Nichiren Daishonin, L’eredità della legge fondamentale di vita e morte

L’eredità della legge fondamentale della vita

di Nichiren Daishonin

“Shoji Ichidaiji Kechimyaku Sho”, in Gosho Zenshu, pag. 1336. Scritto l’11 febbraio 1272, destinato a Sairen-bo Nichijo.

Nichiren (日蓮 Nichiren?) (16 febbraio 122213 ottobre 1282) è stato un monaco buddhista giapponese, fondatore del Buddhismo Nichiren, una delle maggiori correnti del Buddhismo giapponese che comprende diverse scuole di pensiero, che spesso professano dottrine anche contrastanti. Chiamato alla nascita con il nome di Zennichimaro (善日麿), lo cambiò, nel 1238, in Zeshō-bō Renchō (是生房蓮長) quando fu ordinato monaco e infine nel 1253 assunse il nome di Nichiren (日蓮) con cui viene ricordato, insieme all’appellativo Daishonin (Grande Saggio).
Nichiren è stata una figura controversa durante l’intero arco della sua vita, e lo è tutt’ora per via delle diverse dottrine religiose che si rifanno ai suoi insegnamenti raccolti nell’opera Gosho Zenshu.
(Fonte: Wikipedia)

Nichiren Daishonin scrisse questa lettera l’11 febbraio 1272, quando ancora viveva nel tempietto del cimitero di Tsukahara, sull’isola di Sado, dove era stato esiliato l’anno precedente. La lettera è indirizzata a Sairen-bo Nichijo, che in origine era un prete della setta Tendai. Circa un mese prima, il 16 e il 17 gennaio, Nichiren Daishonin aveva affrontato in un dibattito pubblico i preti dell’isola di Sado, dimostrando la correttezza dottrinale del suo insegnamento.
È probabile che Sairen-bo, esiliato a Sado per motivi a noi sconosciuti, forse per dei contrasti con le autorità, abbia deciso di diventare discepolo del Daishonin dopo aver assistito al dibattito di Tsukahara.
La setta Tendai, che aveva il proprio centro a Kyoto, al tempio Emyaku sul monte Hiei, era la massima scuola di filosofia buddista, ma la sua influenza sulla società del tempo si era notevolmente indebolita a causa dei continui e aspri contrasti con le sette rivali; in ogni caso, le profonde dottrine della scuola le assicuravano ancora un certo prestigio e il tempio del monte Hiei era pur sempre considerato il centro della cultura buddista in Giappone. Sairen-bo, che negli anni successivi ottenne il perdono dalle autorità e fondò un tempio chiamato Honkoku, poneva delle profonde domande sulla teoria buddista e Nichiren Daishonin rispose con alcuni scritti che rivestono una grande importanza. I principali sono L’Illuminazione delle piante, La vera entità della vita, La preghiera e L’eredità della legge fondamentale di vita e morte.
Questo Gosho è uno scritto breve, ma denso di significato, sia teorico che pratico. Probabilmente per Sairen-bo, uno studioso che conosceva a fondo i testi e aveva meditato a lungo sulle complesse teorie della scuola Tendai, era relativamente facile da capire.

Ho letto con grande attenzione la tua lettera. Rispondo che la Legge fondamentale di vita e morte è Myoho-renge-kyo. Infatti i cinque caratteri1 di Myoho-renge-kyo furono trasmessi al bodhisattva Jogyo dai due Budda Shakyamuni e Taho seduti nella Torre Preziosa, perpetuando un’eredità ininterrotta sin dall’infinito passato. Myo significa morte, ho vita. I due fenomeni di nascita e morte sono manifestati dalle entità dei dieci mondi, chiamate anche entità di Renge.
T’ien-t’ai disse: «Sappiate che tutte le cause e gli effetti degli esseri senzienti e dei loro ambienti (esho) manifestano la legge del Loto»2. In questa spiegazione «esseri senzienti e loro ambienti» designano vita e morte. Se c’è nascita e morte, c’è causa ed effetto ed è evidente che c’è anche la Legge del Loto3.
Il Gran Maestro Dengyo disse: «I due fenomeni di nascita e morte sono le funzioni misteriose della vita. Le due verità di esistenza e non-esistenza sono il vero beneficio dell’Illuminazione originale»4. Cielo e terra, yin e yang5, il sole e la luna, i cinque pianeti6, i vari mondi da Inferno a Buddità, non sono esenti dai due fenomeni di nascita e morte. Anche le loro nascite e morti non sono altro che nascita e morte di Myoho-renge-kyo.
T’ien-t’ai scrisse nel Maka shikan: «L’apparizione [di tutte le cose] è l’apparizione della loro vera natura7; la loro scomparsa èla scomparsa di tale natura [nello stato di latenza]»8. Anche i Budda Shakyamuni e Taho rappresentano i due fenomeni di nascita e morte.
Recitare Myoho-renge-kyo con la consapevolezza che non esiste alcuna differenza fra Shakyamuni illuminato nel lontano passato, il Sutra del Loto che è la strada dell’Illuminazione di tutti gli esseri, e noi comuni mortali, questa è l’eredità della Legge fondamentale della vita. Questo è essenziale per i discepoli, preti e laici, di Nichiren: questo è il significato di abbracciare il Sutra del Loto.9
Per chi, sentendosi giunto al suo ultimo momento, raccoglie la sua fede e recita Nam-myoho-renge-kyo, il sutra proclama: «Dopo la morte mille Budda gli tenderanno le mani per liberarlo dal timore e impedirgli di cadere nei cattivi sentieri»10.
Che felicità! Come trattenere le lacrime di gioia sapendo che non uno o due, non cento o duecento, ma mille Budda verranno ad accoglierci con le braccia aperte?
Chi non ha fede nel Sutra del Loto sarà accolto dai guardiani dell’inferno che gli afferreranno le mani, come ammonisce il sutra: «…dopo la morte cadrà nell’inferno della sofferenza incessante»11. Che pena! I dieci re12 lo giudicheranno e i messaggeri del cielo13 che sono con lui dalla nascita denunceranno [i suoi atti malvagi].
Immagina quei mille Budda che tendono le braccia verso i discepoli di Nichiren che ora recitano Nam-myoho-renge-kyo, come meloni o convolvoli che tendono i loro tralci sottili. I miei discepoli nel presente hanno potuto abbracciare questo sutra in virtù del forte legame formato con il Sutra del Loto nel passato e senza dubbio otterranno la Buddità nel futuro.
Non interrompere mai il legame con il Sutra del Loto nelle tre esistenze, attraverso nascita e morte del passato, nascita e morte del presente e nascita e morte del futuro, si chiama trasmissione dell’eredità del Sutra del Loto. Coloro che non credono nel Sutra del Loto e lo insultano «distruggono tutti i semi della Buddità in questo mondo»14; essi non ricevono l’eredità della Legge fondamentale della vita perché hanno distrutto il seme per divenire Budda.
In generale, che i discepoli di Nichiren, preti e laici, recitino Nam-myoho-renge-kyo in itai doshin15, senza alcuna distinzione fra di loro16, uniti come i pesci e l’acqua, questo si chiama eredità della Legge fondamentale della vita. Se è così, anche il grande desiderio di kosen-rufu potrà realizzarsi. Ma se fra i discepoli di Nichiren c’è qualcuno in itai ishin, sarebbe come uno che distrugge il suo castello dall’interno.
Io, Nichiren, ho cercato di risvegliare tutto il popolo giapponese alla fede del Sutra del Loto in modo che potesse condividerne l’eredità e ottenere la Buddità, ma invece mi hanno perseguitato in ogni modo e infine mi hanno esiliato in questa isola. Tu hai seguito Nichiren nonostante tutto e hai incontrato delle persecuzioni. Questo pensiero mi addolora profondamente.
L’oro non può essere bruciato dal fuoco né corroso e spazzato via dall’acqua, mentre il ferro è vulnerabile al fuoco e all’acqua. Una persona saggia è paragonabile all’oro, uno sciocco al ferro. Tu sei come l’oro puro perché abbracci «l’oro» del Sutra del Loto. Un brano del sutra dice: «Sumeru è la più alta di tutte le montagne; allo stesso modo il Sutra del Loto [è il alto di tutti i sutra]»17. E dice anche: «[La fortuna di un credente] non può essere bruciata dal fuoco né corrosa dall’acqua»18.
Non è dovuto alla relazione karmica formata nel passato se ora sei diventato discepolo di Nichiren? Certamente i Budda Shakyamuni e Taho lo sanno. Le parole del sutra «vita dopo vita nacquero insieme ai loro maestri nella varie terre di Budda»19 non possono essere false.
Finora nessuno mi aveva fatto una domanda sulla trasmissione dell’eredità della Legge fondamentale della vita. È ammirevole, ammirevole! Comprendi bene ciò che ho spiegato dettagliatamente in questa lettera. Pratica solo Nam-myoho-renge-kyo, l’eredità trasmessa da Shakyamuni e Taho al bodhisattva Jogyo.
La funzione del fuoco è bruciare e dare luce. La funzione dell’acqua è lavare la sporcizia. La funzione del vento è spazzar via la polvere e soffiare la vita nelle piante, negli animali e nell’uomo. Quella della terra è far crescere l’erba e gli alberi, e quella del cielo è provvedere alla pioggia. Anche i cinque caratteri di Myoho-renge-kyo operano così: sono le funzioni benefiche dei Bodhisattva della Terra. Il Sutra del Loto dice che il bodhisattva Jogyo deve apparire adesso per propagare questo insegnamento nell’Ultimo giorno della Legge, ma questo è accaduto realmente? Che il Bodhisattva Jogyo sia già apparso o no, Nichiren ha già cominciato la propagazione.
Sii fermamente deciso a risvegliare il grande potere della fede e recita Nam-myoho-renge-kyo con una mente corretta fino al momento della morte. Non cercare assolutamente un altro modo per ereditare la Legge fondamentale della vita; questo è il significato di «I desideri terreni sono Illuminazione» e di «Le sofferenze di nascita e morte sono nirvana». Senza l’eredità della fede, sarebbe inutile abbracciare il Sutra del Loto. Avrei molte altre cose da chiarire.
Rispettosamente
Nichiren, lo Shramana del Giappone.11 febbraio 1272 

NOTE:
1. I cinque caratteri: negli scritti del Daishonin spesso Myoho-renge-kyo sta per Nam-myoho-renge-kyo.
2. Hokke gengi, vol. 7.
3. Legge del Loto: la legge di simultaneità di causa ed effetto.
4. Tendai hokkeshu gozu homon yosan, vol. 5.
5. Yin e yang: i due princìpi universali dell’antica filosofia cinese. Yin è il principio negativo, scuro, femminile; Yang è il principio positivo, chiaro, maschile. Dalla loro combinazione dipende la natura di tutte le cose.
6. Cinque pianeti: Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno. I pianeti più esterni non erano ancora stati scoperti.
7. Vera natura: letteralmente, natura della Legge (hossho), la vera natura immutabile o natura di Budda, presente in ogni essere e in ogni fenomeno.
8. Maka shikan, vol. 5.
9. Dal punto di vista del Buddismo di Nichiren Daishonin, quando si parla di Shakyamuni s’intende Nichiren Daishonin, il Budda originale di kuon ganjo. Quando si parla del Sutra del Loto ci si riferisce al Gohonzon, l’oggetto di culto del vero Buddismo.
10. Sutra del Loto, cap. 28.
11. Ibidem, cap. 3.
12. I dieci re dell’inferno: figure simboliche della tradizione religiosa popolare. In Cina l’inferno era rappresentato come un tribunale dei demoni in cui i morti erano processati per le loro azioni malvagie.
13. Messaggeri del cielo: Dosho (stessa nascita) e Domyo (stesso nome). Si diceva che questi due messaggeri stessero sulle spalle di ogni persona osservando tutte le sue azioni. Sono una metafora che indica le funzioni della legge di causa ed effetto.
14. Sutra del Loto, cap. 3.
15. Itai doshin: diversi corpi, uguale mente. Itai ishin: diversi corpi, diversa mente (o fede).
16. Letteralmente: senza alcun pensiero di me o degli altri, di questo o di quello. Non si tratta di una negazione dell’individualità, ma del superamento del divario fra persona e persona, che sorge dall’egoismo e dalla sfiducia.
17. Sutra del Loto, cap. 23.
18. Ibidem.
19. Ibidem, cap. 7.

Fonte:

http://www.sgi-italia.org/gosho/gosho_0006_testo.html



 

  1. geleselibero
    6 febbraio 2012 alle 9:25

    Giampiero, se riesci a raggiungere quella felicità con altri metodi io sono contento per te e ti invito a proseguire su quella strada e spero che, come l’hai trovata tu, la trovino in molti altri. La felicità di tutti gli esseri viventi è il mio obiettivo più grande.
    PErò non mi sembra che qualunque religione si muova sugli stessi concetti. LA felicità in questo mondo, non in un aldilà, non in un altra vita ma qui ed ora, la lettura dei fenomeni della legge di “causa-effetto” e non sull’intervento divino è qualcosa che ha dato un’arresto immediato al mio percorso di buon cattolico praticante. L’uomo al centro della vita, io che costruisco cause buone dentro me, io che posso guidare l’mbiante che mi circonda (c’è molto di scientifico in questo, anche se io l’ho espresso in termini meno tecnici: Una sola molecola carica in un qualunque ambiente è in grado di creare modifichè nello spazio che la cisrconda)
    La scienza, la tecnologia, il progrresso, che siano orientali o occidentali (non è importante, appartengono all’umanità) sono eventi esterni a noi ma non credo possano dare la felicità. Dipende sempre da noi, dall’uso che se ne fa, dall’illuminare e comprendere i fenomeni di questo mondo.
    La felicità di cui ti parlo prescinde dalla tecnologia e dalla scienza. E’ innata nel bambino delle tribù africane, è innata nel bimbo iperinformatizzato delle metropoli americane. Chi l’ha seprimentata per primo visse in epoche molto meno tecnologizzate.
    E’ l’effetto di un’apertura, di un’espansione, di giuste cause poste da noi stessi che sono assolutamente dentro di noi.
    Il fuoco fu una grandissima rivoluzione per l’uomo. Ma in mano al saggio ha un valore in mano allo stolto un altro. Il mondo è lo stesso per tutti, i cambiamenti devono avvenire dentro di noi.
    Io ho toccato con mano questa verità.

  2. Rosa
    6 febbraio 2012 alle 13:58

    Caro Giampiero, anche se fossi un’angelo e venissi a baciarti mentre dormi, la tua felicità sarebe effimera, durererebbe solo un lampo, nè la memoria di quell’istante riuscirebbe e a cambiare la tua vita. La vita si costruisce non con i sogni, ma con le azioni, questo è certo.
    Abbiamo già discusso, tempo fa, della “felicità” che possono dare tecnologia, consumismo…. Sai come la penso. Tutte questi “accessori” sono insignificanti per l’ottenimento DELLA felicità. Come può il telefonino rendere felice? Ma davvero pensi che allungare la vita di una settimana con la chemioterapia possa rendere felici? Oppure incontrare il tuo “angelo” possa renderti felice? O avere Sky? Sono piccolissime soddisfazioni che non hanno niente a che vedere con la vera felicità che, come giustamente dice Geleselibero, è qualcosa che esiste a prescindere da ciò che è fuori di noi. Ha a che fare con la libertà, non con le catene illusorie del mondo secolare. Il buddismo non promette la felicità e se hai compreso questo, me ne dispiaccio. Il buddismo non vende nulla e non fa magie! La pratica buddista da l’ooportunità a tutti di comprendere le cause che non permettono il raggiungimento della felicità e al contempo, permette di riacquistare fiucia nelle innate potenzialità dell’uomo, dando ad ognuno, attraverso la recitazione del daimoku, uno strumento (una specie di catalizzatore) per percepire la propria buddità, a prescindere dalle barriere della cultura. Il buddismo insegna che la vita può essere come noi vogliamo: sofferenza incessante o felicità. Sta a noi decidere. Riguardo, invece, alla frase di Gandhi, la consapevolezza di essere nulla, un granello di polvere, una infinitesima parte del tutto non mi terrorizza, nè mi deprime. Io sono nel tutto e questo tutto è mioho-renge-kyo. Quindi, Io sono mioho-renge-kyo. E’ meraviglioso! Ti sembra arroganza? Io colgo arroganza in chi preferisce crogiolarsi nelle sue sofferenze. E’ arrogante chi preferisce soffrire, perchè pone al centro della sua vita la sofferenza e non i doni che egli possiede per rendere felice se stesso e gli altri. Che spreco! E’ imperdonabile! In un certo senso, questa sofferenza diventa il suo “oggetto di culto” e questo per un buddista è arroganza. E’ un’offesa alla dignità dell’uomo. E’ un’offesa alla legge Mistica. Come pure pensare che, proprio perchè si è un infinitesimo granello di polvere, la nostra vita non abbia nessun peso e che quindi sia inutile, è arroganza. Nascere uomini è una grande fortuna, non buttiamola via! Siamo sempre in tempo per cambiare tutto. Bisogna però sperimentarlo sulla propria pelle. e naturalmente…..sbracciarsi e lavorare…..ma tanto…

  3. Rosa
    7 febbraio 2012 alle 9:46

    Buongiorno! Freddino, vero?
    Credo che il raggiungimento della felicità nasca dalla convinzione che bene e male esistano solo in forma relativa e non assoluta. Quando ci capita qualcosa, qualunque cosa, bella o brutta che sia, questa esperienza può essere vissuta in modi completamente diversi. Se mi convinco di meritare un castigo, quella esperienza per cosi dire “negativa” mi butterà in una profonda frustrazione. Sarò infelice fino a quando Qualcuno mi perdonerà, e anche dopo quel perdono, continuerò a provare disagio nel non essere stato all’altezza.(…perchè peccando ho meritato il tuo castigo). Proprio come un bambino costantemente rimproverato dai genitori che non prende forza e fiducia in se stesso. Ma se penso che invece quella stessa esperienza non è altro che una manifestazione della vita alla quale non do alcun valore morale, allora proverò immediatamente il desiderio di trasformarla in occasione. La felicità, infatti, nasce dalla condizione di potere padroneggiare la nostra vitalità. Dalla convinzione che ogni fatto della vita è utile alla nostra crescita, anche un abbandono, una malattia…. Con la pratica buddista, lo stato vitale si stabilizza nei mondi alti di studio, bodisattwa, buddità. Significa che ogni esperienza potrà essere occasione per manifestare saggezza, per aiutare il prossimo, per provare compassione.

  4. 20 febbraio 2012 alle 0:48

    «Non è che io non voglia accettare la consolazione che viene dalla risurrezione di Gesù. Ma a rimproverarmelo sono cristiani che non credono più nel suo sepolcro vuoto (e nemmeno nei sepolcri che si vuoteranno nell’ultimo giorno) e si accontentano di interpretare la risurrezione di Gesù come rinnovata vita del Cristo nella chiesa. Siccome nei duemila anni di storia della chiesa non riesco a vedere che una traccia labilissima e confusa della sua presenza, per me la risurrezione di Gesù non può essere altro che un oscuro mistero, una segreta primizia, un estremo paradosso (…) sono duemila anni che mastico la briciola data come pegno del pane escatologico, il mio stomaco è vuoto, la mia bocca stanca di masticare invano, ma il mio cuore si ostina ad aspettare il pane che sazi finalmente la fame. Vedo intorno a me, nel ristabilito clima trionfalistico, l’inganno di chi crede che la vecchia briciola muffita sia abbondanza di pane fragrante, e vorrei disilluderli, perché la fede diventi consapevole della sua terribile difficoltà, e quindi seria, vera, disperatamente vivaj».

    S. QUINZIO, Dalla gola del leone, Adelphi, Milano 1980, pp. 153-154.

Comment pages
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: