Anno B, Pasqua, V domenica

litterae-testata

COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

leggi tutti i commenti

già pubblicati

La fatica di Cristo

Anno B, Pasqua, V domenica
At 9,26-31; Sl 21; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8
A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea


Gv 15,1″Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, per la parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Un’evidente, forte emotività, nei discorsi giovannei dell’ultima cena, smentisce le rappresentazioni tradizionali che, quasi senza eccezioni (l’unica, forse, quella leonardesca) immaginano una comunità serena e pacificata col suo capo ed al proprio interno.
V’è continuità ideale, in Giovanni, tra questi discorsi e quelli di Gesù risorto ai discepoli, affidata all’unità di luogo che fa da scenario agli uni e agli altri, il cenacolo. Il luogo chiuso definisce simbolicamente il punto di vista del narratore, un punto di vista interno alla comunità nascente.
La metafora della vite vera fa parte, appunto, dei discorsi dell’ultima cena.
Il racconto giovanneo dell’ultima cena lascia trasparire un gruppo pieno d’inquietudini e tensioni, che avverte il carattere epocale del momento. Questa sensazione sembra comunque essere a fior di pelle, non proprio consapevole. Le frasi degli apostoli, come quelle di Pietro, hanno un sapore retorico, come sopra le righe (Gv 13,8.37); altri sembrano voler cercare contraddizioni in ciò che dice Gesù (14,5), con una certa critica, neanche troppo velata, di scarsa chiarezza (16,17s.29s). Altri ancora mettono in luce, con le loro domande, una mancata sintonia mentale e spirituale col Maestro, cosa che Gesù non si nasconde affatto (14,9.22s), senza voler per nulla smorzare i toni. Dice a chiare lettere la loro scarsa fedeltà (13,38; 16,31), sottolinea la loro fragilità e ignoranza (13,36; 16,12.19). Gesù insiste sull’amicizia, sulla gioia e sulla pace (14,27; 15,13ss;16,20.22s) ma nello stesso tempo sull’abbandono, la solitudine, il rinnegamento, la tristezza (13,18.21; 16,32). Mette in rilievo l’ansia e l’agitazione che scuotono il gruppo (14,1.28; 16,1).

Dentro quest’atmosfera fatta di chiaroscuri deve leggersi la metafora teologica di Cristo vera vite. Essa introduce il secondo dei due blocchi in cui si articolano i discorsi dell’ultima cena (13,1-14,31 e 15,1-16,33). Non si tratta di due diversi nuclei redazionali ma più probabilmente di linee parallele di una stessa tradizione o la testimonianza di diversi stadi evolutivi della medesima mano redazionale. Con l’immagine della vite forse Gesù si riferisce, prendendone spunto, al calice che ha davanti e di cui tra breve dirà, secondo latradizione sinottica: “Ecco il mio sangue […] Non berrò più del frutto della vite finché non lo farò di nuovo nel Regno” (Mt 26,28s).
Ciò spiegherebbe perché con il breve discorso sulla vera vite Gesù insiste sul tema della comunione. Quest’ultima è innanzi tutto non un frutto spontaneo, ma il risultato di un duro lavoro. Si tratta chiaramente di un’opus tollendi, di un’azione “a levare”, una strategia basata su un uso sapiente del principio di economia ed efficienza, un’intelligente amministrazione delle risorse naturali, che ha un suo obiettivo, spesso incomprensibile tuttavia dall’interno delle storie, delle persone, della comunità che ne sono oggetto. C’è un susseguirsi di tagli e separazioni (àiro, “togliere”; kathàiro, “potare”, ma anche “purificare”) ferite e innesti a prima vista casuali. Ma questo faticoso travaglio è cura.
Nella confusione emotiva, di paure ed ambizioni, che regna in seno alla comunità, Gesù sa distinguere il lavoro di Dio. Il rapporto che viene ad instaurarsi tra i discepoli è di tipo organico, ma nel senso che esso è garantito esclusivamente e direttamente dalla comune fonte vitale: la vera vite, il Cristo stesso. Non solo i frutti che i tralci producono non sono da attribuire, in verità, ai tralci stessi, ma anche le sofferenze e i fallimenti che essi sopportano sono in realtà nient’altro che la fatica stessa di Cristo.

leggi tutti i commenti

già pubblicati

Annunci
  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: