Anno B, Tempo ordinario, VI domenica


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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Il linguaggio della salvezza

Anno B, Tempo ordinario, VI domenica
Lv 13,1s.45s; Sal 31; 1Cor10,31-11,1; Mc 1,40-45
Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.

Mc 1,40Venne a lui un lebbroso che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”. 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: 44″Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”. 45Ma quello, si allontanò, e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

Per Marco la fede non è innanzi tutto un evento misterioso. Essa ha per Marco come principali caratteristiche la dialogicità e la fisicità, la sua capacità di manifestarsi in fatti osservabili e quindi la sua vocazione narrativa. Egli offre qui un saggio della sua idea kerygmatica della fede come comunicazione.
In quanto comunicazione, la fede ha anzitutto un codice, che si articola soprattutto attraverso il linguaggio del corpo e la forza espressiva di gesti simbolici. Ma, oltre alla sua funzione referenziale, cioè ad usare oggetti come segni di altri oggetti, la fede in quanto comunicazione ha soprattutto una funzione relazionale, essa cioè definisce un certo rapporto tra una persona e Cristo.
Il racconto di Marco va subito al centro dei fatti. Non vi sono annotazioni di tempo e luogo. L’attenzione si concentra immediatamente sulla prossimità dei due protagonisti e sull’atteggiamento interiore del lebbroso, manifestato attraverso l’atteggiamento e la postura del corpo: si avvicina a Gesù “supplicandolo e inginocchiandosi” (1,40). Si tratta di uno schema narrativo che si ripete spesso nei racconti di miracoli del secondo vangelo (5,22.33; 7,25). L’intensità emotiva nella descrizione di entrambi gli interlocutori è alta. Di Gesù si dice che si sente letteralmente “smuovere le viscere” (1,41: splanchnisthèis, qui tradotto “ebbe compassione”) alla vista del lebbroso in ginocchio e udendone le parole. Si stabilisce un forte legame empatico tra i due.
Non deve sfuggire la portata trasgressiva del gesto di toccare un lebbroso da parte di un giudeo, cosa vietata dalla Torah per evitare la diffusione del male per contagio. Questo è di fatto la Torah: un cordone sanitario di norme che pongono un limite al male, ma non possono annullarlo. L’uomo toccato e consumato dal male è costretto a vivere fuori dalla città, lontano da ogni contatto sociale, privato di ogni relazione con i sani e i vivi. Però qui è Gesù che attraverso il contatto della sua mano contamina l’uomo con la propria salute. Con un solo gesto Gesù abroga le norme di purità e rovescia il rapporto tra l’uomo e la legge di Mosè. La violazione di una norma di purità legale annulla in un attimo l’abisso di secoli sancito dalla legge tra l’impurità umana e la santità di Jahweh.
Contrariamente a quella espressa dai gesti, la comunicazione verbale nel miracolo è ridottissima. L’implorazione del lebbroso consiste, nel testo greco, di sole cinque parole; per tutta risposta Gesù ne ripete due: “thélo, katharístheti” (1,42). La guarigione è qui presentata come catarsi, una purificazione che obbedisce a un comando di Gesù.
Il brusco congedo cui assistiamo subito dopo è accompagnato dalla raccomandazione di rendere nota la guarigione esclusivamente alle autorità religiose. Abbiamo dunque ancora un esempio di segreto messianico, questa volta imposto ad un miracolato (1,44. Cfr.1,24s.34). E’ possibile che in tal modo Gesù voglia evitare che il miracolo sia interpretato come un gesto ostile verso la Torah e le autorità religiose; oppure che Gesù voglia evitare quanto già successo a Cafarnao, cioè il rischio di miracolismo (1,33-38; 7,33; 8,22) che regolarmente si verifica, al punto che, con un paradossale rovesciamento delle parti, alla fine è Gesù, non più il lebbroso, a non poter più entrare in città (1,45). Ma il significato più profondo di questa consegna del silenzio, ormai effettivamente riconosciuta come un atteggiamento storico di Gesù di Nazareth, dev’essere letto nel contesto della teoria marciana della fede come scambio dialogico. Non solo la fede non può essere certo effetto del miracolo, ma la fede non è essa stessa un miracolo. Il miracolo è solo un segno laddove la fede è un’intera sintassi. La fede sembra coincidere con la comunicazione innanzi tutto per un’analogia pragmatica: così come non si può non comunicare, non si può non rispondere all’iniziativa dell’annuncio, in un modo o nell’altro, comunque con un atto di fede. E’ invece il miracolo ad essere funzionale alla dinamica comunicativa della fede. La fede per Marco è qualcosa che va attestato; quindi raccontato e discusso. Non può verificarsi ove non vi sia una percezione sensoriale diretta, un contatto addirittura fisico, con Gesù. Il sensazionalismo e il fanatismo che si crea attorno al miracolo può rappresentare uno schermo all’intimità dell’incontro personale con Gesù.
E’ per poter vedere e udire il Cristo della fede, e potergli parlare personalmente, che ciechi, sordi e muti vengono sanati; è per potere essere toccato nel profondo dalla santità di Dio che quest’uomo è oggi liberato dal male.

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