Sophia Salmaso (a cura), Dossier Puglisi

Padre Pino PuglisiDOSSIER PUGLISI
a cura di Sophia Salmaso

Un uomo dalle grandi orecchie
Aveva grandi orecchie, grandi mani, grandi piedi. E sapeva essere allegro e scherzare anche su se stesso. Come il lupo a Cappuccetto Rosso, padre Pino spiegava che le orecchie grandi gli servivano per ascoltare meglio, le mani grandi per accarezzare con più tenerezza, i piedi grandi per camminare sempre in lungo e in largo, per soddisfare subito le richieste di aiuto. Per chi lo ha conosciuto, Padre Pino Puglisi, che tutti ricordiamo come “3P”, è stato principalmente l’uomo, il prete, l’amico che ha saputo ascoltare. L’incontro con “3P” non offriva ricette preconfezionate o risposte frettolose, ma un paio di grandi orecchie che sapevano ascoltare.
Sua preoccupazione negli anni è stato quello di creare un centro di ascolto permanente, dove i giovani in qualsiasi ora del giorno potessero passare e trovare qualcuno con cui parlare: oggi questo centro esiste[1] e porta il nome di “3P”.
Fonte: http://www.padrepinopuglisi.net/home_frame.htm

Breve biografia di Padre Pino Puglisi
Don Giuseppe Puglisi nasce nella borgata palermitana di Brancaccio il 15 settembre 1937, figlio di un calzolaio e di una sarta, e viene ucciso dalla mafia nella stessa borgata il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno.
Entra nel seminario diocesano di Palermo nel 1953 e viene ordinato sacerdote dal cardinale Ernesto Ruffini il 2 luglio 1960. Nel 1961 viene nominato vicario cooperatore presso la parrocchia del SS.mo Salvatore nella borgata di Settecannoli, limitrofa a Brancaccio, e rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi. Nel 1963 è nominato cappellano presso l’istituto per orfani “Roosevelt” e vicario presso la parrocchia Maria SS.ma Assunta a Valdesi.
Sin da questi primi anni segue in particolare modo i giovani e si interessa delle problematiche sociali dei quartieri più emarginati della città. Segue con attenzione i lavori del Concilio Vaticano II e ne diffonde subito i documenti tra i fedeli con speciale riguardo al rinnovamento della liturgia, al ruolo dei laici, ai valori dell’ecumenismo e delle chiese locali. Il suo desiderio fu sempre quello di incarnare l’annunzio di Gesù Cristo nel territorio, assumendone quindi tutti i problemi per farli propri della comunità cristiana.
Il primo ottobre 1970 viene nominato parroco di Godrano, un piccolo paese in provincia di Palermo – segnato da una sanguinosa faida – dove rimane fino al 31 luglio 1978, riuscendo a riconciliare le famiglie con la forza del perdono. In questi anni segue anche le battaglie sociali di un’altra zona della periferia orientale della città, lo “Scaricatore”.
Il 9 agosto 1978 è nominato pro-rettore del seminario minore di Palermo e il 24 novembre dell’anno seguente direttore del Centro diocesano vocazioni. Nel 1983 diventa responsabile del Centro regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale. Agli studenti e ai giovani del Centro diocesano vocazioni ha dedicato con passione lunghi anni realizzando, attraverso una serie di “campi scuola”, un percorso formativo esemplare dal punto di vista pedagogico e cristiano.
Don Giuseppe Puglisi è stato docente di matematica e poi di religione presso varie scuole. Ha insegnato al liceo classico Vittorio Emanuele II a Palermo dal ’78 al ’93.
A Palermo e in Sicilia è stato tra gli animatori di numerosi movimenti tra cui: Presenza del Vangelo, Azione cattolica, Fuci, Équipes Notre Dame. Dal marzo del 1990 svolge il suo ministero sacerdotale anche presso la “Casa Madonna dell’Accoglienza” dell’Opera pia Cardinale Ruffini in favore di giovani donne e ragazze-madri in difficoltà.
Il 29 settembre 1990 viene nominato parroco a San Gaetano, a Brancaccio, e nel 1992 assume anche l’incarico di direttore spirituale presso il seminario arcivescovile di Palermo. Il 29 gennaio 1993 inaugura a Brancaccio il centro “Padre Nostro”, che diventa il punto di riferimento per i giovani e le famiglie del quartiere. La sua attenzione si rivolse al recupero degli adolescenti già reclutati dalla criminalità mafiosa, riaffermando nel quartiere una cultura della legalità illuminata dalla fede. Questa sua attività pastorale – come è stato ricostruito dalle inchieste giudiziarie – ha costituito il movente dell’omicidio, i cui esecutori e mandanti sono stati arrestati e condannati. Nel ricordo del suo impegno, innumerevoli sono le scuole, i centri sociali, le strutture sportive, le strada e le piazze a lui intitolate a Palermo e in tutta la Sicilia.
A partire dal 1994 il 15 settembre, anniversario della sua morte, segna l’apertura dell’anno pastorale della diocesi di Palermo. Il 15 settembre 1999 il Cardinale Salvatore De Giorgi ha insediato il Tribunale ecclesiastico diocesano per il riconoscimento del martirio, che ha iniziato ad ascoltare i testimoni. Un archivio di scritti editi ed inediti, registrazioni, testimonianze e articoli si è costituito presso il “Centro ascolto giovani don Giuseppe Puglisi” a Palermo.
Fonte: http://www.padrepinopuglisi.net/home_frame.htm

Citazioni tratte dagli scritti di Don Puglisi e da suoi interventi archiviati presso il Centro a lui dedicato a Palermo:
Le parole e i fatti
” È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi. Non ci si fermi ai cortei, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative hanno valore ma, se ci si ferma a questo livello, sono soltanto parole. E le parole devono essere confermate dai fatti”.
Il Signore sa aspettare
“Nessun uomo è lontano dal Signore. Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore. Non forza il cuore di nessuno di noi. Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere. Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà”.

Intervista a Roberto Faenza
Ci sono alcuni episodi del suo film cui, purtroppo, si stenta a credere: quanto è fedele ai fatti realmente accaduti?
Il mio lavoro di ricostruzione della vita di Don Puglisi è stato molto attento. Mi hanno aiutato i suoi collaboratori Suor Carolina e Gregorio, ma anche il giudice Patronaggio, che catturò i killer e che oggi è presidente della Corte d’Assise di Agrigento. Puglisi non era un personaggio noto e, come tale, è stato difficile ricostruire nei particolari la sua vita. Da lì sono partito, per poi lasciarmi trasportare dalle suggestioni di questa vicenda. L’episodio del suicidio del ragazzo è “inventato”, anche se molti ragazzi dopo la morte di Puglisi sono scomparsi per motivi diversi. Ho immaginato il disagio e il dolore. So anche di tanti figli di boss mafiosi che sono in analisi. Mi è sembrato un fatto molto significativo, la dice lunga sul grado di sofferenza che sono costretti a subire.
E i festeggiamenti in occasione della morte del giudice Falcone sono veri?
Purtroppo sì. Mi è stato raccontato che gli schiamazzi in strada hanno preannunciato la notizia a chi ancora non l’aveva sentita in televisione o per radio. Le scritte sui muri: “W la mafia” erano vere, allora come oggi. Durante il film, ho realizzato un documentario nel quale molti ragazzi dicono chiaramente che Falcone era un delinquente, mentre Totò Riina è una brava persona.
Qual è la sua posizione sul comportamento della Chiesa nei confronti di Puglisi?.
Mi sembra che sia espressa bene nel film. Puglisi era solo. Per tutta la durata del film sta con i suoi bambini o con i collaboratori, quasi fossero una famiglia. La Chiesa era assente, come le autorità e lo Stato. Quando Puglisi chiese rinforzi in un posto come Brancaccio, luogo ad alta densità mafiosa (dove, poi si è saputo, era custodito il tritolo che uccise Falcone), gli furono inviate tre suore. A Palermo non sempre la Chiesa aveva degli atteggiamenti trasparenti, c’era un certo grado di collusione. Mi è stato riferito che il Vescovo si rifiutò di ricevere Puglisi e si giustificò dicendo che il parroco non aveva appuntamento. Ma è inverosimile, Puglisi sapeva bene che si viene ricevuti solo per appuntamento. Comunque, il mio film non voleva essere politico.
È vero che avete proiettato il film per il clero a Palermo?
Sì, ci è stata richiesta una proiezione, il film è piaciuto. Oggi è in corso il processo di beatificazione come martire di Don Puglisi. La Chiesa può commettere errori, ma non è da considerarsi un monolite. Ci sono ancora oggi molti parroci in prima linea, persone come Puglisi. Don Antonio Garau [2], ad esempio, che è stato nostro consulente durante il film e ci ha aiutato molto.
Nel film la visione di Don Puglisi sembra più laica che spirituale, cosa ne pensa?
Non sono d’accordo. Solo un prete avrebbe potuto fare certi discorsi, parlare così alle persone perché le concepiva come fedeli. Anche se io non sono credente, questo non vuol dire che non possa rappresentare un uomo di fede. Certo, quando Puglisi ignorava quelli che lo criticavano perché permetteva d’entrare in chiesa a bambini non battezzati, aveva una posizione piuttosto laica, seppur in favore della religione.
C’è qualcosa che si è proposto di non fare, iniziando il film?
Quello che non volevo fare era un film sulla mafia. Il miglior complimento che ho ricevuto è stato da parte di Patronaggio, il quale ha detto che nel film non c’era alcuna fascinazione da parte della mafia. Purtroppo in tanto cinema, soprattutto americano, i mafiosi sono visti come eroi. Io volevo rappresentare i mafiosi per quello che sono: omuncoli che non hanno altra capacità se non quella di uccidere.
Crede che il suo film lasci qualche speranza? In molti hanno scritto che oggi nulla è cambiato e che Puglisi fu sconfitto: cosa ne pensa?
Per me, questo è un film di speranza. Raccontare questa storia è un modo di spingere le persone a riflettere e cercare un cambiamento. È vero che poco è cambiato, che molti bambini del mio film sono nelle stesse condizioni di quelli di Puglisi, di dieci anni fa, con una madre prostituta, un padre in galera. Ma è altrettanto vero che, lentamente, la consapevolezza cresce. Nessuno voleva fare questo film, è stato arduo trovare una casa di produzione. In molti mi volevano come regista, dopo il successo di “Prendimi l’anima”, ma non con questo film. Poi, per fortuna, abbiamo trovato la Mikado.

Intervista a Luca Zingaretti
Cosa sapeva di don Puglisi prima che le fosse offerto il ruolo?
Conoscevo la vicenda giudiziaria, un po’ meno quella umana. Nel 1993, quando Puglisi fu assassinato, furono fatte diverse ipotesi sull’omicidio, anche se si sapeva chiaramente che fosse un delitto di mafia. Io sono interessato ai fatti di mafia, dunque ho seguito la vicenda.
Come mai ha un interesse per la mafia?
Ho un interesse per tutti i fatti d’attualità, come italiano sono interessato a Piazza Fontana, Ustica, la P2, la mafia. Tutti dovrebbero essere consapevoli di quello che succede in questo paese.
Com’è? nato l’incontro con Faenza e come avete lavorato sul personaggio?
Con Roberto ci siamo incontrati per il film ‘I giorni dell’abbandonò, che poi abbiamo girato ed uscirà in primavera [del 2005, n.d.r.]. Mentre parlavamo del mio ruolo, Roberto ha accennato a questo progetto, mi ha subito interessato. Gli sono grato di avermi affidato il ruolo di un siciliano, c’è voluto un certo coraggio. Io sono famoso per il ruolo televisivo di un altro siciliano: Montalbano. Don Puglisi offre un’immagine completamente diversa della Sicilia. Roberto ama molto gli attori ed ha un modo di lavorare assai libero. Obbliga tutti a trovare dentro di sé spinte nuove, a cercare una propria visione. Nel contempo da’ l’idea di essere guidati, di non potersi perdere, di essere sorvegliati. Sono felice di quest’incontro, è stato davvero stimolante. Entrambi sentivamo l’esigenza di raccontare questa storia.
Pensa che il film di Faenza dia qualche speranza?
Penso di sì. Siamo tutti consapevoli di quale sia la situazione attuale, poco o nulla è cambiato. Ma è un dato di fatto che la consapevolezza e la resistenza crescono. È importante raccontare storie come questa per denunciare, senza mai perdere l’ottimismo. Bisogna contribuire a creare un sentire comune, è necessario generare sofferenza per poi parlarne.
Qual è stato il momento più emozionante della sua interpretazione?
Ho imparato a conoscere don Puglisi dalle testimonianze di coloro che gli erano più vicini. Era una persona straordinaria, un uomo di enorme fede, con un incredibile coraggio. Tuttavia, c’a’? un momento nel film in cui si sente tutto il dolore dell’abbandono. Ha un attimo di debolezza, pur essendo un uomo di chiesa, si preoccupa delle sue spoglie mortali e dice a Gregorio: ‘Non lasciate il mio corpo troppo tempo da solo. Questa frase per me è la più toccante. Dimostra la disperazione, la sofferenza e l’umanità.
È vero che per girare la scena dell’omicidio è rimasto a terra sotto il sole per otto ore?
Sì, ed è una cosa che ho fatto volutamente. Ho pensato che emotivamente stare fermo là, con il sangue che mi colava addosso, mi avrebbe aiutato a cogliere certe sensazioni in modo più profondo.
Fonti: http://www.italica.rai.it/index.php?categoria=cinema&scheda=lucedelsole_intervista_faenza
http://www.italica.rai.it/index.php?categoria=cinema&scheda=lucedelsole_intervista_zingaretti&lingua=ita

Testo integrale della requisitoria del pubblico ministero Lorenzo Matassa tenuta il 23 febbraio 1998 davanti la Corte d’Assise di Palermo
Si dice che nell’ultimo momento della vita, nell’atto dell’ultimo respiro, ogni uomo ripercorra tutto il suo vissuto. In quell’unico istante ogni essere potrà ritrovare se stesso in modo completo, consegnandosi ai sorrisi cari degli amati o ai fantasmi del male. Si dice che un vortice inarrestabile trascini chi la vita non ha più (ma che la vita non ha ancora del tutto abbandonato) dal caldo natale abbraccio della madre fino al pietoso gesto della chiusura delle palpebre da parte di un ignoto passante o di un impotente medico del pronto soccorso.
Ho provato tante volte a immaginare l’ultimo momento della vita di don Giuseppe Puglisi non solo perché la sua umanità era, ed è, la mia umanità (così come quella di tutti coloro che oggi si trovano qui), ma perché in quel momento vi erano sicuramente registrati la causa e il motivo del suo assassinio.
Forse nel suo sorriso morente non si erano imprigionati, come in una fotografia, i volti degli assassini, ma – ditemi voi – era importante sul Golgota conoscere che viso avesse colui che aveva trafitto le mani, i piedi e il costato di un uomo sulla croce?
Vi sono assassini che trascendono coloro che li compiono. Vi sono assassini che uccidendo un uomo uccidono un pensiero, una speranza, un modo di essere, l’idea stessa di umanità.
Questo, signori giurati, è uno di quegli omicidi.
Vi avevo detto, nel corso della mia relazione introduttiva, che questo processo ci avrebbe portato a ricostruire le circostanze che portarono alla morte un uomo a causa del suo impegno evangelico e sociale.
Vi avevo anticipato che avremmo attraversato il fondo più oscuro e abietto del delitto e che avremmo avuto modo di constatare in quali misere condizioni di assoggettamento e di omertà è costretto un intero quartiere di Palermo.
Pensiamo che l’istruttoria dibattimentale sia stata fedele a questa promessa.
Ho sentito dire che “la verità cerca chi la trova”. Avete sentito bene. Proprio in questa modalità inversa. È la verità che insegue colui il quale ne cerca l’esistenza. È essa che si muove, inarrestabile, dalle cose fino ai pensieri; si ricostruisce sotto lo sguardo dell’indagatore fino a completarsi nel suo aspetto più autentico e inoppugnabile.
Questo è accaduto in questo caso e in questo processo .
Come una invisibile calamita la verità ha magnetizzato a sé tutti i pezzi dispersi dei luoghi, delle circostanze, degli uomini, delle condotte, riassemblandole ordinatamente e offrendo il panorama chiaro, completo, trasparente, inequivocabile di tutto ciò che accadde prima, durante e dopo il momento in cui il povero corpo di don Pino Puglisi si abbattè al suolo senza un grido. Ecco perché nel Vangelo sta scritto che Nostro Signore è la via, la Verità e la Vita. Perché la verità è veicolo di giustizia. È l’essenza stessa della giustizia. Questo processo è stato veicolo di verità. Allorché il caso mi affidò la morte di don Giuseppe Puglisi come oggetto di investigazione ebbi il vero traumatico contatto con il quartiere di Brancaccio. La sua realtà di miseria, dolore, e morte.
Quartieri dormitorio, dove unica maestra di vita (per i ragazzi cresciuti troppo in fretta) è la strada e queste strade, come per esempio la via conte Federico, erano il ricordo e le lapidi per centinaia di morti ammazzati.
Intere famiglie abbandonate a se stesse senza servizi, strutture sociali, centri di assistenza, un pò di verde dove spaziare.
Il quartiere di Brancaccio era (ed è) una frontiera scomoda per tutti, un territorio a perdere, un qualcosa da dimenticare, da lasciare al potere incontrastato dei criminali e dei mafiosi perché guai a opporsi a loro.
Ecco perché il quartiere di Brancaccio era una vera e propria missione.
Una missione difficile come alcune parti dell’Africa affamata o come alcune zone della violenta America Latina. Una missione pericolosa.
Don Pino Puglisi doveva sapere tutto questo, ma la chiesa di Brancaccio era la sua missione pastorale; ciò che Nostro Signore aveva deciso che fosse.
L’unica cosa che forse non considerò era quella che egli sarebbe rimasto solo, solo nell’opera pastorale e solo nella morte, solo (come diremo), anche nel processo.
Io non dimenticherò mai il sorriso sereno di don Pino Puglisi mentre il medico legale mi indicava il foro d’entrata della pallottola che lo uccise.
Era il sorriso di colui il quale aveva scelto e abbracciato la sua fede e con rassegnazione aveva accettato il suo destino con l’estremo sacrificio.
Il quartiere conosceva tutto questo e in quei giorni era percorso da una voce, un fremito indistinto ma corale.
Tutti (nelle piazze, dentro i bar, nei negozi e in ogni altro disperso luogo di ritrovo del quartiere di Brancaccio) pronunciavano sommessamente e paurosamente una unica parola che riassumeva mandanti, movente e ogni altra circostanza del delitto. Tutti pronunciavano una unica parola: mafia. Certo – signori giurati e signori giudici togati – la mafia… direte voi era facile supporre, era logico da desumere, era conseguente, avuto riguardo alla storia che da sempre ha contrapposto i valori cristiani del bene alla violenza e alla sopraffazione del male. Il bene a volte soccombe. Era questo.
Ma – signori della Corte d’Assise – sapete quale era il rischio di questa morte e di questa investigazione? Era quello che ci si potesse lentamente abbandonare alla deriva dell’indistinto scenario di un martirio cristiano.
Chi di voi, infatti, conosce il nome di colui che trafisse il costato di Nostro Signore sul Golgota?
Che importanza poteva avere di fronte all’enormità dell’assassinio di un innocente che aiutava l’infanzia abbandonata, le famiglie senza pane, le donne violentate e ferite, i tossicodipendenti, che importanza aveva a fronte di tutto questo chi lo aveva ucciso?
La mafia lo aveva ucciso. Il male indistinto che – come a volte accade – prevale sul bene. Era tutto lì.
La mano sarebbe rimasta nell’ombra ancora per qualche tempo fino al giorno in cui, per eliminare ogni prova residua, la mafia si sarebbe disfatta anche dell’esecutore o degli esecutori. La storia di questo assassinio si sarebbe disciolta nell’acido. Ecco quale era il rischio di questa indagine.
Ma, come vi ho già detto, la Verità è andata alla ricerca dell’uomo e si è mossa, inarrestabile, dalle cose fino ai pensieri.
Meditando questa requisitoria mi sono chiesto quale può essere il virtuale desiderio di ogni organo inquirente, di ogni valente indagatore delle cose umane (e non necessariamente delle cose giudiziarie) che si trovi nella necessità di ricostruire un fatto nella sua interezza, investigarne i contorni e le circostanze per acclararne la verità.
La scienza è antica quanto l’uomo e ha un nome altisonante e forse difficile da pronunciarsi: epistemologia, ovvero scienza della conoscenza .
In altri termini, si arriva alla ricerca della verità se e in quanto si è dapprima conosciuto un fatto; la corretta conoscenza del fatto permettendo anche una corretta formazione della verità.
In un fatto omicidiario, di regola, ci si muove a ritroso cercando di ripercorrere la via ante acta della vittima dall’ultimo respiro.
Quasi mai la fortuna consente di fotografare il momento esiziale del delitto e anche se questa fotografia vi fosse essa non riprenderebbe quello che voi e noi riteniamo elemento più importante: il movente.
Il movente è quell’invisibile filo di Arianna che permette di decifrare e decodificare tutte le azioni e mostrarle in chiaro a chi ne ha registrato solo l’effetto finale. Il movente è più del motivo: è la spiegazione delle condotte.
Quale allora può essere il virtuale desiderio di un organo inquirente se non quello di intuire il movente e da questo ripercorrere, nella successione più aderente ai fatti, ogni condotta di coloro che il movente hanno condiviso dando loro un volto e un nome?
Questo è accaduto nelle indagini relative all’omicidio di don Giuseppe Puglisi dove (scartate, dopo i primi accertamenti, le ipotesi di un delitto d’impeto o latamente occasionale) il motivo si manifestò chiaro nell’attività evangelica e pastorale e nella chiara contrapposizione di questa attività al regime di terrore, morte e sopraffazione imposto dalla mafia.
Tipici gli avvenimenti ammonitori (le violenze private, gli incendi e i danneggiamenti) che avete udito raccontare alle persone vicine a don Puglisi e ai rappresentanti del comitato intercondominiale (29/6/93) così come quelli che sapete essere stati cagionati all’impresa che lavorava alla ristrutturazione della chiesa di San Gaetano il 25/5/93 (anche se avete assistito all’omertosa negazione del titolare dell’impresa Balistreri, negazione reiterata pure a fronte della oramai appresa circostanza della dolosità dell’atto dichiarata da chi l’atto di danneggiamento aveva posto in essere).
La chiesa di Brancaccio e la semplicità disarmante di don Pino Puglisi erano una spina nel fianco della mafia di quel quartiere (e aggiungerei di tutte le mafie) che vedeva compromesso il suo primato.
Forse sarebbe bastato questo, così come bastò in altre occasioni e in altri tempi, per ammazzare il messaggio dei miti della terra come Gandhi, Martin Luther King o Monsignor Romero, quest’ultimo – lo ricorderete – ucciso dai cartelli colombiani della coca.
Ma nel nostro caso era accaduto qualcosa di più. Qui il motivo doveva essere più concreto, più tangibile e immediato.
L’ipotesi fu confermata da un collaborante storico, profondo conoscitore della fenomenologia omicidiaria in Cosa Nostra e più volte ritenuto della massima attendibilità da parte del Supremo Collegio.
Giovanni Drago, pur chiarendo di essere stato detenuto al tempo della morte di don Giuseppe Puglisi, rassegnava alla conoscenza degli investigatori un particolare relativo all’attenzione che Cosa Nostra aveva riposto sul prelato.
Cosa Nostra aveva incaricato un insospettabile di seguirne le mosse per comprenderne cosa esattamente ruotasse attorno al centro di accoglienza Padre Nostro promosso da don Pino nella via Conte Federico.
La situazione era di massima importanza per Cosa Nostra.
Situato in un crocevia strategico del quartiere di Brancaccio a pochi passi dalle abitazioni di molti esponenti latitanti dell’organizzazione (ma soprattutto a pochi metri dalle abitazione dei latitanti fratelli Graviano capi indiscussi della famiglia di Brancaccio nonché componenti di spicco del vertice mafioso siciliano), il centro d’accoglienza Padre Nostro era un continuo andirivieni di persone assolutamente non controllabili. Tra esse potevano nascondersi investigatori e agenti di polizia in un momento storico in cui le stragi e le bombe, esplose nel paese, intensificavano le ricerche dei sospetti per crimini orrendi.
Povero don Pino. Questo sospetto non era vero. Nessuna traccia anche minima dell’indagine ha mai confermato questa vocazione sbirresca del prete di frontiera.
Lo ripetiamo qui, davanti a tutti e soprattutto davanti a questi imputati, mai don Pino diede aiuto alla polizia e gli armadi del centro di accoglienza Padre Nostro erano pieni di medicinali, di pasta, di pane, di vestiti, di giocattoli e di ogni altro bene che serviva alla sua gente, alla gente che egli curava e che, disperata, non aveva nulla.
Ma il centro d’accoglienza Padre Nostro doveva cessare di esistere per eliminare alla radice il potenziale pericolo alla latitanza dei fratelli Graviano e di ogni altro componente dell’organizzazione.
In effetti la scelta criminale fu graduata rispetto alle necessità e all’indomani dell’assassinio (lo avete udito dai testimoni) sia il comitato intercondominiale che il centro Padre Nostro cessarono di vivere.
Questo fu il reale movente dell’assassinio.
Se il movente partiva dalla necessità di coprire la latitanza dei capi incontrastati del quartiere Brancaccio, era all’interno del gruppo criminale che bisognava dare un nome e un volto a coloro che avevano agito.
L’uomo prescelto dalla famiglia mafiosa per il controllo del prete, il dott. Mangano Salvatore, fu arrestato quasi subito e la sua posizione è stata definita con le forme del rito abbreviato e l’irrogazione di una condanna, passata in giudicato, a anni due di reclusione per il reato di partecipazione esterna all’associazione per delinquere Cosa Nostra.
Il labirinto delle complicità e delle responsabilità andava mano a mano delineandosi, la nebbia dell’omertà si diradava.
Di Filippo Emanuele, Di Filippo Pasquale e Cannella Tullio uomini tutti gravitanti nel gruppo mafioso di Brancaccio si aprivano alla collaborazione.
Si rafforzava il quadro probatorio già esistente a carico dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, e era identificato uno degli autori materiali dell’omicidio: Grigoli Salvatore.
Non ripeterò qui ciò che avete udito nel corso dell’istruzione probatoria e che sara’ oggetto prossimamente della decisione della Corte d’Assise apertasi sul processo ai mandanti. Tassello dopo tassello, circostanza dopo circostanza una cascata di verità travolgerà beneficamente le investigazioni prima e il processo poi.
Uno dopo l’altro, a seguito della cattura dei capi mafia di Brancaccio e di alcuni importanti gregari, si aprivano alla collaborazione altri componenti di Cosa Nostra (Romeo, Ciaramitaro, Calvaruso, Carra, Scarano). Un fiume in piena travolgeva Cosa Nostra di Brancaccio.
Grigoli Salvatore, detto “il cacciatore”, non era stato l’unico assassino. Altri lo avevano aiutato a compiere la missione di morte. Come se per uccidere un prete, povero e solitario fosse necessario un plotone. In effetti questa necessità non c’era. Ma questa era, ed è, l’operatività militare di Cosa Nostra che, anche per un obiettivo semplice e inerme come don Pino, esigeva le sue pianificazioni e le sue sicurezze operative. Disponibilità di informazioni, denaro, armi e esplosivo, auto e moto per veloci spostamenti, complicità insospettabili nel territorio, luoghi dove condurre le vittime per interrogatori con tortura e dissolvimento dei corpi, coperture nella esecuzione dei delitti, fughe protette.
Tutto questo e altro ancora (di criminale) era il gruppo di fuoco della famiglia di Brancaccio. Pronto a ogni operazione, anche la più crudele, come l’assassinio di bambini o di donne incinte, pronti alla strage dei luoghi dell’arte e della storia del nostro paese, pronti a colpire degli ignari spettatori all’uscita di uno stadio, pronti a abbattere un elicottero, pronti a tutto.
Uno dopo l’altro i componenti del gruppo di fuoco venivano individuati e arrestati, alcuni dopo anni di latitanza.
I loro nomi li avete uditi più volte in questa aula, i loro volti sono a voi conosciuti, i collegamenti tra gli stessi hanno il valore probatorio quasi di un fatto notorio: Mangano Antonino, Spatuzza Gaspare, Lo Nigro Cosimo e Giacalone Luigi, sono gli stessi uomini accusati, insieme a altri, di avere causato terrore e morte in tutta Italia.
Essi erano insieme al “cacciatore” al momento dell’esplosione del colpo mortale alla nuca del povero don Pino Puglisi.
Vi avevo già detto che, meditando questa requisitoria, mi sono chiesto quale potesse essere il virtuale desiderio di ogni organo inquirente, di ogni valente indagatore delle cose umane (e non necessariamente delle cose giudiziarie) che si trovi nella necessità di ricostruire un fatto nella sua interezza, investigarne i contorni e le circostanze per acclararne la verità.
Avevo detto che la maggiore aspettativa è quella di individuare il movente e da questo ricostruire passo dopo passo ogni circostanza e ogni condotta che, nell’attuazione di quel movente, ha dato un contributo causale.
Ma quale massima aspettativa può invece nutrirsi? La massima aspettativa è che questo movente e queste prove convergenti si manifestino in tale e innegabile evidenza da determinare uno dei protagonisti ad ammettere i fatti per come essi si sono in effetti svolti. Ecco allora ai vostri occhi cosa avvenne prima, durante e dopo l’assassinio di don Pino Puglisi dalle parole di colui [Salvatore Grigoli] che esplose l’unico e mortale colpo:
Come ho anticipato in sede di spontanee dichiarazioni e al gip, confermo di avere eseguito l’omicidio di don Pino Puglisi.
L’omicidio fu deliberato da Graviano Giuseppe, come ho appreso dallo Spatuzza, in quanto lo stesso sospettava che il sacerdote permettesse alle forze di polizia di infiltrarsi nel quartiere per catturare latitanti.
Il Graviano fece sapere che l’omicidio non doveva apparire come un omicidio di mafia bensì come l’opera di un tossicodipendente o di un rapinatore. Per tale motivo fu utilizzata una pistola calibro 7,65 silenziata e al sacerdote fu sottratto il borsello.
Dell’omicidio era al corrente anche Mangano Antonino, al quale chiesi spiegazioni e che mi confermò che l’omicidio andava eseguito perché interessava la famiglia mafiosa. Dopo qualche giorno dall’ordine ricevuto incominciammo a seguire i movimenti del sacerdote.
Una sera lo localizzammo nei pressi di San Gaetano, forse mentre parlava a un telefono pubblico. Non ricordo se nell’occasione eravamo già armati ovvero ci allontanammo a prendere l’arma di cui ho già detto.
Abbiamo quindi incrociato una seconda volta il sacerdote mentre si apprestava a entrare nel portone della palazzina dove era ubicato il suo appartamento.
Il gruppo che ha operato era così composto: a bordo della BMW, nella disponibilità di Giacalone Luigi, mi trovavo io e lo stesso Giacalone; a bordo di una Renault 5, Lo Nigro Cosimo e Spatuzza Gaspare.
Dalle rispettive autovetture siamo scesi io e lo Spatuzza. Quest’ultimo avvicinò il sacerdote gli prese il borsello e gli disse: “padre, questa è una rapina”.
Nel frattempo io, posizionandomi dietro il sacerdote, esplodevo un colpo di pistola alla nuca di quest’ultimo da brevissima distanza.
Il sacerdote non si è reso conto di nulla in quanto con un sorriso si era rivolto allo Spatuzza profferendo le seguenti parole: “me lo aspettavo”.
Terminata l’esecuzione siamo risaliti sulle autovetture e ci siamo diretti verso il deposito Valtras (impresa di trasporti e spedizioni) all’interno del quale abbiamo esaminato il contenuto del borsello anche per rintracciare eventuali indirizzi di poliziotti o investigatori.
All’interno del borsello abbiamo rinvenuto circa duecentomila lire, una patente di guida e una lettera indirizzata al sacerdote e contenente apprezzamenti per la sua opera.
Lo Spatuzza si impossessò delle marche della patente del Puglisi.
L’arma fu successivamente distrutta per non lasciare tracce di un omicidio che era diventato rilevante per l’opinione pubblica.
A domanda risponde:
In effetti l’omicidio fu preceduto da un attentato incendiario ai danni delle abitazioni di alcune persone abitanti in via Azolino Hazon. Anche in questo caso l’ordine partà da Graviano Giuseppe. L’attentato fu materialmente eseguito da me, da Spatuzza Gaspare e da Federico Vito. Cascino Carlo, come preciso in sede di verbalizzazione riassuntiva, aiutò il Federico nella fase successiva all’attentato coprendone la fuga a bordo di un ciclomotore Peugeot. Ricordo che la sera in cui compimmo questo attentato abbiamo compiuto l’attentato ai danni di un esercizio di tabaccheria sito in Brancaccio nella continuazione della via Emiro Giafar.
A domanda risponde:
L’attentato incendiario che distrusse l’automezzo della ditta che lavorava alla ristrutturazione della chiesa di San Gaetano fu compiuto da Giuliano Francesco (inteso Giuseppe “Olivetti”).
A domanda risponde:
La famiglia di Brancaccio, fino alla data di arresto dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, era retta da Graviano Giuseppe. Graviano Giuseppe si occupava direttamente del gruppo di fuoco, mentre suo fratello Filippo curava le estorsioni e i rapporti con i costruttori edili.
Io non ho avuto rapporti diretti con Graviano Filippo, che pure conosco fin da ragazzo per essere cresciuti nel medesimo quartiere, e tuttavia ritengo che le decisioni più importanti per la famiglia fossero prese di comune accordo tra i due fratelli. Graviano Benedetto, con il quale ho pure commesso un omicidio – come ho in altra sede riferito – non aveva grande potere decisionale anche perché aveva un carattere piuttosto semplice.
Cosa altro aggiungere a questa inequivocabile e tragica verità se non che l’istruzione probatoria dibattimentale ha ulteriormente comprovato il possesso da parte del Giacalone Luigi di un’autovettura del tipo BMW 316 e da parte del Lo Nigro Cosimo di una Renault 5.
Cosa altro aggiungere se non che l’istruzione dibattimentale ha, altresì, comprovato una circostanza da brivido freddo: l’esecuzione dell’omicidio Puglisi, con l’eco che ne seguì, ebbe a ritardare una strage ancora più grande (non verificatasi per puro caso) che gli stessi uomini oggi a giudizio avrebbero dovuto provocare mediante l’esplosione di una vettura carica di tritolo, in Roma, all’uscita di uno stadio al termine di una partita di calcio.
Questi sono gli uomini che giudicherete.
Signori della Corte d’Assise adesso io vi chiederò di dare giustizia per l’assassinio di don Pino Puglisi.
Ma nel chiedervi giustizia, da pubblico ministero, da cittadino (e forse anche da distratto cristiano quale sono) vivo un senso di difficoltà.
Non prendete le parole che dirò come un atto di sfiducia al vostro operato o all’astratto e alto mandato che il popolo italiano vi ha attribuito.
Precedentemente ho detto che la Verità è veicolo di giustizia. È l’essenza stessa della giustizia e che questo processo è stato veicolo di verità.
Ma è la verità la sola componente utile a determinare giustizia?
In altre parole, basta ricostruire puramente e semplicemente la verità di un fatto e scolpirla sui verbali di un processo o sulle piste magnetiche di un registratore perché da noi tutti si possa dire: “Abbiamo fatto giustizia”?
La risposta è no. E non perché la verità non basti da sola a determinare e affermare la responsabilità penale di un imputato ma perché essa dovrà essere dichiarata, nel processo penale, davanti a tutti coloro che hanno il diritto, ma anche il dovere morale, di ricercarla e di sentirla dichiarare in nome di colui il quale non ha più voce per poterne chiedere l’affermazione.
Toccherò, senza ipocrisia o falsi infingimenti, un aspetto di questo processo che – quali giudici uomini e donne intelligenti del dibattimento – avrete sicuramente già notato.
Dove sono le parti civili in questo processo? Dov’è la Chiesa che ha visto assassinare uno dei suoi figli migliori? Dove sono le istituzioni territoriali che la mafia assedia?
La lotta alla mafia così come i processi a essa devono essere atti corali.
Per questo dico che la giustizia non è soltanto verità ma anche partecipazione umana, è coinvolgimento, è impegno civile continuo e di tutti.
Da parte di tutti e primi fra tutti coloro che hanno il dovere morale e giuridico della partecipazione perché sono i soli che possono dare voce a chi mai più potrà averla.
Udite il paradosso. La mafia di Brancaccio sarà forse condannata in questo processo ma il centro Padre Nostro, la Chiesa di Brancaccio, le istituzioni del quartiere, il comune di Palermo non avranno, da questo processo, un soldo per continuare a far vivere la idee che il povero don Puglisi coltivava ogni giorno.
Avete udito la risposta della Chiesa attraverso un suo rappresentante in dibattimento. Vi è stato detto da parte del successore di don Pino Puglisi che la Chiesa non si occupa della responsabilità penale degli uomini ma del loro destino sovraterreno.
Niente di più errato, niente di più ingiusto per la memoria di don Pino Puglisi che a questa povera e bistrattata umanità di Brancaccio aveva cercato di dare il “pane quotidiano” ma anche quello materiale come atto di carità e di giustizia.
Sarebbe stato, pertanto, atto laico di carità (laico tanto quanto l’offertorio di danaro nel rito celebrativo della messa o l’accettazione dei lasciti ereditari dei privati) costituirsi parte civile, nella memoria di don Pino Puglisi, perché la chiesa di Brancaccio avesse voce e vedesse riconosciuto – con atto di giustizia – quel denaro utile a continuare l’opera di risanamento pastorale così tragicamente interrotta dalla mafia.
Ecco cosa sarebbe stata giustizia.
Ecco perché, in nome soltanto della verità che così fedelmente abbiamo ricostruito nel processo e senza attenuanti di sorta per coloro che hanno insanguinato il paese vi chiedo il massimo della pena.
Vi chiedo, previa riunificazione dei reati contestati, di irrogare l’ergastolo con isolamento per Mangano Antonino, l’ergastolo con isolamento per Giacalone Luigi, l’ergastolo con isolamento per Lo Nigro Cosimo, l’ergastolo con l’isolamento per Spatuzza Gaspare. Vi chiedo, sussistendone tutti i requisiti in fatto e in diritto, di emettere ordinanza di custodia cautelare in carcere per Lo Nigro Cosimo.
Non ho ancora del tutto completato il mio intervento.
Ricordate, giudici della Corte d’Assise, cosa raccontò “il cacciatore” riguardo a ciò che avvenne dopo che don Giuseppe Puglisi fu ucciso? L’assassino riferì che lo Spatuzza Gaspare gli sottrasse il borsello e si impossessò delle marche della patente.
Singolare assonanza con ciò che vi è scritto nel Vangelo secondo Giovanni dopo la crocifissione di Nostro Signore Gesù (Vangelo 19,25 [Giovanni 19,24; ndr]): Si son divise tra loro le mie vesti. Ma questo Spatuzza Gaspare e i suoi correi non potevano saperlo.
Vi ringrazio.
Fonte: http://www.angelfire.com/journal/puglisi/Estrattiprocesso.htm

In ricordo di Padre Pino Puglisi
Padre Pino Puglisi la prima volta che entrò in classe aveva uno scatolone vuoto sotto il braccio. Nella baraonda che sempre travolge le ore di religione lui, in silenzio, lo posò per terra. E mentre noi, azzittiti, lo guardavamo, lo pestò con un piede.
“Avete capito chi sono io?”, domandò.
“Un rompiscatole”, concluse sorridendo.

Qualcuno a mo’ di deferenza lo chiamava: “Monsignore”, e lui rispondeva pronto: “To patri.” (Monsignore lo dici a tuo padre).
Una frase di Weil che egli ripeteva spesso: “A Cristo piace che a lui si preferisca la verità. Poiché, prima di essere Cristo, egli è la Verità. Se ci si allontana da lui per andare incontro alla verità, non si farà molta strada prima di cadere nelle sue braccia.”
Di lui ricordo poche cose: le sue mani, molto grandi rispetto alla minutezza della sua statura, un tono di voce dolce ma deciso che all’occasione sapeva diventare severamente duro, un’immensa cultura umanistica ma anche scientifica e, soprattutto, una sua abitudine di fine anno scolastico: ci portava a Piazza Indipendenza da Santoro e ci offriva il gelato. Era un gesto di straordinaria dolcezza: voleva significare che i suoi alunni non erano per lui semplici controparti della sua attività didattica, ma persone che amava una per una, con le quali voleva stabilire questo rapporto di affettuosa comunione, era il gesto del papa’ che desidera mostrare il suo amore per i figli.
Grazie, 3P per il gelato
grazie, 3P per l’esempio che ci hai dato
con la tua vita
con la tua morte
ci hai dimostrato che sulla terra,
ogni tanto,
c’ è qualcuno che
il Vangelo lo vive
veramente!
Fonte : http://www.padrepinopuglisi.net

Contributi e testimonianze:
“Roberto Faenza racconta il suo don Puglisi” di Andrea Di Quarto. Articolo del 2/12/2003, quando il titolo provvisorio del film era “L’uomo che sparava dritto”: http://www.sorrisi.com/sorrisi/diretta/art023001006691.jsp
“L’Italia oggi è distratta sull’antimafia”: intervista con Roberto Faenza di Francesco Deliziosi del 15/09/2004, quando il titolo provvisorio del film era “Dritto sulle righe storte”: http://www.allalucedelsole.it/documenti/italiadistratta.htm
Breve biografia e pensieri di don Pino, con il ricordo di don Luigi Ciotti nel primo anniversario della scomparsa: http://www.giovaniemissione.it/testimoni/puglisi.htm
“La “banalità del male” e la santità di don Puglisi” di Beppe del Colle: http://www.stpauls.it/fc98/4698fc/4698fc17.htm
“Gli sparai, lui sorrise” di Francesco Anfossi. Intervista al killer Salvatore Grigoli:
http://www.stpauls.it/fc99/3699fc/3699fc18.htm
“Don Treppì e il suo assassino. Don Pino e Salvatore Grigoli, vite parallele nella borgata più mafiosa di Palermo” di Francesco Anfossi: http://www.stpauls.it/fc99/3699fc/3699fc22.htm
“Don Pino Puglisi: martire per amore” di Pasquale Pirone: http://www.ildialogo.org/testimoni/puglisi.htm
“Chiesa e Mafia, dieci anni dopo l’uccisione di don Pino Puglisi” di Augusto Cavadi:
http://www.carta.org/articoli/0300110Cavadi.htm

Pubblicazioni:
F. Anfossi, E li guardò negli occhi. Storia di padre Pino Puglisi, il prete ucciso dalla mafia, Paoline, Milano 2005
F. Deliziosi, Don Puglisi. È il racconto più completo della vita di Don Giuseppe Puglisi: i suoi ultimi giorni, la sera dell’agguato, e una serie di flashback che ne inquadrano la formazione, gli studi, la vocazione di insegnante, le battaglie sociali. Il tutto accompagnato da un centinaio di scritti inediti e da un’accurata documentazione fotografica. Mondadori, Milano 2005
R. Faenza, Alla luce del sole. Un film di Roberto Faenza. A cura di Antonella Montesi e Luca Pallanch. Sceneggiatura del film arricchita da alcuni contributi. Gremese, Roma 2005
B. Stancanelli, A testa alta. Don Puglisi: storia di un eroe solitario Einaudi, Torino 2003
Lia Cerrito, Come in cielo così in terra Dal PADRE NOSTRO la “scuola di vita” di Padre Pino Puglisi contro la mentalità mafiosa dell’arroganza e della prepotenza, San Paolo, Milano 2001
F. Deliziosi, 3P-Padre Pino Puglisi, la vita e la pastorale del prete ucciso dalla mafia. L’autore, allievo di Puglisi al liceo, è stato anche suo collaboratore a Brancaccio. Paoline, Milano 1994
F. Anfossi, Puglisi. Un piccolo prete tra i grandi boss. L’autore è un giornalista inviato a Palermo da Famiglia Cristiana subito dopo il delitto. Paoline Milano 1994

Siti internet:
· ll sito ufficiale del film “Alla luce del sole” : http://www.allalucedelsole.it/index.htm
· Il sito ufficiale dedicato a don Giuseppe Puglisi: http://www.padrepinopuglisi.net
· Il sito del Centro di accoglienza Padre Nostro Onlus: http://www.centropadrenostro.it
· “Noi a Brancaccio. Memoria di tre anni d’impegno di padre Puglisi e del Comitato Intercondominiale” a cura di Giuseppe Martinez: http://www.angelfire.com/journal/puglisi/
· Il sito dell’associazione Jus Vitae, che dal 1996 promuove numerose attività per la lotta alla mafia, la tutela dei minori, il dialogo interculturale, la promozione di Paesi del Terzo Mondo: http://www.jusvitae.org

Note:
[1] Si tratta del “Centro ascolto giovani don Giuseppe Puglisi” in via Matteo Bonello a Palermo (091-334669).
[2] Don Antonio Garau è parroco di Maria Santissima del Carmelo a Palermo, limitrofa al quartiere Brancaccio, dove padre Puglisi era parroco

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