpo, dono che proviene dalla vicinanza all’Essenza divina e che data da tutta l’eternità.
II

Abbiamo sperimentato, ma Dio è più sapiente, che l’estinzione, al-fana, si può raggiungere, se Dio lo vuole, in breve spazio di tempo con un particolare metodo d’invocazione del Nome della Maestà: Allah… L’ho appreso dal mio maestro spirituale Abul Hassan Ali, Dio sia soddisfatto di lui. Esso consiste nel visualizzare le cinque lettere del nome mentre si ripete il suo Allah, Allah, Allah. Ogni qual volta le lettere svanivano dall’immaginazione, le ricostituivo, quando si dissolvevano mille volte al giorno e mille volle la notte, le ricomponevo mille volte al giorno e mille volte la notte. Il metodo mi procurò delle scoperte immense, quando agli inizi del mio cammino spirituale la cominciai, e questo in poco più di un mese Mi portò delle grandi conoscenze insieme ad un intenso timore reverenziale; non ne feci gran conto tutto preso com’ero dall’invocazione del Nome e dalla visualizzazione delle lettere. Trascorso il primo mese un pensiero mi s’impose: Dio dice che è il primo e l’ultimo, l’esteriore e l’interiore. Da principio cercavo di schivare questa suggestione e continuai il mio esercizio; ma la voce non mi abbandonava, insisteva e ignorava il mio rifiuto d’ascolto, infine risposi «Quanto alle parole: Egli è il primo e l’ultimo, l’interiore le ho ben capite; non comprendo come possa essere l’esteriore, all’esterno non vedo che cose create».
La voce mi rispose: «Se l’espressione l’esteriore fosse riferita unicamente all’esteriorità che vediamo, bisognerebbe cercarlo nell’interiorità; ma io ti ripeto: Egli è l’esteriore». Allora capii che non esiste altra realtà se non Dio, e che nell’universo non c’è altro che Lui, lode e grazie a Dio. L’estinzione nell’essenza di nostro Signore si raggiunge, se Dio lo vuole, col metodo descritto, in poco tempo. Con questo metodo la meditazione porta i suoi frutti dal mattino alla sera, purché si pratichi la sospensione del pensiero per un certo tempo, a me ha arrecato i suoi frutti dopo un mese e qualche giorno, ma Dio è più sapiente. Una cosa è certa: se uno praticasse la sospensione del pensiero durante un anno o due, o
anche tre, il pensiero che ne scaturirebbe raggiungerebbe un gran bene e un segreto luminoso.
Compresi la parola profetica: «Un’ora di meditazione val più di settantanni di pratica religiose»; la meditazione trasporta l’uomo dal mondo creato a quello della purezza, dalla presenza del creato a quella del creatore, e Dio è garante di ciò che dico.

3. Un beduino andò dal Profeta e chiese: «Chi è il migliore fra gli uomini? Il Profeta rispose: benedetta è la persona dalla lunga vita e dalle buone azioni. Il beduino domandò ancora: O Profeta! qual’è l’azione migliore, la più premiata? Egli rispose: la migliore azione è questa: che ti separi dal mondo, e che muoia mentre la tua lingua è umida nel ripetere il nome di Dio».

4. Quando uno si è reso familiare col dhikr, si separa da ogni altra cosa; al momento della morte è distaccato da tutto ciò che non è Dio. Nella tomba non porta né moglie, né beni, né figli, né amici, solo gli rimane il dhikr. Se il dhikr gli è familiare e vi prova piacere, gioisce nel vedere gli ostacoli che ve lo distoglievano sono stati rimossi… così che si trova solo con l’Amato. L’uomo dopo la morte, trova la sua gioia in questa intimità. In seguito, preso sotto la protezione di Dio s’innalza dal pensiero dell’incontro all’incontro stesso.
APPENDICE II

Rito per la recita in comune della preghiera a Gesù

INIZIO

Celebrante: Benedetto il nostro Dio. Ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
Fedeli: Per le preghiere della madre DI Dio e DI tutti i Santi il Signore nostro Gesù Cristo abbia pietà DI noi.
Celebrante: Santissima Trinità abbi pietà di noi; Signore cancella i nostri peccati; Sovrano, perdona le nostre colpe; Santo visita e guarisci i nostri mali.
Fedeli: Padre nostro ecc.
Celebrante: Tuo è il Regno, la Potenza e la Gloria, ora e sempre nei secoli dei secoli.
Nel tempo pasquale: si dica per tre volte: Cristo è risorto dai morti, calpestando la morte con la morte, donando la vita a quelli che dormivano nel sepolcro.

Nel tempo dell’Ascensione

a) Pentecoste si dica tre volte: Santo Dio, Santo il Forte, Santo l’Immortale. Abbi pietà di noi!
Nel tempo di Pentecoste si dica tre volte:
Celebrante: Gloria a Te, Dio nostro, Gloria a Te!
Fedeli: Re Celeste, Consolatore, Spirito di Verità. Tu che sei presente in ogni luogo, Tu che ogni cosa ricolmi.
Arca di tutti i beni, datore DI vita, vieni ed abita in noi.
Purificaci da ogni macchia e salva, o Buono, le nostre anime.
Santo Dio, santo il Forte, santo l’Immortale. Abbi pietà di noi!
INTROITO

1 modo. Maniera popolare.

Celebrante: Abbi pietà di noi o Signore, abbi pietà. Bisognosi di giustificazione, noi peccatori offriamo a le, Signore nostro, questa preghiera. Abbi pietà!
Fedeli: Gloria a Te Dio nostro, gloria a Te.
Celebrante: Signore, abbi pietà. In Te speriamo, non essere irritato in eterno, non ricordare le nostre colpe. Volgi verso di noi il tuo sguardo, o Compassionevole. Salvaci dai nostri nemici, Tu nostro Dio e noi popolo tuo, opera delle Tue mani, il tuo Nome esaltiamo.
Fedeli: Gloria a le Dio nostro, gloria a Te.
Celebrante: o Santa Madre di Dio, apri le porte della misericordia, speriamo in ‘l e, liberaci dalla perdizione, liberaci dal male, Tu che sei la salvezza del popolo cristiano.
2 Modo. Monastico

Kyrie eleison: 12 volte.
Coro: Venite prostriamoci al Re, Dio nostro.
Venite genuflettiamo e prostriamoci a Cristo, Re e Dio nostro.
Venite genuflettiamo e prostriamoci a Cristo, Re e Dio nostro.
Salmo 51, Miserere.
Alleluia, Alleluia, Alleluia, Gloria a Te, o Dio (Tre volte).

Parte centrale

Recitare pronunciando lentamente l’invocazione: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore.
Il tempo e il numero delle invocazioni è lasciato alla libera scelta di chi dirige la preghiera.
Terminate le invocazioni il celebrante dica:
Raccogliamoci ricordando la condiscendenza del Signore, che nell’incarnazione si è abbassato, sulla Croce ha sofferto la morte, fu sepolto, il terzo giorno risuscitò, è salito al cielo, siede alla destra del Padre e tornerà.
Fedeli: O Madre di Dio, Te glorifichiamo, o Beata, o Purissima, o Madre. Te più degna di lode dei Cherubini, più gloriosa dei Serafini.
Te Intatta che partoristi il Verbo di Dio, Te glorifichiamo come vera Madre di Dio.
Gloria a Te, Cristo, speranza nostra, gloria a Te (tre volte).
Celebrante: Per le preghiere della Madre di Dio, dei Santi, dei nostri Padri, il Signore Dio abbia pietà di noi.
Fedeli: Amen!

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