Breve profilo di storia della Chiesa/1

per un’ecclesiologia narrativa

di Giampiero Tre Re

«Voglio un laicato non arrogante, non precipitoso nei discorsi
non polemico, ma uomini che conoscono la propria religione,
che sanno cosa credono e cosa non credono,
che conoscono così bene la storia da poterla difendere»

(John Henry Newman)

PRIMA PARTE

Dalle origini alla crisi del secolo X

 

I. LA CHIESA DELLE ORIGINI (secc. I-III)

1. La comunità del Risorto

La cosiddetta tomba di Giuseppe d'Arimatea, Gerusalemme, I sec.

Il dato fondamentale che anima la vita della prima comunità ecclesiale è quello di essere testimoni credibili della resurrezione di Gesù. I segni del suo passaggio storico sono ancora sotto gli occhi di tutti: il tempio, il sepolcro vuoto, gli apostoli… I cristiani riscuotono credito e simpatia perché in essi molti vedono incarnata nella maniera più autentica la religione di Israele. Altri invece guardavano con sospetto e ostilità a quella che consideravano una novità e un’eresia a causa dell’irriducibilità della differenza dei cristiani: la loro testimonianza sull’uomo Gesù («Gesù è il Messia, il Salvatore»), afferma la divinità del Risorto.

Il cristianesimo è comunque, fin qui, un fatto interno al popolo d’Israele. Anche se è Pietro a battezzare i primi cristiani non ebrei sarà Paolo, giudeo di nascita ma greco di formazione, l’autore della più grande svolta della storia della Chiesa: l’apertura della salvezza alle «genti». Egli è di Tarso, una città al confine tra l’attuale Turchia e la Siria, dove si sono rifugiati molti cristiani sfuggiti alla persecuzione di Gerusalemme seguita al martirio di S. Stefano.

Ad Antiochia, dove fu inventato il nome «cristiani», e Damasco gli eventi sembrano attendere l’uomo giusto: ivi convivono infatti uomini delle più disparate culture dell’Impero. Giunto da Gerusalemme a Damasco per estendere la persecuzione fin laggiù, Paolo vi trova invece la conversione.

È a Damasco che Paolo capisce che il cristianesimo è salvezza anche per gli stranieri, ma solo dopo un’incredibile serie di violente polemiche dottrinali e rocambolesche vicende. Paolo sarà per tutta la vita braccato e angustiato dai suoi nemici di Damasco: da una parte i giudei che lo ritengono un rinnegato; dall’altra la corrente dei cristiani giudaizzanti. Questi ultimi sono un partito più politico che religioso, che all’accennarsi della tendenza nazionalistica antiromana, pretendono che anche i gentili vengano circoncisi, cioè diventino ebrei, prima di essere battezzati. I giudaizzanti volevano insomma legare il destino della Chiesa a quello dello Stato nazionale d’Israele.

Pietro e Paolo, Roma, II sec.

Ma per S. Paolo la questione toccava anche punti essenziali di fede. Se è necessario farsi circoncidere, cioè diventare ebrei, per essere salvati la salvezza in sostanza non consiste più nella morte e resurrezione di Gesù ma nell’essere ebreo. In una questione per noi ormai difficile da capire si giocò in realtà quasi subito l’essenza stessa della novità cristiana; al punto che si rese necessario un Concilio tra gli apostoli, il primo, a Gerusalemme, nel 50, per dirimere la questione e dare ragione a S. Paolo. Il periodo che va dal 50 al 59 sarà tutto un susseguirsi di lotte contro la giudaizzazione del cristianesimo; ma il cordone ombelicale ormai è tagliato: Pietro e Paolo, il cristianesimo, sono giunti a Roma.

I viaggi missionari di Paolo

2. Lo scontro con lo Stato romano: le persecuzioni

Le autorità statali romane, almeno inizialmente, non avevano una chiara idea di cosa rappresentassero veramente i cristiani: essi probabilmente apparivano loro come un potenziale problema per l’ordine pubblico: una setta scismatica all’interno del rissoso mondo ebraico, sempre in agitazione per questioni religiose che dovevano sembrare ai pagani cavillose e di nessuna importanza pratica. La prima persecuzione dei cristiani ad opera di pagani, quella di Nerone, non ebbe certamente ragioni politiche o religiose dirette. Nerone perseguitò i cristiani solo per recuperare la sua immagine politica, in grave crisi dopo il disastroso incendio di Roma del 64. Certamente però questa persecuzione ebbe anche l’effetto indesiderato di portare la questione dei cristiani sulle prime pagine della vita dell’impero. Di fatto, da Nerone a Costantino, non c’è imperatore che abbia tenuto il potere per più di due anni durante il cui regno non figuri il nome di qualche martire. Vi furono però dei periodi, le vere e proprie persecuzioni, in cui l’ostilità dell’Impero si tramutò letteralmente in una formula di programma politico: l’eliminazione fisica dei cristiani dal corpo sociale. La più sistematica e spietata tra le persecuzioni fu l’ultima, quella di Diocleziano, frutto della concezione totalitaria e della brutale gestione poliziesca dello Stato da parte di questo imperatore.

Croce di Ercolano, 79. Probabilmente un altarino devozionale ebraico-cristiano

I secoli I-IV sono di crisi per la religione tradizionale dei romani. Basata su sacrifici di animali, espressione di una cultura patriarcale e agreste, essa è sempre più distante dalla mentalità e dal sentimento religioso della gente in un’epoca di scambi culturali e commerciali con tutto il mondo allora conosciuto. Mentre il Palazzo va sviluppando una sua ideologia, incentrata sulla divinità dell’imperatore, in funzione di un potere statale sempre più burocratizzato, si diffondono nuove religioni orientali, miti di redenzione, culti misterici che contesero a lungo al cristianesimo la vittoria finale.

Perché, tra tutte, solo la religione cristiana venne fatta oggetto di persecuzioni?

La domanda ha probabilmente più di una risposta. Le leggi dello Stato distinguevano nettamente tra religio (la religione vera e propria, riguardo alla quale il diritto romano ammetteva una certa libertà di coscienza) e ritus (un’azione liturgica consistente nell’offerta di incenso, agli dei statali o all’effigie dell’imperatore).

Caricatura del Crocifisso in forma d'asino antropomorfo, Pedagogium, Roma, Antiquario del Palatino, III sec.

Il ritus era ormai un gesto formalistico di ossequio all’ideologia statale al punto da trovarsi ridotto al rango di una ‘tassa’ dovuta allo Stato, con tanto di ricevuta. La sua origine sacrale tuttavia era ancora evidente. Quando i cristiani rifiutavano di compiere il ritus, il magistrato non poteva non comprendere che essi negavano ogni prerogativa divina allo Stato o all’imperatore. Col rifiuto di sacrificare agli dei pubblici il cristiano asseriva implicitamente il primato della religione rispetto alla politica e della libertà personale sull’autorità dello Stato, e ciò per un romano rappresentava una vera catastrofe.

La religione dei romani, all’epoca, era in realtà un’ideologia politica. Il senso religioso dell’uomo medio era così basso da riuscire a conciliare le più stravanganti superstizioni. Le varie religioni erano però tollerate finché lo Stato poteva servirsene per i suoi scopi.

Il "ritus". Offerta d'incenso alla dea Vagda Vercustis, Colonia II sec.

La novità che colpisce, nel cristianesimo, è la sua incidenza nella prassi, la sua rilevanza politica, la capacità di permeare la cultura romana in tutte le classi sociali e trasformarla velocemente. In secondo luogo, certamente non sfuggiva a nessuno la dimensione ecclesiale, comunitaria, del cristianesimo. La chiesa di Roma, ad esempio, era fortemente strutturata in ministeri già alla fine del secondo secolo ed era in grado di fornire servizi anche complessi, come l’assistenza ai poveri e la sepoltura. Lo Stato non poteva certamente tollerare al proprio interno questa forte organizzazione, in continua crescita e, apparentemente, alternativa. Agli intellettuali, il cristianesimo appare come una superstizione, una delle tante novità di quei tempi inquieti. Ma certamente non sfuggiva loro il fatto che, mentre la crisi della religione dello Stato coinvolgeva nel suo baratro la morale e il diritto, il cristianesimo si mostrava capace di cambiare radicalmente il comportamento delle persone. Il cristianesimo è l’unico delle nuove religioni a sollevare una riserva critica nei confronti della morale dominante. Gli intellettuali cristiani e quelli pagani si trovarono così schierati su fronti opposti: mentre questi ultimi si aggrappano nostalgicamente al diritto romano ormai sempre più autoritario perché svuotato di ogni tensione morale, gli apologisti additano nel cristianesimo la nuova forza che può risanare dall’interno la società romana.

3. La vita quotidiana dei primi cristiani nell’impero di Roma

Mitra uccide il toro, Bolzano III sec. Il culto misterico di Mitra contese a lungo la vittoria finale al cristianesimo.

Quello tra cristianesimo e cultura dominante dunque non era certamente ciò che si suole definire un rapporto idilliaco. Questo però non significa, come una certa narrativa ci ha lasciato credere, che i cristiani vivessero in pianta stabile nelle catacombe. La Chiesa ha goduto anche di periodi di relativa calma, durante i quali ha potuto dedicarsi alla catechesi, all’attività missionaria, all’evangelizzazione. Alla morte dell’ultimo apostolo il cristianesimo, anche se conta solo alcune migliaia di persone, annovera già Chiese nelle maggiori città dell’Impero. Alla fine del secondo secolo i credenti sono già decine di migliala e in Asia Minore sono già quasi il 50% della popolazione, mentre comunità s’insediano nelle regioni più remote dell’Impero d’occidente. Alla fine del terzo sono ormai almeno sette milioni tra Oriente e Occidente: il 15% dell’intera popolazione. Le abitudini di vita dei cristiani non differiscono in nulla da quelle dei loro concittadini, se si eccettuano il rifiuto del divorzio, dell’esposizione dei neonati e dell’infanticidio, degli spettacoli e di alcuni lavori connessi ai culti idolatrici.

Alcuni cristiani azzardano perfino il dialogo con la cultura pagana, come il filosofo S. Giustino o il medico Lattanzio. Ma i veri pionieri dell’inculturazione del cristianesimo, sono gli abilissimi e sconosciuti artisti (quelli delle catacombe di S. Callisto, per esempio) capaci di ‘battezzare’ perfino i personaggi della mitologia greco-romana, come Ulisse od Orfeo.

Catacombe di S. Callisto, Roma, II sec.

Tutto ciò crea un certo contrasto con la semiclandestinità nella quale avvenivano le riunioni e le celebrazioni liturgiche. Queste infatti avevano luogo per lo più in case private, messe a disposizione da qualche facoltoso fedele. Vi erano anche sale in cui i catecumeni per tre anni si preparavano al battesimo. La catechesi seguiva un certo programma graduale. Argomenti dottrinali s’alternavano a temi morali: il tutto culminava nella catechesi mistagogica, postbattesimale, nella quale i neobattezzati venivano istruiti sui misteri, cioè i sacramenti. All’alba della domenica di Pasqua, dopo aver digiunato uno o due giorni ed essere stati scrutinati sulle verità della fede, i catecumeni volgevano le spalle a occidente (luogo simbolico della vita passata e del peccato) e, camminando verso oriente, si spogliavano delle vesti (l’uomo vecchio) e venivano immersi nella piscina o vasca battesimale per riemergere dalla parte opposta (secondo un chiaro percorso iniziatico di morte-resurrezione).

Intanto veniva pronunziata la formula: «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

Quindi venivano vestiti di una candida tunica e unti col Crisma profumato. Quest’ultimo rito venne compreso pian piano come un sacramento distinto dal Battesimo, la Crismazione, appunto, o Cresima.

La celebrazione eucaristica era semplice. Dopo la lettura della parola di Dio e degli insegnamenti apostolici, i catecumeni uscivano dalla sala. La comunità recitava il «Padre nostro», poi i presidenti l’assemblea pronunziavano una preghiera di ringraziamento prima sul vino e poi sul pane. Seguiva la comunione di tutti i fedeli e una preghiera di ringraziamento e di intercessione per la Chiesa e infine preghiere spontanee dei ministri della Parola («profeti»).

L’eucaristia, nelle piccole Chiese, era sempre presieduta dal vescovo, la cui figura, dopo la morte degli apostoli, viene sempre più distinguendosi come guida della comunità. Il vescovo era attorniato da un collegio di presbiteri; uomini saggi, scelti dalla comunità e consacrati dal vescovo, per lo più celibi, ma non obbligatoriamente. Nelle comunità più numerose, il vescovo demandava la presidenza di altre liturgie eucaristiche a qualcuno dei suoi presbiteri. Vi erano poi i diaconi, coadiutori del vescovo, che si occupavano del servizio dei poveri, della catechesi e dell’amministrazione della Chiesa in generale. Oltre a questi ministeri istituzionali esistevano, almeno fino alla metà del secondo secolo, ministeri carismatici (profeti, confessori, guaritori, ecc.), non sempre in perfetta armonia con i Pastori.

Altre cause di discordie, a volte persino clamorose, tra i cristiani erano questioni pratiche. Ad esempio, la questione dei lapsi, cioè il problema della riammissione di coloro che per salvare la pelle si piegarono a compiere il ritus; oppure la questione se si potesse ammettere nella Chiesa cattolica persone battezzate da eretici o da lapsi. Mentre altrove prevalse la linea carismatica, intransigente, che escludeva tutti costoro dalla comunione ecclesiale, nella Chiesa di Roma s’impose la linea pastorale, moderata, che consentiva ai lapsi e agli scismatici pentiti di rientrare nella Chiesa dopo due anni di penitenza: riconosciamo in questa prassi di clemenza le prime basi del sacramento della riconciliazione.

II. LA CHIESA DEI PADRI (secc. IV-V)

1. La svolta costantiniana

Diffusione del cristianesimo alla fine del IV secolo

Alla fine del III sec. il cristianesimo è diffuso in Oriente fino all’Osroene (l’attuale Siria orientale), ma troviamo comunità insediate fin nei territori dell’attuale Irak. In Occidente particolarmente fiorenti sono le comunità dell’Africa settentrionale.

La situazione dell’Impero è condizionata dal superamento della crisi del III secolo, ottenuto serrando le fila e ingigantendo la burocrazia. Si ritrova così uno statalismo accentratore, poliziesco, che cerca di assorbire, fiscalizzandole, le risorse dei sudditi.

La persecuzione del IV secolo (Diocleziano – Galerio) trova il cristianesimo saldamente installato nei quadri dirigenti (magistratura, classe politica, aristocrazia, cultura). Fra il 303 e il 304, quattro successivi editti inaugurano la persecuzione, particolarmente violenta in Oriente. Molti furono anche i lapsi. La persecuzione continuò fino al 311-312. Fu Costantino, il primo imperatore cristiano, a porvi fine, dopo la vittoria su Massimino Daia, con il cosiddetto Editto di Milano (313). Costantino inaugura una politica di aperto favore verso il cristianesimo, accompagnato da misure sempre più restrittive per il paganesimo. A ciò non fu certamente estranea l’educazione dell’Imperatore.

La gens Flavia, cui egli appartiene, già da lungo tempo annovera membri cristiani.

Suo padre, Costanzo Cloro, uno dei quadrunviri, poteva contare, nella sua amministrazione, sulla collaborazione di numerosi cristiani, mentre la madre di Costantino, Elena, fu fervente cristiana ed aveva un grande ascendente a corte.

Solidum di Castantino

Costantino dunque conosceva il valore dei cristiani; ne apprezzava la fedeltà alle istituzioni e non provava verso di essi la diffidenza dei suoi predecessori.

I territori dell’impero si arricchiscono dei primi splendidi edifici specificamente ordinati al culto cristiano. Specialmente a Roma, il riassetto urbanistico della capitale, voluto da Costantino, prevede la costruzione di basiliche in vari punti della città che formano una croce inscritta nelle mura di Roma. Ridefinizione dello spazio della città che simbolicamente ripropone lo spazio cosmico rifondato in Cristo. Niente poteva rappresentare meglio la totale vittoria del cristianesimo.

Intanto però l’impero continua a mantenere il suo centralismo burocratico.

Convinto di avere ricevuto da Cristo la vocazione di nuovo fondatore di Roma, Costantino cambia il nome della città anatolica di Bisanzio in Costantinopoli, facendone la capitale dell’Impero, la seconda Roma, in inteso contrasto con Roma pagana. Infine, con una scelta che continua la politica interna dei suoi predecessori, ma che è anche la causa remota della secolare debolezza dell’Occidente, Costantino divide l’Impero ai propri figli. L’Oriente va a Costanzo II, che lo terrà fino alla morte. L’Occidente viene invece ulteriormente suddiviso tra Costante e Costantino II, in discordia tra loro e presto eliminati dalla scena politica.

Esempio di edificio per il culto di epoca costantiniana. La basilica della Natività di Betlemme

In Occidente si apre pertanto un periodo di crisi dell’autorità che durerà fino al fatale crollo sotto la spinta delle popolazioni germaniche. Dalla morte di Costantino a quella di Teodosio, cioè per un arco di quasi 60 anni, l’Impero fu unito sotto un solo sovrano per soli 9 anni.

Da Teodosio in poi le due metà dell’Impero saranno in aperto conflitto. L’impero d’Oriente comincia ad attuare una politica di sopravvivenza a spese dell’Occidente, dirottando sistematicamente le ondate barbariche verso ovest finché, con l’invasione dell’Illiria, s’interrompe il principale ponte geografico-culturale tra Ovest ed Est; i Visigoti di Alarico invadono l’Italia e saccheggiano Roma, nel 410.

Mentre l’importanza politica della città di Roma declina inesorabilmente a tutto vantaggio della moderna Costantinopoli, quest’ultima, in quanto centro dell’Impero, comincia a rivendicare anche una supremazia religiosa sulla Sede romana.

2. Santi ed eretici di fronte al Mistero. I grandi concili ecumenici

Il cristianesimo si avvia ad essere una religione universale. Il problema che si pone quasi subito, nell’attività di evangelizzazione e di catechesi, è quello della comprensibilità dei suoi contenuti al di fuori della mentalità e della cultura ebraica nella quale si era formato il Nuovo Testamento.

Monogramma del chrismon laureato, Roma, catacombe di Santa Domitilla, Museo Pio cristiano

Per di più, è vero che le Scritture affermano a chiare lettere l’identità divina del Figlio di Dio Gesù Cristo, ma non ci dicono come tutto ciò possa essere conciliato con l’unicità di Dio e l’autentica umanità di Gesù di Nazareth.

L’ascesa al potere di Costantino inaugurò, almeno in Oriente, un lungo periodo di stabilità, interrotto solo a tratti dalle varie ondate di invasioni barbariche. Fu all’interno di queste parentesi di relativa calma che si verificarono le condizioni storiche indispensabili per il consolidamento dottrinale della fede cristiana.

Culle dell’epoca d’oro della teologia patristica furono l’Asia Minore e il Medio Oriente, dove la società era più dinamica, l’economia più fiorente, la cultura più vivace, i cristiani più numerosi. Le scuole in cui in origine si preparavano i catecumeni delle città di Alessandria (Egitto) e Antiochia (Siria), capitali culturali dell’Ellenismo, si trasformarono, già nel terzo secolo, in veri studi teologici, nei quali fiorì la prima teologia scientifica, che si espresse in due scuole di pensiero distinte e ben caratterizzate.

Più aderente alla concretezza della dimensione mondana e storica e più vicina al pensiero semitico quella di Antiochia; più attenta al rigore teoretico e influenzata dal pensiero greco quella di Alessandria.

Meryem Ana Evi (Casa della Madre Maria); probabile sito ove fu celebrato il Concilio di Efeso

Ma fu dalla sintesi di entrambe anche col pensiero patristico latino che scaturì l’unità dottrinaria dei grandi Concili Ecumenici. Il significato di questi ultimi ruota attorno alla figura di Gesù Cristo e alla «serietà» con la quale intendere la sua origine divina. In che senso Gesù di Nazareth è Figlio di Dio? Solo nel senso dell’eminenza della sua origine, in quanto prima creatura di Dio-Padre (eresia ariana, dal nome del presbitero Ario); oppure si deve intendere che Gesù è Dio in senso vero e proprio (Sant’Atanasio, Concilio di Nicea, 325)? In questo secondo caso: può Dio veramente farsi uomo? In che senso diciamo che ciò è avvenuto in Gesù Cristo? Dobbiamo concepire l’Incarnazione come una semplice inabitazione del Dio-Figlio nell’uomo Gesù (eresia nestoriana, da Nestorio, vescovo di Costantinopoli); oppure proprio nel senso che il Figlio di Dio e Gesù di Nazareth sono esattamente la stessa persona (San Cirillo, Concilio di Efeso, 431; San Leone Magno, Concilio di Calcedonia, 451)? A complicare le cose c’era il fatto che un linguaggio teologico tecnico, uguale per tutti, era ancora tutto da inventare. In che senso Dio è uno e trino? In che consiste la sua Unità e in cos’altro la sua Trinità? Ciò era fonte di parecchie incomprensioni perché spesso una parola era usata con significati diversi; oppure uno stesso significato era espresso con parole diverse. Era assolutamente necessario correre ai ripari stabilendo una corrispondenza biunivoca tra concetti e parole, ma non era facile: bisognava letteralmente forgiare un nuovo vocabolario terminologico e concettuale per esprimere il Mistero.

Atanasio, Basilio, Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazianzo, Leone Magno: dobbiamo all’opera di questi e tanti altri grandi santi, i Padri della Chiesa, che sono al tempo stesso grandissimi pensatori, l’invenzione di parole che dal linguaggio teologico sono passate oggi nel patrimonio concettuale comune: Dio è uno nella Sostanza, trino nelle Persone o Ipostasi; Cristo è unico nella Persona partecipe di due nature.

I Concili procedettero anche ad una sistemazione interna della comunità. Si fa strada l’idea del primato del Romano Pontefice. Da papa Damaso in poi si sviluppa questa dottrina, chiarendo che il primato di Roma non è fondato sulla Roma imperiale, ma sulla Sede apostolica di Pietro e Paolo. Comincia lo sviluppo del calendario liturgico, attorno ai due poli della Pasqua e del Natale, e delle varie famiglie liturgiche.

3. Fede e politica

Milano, Basilica di S. Ambrogio, IV sec.

Con la fine dell’epoca delle persecuzioni il problema che si pone ai cristiani è quello di dar prova dell’efficacia della fede nel cambiare, oltre che la coscienza individuale, anche i rapporti tra gli uomini. È una sfida nuova, sulla quale si gioca la credibilità stessa della fede, e nei confronti della quale tuttavia, proprio per la sua novità, i cristiani non possedevano nessuna risposta «preconfezionata». La Bibbia non è un trattato di sociologia, né di economia politica e non contiene, in questo senso, se non pochi generalissimi orientamenti.

Per lo storico, Costantino non è che un continuatore della politica statalistico-burocratica dei suoi predecessori, Diocleziano e Galerio. E questo nonostante la sua rivoluzionaria apertura al cristianesimo. In realtà il suo genio politico gli suggerì di trasferire l’ideologia imperiale nel quadro della nuova situazione religiosa, caratterizzata dalla vittoria del cristianesimo. La sua mossa vincente consistette nel vedere nel cristianesimo la principale forza coesiva di un impero multinazionale e plurirazziale. Per cui possiamo dire che, riguardo alla concezione del potere, assistiamo in questo periodo al trapasso dalla ideologia imperiale a quella costantiniana.

Se da una parte si può notare un indubbio influsso del cristianesimo su questa ideologia (l’imperatore rinuncia a qualsiasi prerogativa divina; il nuovo clima religioso mitiga parzialmente l’autoritarismo tipico dell’apparato dei regimi totalitari), dall’altra è la Chiesa che è costretta a subire spesso ingerenze politiche in questioni religiose. Per l’imperatore l’unità religiosa della compagine sociale è un fattore di governabilità per cui egli si sente investito anche di una responsabilità religiosa. Così vediamo Costantino presiedere il concilio di Nicea; oppure altri imperatori parteggiare e trafficare a favore dell’una o l’altra setta o corrente teologica.

Non mancarono conflitti tra Stato e Chiesa, vuoi per l’invadenza degl’imperatori, che avrebbero voluto volentieri dirimere le questioni teologiche a colpi di decreti imperiali, vuoi per gli intrighi di corte, cui la Chiesa si oppose finché vi furono tra l’episcopato le grandi personalità dei Padri della Chiesa a difenderne strenuamente l’autonomia.

Sul tema dei doveri temporali del cristiano esiste una nutrita letteratura patristica. Nella Città di Dio, di Sant’Agostino, l’impegno del cristiano nel mondo, ispirato dall’Incarnazione di Dio, viene fatto oggetto d’investigazione filosofica. Vi si afferma che non solo i confini della città di Dio non sono affatto sovrapponibili e identificabili con qualsivoglia «città» terrena; ma che neppure la vicenda storica della Chiesa stessa può abbracciarne completamente i destini.

Basilica di Santa Sofia ai tempi di Giustiniano, Costantinopoli VI sec.

Agostino ha una concezione del tempo molto diversa da quella «tragica» dei filosofi pagani. Per Agostino non solo non esiste alcun Destino, bensì una Provvidenza divina che regge la storia guidandola con amore verso la vita eterna, ma ogni scelta umana è reale e veramente decisiva dell’esistenza personale e collettiva. La sua visione «aperta» del tempo emancipa la libertà umana dalla mortificante concezione che di essa si facevano i pagani: per S. Agostino è la libertà che plasma il tempo e la storia, piuttosto che il contrario e con ciò viene posta una legittimazione anche filosofica della prassi cristiana, secondo quella prospettiva esistenziale che sarà la caratteristica del miglior pensiero occidentale.

4. Il «mondo» come problema. Le Origini del monachesimo cristiano

Le molteplici condizioni storiche che diversificano sempre più, politicamente e culturalmente, le due parti dell’impero determinano anche le risposte profondamente diverse che il problematico rapporto tra fede e politica, tra Chiesa e Mondo, riceve rispettivamente in Occidente e in Oriente.

Qui, per il persistere dell “ideologia costantiniana”, si accentua la sacralizzazione dell’impero, al punto che la gerarchia ecclesiastica e l’apparato statale formano un intreccio inestricabile. Si fa luce, così, la prima corrente monastica cristiana, che trae ispirazione dai quaranta giorni trascorsi da Gesù nel Deserto di Giuda, per propugnare un ritorno del cristianesimo alle sue genuine radici evangeliche attraverso la povertà e la preghiera. Pertanto il monachesimo orientale si presenta come un vasto movimento profetico, un «martirio spirituale», che non nasconde le sue riserve nei confronti di un certo cristianesimo compromesso col potere. Cammineranno sulle orme di S. Antonio del Deserto santi e teologi come Atanasio, eccentrici eroi dell’ascesi cristiana, come S. Simone Stilita e anche qualche rappresentante di un monachesimo eretico.

Monastero di S. Caterina, Sinai, VI sec.

In Occidente la gerarchia episcopale è tradizionalmente più autonoma rispetto al potere politico. Inoltre dal 476 la gerarchia ecclesiastica è l’unica istituzione che resta in piedi ed è quella che inevitabilmente verrà chiamata a colmare questo vuoto di autorità. Perciò vediamo che qui il monachesimo percorre altre strade: troviamo monaci pastoralmente impegnati, in veste di vescovi, nella tutela del bene comune, come S. Martino, S. Ambrogio, S. Leone Magno e perfino monaci-intellettuali, come S. Girolamo. A loro va il merito di avere trasmesso al medioevo latino l’immensa ricchezza umana, non solo religiosa, di mille e cinquecento anni di saggezza non cristiana.

III. LA CHIESA DELL’EVO MEDIO ALTO (secc. VI-X).

1. In stato d’assedio

Il periodo storico che consideriamo ora è delimitato e caratterizzato da due ondate di grandi movimenti migratori. I primi a muoversi, sospinti dagli Unni provenienti dall’Asia, furono i Goti occidentali o Visigoti. Stabilitisi in un primo tempo nella Mesia (attuale Bulgaria), sotto la guida del re Alarico attaccarono l’Italia, saccheggiando Roma nel 410, per andare poi a fondare un loro regno nella Francia sud occidentale.

A loro volta sospinti dai Goti, i Vandali si stabiliscono dapprima in Transilvania (Romania) poi violano il confine del Reno passando in Gallia e in Spagna (409) dove fondano un Regno, e da qui in Africa (429).

Invasioni barbariche

Teodorico

Gli Unni intanto, proseguono la loro marcia devastante verso occidente. Il famigerato re Attila attacca Costantinopoli (441), la quale, per liberarsene, gli paga un tributo che lo convince a dirottare sulla Gallia (senza successo) e sull’Italia. Grazie all’intervento di S. Leone Magno (452) si ritira infine nel suo impero (attuale Ungheria).

I Goti d’Oriente, detti Ostrogoti, muovono dalle coste settentrionali del Mar Nero verso la Pannonia (Austria – Cecoslovacchia) dove si insediano (453), entrando nell’orbita della politica bizantina. Con Teodorico (493-526) di cui Costantinopoli intende servirsi per riconquistare l’Italia, gli Ostrogoti invadono e mettono a sacco la Penisola, dove fondano un regno, con capitale Ravenna.

Giustiniano, Ravenna, VI sec.

Il fatto che Teodorico attua in Italia una politica di non assimilazione tra Latini e Goti e la fede ariana di questi ultimi, causano contrasti sia con il papato, il quale tra l’altro, si sente tutore dei diritti della parte latina della popolazione, sia con Costantinopoli, che non ha rinunciato alle sue mire in Italia. Alla morte di Teodorico, asceso al trono imperiale Giustiniano, scoppia pertanto la guerra greco-gotica (535-553). Il conflitto si risolse con la vittoria di Giustiniano; Ravenna diviene una meravigliosa piccola Costantinopoli, ma l’Italia è prostrata. Giungendo dalla Pannonia i Longobardi di Alboino dilagano facilmente in Italia (568), stabilendo ducati pressoché autonomi su tutta la Penisola e rompendone l’unità del panorama politico. Inoltre anche i Longobardi sono di fede ariana e questo rende difficoltosa la creazione di una nazione unitaria in Italia. A tale scopo non servì neppure la conversione al cattolicesimo del re longobardo Agilulfo (598) e dei suoi successori.

Lastra tombale merovingia, Bonn, VII sec

lamina di Agilulfo, Firenze, 610 ca

Del tutto differente la politica dei re Merovingi, che praticano una fusione dell’elemento romano con quello dei Franchi, abbracciando il cattolicesimo (battesimo del re Clodoveo, 497). Ai Franchi il Papa si appoggia per ottenere protezione contro la ferocia e le mire dei duchi longobardi sul Patrimonio dì S. Pietro.Il conflitto tra Franchi e Longobardi si concluse solo nel 774 e fu una sostanziale vittoria della politica papale; ma il coronamento di quest’impresa si ebbe in realtà la notte di Natale dell’anno 800, data dell’incoronazione imperiale di Carlo Magno per mano di Leone III. Si stringe il nodo principale di tutta la storia del Medio Evo: il rapporto tra Chiesa e Impero. Compatibilità o conflitto di poteri?

2. Sacerdotium e Imperium

II complesso problema del rapporto tra i poteri dello Stato e quelli della Chiesa può essere risolto correttamente solo attribuendo un’estensione universale all’autorità dottrinale della Sede di Roma. Questa teoria, formulata chiaramente già da Papa Damaso (†384), fu successivamente ripresa da Papa Gelasio († 496) in una lettera all’imperatore di Costantinopoli. Lì vige l’ideologia costantiniana secondo la quale l’imperatore gode di una autorità religiosa, che egli esercita personalmente insieme a quella politica. L’episcopato non riveste che una sola delle due autorità, quella puramente religiosa; quindi l’episcopato risulta subordinato all’Imperatore.

S. Gelasio al contrario, distingue tra auctoritas (autorità spirituale dell’episcopato) e potestas (potere temporale dell’imperatore). Questa chiara impostazione durò finché il papato godette di autonomia sia sul piano internazionale, rispetto cioè all’Imperatore d’Oriente, sia in Italia.

Inoltre, fino ad allora, la Chiesa, non sentendo minacciata la propria autonomia, non aveva alcun bisogno di un vero potere temporale. Il Patrimonio di S. Pietro, cioè i beni che la Chiesa possedeva su tutta la Penisola e in Sicilia, erano ancora nient’altro che delle semplici proprietà, non un territorio statale.

Successivamente le cose cambiarono radicalmente. La guerra greco-gotica prima e l’invasione longobarda poi, furono tutti tentativi di colmare il vuoto di potere creatosi in Italia. Il controllo del papato e dei suoi beni cominciò ad apparire come un passaggio obbligato della politica italiana. Perciò la coscienza universalistica del papato, dal VI secolo in poi, fu offuscata da quattro secoli in cui la lotta per l’indipendenza dell’autorità spirituale si giocò nel ristretto ambito della politica italiana. In questo senso è da vedere la nascita dello Stato della Chiesa.

Diocesi metropolite dell'impero franco e sigillo di Carlo Magno, Aquisgrana, sec IX

A partire dal IX secolo la situazione cambia ulteriormente. Da Carlo Magno in poi esiste, anche in Occidente, un potere politico «universale», il Sacro Romano Impero. Appaiono a Reims nuove dottrine, falsamente attribuite a S. Isidoro di Siviglia, nelle quali si teorizza l’esistenza di una sola società, all’interno della quale le funzioni dello Stato si subordinano al bene della società stessa, ivi compreso il bene soprannaturale della salvezza delle anime.

Bisogna soffermarsi un attimo a considerare l’enorme differenza tra questa impostazione e quella di Papa Gelasio. Per quest’ultimo l’esistenza di una società è data non dalla semplice massa della popolazione, ma piuttosto dai fini in vista dei quali le persone si riuniscono nel consorzio sociale. Nell’ambito della medesima popolazione possono coesistere due società, la Chiesa e la nazione, a cui sono rispettivamente preposte due autorità: l’episcopato e l’imperatore. Infine l’episcopato eccelle in onore e dignità sull’autorità politica nella misura in cui il fine soprannaturale sovrasta quello temporale, ma i campi di competenza restano rigorosamente distinti e autonomi. L’altra impostazione, quella dello “pseudo-Isidoro”, s’ispira invece al diritto germanico, fondato sulla «mistica del capo», cioè sull’idea che la persona del re sia principio dell’unità della nazione, della società e dello Stato.

Questa è la causa del fatto che nell’impero carolingio non esiste alcuna visione coerente del rapporto tra l’ordinamento ecclesiastico e quello statale. L’intreccio tra imperium e sacerdotium è tale da impedire, nella pratica, l’individuazione di una preminenza o di una distinzione dell’uno sull’altro; fino al punto da far pensare, in più di un caso, ad una vera ambiguità o confusione di poteri.

3. Il secolo di ferro

L’epoca che va dalla morte di Giovanni VIII a Silvestro II è noto col nome di età ferrea della Chiesa romana. Dall’882 al 1049 si succedono sul soglio romano ben 44 papi, spesso squallidi personaggi senza scrupoli, alcuni dei quali assassinati dai loro avversari politici. Le cause di questa decadenza sono molteplici.

Espansione islamica, secc. VII-X

Dalla morte di Carlo il Grosso l’Impero Franco versa in una drammatica crisi interna. Le lotte di successione, durate fino all’avvento della casa di Sassonia (962), mettono l’organizzazione ecclesiastica e monastica, così strettamente unite all’apparato imperiale, di fronte a gravi incognite. Lo sfacelo dell’Impero apre vuoti di potere che sono causa di conflitti regionali, specialmente in Italia. L’Impero inoltre oppone scarsa resistenza alla seconda grande ondata barbarica. I saraceni a più riprese insidiano l’Italia, saccheggiano Roma (846) e Montecassino (882). Saraceni spagnoli infestano vaste zone della Gallia meridionale distruggendo innumerevoli monasteri. Da Nord i Vichinghi invadono l’Olanda e da qui passano a devastare l’Inghilterra e la Gallia settentrionale. Dopo aver ripetutamente saccheggiato Parigi si spingono verso sud fino a Pisa. Il secolo X fu poi la volta degli Ungari che penetrarono fin nella Lorena meridionale e nell’Italia del Nord.

Il tramonto della potenza carolingia permette dapprima alla Chiesa di Roma di recuperare gran parte del proprio prestigio.

Papa Nicolò I (858-867) cerca di sottrarre il controllo dell’episcopato a quella sorta di ibridi politico-ecclesiastici rappresentati dagli arcivescovi metropoliti. Il suo prestigio gli permette di raggiungere la statura dei grandi pontefici del V sec. e di farsi interlocutore qualificato perfino dell’Imperatore d’Oriente Michele III. Ma Nicolò, influenzato dalle decretali dello pseudo-Isidoro, ha una concezione fortemente accentratrice del potere ecclesiastico: egli non fa altro che rovesciare a favore dell’autorità pontificia l’ambiguità della politica ecclesiastica carolingia. Così, alla sua morte, la S. Sede appare, agli occhi degli spregiudicati pretendenti alla corona d’Italia e quindi imperiale, l’ago della bilancia capace di volgere a proprio vantaggio la congiuntura.

La Cattedra di Pietro diviene l’oggetto delle cupide mire delle più potenti casate romane e italiane. D’altra parte il mondo ecclesiale, distrutti dalle invasioni i monasteri da cui uscivano i “cavalli di razza” della Chiesa, e perduta la leadership culturale, fu per quasi un secolo incapace di esprimere personalità in grado di raddrizzare la situazione. È l’epoca in cui il papato è in balia dei Teofilatti. Assassinati Leone V e l’antipapa Cristoforo, ascende al trono pontificio Sergio III (904-911) i cui peccaminosi rapporti con la patrizia romana Marozia divengono l’emblema della decadenza del papato. Ma fu proprio durante questi anni, i più bui del secolo di ferro, che si posero le premesse del grande movimento di riforma dell’XI sec. Le linee portanti di tale programma riprendono le caratteristiche della grande tradizione benedettina per restaurare la vita monastica e, attraverso questa, l’intera Chiesa. Nell’abbazia di Cluny si combatte la mondanizzazione del monachesimo e l’ingerenza dei feudatari laici, che vantavano diritti sugli enti ecclesiastici posti nei loro domini, attraverso il passaggio dell’abbazia sotto la protezione del Papa, una rigida disciplina e l’obbedienza all’abate.

Ma intanto che Cluny non era che un minuscolo punto nelle mappe dell’Impero vi fu un altro tentativo di riforma ecclesiastica, questa volta di tipo politico e destinato perciò a fallire, da parte dell’Imperatore Ottone I di Sassonia. Allo scopo di fare della Chiesa il baluardo dell’unità del regno, Ottone coinvolge maggiormente la gerarchia ecclesiastica nell’amministrazione statale, estendendo all’Italia l’istituto dei vescoviconti. Riconobbe la legittimità del dominio della S. Sede sullo Stato della Chiesa in cambio del diritto di eleggere il Pontefice…

Ma in questo modo, togliendo autonomia alla Chiesa, egli ne aggravava la decadenza che pure, forse in buona fede, intendeva combattere.

4. Le tre anime dell’Europa

Espansione del cristianesimo in Europa secc VI-XI

Una storia della Chiesa non può limitarsi alla storia dei rapporti della comunità cristiana col potere politico. Essa deve piuttosto sforzarsi di essere una vera storia della cultura cristiana.

Elementi come l’arte sacra, il pensiero religioso, la spiritualità devono entrare a pieno titolo nella considerazione dello storico con una dignità pari a quella degli avvenimenti politici. Vista sotto questa luce l’epoca di cui trattiamo si rivela di una straordinaria fecondità per la vita della Chiesa e del futuro religioso e civile dell’Europa.

È in quest’epoca, infatti, che l’energia ideale del cristianesimo diviene l’elemento catalizzatore della fusione delle tre anime dell’Europa (latina, germanica e slava) in una cultura sostanzialmente unitaria. Seppure secondo la confessione ariana, le orde di Goti e Vandali che invadevano l’Europa erano già evangelizzate da emissari della corte di Costantinopoli.

Altare longobardo, detto di Rachis, Cividale del Friuli, sec. VIII

In Occidente, invece, questo fenomeno veramente senza pari nella storia universale fu soprattutto il frutto dello slancio missionario di due distinte correnti monastiche.

Monaco o sacerdote irlandese, bronzo, Dublino, VIII sec

Monaci di stirpe celtica, puri e duri come pietre runiche, muovevano dall’Irlanda rinnovando le grandi avventure dei loro avi alla conquista non di nuove terre ma di popoli a Cristo. Essi dapprima s’indirizzarono alle popolazioni barbare oltre il Reno; successivamente si spinsero sempre più a sud, per tutta la Francia, la Svizzera e l’Italia settentrionale.

Salendo dall’Italia verso il Continente, il monachesimo benedettino recava con sé invece il senso della misura tipico della spiritualità latina. In epoca successiva si colloca lo sforzo missionario volto all’Evangelizzazione dei popoli slavi ad opera dei Santi Cirillo e Metodio. Questi si fecero precorritori del metodo dell’inculturazione, consistente nell’innestare il cristianesimo non sopprimendo ma al contrario promuovendo le potenzialità della cultura d’origine dei popoli evangelizzati.

Chiesa visigota di S.Maria al Monte Naranco, Spagna, 848

In tutti questi movimenti sopravviveva forte l’idea patristica del cristianesimo come religione universale. Sempre in strettissima intesa con la Sede Romana, sorgono in tutta l’Europa monasteri che divengono centri economici, di cultura, di arte.

Evangeliario di S. Gallo (Sankt Gallen, VIII sec.) e libro penitenziale di S. Colombano, (Torino, sec. X)

Così il movimento monastico fu un serbatoio di idee e di cultura, di grandi personalità ecclesiastiche, capaci di improntare intere epoche, e di risorse spirituali che permisero alla Chiesa di rialzarsi in momenti nerissimi.

La costruzione dell’unità culturale europea passa anche per i grandi itinerari dei pellegrini che in questo periodo attraversano da un capo all’altro il Continente per raggiungere il Santo Sepolcro o Roma o Santiago di Compostella (Spagna). Un movimento carico di suggestioni ideali: in un momento di decadenza dell’autorità ecclesiastica il pellegrinaggio a Gerusalemme o alle tombe degli apostoli, diventa metafora del cammino di ritorno della Chiesa verso le proprie origini. Ma anche un movimento che finisce col tracciare le frontiere geografiche, da Gerusalemme alla Spagna, di un mondo cristiano che matura lentamente la coscienza della propria unità al di sopra delle differenti appartenenze nazionali.

Fine prima parte

Vai al corredo multimediale, iconografico e testuale→

Leggi la seconda parte→

  1. 3 novembre 2010 alle 13:20

    Maometto e la fondazione dell’Islam

    Da “Enciclopedia GEDEA”, Istituto Geografico De Agostini.

  2. 3 novembre 2010 alle 13:22

    Espansione islamica da Maometto agli Abbasidi

    Audio e mappe tratte dall’opera multimediale “Viaggio nella Storia. Dalle origini al 2000″, Gruppo Editoriale l’Espresso, 2000, vol. 2 Il Medioevo.

    • giampierotrere
      21 febbraio 2012 alle 0:16

      Islam. Da Maometto agli Ommayyadi
      Video Tratto da Encyclomedia scuola

    • giampierotrere
      21 febbraio 2012 alle 0:19

      L’espansione islamica nella Penisola iberica
      Video tratto da Encyclomedia scuola

  3. 3 novembre 2010 alle 13:30

    Menologio di Basilio II, Monaci martirizzati dai Saraceni, Roma, Biblioteca apostolica, X-XI

    30 padri martirizzati in Raitho (Sinai), Roma, bibl apost vat, X-XI

  4. 10 novembre 2010 alle 0:42

    Normanni (VIII-XIII secc.)

    Audio tratto dall’opera multimediale “Viaggio nella Storia. Dalle origini al 2000″, Gruppo Editoriale l’Espresso, 2000, vol. 2 Il Medioevo

  5. 11 novembre 2010 alle 2:03

    Il Sacro Romano Impero

    Audio e immagini tratti dall’opera multimediale “Viaggio nella storia dalle origini al 2000”, La Repubblica, 2001, vol. 2 “Il Medioevo”, postproduzione di G. Tre Re.

    • 20 dicembre 2010 alle 23:57

      Volvino, apostoli, altare d'oro di Sant'Ambrogio, Milano, IX sec.

      Scuola mozarabica, San Daniele stilita illeso tra i leoni, Gerona, Tesoro della cattedrale, X

      Beatus Liebana, miniatura, Apocalisse, secc. X-XI

    • giampierotrere
      21 febbraio 2012 alle 0:25

      Carlo Magno
      Video tratto da Encyclomedia scuola

    • giampierotrere
      21 febbraio 2012 alle 0:48

      Che cos’è il feudalesimo
      Video tratto da Encyclomedia scuola

  6. matilda
    19 dicembre 2010 alle 22:45

    Belle foto, in particolare le due basiliche viste in prospettiva, hai anche una veduta in emiciclo, e zoom posizionale?
    Grazie

  7. Giovanni
    24 gennaio 2012 alle 17:24

    Grazie!😉

  8. giampierotrere
    21 febbraio 2012 alle 0:33

    Medioevo. Scienza e tecnica
    Video tratto da Encyclomedia scuola

    • giampierotrere
      21 febbraio 2012 alle 0:47

      Islam medievale. Scienza e tecnica
      Video tratto da Encyclomedia scuola

  9. 21 febbraio 2012 alle 0:35

    Sintesi di storia dell’arte
    Alto Medioevo

    Tratto dall’opera multimediale “Grande Storia dell’Arte, Il Medioevo”, Einaudi, La Repubblica.

  10. giampierotrere
    21 febbraio 2012 alle 0:44

    Medioevo. Cura e caritas
    Video tratto da Encyclomedia scuola

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