Ingegneria genetica, manipolazione genetica

INGEGNERIA GENETICA

Gianpiero Tre Re

Pubblicato per la prima volta in S. Leone – S. Privitera (edd.), Dizionario di bioetica, Acireale-Bologna 1994.

I. LA MANIPOLAZIONE GENETICA.

Non esiste ancora un completo accordo tra gli studiosi sull’area semantica di espressioni come “manipolazione genetica”, “ingegneria genetica”, “biotecnologie”…1 Seguendo le linee emergenti dal dibattito bioetico qui considereremo l’ingegneria genetica comprendente le due branche della manipolazione genetica molecolare e cellulare. La manipolazione genetica molecolare avviene ad un livello subcellulare, operando direttamente sulla molecola DNA. Si può sezionarla opportunamente utilizzando come bisturi genetico particolari enzimi, capaci di “riconoscere” ben precise sequenze nucleotidiche e di isolarle “tagliandole” dal resto della molecola DNA. Il taglio avviene in maniera tale che i nucleotidi presenti sui due monconi “liberi” cercano di legarsi con i rispettivi nucleotidi complementari che si trovino nelle vicinanze. La cellula, ad esempio di batterio, così modificata, in base ai codici contenuti nel nuovo gene, non solo è in grado di produrre la proteina codificata, ma, riproducendosi, ne trasmette i caratteri alle cellule figlie (cloni).
Ciò che si può teoricamente fare con le conoscenze che possediamo è ancora una meta molto distante da ciò che è praticamente realizzabile a causa delle enormi difficoltà tecniche, per il fatto che ci è ancora ignoto il “meccanismo di regolazione” e infine perché ampie regioni del genoma restano tutt’oggi inesplorate. Ciò non toglie che si possano trovare già in commercio farmaci a base di ormoni prodotti “artificialmente” tramite batteri geneticamente manipolati. Ma la vera frontiera dell’ingegneria genetica è posta oggi nel trapianto di geni, ossia la diretta introduzione nell’organismo di geni “buoni” in sostituzione di quelli danneggiati2. Il fallimento dell’applicazione all’uomo di metodiche che avevano avuto successo su altri mammiferi3 sembra però indicare l’esistenza di una molteplicità di fattori ancora sconosciuti.
L’ingegneria genetica cellulare agisce a livelli meno microscopici operando sull’intero nucleo della cellula. La tecnica consta di due fasi: enucleazione della cellula e trapianto nucleare. Si ottengono così dei cloni geneticamente identici al donatore della cellula.
Un’altra tecnica di ingegneria genetica cellulare consiste nella fusione di embrioni in fasi assai precoci della loro crescita. L’adulto risulterà portatore dei distinti patrimoni genetici.
Trattando opportunamente la membrana di una cellula, infine, la si può rendere permeabile ad una cellula contigua ottenendo così una fusione dei rispettivi patrimoni genetici4. L’utilità di queste metodiche risiede nelle indicazioni che apportano sui meccanismi di controllo dell’azione genetica e sono sostanzialmente identiche per ogni ordine di esseri viventi, fino ai mammiferi.
Proprio per il fatto che si colloca ad un livello di applicazione meno raffinato, rispetto a quella molecolare, l’ingegneria genetica cellulare ha dato luogo a più clamorosi successi e richiamato maggiormente l’attenzione dell’opinione pubblica, suscitando nel contempo i più preoccupati interrogativi etici, anche per la contiguità di queste tecniche con la manipolazione degli embrioni umani. Per gli stessi motivi questa branca dell’ingegneria genetica ha una storia che parte da più lontano. Il primo successo di un esperimento di fusione cellulare con “passaggio” («assegnazione») ai cromosomi umani di geni provenienti da cellule di topo risale al 1965. Fu allora che si cominciò a parlare di «ingegneria genetica»5. L’applicazione della clonazione in agricoltura è oggi una tecnica economicamente remunerativa.

II. INGEGNERIA GENETICA. VALUTAZIONE.

1. L’atto di nascita dell’ingegneria genetica: contesto storico e teoretico.

La storia del dibattio bioetico sull’ingegneria genetica è un testo esemplare sul processo di elaborazione di una norma. Le particolari condizioni storiche, intorno alla metà degli anni sessanta, in cui si registrano i primi successi dell’ingegneria genetica, sono sfavorevoli ad un sereno giudizio valutativo e nonostante siano ormai superate da un pezzo se ne avverte tuttora un residuo nell’enfasi allarmistica che si accompagna spesso, nell’opinione pubblica, allo stupore per ogni nuova conquista in questo campo. Il dibattito interdisciplinare in quel periodo si soffermò sul problema della manipolazione e la riflessione filosofica finì con l’assolutizzarne gli aspetti deteriori6.
Il primo a mostrare interesse, almeno in casa cattolica, per gli aspetti etici dell’ingegneria genetica fu, proprio in quegli anni, K. Rahner7. Dapprima egli è preoccupato di affermare che non ogni automanipolazione è illecita, avendo questa le sue condizioni di possibilità nella capacità, specificamente umana, di autotrascendimento. Il dilemma si ripropone dunque sul piano “categoriale”: quali automanipolazioni, tra quelle rese possibili dalle attuali tecnologie genetiche, stravolgono l’essenza trascendentale dell’uomo e sono dunque da considerarsi illecite? La domanda faceva emergere la lacuna di strumenti epistemologici proporzionati e, stante l’immediata necessità di dare una risposta almeno provvisoria, spinse Rahner al ricorso ad una struttura quasi-globale della conoscenza etica, l’ «istinto morale della fede». Attraverso il riferimento all’intera esperienza morale e di fede, sia soggettiva che ecclesiale, il credente si orienta in maniera irriflessiva, certo, ma non per questo arbitraria, verso un discernimento preliminare in quelle materie in cui non esiste ancora un indirizzo normativo sufficientemente consolidato.
Rahner può così applicare l’istinto morale della fede come una guida all’uso dei criteri costituiti dalle nozioni di “margine della libertà”, e di “sfera intima”: da una parte egli vede nella manipolazione genetica «l’estrinsecazione dell’angoscia di fronte al proprio “io” che tende a farsi accogliere come un’incognita». Quindi un’incapacità di fronteggiare l’imprevisto che il futuro reca con sé, di impegnare la propria volontà e libertà8.
D’altra parte la manipolazione genetica relega la «procreazione fuori dalla sfera intima dell’uomo», pertanto ledendola gravemente9.
Riguardo al rischio di una pericolosa riduzione del margine di libertà Rahner rileva che la manipolazione genetica si pone in controtendenza rispetto alle politiche di ridimensionamento delle prospettive di dominio dello Sato sugli di spazi di autonomia individuale10.

2. Posizioni della recente riflessione morale cattolica.

Il confronto con una qualsiasi produzione teologico-morale recente su questi temi ci da’ un’idea di quanto la bioetica abbia fatto tesoro della nuova consapevolezza epistemologica acquisita dalla teologia morale in seguito ai dibattiti degli anni settanta e ottanta sullo “specifico” della morale cristiana e la fondazione delle norme11.
La questione classica della preliminare distinzione tra la possibilità tecnica e quella morale (affermando o negando la quale si afferma o si nega che il ricercatore sarebbe soggetto solo alle leggi scientifiche del settore in cui opera) può essere riformulata, ad esempio, nei termini di una necessità di tutelare il «rapporto gerarchico esistente tra il valore della ricerca scientifica e quello degli esseri interessati alla ricerca, soprattutto quando si tratta di esseri umani»12, vale a dire nei termini della corrispondente problematica etico-normativa. Il modo d’impostare ogni soluzione è dunque tutt’uno col sistema di riferimento per la fondazione del giudizio morale e con la scelta della strategia argomentativa, deontologica o teleologica.
Riguardo la valutazione delle biotecnologie il procedimento deontologico parte dal fatto che l’ingegneria genetica consiste nella possibilità di modificare i geni. Ciò è, per il deontologo, «contro natura» essendo una interferenza umana non corrispondente al processo fisiobiologico.
Il teleologo considera invece le conseguenze di ogni singolo intervento alla luce del vantaggio per la singola persona e l’intera umanità.
Egli solleva difficoltà per fecondazione in vitro di gameti umani, almeno fin quando si presenteranno le attuali modalità applicative (es. FIVET) o il legame fertilizzazione in vitro-ingegneria genetica. Ma, prescindendo da questo legame, gli autori evidenziano la distinzione tra intervento diagnostico-terapeutico e intervento alterativo. Al di fuori della sua finalizzazione alla FIVET, la diagnosi genetica appare moralmente positiva (dal punto di vista teleologico), anzi obbligatoria. Lo scopo terapeutico risulta, già di per sé sempre moralmente lecito. Invece lo scopo alterativo, oltre che dal punto di vista deontologico, risulterà illecito anche da quello teleologico, essendo essa la subordinazione di un valore morale (la persona) a quello premorale della “produzione” di individui eugeneticamente “superiori”.

3. Il problema dello statuto ontologico dell’embrione umano.

Nel corso del presente articolo abbiamo visto la distinzione tra manipolazione molecolare e cellulare reclamare una differenziazione del giudizio etico. Il vero conflitto tra fattibilità tecnica e liceità morale si pone in concreto solo per i livelli più “grossolani” di manipolazione e solo quando si intervenga a fini puramente sperimentali su embrioni umani.
In ultima istanza l’interrogativo dell’ingegneria genetica è riconducibile, sotto il profilo bioetico, all’incertezza che regna sul problema dello statuto ontologico dell’embrione umano.
La situazione è aggravata dal fatto che il discorso su questo punto non di rado è affetto da alcune patologie dell’argomentazione tra cui l’errore logico ben noto col nome di “fallacia naturalistica”, consistente nell’indurre immediatamente da un asserto puramente indicativo (come può essere un dato biologico) un asserto prescrittivo; sebbene, ad esempio, la realtà della persona appartenga al dominio della scienza metafisica, tuttavia si pretende a volte di trovarne un inizio indagando sul piano biologico.
Si deve poi prendere atto di un uso spesso impreciso di categorie aristoteliche come “potenza” ed “atto” di frequente riferite in maniera indifferenziata allo sviluppo dell’embrione, al divenire della persona, all’attuazione dell’essere umano… Bisogna tenere presente che in una visione metafisica corretta, l’atto precede sempre la potenza, e ciò non solo logicamente. La potenza è sempre potenza di un atto. Inoltre, la materia, astrattamente considerata, non è che il ricettacolo di tutte le potenzialità; in essa non può trovarsi alcunché di necessario: sarebbe errato pertanto cercarvi il principio di una obbligazione morale, perché questa è necessaria per definizione.
Se proprio vogliamo parlare del divenire della persona dobbiamo porre attenzione a non confondere tra il divenire come passaggio dalla potenza all’atto e il divenire come passaggio dal non essere all’essere. Applicato all’embrione, questo discorso significa semplicemente che non esiste alcuna potenzialità all’interno dello spessore ontologico dell’embrione umano: questi, in ultima analisi, o è persona sempre o non lo sarà mai. La persona, infatti, è un unico e indivisibile kairòs; assoluta, sorprendente novità, mai attuabile attraverso un processo produttivo, irripetibile, indivisibile per essenza in tutto l’arco del suo perdurare nell’essere. Essa, più che “divenire”, propriamente “procede”, secondo un dinamismo immanente al proprio atto d’essere, verso l’autocompimento.
Dovrebbe esser chiaro, allora, che la persona non può aver inizio che da altre persone e in un modo che non sia solo la produzione di un effetto qualsiasi ma che abbia la dignità di una relazione interpersonale fondante ogni altra successiva relazione. Il sorgere della persona andrebbe dunque cercato nel legame indissolubile che esiste tra l’inizio della sua dimensione corporea e le sue origini parentali: è la vicenda biologica che ha inizio nella persona, non viceversa.

BIBLIOGRAFIA

AA. VV., La fertilizzazione in vitro, Atti del Convegno della Societas Ethica, Palermo 2-6 settembre 1985, Palermo 1986.
L. CAVALLI-SFORZA, Breve storia della genetica medica, in Fondamenti, 5 (1986), 119-132.
COMITATO CONGIUNTO DELL’EPISCOPATO CATTOLICO SUI PROBLEMI BIOETICI, Per incarico dei vescovi della Gran Bretagna. Commenti sul Rapporto Warnock, fertilità umana ed embriologia, in Medicina e morale 6 (1985), 139-180.
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CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Istruzione su il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione, Città del Vaticano 1987.
D. CUCCHIARA – A. GRASSI, I diritti dell’uomo e ingegneria genetica aspetti giuridici, in Medicina e morale, 2 (1981), 350.
L. LOMBARDI VALLAURI, Manipolazioni genetiche e diritto, in Rivista di diritto civile, gennaio-febbraio 1985, 1-23.
E. SGRECCIA, A proposito del pre-embrione umano, in Medicina e morale, 7 (1986), 5-17.

1Cfr. C. CIROTTO, Ingegneria genetica, in C. CIROTTO-S. PRIVITERA, La sfida dell’ingegneria genetica, tra scienza e morale, Cittadella Assisi, 1985, 8-9; 127-132; E. SGRECCIA, Bioetica. Manuale per medici e biologi, Milano 1986, 133; B. HÄRING, Medicina e manipolazione. Il problema morale della manipolazione medica, comportamentale e genetica, Roma 19772, 262; COMITATO NAZIONALE PER LA BIOETICA, Terapia genica, Roma, 15 febbraio 1991, 7-9; G. TRE RE, Ingegneria genetica: aspetti tecnici, valutazione etica, in Bioetica e Cultura, 1 (1992) I 68, nota 5.
2E. NEUFELD, «Gene therapy. Enzyme replacement», in W. T. REICH (ed.) Encyclopedia of bioethics, New York 1978, 513-514; R. O. ROBLIN, «Gene therapy. Via transduction», in W. T. REICH (ed.) Encyclopedia of bioethics, New York 1978, 516; R. O. ROBLIN, «Gene therapy. Via transformation», in W. T. REICH (ed.) Encyclopedia of bioethics, New York 1978, 514-516.
3Cfr. C. CIROTTO, Ingegneria genetica, cit., 90-94.
4G. POSTE, «Gene therapy. Cell fusion and hybridization» in REICH W.T. (ed.) Encyclopedia of bioethics, New York 1978, 517-519.
5E. SGRECCIA, op. cit., 134.
6Cfr. G. TRE RE, op.cit., 77-78.
7K. RAHNER, Experiment Mensch. Theologisches zur Selbstmanipulation des Menschen: Die Frage nach dem Menschen. Aufriss einer philosophischen Anthropologie. Festschrft für Max Müller, Freiburg, 45-69; ID, Zur Problem der genetischen Manipulation, in Die Zukunft des Menschen. Zum Problem der genetischen Manipulation, München 1968. La pubblicazione in Italia fu curata dalle Edizioni Paoline con i titoli L’uomo come oggetto di esperimentazione; e La manipolazione genetica, entrambi in Nuovi saggi III, Roma 1969, da cui sono tratte le citazioni riportate qui di seguito, rispettivamente alle pagg. 305-336 e 337-385.
8La manipolazione…, cit., 373.
9Ibid., 374
10Ibid., 378-379.
11Cfr. ad esempio S. PRIVITERA, Ingegneria genetica ed embrionale in F. COMPAGNONI – G. PIANA – S. PRIVITERA (edd.), Nuovo dizionario di teologia morale, Cinisello Balsamo 19902, 590-597. L’articolo è una sintesi del più ampio scritto Il problema morale dell’ingegneria genetica, contenuto in C. CIROTTO – S. PRIVITERA, op. cit, 121-205.
12S. PRIVITERA, Ingegneria genetica…,, op. cit., 591.
9

  1. giada
    17 novembre 2012 alle 14:52

    Dall’ovaio e dai testicoli la formula per vincere tutte le malattie e vivere per sempre e sani.Dall’0vaio e dal testicolo si possono estrapolare i cromosomi donati dallo spermatozoo o dal’ovaio che hanno formato una determinata persona, per arrivare ad una riproduzione transdifferenziata,da qui la fonte di guarigione di ogni organo leso,che potrà attingere a questo dna così formato per rigenerarsi.Viva la scenza.

    • Sebastian
      20 novembre 2012 alle 8:26
        Quindi è bene fornirsi immediatamente di un efficente ANTIFURTO?
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