Tommaso Romano, Il Cristo di ogni giorno

Tommaso Romano, Il Cristo di ogni giorno

 

 

L’assenza

La proclamata, universale « approvazione » dell’uomo moderno per Gesù Cristo, la perfida ipocrisia con cui si riveste l’ostentata protervia della retorica di un ordine mondiale nel segno di « giustizia, pace, uguaglianza, solidarietà, amore » (pur senza il fondamento della verità) sono inganni per i deboli d’intelletto.
La realtà, la realtà del nostro mondo, la nostra stessa vicenda umana, è invero pregna di un’assenza. Proprio quella di Gesù Cristo, Nostro Signore, vero Dio e vero Uomo.
È ciò che appare alle coscienze ancora vigili nel deserto della mediocrità e del quietismo, nei chiostri silenziosi di qualche suora arante, nel dolore che trasfigura, nell’amore autentico e trascendente.
L’assenza di Dio nel cuore degli uomini e della storia è stato l’obbiettivo tessuto con cura nelle logge per secoli, nei salotti buoni dell’Illuminismo e del relativismo, sui troni infangati dal disonore e nei parlamenti odorosi dello sterco del compromesso, della lordura morale e intellettuale dell’affarismo; nelle comode poltrone dirigenziali dei lobbysti dell’orbe terracqueo, nei sotterranei dei templi dell’usura e della cartamoneta, furto consumato a danno dei poveri.
Non c’è neppure, in giro, chi pilatescamente si lava le mani. C’è solo un’asfissiante nebbia dalla quale solo pochi uomini di un’arca ideale resistono alla corruzione di Satana, tanto abile da far credere la libertà dell’uomo un prodotto di una rivoluzione nel segno di Cristo.
Sono le catene del male che hanno rinnegato senza sosta il Gesù della Croce, il Gesù Risorto che salva, Lui solo, dalle tenebre eterne.
Ma di eterno in questo tempo c’è solo la nozione perfetta dell’accumulo di ricchezze improduttive, di capitali usurari, di speculazioni legittimate dal potere corrotto.
Gesù Cristo è assente fra i più. Se ne parla, e molto, anche fra gli apostati, falsi testimoni di una Fede che tanto è vera che non ha certo bisogno di maggioranze plaudenti e sciocche. Se ne invoca il Nome nel falso umanitario comodo ai padroni di un’economia senz’anima, se ne proclama la cittadinanza come strumento di perbenismo per ammansire i deboli scrupoli.
Il Cristo universale, il Cristo astratto, il Cristo degli gnostici e dei liberi pensa tori della più coerente indifferenza, quel Cristo non è Gesti Cristo.
È un’altra cosa. E l’utile valore comune invece per laici e clericali, per « redentori » antiproibizionisti di drogati e di malati di AIDS e per famelici portatori di liberazioni continue, anche da se stessi oltre che, ovviamente, dal Creatore Nostro Signore di cui dovremmo essere i figli.
È questa la pesante realtà. È questa la pesante eredità di ideologie perverse che hanno espulso dal cuore dell’uomo Gesù Cristo.
Allora dovremmo tutti, tutti evangelicamente passarci la mano sulla nostra presunta coscienza piena di peccato e cercare in quale angolo c’è Gesù, in quale sentiero va incontrato, amato, imitato fino a non farlo più fuggire da noi. Senza perfettismi certamente. Con la serena consapevolezza che il peccato è nell’ uomo per la sua stessa natura ma che N.S. Gesù Cristo da Verbo si è fatto carne per riscattarci dal peccato, per salvarci l’anima e farci, un giorno, risorgere con il nostro stesso corpo.

 

 

La presenza
 
Abbiamo, è la prima domanda che mi pongo senza saccenteria, abbiamo la forza per rimettere qui, ora, subito al centro della nostra vita Gesù? Possiamo tentare di imitarlo nei santi che, malgrado tutto, Egli ci ha pur consegnato nella nostra epoca infame e che hanno i nomi benedetti di un Massimiliano Kolbe, di un Padre Pio da Pietralcina, di una Madre Teresa di Calcutta?
Possiamo stare in Sua Compagnia, gratuita, che aspetta solo il nostro libero invito?
Per farlo non c’è bisogno dell’ eroismo che è richiesto a chi ha deciso le salite della santità; per incontrare Gesù e viverlo bisogna cambiare il modo – prima di tutto interiore – di calcare le scene del mondo, per cambiarlo a sua volta – e noi e il mondo – nel suo Nome. Qui e ora, dicevo.
Ripartendo dalla Legge Eterna che è ben lungi da quella sclerotica, cangiante e contraddittoria dei Codici del Diritto e delle Dichiarazioni dei diritti dettate dal potere schiavista assetato del denaro e del genocidio legalizzato dei poveri del sud del mondo e dei nati nel seno materno da annientare come vermi.
Verso Dio abbiamo tutti bisogno di riscoprire i doveri che sono molto superiori ai cangianti diritti (presunti) degli uomini.
Perché solo dai precetti dei Sacri Libri (senza sincretismi sono per noi Sacri solo quelli del Vecchio e del Nuovo Testamento della Dottrina incorrotta da cui essi si propagano e perpetuano nel magistero, nell’unica Chiesa da Gesù Cristo fondata!) è possibile il vero rinnovamento di sé, assumendo pienamente la Verità, la dignità, la Grazia, il privilegio di essere i figli di Dio fatti a Sua Immagine e somiglianza.
Che grande vera rivoluzione potrebbe scatenarsi non dal dire « Signore, Signore » ma nella conversione che la SS. Vergine Maria Madre di Dio ci ha ammonito in un secolo di inascoltate Apparizioni.
Ricordiamocele, senza teologie d’accatto, senza intellettualismi inconcludenti, senza il velo delle imposture moderne, queste Verità di sempre.
Sono tanto semplici nella forma originaria da essere state perfino omesse come semplici formule memoriali per gli stessi fanciulli ignari di panteismi, filantropismi e grandi architetti dell’universo da essere per loro ormai impossibili perfino a dirsi.
Ne ha « guadagnato » l’allontanamento dal Sacrificio Eucaristico e dalla vita cristiana di milioni di giovani.
Dio c’è, si dice. Qualcuno afferma di averlo pure incontrato.
Resta il fatto, sorprendente, che di questa presenza, di questo incontro non si nota traccia sufficiente, neppure, dicevamo, nella memoria. Eppure il Signore Nostro Dio Misericordioso ci ha donato un grande Pontefice tanto riverito e citato quanto disatteso nella coraggiosa predicazione incessante della verità di sempre.
Proprio Giovanni Paolo II, sinceramente consapevole della dispersione del deposito della Fede, ci ha ammonito a fissare bene in noi questa elementare Verità: « Una certa memorizzazione delle parole di Gesù, di importanti passi biblici, dei dieci comandamenti, delle formule di professione di fede, dei testi liturgici, delle preghiere fondamentali delle nozioni chiave della dottrina [ …] lungi dall’ essere contraria alla dignità dei giovani cristiani, o da costituire un ostacolo al dialogo personale col Signore, è una reale necessità, come hanno ricordato con vigore i Padri Sinodali. Bisogna essere realisti.
I fiori della fede e della pietà non spuntano sulle zone desertiche di una catechesi senza memoria. La cosa essenziale è che questi testi memorizzati siano al tempo stesso interiorizzati, compresi a poco a poco nella loro profondità, per diventare sorgente di vita cristiana personale comunitaria » (Catechesi Tradendae, 55).
Il recupero della memoria è quindi il recupero delle radici. Senza la linfa della memoria le radici cristiane sono solo un ricordo di scrittori decadenti e di pastori ciechi. E allora Cristo Gesù, che non è morto ma che è vivo, qui in mezzo a noi, può manifestarsi riconquistando alle nostre labbra e al nostro cuore le semplici efficaci preghiere del Padre Nostro, del Gloria, del Credo, dell’invocazione alla Vergine Maria e all’Angelo, in quegli Atti di Fede di Speranza di Carità che sono il sigillo del nostro battesimo (disatteso), della nostra figliolanza (ripudiata nei fatti).
Si dirà è una questione di fede. E ancora: la Grazia deve prima illuminarci, per questo non si cambia, per questo si resta induriti di fronte a Dio, per questo la nostra vita quotidiana è un deserto fra mille mostri di cemento in giungle d’asfalto e di lamiere contorte.
È la comodità di chi è anche convinto che basta salvare le forme, venerare le apparenze senza fondamento forte, vissuto nelle nostre carni infette dal peccato dell’orgoglio e della volontà di potenza e di indifferenza.
E la responsabilità maggiore, appare evidente, è di noi cristiani o presunti tali. È, in buona sostanza, la nostra responsabilità. La nostra infedeltà. Che non convertendoci ovviamente non converte.
Qualche segno di speranza, però, qualche testimonianza spesso nascosta ma certamente fondante dà al Cristianesimo vissuto non il frammento di una ipotesi, di una utopia positiva, ma di una verità che la storia ha registrato in questi due millenni. Con la consapevolezza però che questo che viviamo è il peggiore dei modi possibili dal punto di vista spirituale, il più lontano da Cristo.
Nei diari L. Wittgenstein annota con grande efficacia: « Il Cristianesimo non è una dottrina, non è una teoria di ciò che sarà dell’anima umana, ma è la descrizione di un evento reale della vita dell’uomo ».
L’eclissi della decisiva presenza di Gesù Cristo proprio nella vita di noi cristiani battezzati è causa della riduzione dello stesso Cristianesimo a morale comune, a filosofia minima.
Il Dio Uno e Trino crocefisso e risorto, lo proclamiamo ancora con forza con l’Apostolo Paolo (io non conosco altro che Cristo), è altra Cosa. Di questo Cristo non abbiamo la forza necessaria alla missione della conversione (quanti uomini troviamo a magnificare l’opinione altrui, il credo altrui, in nome del pluralismo, della libertà di coscienza della democrazia et similia … ). E precipita e si disgrega la famiglia e il ruolo stesso, gerarchico, dei genitori; la tirannia dei figli sui padri imbelli, le separazioni, il divorzio ormai accettato come fatto di normalissima routine. Droga, aborto, omosessualità, violenze, logiche conseguenze di tanto disfacimento. Che poi si riflette sui connotati della società politica e amministrativa specchio di questa decadenza e disgregazione sociale.
Si potrà dire: ma la politica (cioè la necessità di amministrare le genti) ‘cosa ha a che vedere con Gesù? È il grande equivoco diabolico della separazione fra Verità della Fede e la indifferenza separata della politica moderna al fine, come disse Gramsci, di « una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume» (Quaderni dal carcere).

 

 

La comunione

In questo scenario che potrà apparire apocalittico ma che è semplicemente cronachistico, abbiamo tutti bisogno di ricomprendere Gesù Cristo nella nostra vita personale e comunitaria per instaurare omnia in Christo come insegna S. Pio X.
Ispirandoci agli umani esempi di santità ma non rimandando al mittente per comodità tali esempi, con semplici pratiche devozionali pur importanti ma non certo esaustive. E sopra ogni cosa evitando i ciarlatani, gli esotismi, le oscure vie esoteriche cariche di illusioni e di inganni, « non prestate fede a ogni interpretazione dell’esistenza, ad ogni ideologia ma mettete alla prova quello che vi si dice, pet capire se proviene veramente da Dio, perché molti falsi profeti gremiscono il mondo. Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne è da Dio. Ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo » (S. Giovanni, I lett., 4).
Ecco la riscoperta di un legame vero, una « consanguineità » col mistero, con Dio, dice S. Pietro, mai transitorio. Di una amicizia che non tradisce, di una compagnia che vigilando ci libera. Facendoci partecipi di una conoscenza reale, di un Dio-uomo reale. È la mirabile scoperta del grande dono del Battesimo nella nostra vita: « tutti voi siete figli di Dio per la fede in Gesù Cristo perché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo come ci insegna S. Paolo (Gal. 3,26-27) per la remissione dei peccati, per la rinascenza ‘ dall’acqua e dallo Spirito Santo’ alla ‘ vita divina in Gesù Cristo’ » (Paolo VI).
E il vero cammino iniziatico sta proprio nel rivestirsi di Cristo attraverso il Battesimo e la Confermazione, o meglio attraverso la renovatio interiore che tali Sacramenti fondano nella nostra persona, attraverso la riscoperta appunto di una nascita e di una vita nuova. Questo inizio datato nel tempo potrà anche essere stato sepolto sotto una spessa coltre di terra o in una tomba di dimenticanza e ignoranza, ma a esso si àncora e deve necessariamente tornare ogni sviluppo del proprio destino (Luigi Giussani). Il destino di una scelta è l’assunzione piena di Cristo e del Cristianesimo, attraverso una domanda e di una semplice, ma decisiva risposta, accettazione, trasformazione e quindi fraterna evangelizzazione.
« Deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che continuamente ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore del nostro riconoscimento, della Fede » (Ebr. 12, 1-2). Il raggiungi mento di Gesù Cristo è una meta, uno slancio, una condizione e propensione della persona verso l’incontro salvifico, verso quella fede che purificando ci impone il perdono, la riconciliazione, la misericordia (cfr. Giovanni Paolo II, Dives in misericordia).
Ecco il senso della compagnia, la disposizione alla ricerca non dello gnostico Cristo Cosmico o Universale, non del profeta, non del filantropo, ma del Gesù Cristo in mezzo a noi, potenziale Amico, nostro Maestro perché come recita il salmo « Il Signore è vicino a quanti lo invocano con cuore sincero ».
La comunione con Gesù Cristo non è quindi un fatto individualistico, staccato dal reale, l’intimità con Gesù non è intimismo, proprio perché credenti nell’unico Dio e nel suo Figlio consustanziale al Padre dobbiamo credere nella Chiesa una, Santa, Cattolica ed Apostolica edificata dal Padre per mezzo della Sua pietra, il primo dei pontefici, S. Pietro « Essa è Corpo Mistico di Cristo, insieme società visibile, costituita dagli ordini gerarchici, e comunità spirituale; essa è la Chiesa terrestre, Popolo di Dio pellegrinante quaggiù, e la Chiesa ricolma dei beni celesti; essa è il germe e la primizia del Regno di Dio, per mezzo del quale continuiamo nella forma della storia umana, l’opera e i dolori della Redenzione, e che aspira al suo compimento perfetto al di là del tempo, nella gloria.
Nel corso del tempo il Signore Gesù forma la sua Chiesa mediante i Sacramenti, che emanano dalla Sua pienezza » (Paolo VI, Discorso, 30 giugno 1988).
Il dono dei Sacramenti, per la vita di ognuno di noi, è immenso e mezzo (può pure sembrare semplicistico, ma ci pare essenziale la formula di S. Pio X) « per conservare la formula dei Sacramenti dobbiamo corrispondere con la azione propria operando il bene e fuggendo il male “.
Operare il bene, fuggire il male. Che impegno immenso per ognuno di noi, che scelta continua, incessante che ci deve accompagnare ogni momento pur nella consapevolezza del peccato cui siamo soggetti.
« Chiedete e riceverete» (Lc 10, 9-10; Io 16, 24). Chiedere a Dio il bene del nostro cammino .è già invocare la nostra santificazione. È già decidere che esistendo il bene e il male si decide per il bene. Si decide per il Sommo Bene che è Dio. Discende da questa scelta la missione propria del cristiano nella vita di ogni giorno, la sua ‘ Regalità ‘ e a « motivo del carattere sacramentale, anche il semplice battezzato, e molto più chi ha ricevuto il Sacramento della Confermazione, partecipa al sacerdozio di Cristo [ … ] l’ambito delle attività del sacerdozio laicale, perché ad esso è dato di riconsacrare tutta la creazione che Dio all’inizio riconobbe buona e che è stata contaminata e fatta schiava delle vanità per il peccato dell’uomo L .. ]. Ogni cristiano divenga cosciente della sua missione e si impegni attraverso la sua attività propria – manuale, professionale, tipicamente umana della famiglia a esercitare il suo sacerdozio secondo la sua triplice funzione: regale, sacerdotale e profetica.
Noi riconosciamo che il laico non vive il sacerdozio attraverso attività che direttamente ordinano al ministero, ma semplicemente e assolutamente con l’attività che gli è propria: nella politica, nel sindacato, nella professione, nella famiglia » (Divo Barsotti).
La verità di Dio è la luce del mondo, irradiare lo Spirito Santo può essere causa di persecuzioni, di rancori. Ma la purificazione passa per la passione. Cristo risorge dopo la Sua Santa Passione e Morte di Uomo. Non fare concessioni al male, pur nella sofferenza, è affermare con umiltà un grande eroismo, è rimanere fedeli alla morale naturale rivelata dal Decalogo, fattosi carne in Gesù Cristo. Ecco allora il ricapitolare tutta la nostra vita nel segno della Verità che con la grazia può «testimoniare della sua potenza e mutare il mondo», lo spirito del mondo: «voi siete da Dio e avete vinto il mondo perché colui che è in voi è maggiore di quello che è nel mondo; perciò il mondo ne parla e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio; Chi conosce Dio ci ascolta, chi non è da Dio non ci ascolta; da ciò conosceremo lo spirito di verità e lo spirito d’errore ».
Alla domanda sul modo più diretto e semplice di amare Dio, S. Tommaso d’Aquino rispose: «Volerlo amare».
Vivere Cristo è volerlo conoscere, volerlo conquistare alla nostra esistenza dall’assenza in cui è oggi confinato. E vivere Cristo è il più alto degli atti e degli esempi cui lo sforzo della nostra vita può tendere.

 

La missione

Quale relazione esiste tra ‘missione’ e ‘missioni’?
Tutto nella vita del cristiano, in ogni momento della vita della Chiesa è missione. L’annunzio del lieto evento (Lc 4,18; Isaia 61,1) ai poveri e agli uomini viene assunto dal Cristo Signore come compimento dell’espressione del profeta Isaia. In tale quadro salvifico tutta la Sua santa Incarnazione e la Sua vita, morte e Resurrezione sono dati per l’annuncio del Regno di Dio, al contempo sostenendo il sovrappiù delle cose terrene. Il regno è la salvezza dell’uomo, la Grazia che Dio ci fa dopo il peccato d’origine. Ma il Regno è anche conquista secondo i precetti evangelici e secondo la testimonianza piena, secondo la conversione vera, totale della mente e del cuore: la metanoia (Mt 4,17) che è la salvezza trascendente che si compirà nell’Eternità.
La vita terrena è quindi un banco di prova ineliminabile, da cui nemmeno la clausura riesce il distogliere completamente, dato il carico di umanità e di peccato che è già nella condizione umana.
Dal Cristo è l’origine e l’attività della Chiesa che, per mandato dello stesso Gesù, ha il compito precipuo dell’annunzio e della diffusione del Verbo fino all’estremità della terra come sacramento di salvezza per insegnare a tutti a osservare e a credere.
Ecco il senso della continua evangelizzazione che è missione della Chiesa e di tutte le sue membra, di tutto il popolo di Dio.
Se la missione è una e per tutti gli uomini è unico l’insegnamento evangelico, differenti sono le modalità nelle quali ha da svolgersi la missione. Abbiamo allora le missioni che operano su diversi piani: quella pastorale rivolta ai credenti e alla loro specifica identità e fede, quelle che vanno a indirizzarsi verso i fratelli separati (scismatici, eretici, erranti), verso il dialogo interreligioso con altre chiese e denominazioni ed anche con altre religioni; terza fase è la missione fra i lontani, gli agnostici, gli indifferenti, gli atei. Centro della vita missionaria è l’edificazione della Chiesa. Chiesa di pietra (materiale) e Chiesa dello Spirito (interiore), a maggior gloria di Dio. La consegna battesimale che è propria di ogni anima è già in sé una consegna missionaria, di testimonianza, di predicazione e annuncio « così tutta la Chiesa riceve la missione di evangelizzare, e l’opera di ciascuno è importante per il tutto » (Evangelii nuntiandi). Il primo missionario è stato il Cristo, missionario è il Successore di Pietro e i successori degli Apostoli e appunto tutto il Corpo mistico della Chiesa, tutti i battezzati,  «espressione del piano di salvezza che Dio manifesta nel tempo per comunicare agli uomini il Suo amore e salvarli» (Dei Verbum, 2).
Centro della missione è dunque Cristo che salva, Cristo che è Verità e Via. L ‘l1 aprile 1985 a Loreto Giovanni Paolo II, davanti al processo di secolarizzazione afferma la necessità di testimoniare, oggi più che mai, la verità di Cristo: « la ‘coscienza di verità’ », la consapevolezza cioè di essere portatori della Verità che salva, è fattore essenziale del dinamismo missionario dell’intera comunità ecclesiale, come testimonia l’esperienza fatta dalla Chiesa fin dalle sue origini. Oggi, in una situazione nella quale è urgente l’or mano quasi ad una nuova implantatio evangelica anche in un paese come l’Italia, una forte l’ diffusa coscienza di verità appare particolarmente necessaria l).
La rinascenza della Fede per merito di una corretta e caritatevole missione fra tutti gli uomini, .abbisogna di una nuova evangelizzazione, fedele alle radici della fede, segno concreto di una Presenza viva (Gesù) che trasforma l’uomo, il mondo, la società del primato economicistico ed edonistico. La missione coinvolge così lontani dalla fede, ma anche i vicini tiepidi ed abulici. Coinvolge certo nella carità verso il prossimo povero e sofferente, ricco e opulento’ senza distinzione ma in una prospettiva non solo di etica solidale ma di salvezza personale in Gesù Cristo. Salvezza che passa appunto dalla liberazione dal male e dalla conquista di una umanità vissuta ndla Fede, nella Testimonianza e nelle Opere.

 

 

Un dialogo dello Spirito

Il pontificato di Giovanni Paolo II ed il ‘ risveglio ‘ islamico rappresentano significativamente ‘il segno dei tempi che ritornano’. Nessuno, all’inizio di questo secolo, che apre le pone al terzo millennio, avrebbe potuto prevedere un risveglio così ampio e tanto problematico. Infatti il positivismo e il relativismo, la fede nel progresso e nelle scienze, il trionfo dei principi liberalborghesi e la graduale scomparsa degli ultimi simboli imperiali ed aristocratici (che possiamo vedere plasticamente raffigurati nel Ballo Excelsior) in particolare nel Vecchio Continente, poco potevano orientare verso una speranza di risveglio. L’ecclisse dei valori sembrava agli uomini privi o tiepidi di fede, inarrestabile tramonto.
La riscossa cristiana ed islamica della fine di questo secolo è un simbolo chiaro della provvidenzialità delle due grandi religioni monoteiste che, insieme all’ebraismo, hanno la comune origine abramitica.
L’incontro e il dialogo fra cristiani e islamici (mai del tutto interrotto, comunque) appare oggi indispensabile non solo per il superamento delle crisi politiche particolari di questi anni (che spesso risentono del retaggio coloniale) ma anche come realizzazione di un vero e autentico fronte dello Spirito da opporre al materialismo profano proprio del mondo moderno. È fra le più attuali ricerche del Cristo di ogni giorno.
Questo «reincontro Cristianità-Islàm, i due , eredi dell’Impero mediterraneo» come scriveva nel 1950 un maestro della sapienza tradizionale, Silvano Panunzio, appaga in parte il « sogno appena confessato dei grandi spiriti di San Bernardo, di Gioacchino da Fiore e di Dante di veder riuniti i tre rami – l’ebraico, il cristiano e l’islamico – del tronco biblico, a sua volta divinamente innestato nel sottosuolo della tradizione mediterranea » (Metapolitica, La Roma eterna e la nuova Gerusalemme, 1979).
Bisogna comunque sinteticamente citare i principali punti d’incontro: Dio, Gesù «Verbo e Spirito di Dio»), Maria Vergine, i profeti, gli angeli e i demoni, il giudizio finale, la vita morale, il culto reso a Dio con la preghiera, le elemosine e il digiuno. Schuon, che ha parlato di « unità trascendente delle religioni », afferma che « quando il cristiano sente la parola verità, pensa immediatamente che il Verbo si è fatto Carne, mentre il musulmano, udendo la stessa parola, pensa a priori che non vi è divinità all’infuori della Divinità, cosa che interpreterà secondo il suo grado di conoscenza, sia letteralmente che metafisicamente» (Comprendre l’Islàm, 1961, tr. 1978).
Ora questo” dialogo dello Spirito” non deve trasbordare in desiderio di avvicinamento a qualunque costo o, peggio, in falso e, alla lunga, sterile sincretismo. Sincerità, desiderio di conoscenza e fede nell’unico e comune Dio potranno portare avanti questo necessario ed utile incontro.
Ancora Schuon afferma limpidamente, a tal proposito, che al « fine di comprendere una visuale spirituale, oppure il che è identico, una visuale religiosa, non basta voler costituire, con le migliori intenzioni, correlazioni tra elementi religiosi confrontabili dall’ esterno; ciò finirebbe per essere unicamente una sintesi del tutto superficiale e poco utile, quantunque tali raffronti siano anche legittimi, ma soltanto se non si assumono come punti d’avvio e se si esamina innanzitutto la struttura interna delle religioni.
Per cogliere una prospettiva religiosa, va intuita l’unità che necessariamente coordina tutti gli elementi costitutivi di essa: questa unità è la stessa della prospettiva spirituale, che è il germe della Rivelazione. Ovviamente la causa prima della Rivelazione non è per nulla assimilabile ad una prospetti va, siccome la luce non è affatto nella posizione spaziale dell’occhio; ma il fondamento d’ogni Rivelazione è per l’appunto “l’incontro tra una Luce unica ed un ordine limitato e contingente, che rappresenta per cosi dire un piano di rifrazione spirituale, fuori del quale non può esservi Rivelazione » (Unità trascendente delle Religioni, 1979).
Questo senza arrivare al dualismo che non è dello Spirito, ma della materia. Si è infatti parlato di un ecumenismo esoterico (Schuon) e ciò non ha senso « perché l’Ecumenismo non può essere che tale, cioè interno: e non ha bisogno di aggiunte pleonastiche che lo contrapporrebbero a un Ecumenismo di superficie, il quale sarebbe più ancora insensato. […] L’ecumenismo è un grado dell’Esoterismo: e ciò ‘in re ipsa’. Di gradi esoterici ve ne sono ancora altri, tuttavia non molti; ma questo è quello decisivo, perché ricongiunge le Religioni e le Confessioni alla radice unitaria della Tradizione Universale » (Hermann Geistig).
È l’orizzonte spirituale, quindi, che può dare sviluppo a questo dialogo fra religioni superiori o ‘religioni del Libro’ (che secondo l’Islamismo « son quelle in cui si tramanda e si segue un libro sacro depositario di una rivelazione divina », con spirito di pace e di amore « affinché siano realmente figli del Padre che è nei cieli» perché, dice la Scrittura, «Chi non ama non conosce Dio» S. Giovanni I lett., 4, 8). E l’augurio di pace, As-salàmu ‘alàykum! sia la base dell’auspicato, difficile cammino « ma tutto è possibile quando alla grazia dello Spirito collabori la buona volontà degli uomini » (Guzzetti, Il messaggio di Allah-Islàm, Cristianesimo ed Ebraismo nella vita e dottrina di Maometto, 1979).

 

 

Creatività dello Spirito

Il Vangelo, pietra militare della fede cattolica insegna e proclama: «andate, predicate il Vangelo a tutte le genti». Per il cattolico l’Incarnazione del verbo nel Cristo-Dio è verità e presenza costante. Impegna l’uomo in tutta la totalità del suo essere, lo libera dalle forme di relativismo,lo trasforma nella testimonianza attiva, nella vita sacramentale, nella preghiera, nel sacrificio e nell’ aiuto caritatevole ai fratelli.
La proclamazione della verità impone però anche l’ascolto, il dialogo aperto e leale, franco ed umile discernimento della Parola di Dio in tre persone e nelle forme istituzionalizzate dalle altre fedi.
Senza nulla rinnegare della propria, ovviamente! Tale è il senso della nuova missionalogia e del dialogo ecumenico fino al troppo mal compreso ‘incontro di Assisi’. Non si tratta di trasbordo dottrinale, né di mondialismo ecumenico o peggio di sincretismo.
Solo gli ascoltatori distratti o in malafede possono fare affermazioni e sostanzialmente liberalistici scismi che pure hanno scosso senza conseguenze, invero, di rilievo la Chiesa cattolica di Roma e tutto il popolo cristiano.
La lettura degli atti, dei documenti conciliari e le affermazioni dei Pontefici smentiscono qualunque cedimento e/o tradimento delle verità di sempre. Posta tale premessa possiamo sentirci « cum Petro » in cammino nel riconoscimento pieno del Cristo anche negli altri, proprio perché Gesù non distrugge con la Sua venuta la legge di Dio nel cuore dell’uomo, ma la completa. È allora evidente che le religioni monoteiste del ceppo abramitico hanno una grande importanza per i cristiani in cammino e il dialogo può essere fecondo non intaccando il principio di identità, ma partendo dal cuore, dalla legge eterna dell’ amore vicendevole. Ciò deve valere per tutti i soggetti in dialogo, non solo per i cattolici.
È allora la « creatività dello spirito » (per usare l’espressione di un Maestro come Mircea Eliade, che pure confessò la propria ortodossia fino alla fine) « l’espressione del sacro » che -deve tutti guidarci a riconoscere il Dio creatore e misericordioso.
Nel magistero sono ormai numerosi i richiami e gli stimoli ad un dialogo con i non cristiani e costanti gli sforzi con i musulmani per tendere reciprocamente pronti a tale riconquista del sacro che è l’obbiettivo della conversione dalla secolarizzazione indifferentista. Ha scritto Paolo VI nella Evangelii nuntiandi: « le religioni non cristiane sono l’espressione viva dell’ anima di vasti gruppi umani. Esse portano in sé l’eco di millenni di ricerca di Dio, ricerca incompleta ma realizzata spesso con sincerità e rettitudine di cuore. Posseggono un patrimonio impressionante di testi profondamente religiosi, hanno insegnato a generazioni di persone a pregare; sono tutte cosparse di innumerevoli germi del Verbo e possono costituire una autentica preparazione evangelica ».
Le religioni non cristiane riflettono un raggio che illumina tutti gli uomini e possono definirsi come una pedagogia del vero Dio, nell’ accezione greca che si dà di ‘pedagogia’.
Il Concilio Vaticano II afferma e conferma il piano universale di Dio per la salvezza di tutti gli uomini e qualifica come opere di Dio le religioni. Ha ben ragione il cardinale Ratzinger nell’affermare che il Concilio non è un superdogma. Ma è pur inesatto ridurlo ad assemblearismo vuoto e contraddittorio. Oltre i confini visibili del corpo mistico lo spirito di Dio soffia sempre giustamente. Ciò non è una nostra liberale prima conclusione ma è già nel Vangelo e nella consegna a Pietro e agli Apostoli.
Nella Redemptor Hominis Giovanni Paolo II segnala il patrimonio magnifico dello spirito umano, nelle religioni non cristiane espressione dello spirituale dell’uomo, che si realizzano attraverso strade diverse verso un’unica direzione.
Questa realtà altamente spirituale e sacrale non può farci dimenticare reciprocamente (cattolici e non) che la luce dello Spirito divino di Verità è oscurato dal peccato umano.
Se è da evitare con forza la posizione di identità sostanziale tra cristianesimo e le altre religioni che annulla le differenze e mette fra parentesi il ‘mandato missionario’ consegnatoci dal Cristo risorto, cosi è da condannare l’opposta tendenza di isolamento e rottura fra le religioni.
Se questa fu nei tempi antichi la posizione di un Taziano e un Mercione,dobbiamo oggi dire che questa è la tesi di gran parte della teologia protestante che afferma essere la rivelazione cristiana condanna ad eliminazione di tutte le religioni.
La Chiesa cattolica ha sostenuto e sostiene il valore della Creazione dell’uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio anche successivamente al peccato originale, sostenendo la dimensione essenzialmente religiosa dell’uomo assistito dallo Spirito Santo.
In Polonia, nel 1979, Giovanni Paolo II ha affermato che: « non c’è imperialismo nella Chiesa, ma solo servizio ».
In nome di questo servizio noi possiamo definire l’universalità e l’incontro.
Nel superamento dell’egoismo (non certo della Verità) e della superbia noi possiamo scoprire la persona, l’identità e la cultura altre, meglio affermando la nostra stessa identità tesa ad accrescere e fortificare la nostra fede. Una vera sfida per la secolarizzazione che investe la moderna società che tende a recidere i legami con la religione per affermare il primato dell’utile, dell’ economico, della tecnocrazia.
Del resto la teologia ha spesso considerato autori pre-cristiani spesso opposti alle idee del Cristianesimo stesso come autori e preparatori della Venuta, « anime naturalmente cristiane ». È il caso di un Virgilio, di Aristotele, Platone, Socrate, per fare qualche nome soltanto. Per considerare a titolo di essenziale confronto il percorso delle altre religioni, ci viene in atto ciò che è l’Islàm, definito da un grande pensatore come Julien Ries « monoteismo intransigente », « teocrazia », « onnipotenza e onnipresenza di Hallàh situate nel cuore della vita umana e della vita della comunità ». Non dimentichiamo che l’Islàm respinge il dogma trinitario, attribuendo onore al ‘profeta’ Gesù ben diverso dalla nostra visione permanente del Cristo Dio incarnatosi nella storia, morto e risorto per la salvezza degli uomini.
È certamente valida comunque la lezione che da Guénon fino a Eliade e ad un Ries si è sviluppata con serietà e senza sterilità accademiche.
Il sacro appunto può essere un dato che può fare incontrare con il cuore in preghiera e con lo spirito alto i radicamenti dell’uomo religioso. Radicamenti e identità che nessuno deve perdere della propria fede pena lo scadimento in una idea del sacro e dello spirito che è solo costruzione mentale e che non rimanda all’oltre.
A partire dal percorso culturale sviluppatosi nell’ambito della cristianità e della cattolicità romana, non possiamo non citare i diversi atteggiamenti verso le religioni non cristiane: dai Padri della Chiesa fino a Vico che nel 1725 con la Scienza Nuova fu autore « fra i più importanti al fine della valorizzazione degli elementi essenziali delle religioni non cristiane» (Ries), dal Zafitean e padre Matteo Ricci,al Vaticano II e all’incontro del Santo Padre Giovanni II con il Re del Marocco Hassan II (che come si sa è tradizionalmente successore del profeta Maometto); il ‘nuovo umanesimo’ che potrà nascere dall’incontro delle religioni è per Ries l’organico progetto della ‘nuova città’, con relazioni fraterne all’interno della vita quotidiana dei popoli. « Lì infatti dobbiamo affrontare in ogni momento le tensioni prodotte dall’ odio ideologico, ed è qui che si constata come il Sacro nelle dimensioni della politica (perché giustamente il Sacro deve prolungarsi nella politica), innanzi tutto tenda a restaurare la coesione all’interno delle diverse comunità […] penso che noi cristiani abbiamo una missione molto importante da compiere.
Penso che l’essenziale sia che ogni testimone, ogni portatore di un messaggio religioso lo viva con una fede totale. Il sincretismo è una sorta di falsa nozione religiosa. Se mi si passa una espressione tratta dalla culinaria, si tratta di una zuppa dove si mescola un po’ di tutto e alla fine si ottiene qualcosa che non possiede più la vera autenticità religiosa. Questa autenticità è data dall’uomo nel momento in cui vive appieno la Via religiosa, cosa che non gli impedisce punto la massima simpatia per i propri ‘vicini’ » (J. Ries intervistato da Adolfo Morganti, Quaderni di Avellon, 1986 n. 10).
Questo dialogo delle diversità religiose che si fondi sul sacro correttamente concepito può avere nella preghiera all’Altissimo un suo punto centrale (e in ciò Giovanni Paolo II il testimone e promotore della vera Tradizione ha dato esempi più volte mirabili) tenendo ben conto che aldilà delle ideologie ormai crollate resta oltre il mito dell’economia o del consumo da ricostruire il senso della fraternità e della vita che non può che essere religiosa prendendo per noi cristiani ad esempio e modello di questo dialogo fra religioni l’esemplare figura di Charles de Foucauld: « la presenza nel territorio islamico di un cristiano disarmato che vive al tempo stesso al servizio dei poveri e nell’ educazione dell’ eucarestia » (Hans Urs von Balthasar, Cristianesimo e religioni universali, tr., 1978).

© 1992 M. D’AURIA EDITORE, Napoli.

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