Home > Zibaldone > Cattopedofilia/2. La risposta di Ratzinger

Cattopedofilia/2. La risposta di Ratzinger

Se gli organi di stampa vicini alla Santa Sede hanno ragione nel ritenere strumentali gli attacchi del New York Times e di Spiegel a Ratzinger, ciò in fondo avviene perché ciascuno gira a proprio modo gli stessi argomenti. Certo, anche concedendo che l’allora Card. Ratzinger abbia consapevolmente riammesso un prete pedofilo al ministero pastorale, non lo si può accusare oggi di aver applicato regole che allora non aveva il potere di cambiare e chiederne le dimissioni da Papa, ora che cerca di usare il suo potere di cambiare le regole per cambiarle effettivamente. Me se in cima ai pensieri degli accusatori non ci sono i diritti delle vittime ma l’immagine della Chiesa cattolica, i difensori del Vaticano appaiono deboli di fronte a questo attacco perché le stesse priorità valgono anche per loro. O, per lo meno, non è chiaro per questi ultimi, quali siano le priorità.
Ho selezionato e annotato alcuni passi della lettera di Benedetto XVI alla Chiesa irlandese su fatti di pedofilia e violenze su fanciulli verificatisi presso il clero locale, tralasciando le espressioni di vergogna e di pentimento e le richieste di perdono che fin dall’inizio e poi ripetutamente compaiono nel documento pontificio, per accostarlo dal versante più freddo e razionale sul quale il Papa avanza le sue prime analisi e proposte di soluzione.
Nella lettera non troviamo un vero e proprio nucleo o un principio dottrinale che dia unitarietà al documento, non si fornisce nessuna definizione del problema, ma, in certo senso, se ne traccia una “storia” recente nella Chiesa.
Per spiegare come si è giunti all’attuale situazione, viene chiamato in causa il Vaticano II, anzi quello, che secondo Ratzinger, ne sarebbe piuttosto un fraintendimento.

«4. […] Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano Secondo fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari. È in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi, che ha contribuito in misura tutt’altro che piccola all’indebolimento della fede e alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti».

Il Papa utilizza qui un argomento tipico tra gli eredi della linea conservatrice del concilio, i quali mentre applicano un’interpretazione restrittiva del Vaticano II addossano sistematicamente qualsiasi genere d’insufficienza od errore della chiesa attuale ad una presunta forzatura del Concilio in chiave liberale negli anni ’60 e ’70. Anche da parte degli interpreti della cosiddetta linea moderata o pastorale si è spesso messa in luce la sprovvedutezza giuridica del Concilio e i suoi esiti contraddittori; ma qui il teologo Ratzinger, già consultore tra i più aperti del concilio stesso e successivamente suo critico tra i più severi, va oltre. Egli sostiene che le diverse cause della diffusione tra il clero degli abusi abituali sui minori, cause di cui parlerà subito dopo, allignano nel generale contesto ecclesiale caratterizzato da una scarsa osservanza degli aspetti canonico-penalistici nel trattare il fenomeno. Può darsi che il papa alluda alla predilezione, malamente recepita nella prassi ecclesiale periferica, di Giovanni XXIII e Paolo VI per l’approccio teologico-morale e alla loro scelta di andare in cerca di nuove risposte prevalentemente sul piano “pastorale”, non senza l’ausilio di saperi scientifici come la psicologia e la psichiatria. Tale approccio “conciliare” tende a sottolineare il concetto di peccato ma anche l’esistenza di responsabilità collettive, più che riproporre e magari irrigidire le tradizionali risposte, esclusivamente punitive.
Magari a costo di dar l’impressione di forzare il pensiero del Papa, semplificando si può dire che, per Ratzinger, in questo frangente la Chiesa non è stata abbastanza conservatrice e ciò avrebbe rappresentato, come minimo, l’occasione remota per l’estendersi del fenomeno nei presbitèri.
Si può obiettare che tanto il fenomeno in sé quanto la tendenza ad occultarlo, nelle sue cause e nei suoi autori, sono sicuramente anteriori al Concilio; che le regole generali dei procedimenti canonici, caratterizzati in ogni loro fase dalla segretezza, non furono opera di qualche fanatico dell’aggiornamento della Chiesa ma del campione della linea conservatrice al Concilio, il Card. Ottaviani; che la tendenza all’omertà non è da confondere con la distinzione pastorale tra peccato e peccatore, portata avanti dai papi del Concilio. Ma l’aspetto più notevole è che mentre si ammette l’esistenza del fenomeno, ne viene data una rappresentazione di tipo molecolare, come una somma di singole trasgressioni, per porre in salvo quelle strutture e comportamenti collettivi di fondo nei quali più o meno consapevolmente risiedono le vere cause del fenomeno:

«Solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla presente crisi è possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi efficaci. Certamente, tra i fattori che vi contribuirono possiamo enumerare: procedure inadeguate per determinare l’idoneità dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa; insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati; una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona».

Lungi dall’avere un ruolo che risale alla mentalità legalista e al formalismo giuridico della formazione del clero, le regole canoniche avrebbero fallito, secondo la lettera, solo in quanto non rispettate. Per contro, l’approccio che pone l’accento sugli aspetti penali e canonici potrebbe limitare la risposta della Chiesa ad un’azione di tipo repressivo e condurre a trascurare altre iniziative importanti e più vicine alla specifica missione ecclesiale come l’attenzione e la cura per le vittime, la terapia per gli aggressori, l’approfondimento conoscitivo e la prevenzione del fenomeno attraverso la cura pedagogica e pastorale. Uno dei rischi a mio avviso più presenti è quello di abbandonare a se stessi gli autori di questi crimini e rinunciare in partenza a qualsiasi percorso comunitario di recupero. Ne è un esempio il brano seguente in cui il Pontefice parla direttamente ai religiosi che si sono macchiati di abusi sessuali e altre violenze sui fanciulli:

«Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa».

I tribunali cui qui si accenna alludono a forme speciali di processo canonico che Ratzinger intende introdurre, così come al punto 1 si allude al processo penale davanti ad un tribunale dello Stato. E ancora:

«7. Vi esorto ad esaminare la vostra coscienza, ad assumervi la responsabilità dei peccati che avete commesso e ad esprimere con umiltà il vostro rincrescimento. Il pentimento sincero apre la porta al perdono di Dio e alla grazia del vero emendamento. Offrendo preghiere e penitenze per coloro che avete offeso, dovete cercare di fare personalmente ammenda per le vostre azioni. Il sacrificio redentore di Cristo ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali. Allo stesso tempo, la giustizia di Dio esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla. Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio».

Anche nell’esaminare l’operato dei vescovi nella funzione di governo delle chiese locali il papa ha parole severe ma le responsabilità sono ancora una volta attribuite a condotte ed omissioni individuali:

«11. Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi. Seri errori furono commessi nel trattare le accuse. Capisco quanto era difficile afferrare l’estensione e la complessità del problema, ottenere informazioni affidabili e prendere decisioni giuste alla luce di consigli divergenti di esperti. Ciononostante, si deve ammettere che furono commessi gravi errori di giudizio e che si sono verificate mancanze di governo. Tutto questo ha seriamente minato la vostra credibilità ed efficacia. Apprezzo gli sforzi che avete fatto per porre rimedio agli errori del passato e per assicurare che non si ripetano. Oltre a mettere pienamente in atto le norme del diritto canonico nell’affrontare i casi di abuso dei ragazzi, continuate a cooperare con le autorità civili nell’ambito di loro competenza. Chiaramente, i superiori religiosi devono fare altrettanto. Anch’essi hanno partecipato a recenti incontri qui a Roma intesi a stabilire un approccio chiaro e coerente a queste questioni. È doveroso che le norme della Chiesa in Irlanda per la tutela dei ragazzi siano costantemente riviste ed aggiornate e che siano applicate in modo pieno ed imparziale in conformità con il diritto canonico».

Così come sembra non esservi per i vescovi altra responsabilità se non quella oggettivamente definita dal codice di diritto canonico, consistente appunto nella mancata applicazione delle norme del codice stesso, non troviamo in nessuna parte della lettera alcuna misura che corrisponda a quanto detto poco prima dal Papa a proposito dei seminari e dei noviziati.
Rivolgendosi ai sacerdoti, Benedetto XVI scrive:

«10. […] So che molti di voi sono delusi, sconcertati e adirati per il modo in cui queste questioni sono state affrontate da alcuni vostri superiori. Ciononostante, è essenziale che collaboriate da vicino con coloro che sono in autorità e che vi adoperiate a far sì che le misure adottate per rispondere alla crisi siano veramente evangeliche, giuste ed efficaci».

Davvero sono così esenti da colpe i membri di un presbiterio in cui si sono verificati, magari ripetutamente, fatti di tale gravità? I presbitèri sono spesso luoghi in cui con la maggior parte dei confratelli si vive tutt’al più un’amicalità cameratesca, non in grado di offrire un vero contenimento affettivo e dove non si esercita alcuna forma di vigilanza fraterna sui compagni. Davvero il fatto stesso di non sapere quello che accade all’interno di una comunità presbiteriale esenta da ogni colpa i suoi membri e li autorizza moralmente a sentirsi “delusi”, “sconcertati” e “indignati”? O non denuncia piuttosto il fallimento di interi modelli pastorali?
Ma se l’indirizzo del Pontefice solleva le comunità, ed in particolare i loro pastori, da ogni responsabilità solidale, non soltanto il sex offender ma anche la vittime rischiano di essere ancora una volta lasciate sole.
Nel rivolgersi direttamente ai giovani il Papa riprende il pensiero iniziale emerso già parlando del Vaticano II, concernente il rapporto tra la Chiesa e il mondo secolarizzato.

«12. L’esperienza che un giovane fa della Chiesa dovrebbe sempre portare frutto in un incontro personale e vivificante con Gesù Cristo in una comunità che ama e che offre nutrimento. In questo ambiente, i giovani devono essere incoraggiati a crescere fino alla loro piena statura umana e spirituale, ad aspirare ad alti ideali di santità, di carità e di verità e a trarre ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale. Nella nostra società sempre più secolarizzata, in cui anche noi cristiani sovente troviamo difficile parlare della dimensione trascendente della nostra esistenza, abbiamo bisogno di trovare nuove vie per trasmettere ai giovani la bellezza e la ricchezza dell’amicizia con Gesù Cristo nella comunione della sua Chiesa. Nell’affrontare la presente crisi, le misure per occuparsi in modo giusto dei singoli crimini sono essenziali, tuttavia da sole non sono sufficienti: vi è bisogno di una nuova visione per ispirare la generazione presente e quelle future a far tesoro del dono della nostra comune fede. Camminando sulla via indicata dal Vangelo, osservando i comandamenti e conformando la vostra vita in modo sempre più vicino alla persona di Gesù Cristo, farete esperienza del profondo rinnovamento di cui oggi vi è così urgente bisogno. Vi invito tutti a perseverare lungo questo cammino».

La soluzione proposta dal Papa alla Chiesa irlandese consiste in una maggiore distinzione della proposta ecclesiale rispetto alle proposte di vita del mondo secolarizzato. Sembra dato per scontato che la pedofilia nel clero sia il risultato di uno smarrimento del ruolo di cura a causa di un’infiltrazione di modelli secolari nel clero stesso piuttosto che, come pare almeno ipotizzabile se non proprio plausibile, una perversione di tale ruolo dal suo stesso interno, l’esito di una decomposizione del ruolo tradizionale del prete e del fallimento dei modelli formativi tradizionali.

In conclusione, manca, nella lettera, una comprensione del fenomeno in sé, della sua storia nella Chiesa, della sua specificità ecclesiastica. In particolare attribuendo il fenomeno pedofilia tra il clero sempre e solo a mancanze personali di fedeltà o di governo non se ne coglie quella dimensione strutturale che lo rende tanto diffuso, massiccio, pervasivo, abituale ed autoriproduttivo. L’unico passaggio in tal senso si trova al punto 4, ove si fa cenno alla formazione del clero denunciandone i difetti; ma poi non troviamo, almeno per il momento, alcuna proposta o misura correttiva che tocchi a fondo questo nodo. E’ possibile che il pontefice le tenga in serbo, perché più complesse e strutturali, non riguardando solo la Chiesa irlandese ma la cattolicità.
L’approccio al problema, comunque, rimane finora troppo individualistico e legalistico. La prescrizione terapeutica del Papa prevede l’applicazione delle norme canoniche esistenti, la preghiera, per i fedeli, e per il clero un ritorno alla propria specifica missione. Se da una parte lascia perplessi l’idea che un problema così polivalente, che coinvolge aspetti psicologici, storici, etici, possa risolversi a colpi di ascesi e diritto canonico e con un “serrate le fila” clericale, il percorso di guarigione prospettato da Benedetto XVI finirà per accentuare la doppia contrapposizione che potrebbe, dal canto suo, aver contribuito all’origine e alla diffusione del problema: la contrapposizione tra cattolicità e società secolarizzata e tra fedeli e clero.
Le vie di soluzione dovrebbero essere comunitarie, articolate, strutturali e strategiche. Dovrebbero innanzi tutto partire da una metànoia culturale nella Chiesa, centrata sulla salute materiale e soprannaturale delle persone, prima che sulla tutela dell’immagine della Chiesa, ed in particolare della credibilità e del prestigio delle sue guide. Questa strategia dovrebbe inoltre contemplare un preliminare sforzo conoscitivo del problema sul piano scientifico ed ecclesiologico.
Infine la chiesa dovrebbe guardare con coraggio alle possibili cause del male legate alla sua interna organizzazione, rimuoverle e ristrutturarsi. Lungi dall’essere la soluzione, gli aspetti disciplinari della vicenda sono una parte del problema. Essi vanno presi in considerazione, ma non come ciò a cui la Chiesa si affida seppure per una prima risposta immediata all’emergenza, ma per essere rimessi al loro giusto posto. Proprio perché è Chiesa, la Chiesa non può limitarsi a tenere lontano da sé il male allontanando il capro espiatorio col ricorso alla propria potestà di punire, ma deve saper osare la speranza nella propria capacità di sanarlo in se stessa, che le viene dal suo fondatore.
Come per le crociate e l’inquisizione questa vicenda rischia di passare alla storia come la terza pagina nera della cattolicità. Ciò non avverrà se, e solo se, questa volta la Chiesa non attenderà il giudizio dei secoli per ammettere la derivazione di queste infedeltà al Vangelo dai propri assetti interni di ordine giuridico, organizzativo disciplinare. Legati, insomma, ai modi alle forme storiche in cui il potere si organizza, anche nella comunità ecclesiale.

Advertisements
  1. Adele
    6 maggio 2010 alle 8:25

    Egregio Michele,
    La ringrazio per la sua esaustiva risposta, completa e dettagliata, ma la mia cavillosità e accanimento sull’argomento in questione, mi lascia ancora ricca di dubbi.

    Non La voglio nè assillare, nè affliggere, ma è riuscito a stuzziacare la mia profonda curiosità, premetto che se conosco Giampiero da 20 anni, è perchè facevamo entrambi parte di un gruppo che si chiama Camminare Insieme, prima di ciò Le posso dire che sono nata e cresciuta in una famiglia credente,osservante e praticante, ricca di suore, Vescovi, Monsignori etc., quindi nella mia vita ho avuto talvolta il piacere, talvolta no, di conoscere le due facce della stessa medaglia.

    1 @ Lei giustamente dice:”Detto ciò,è evidente che il problema c’è,è grave,anzi gravissimo,e bisogna trovare le opportune soluzioni da parte di chi ha il compito difficile di valutare i candidati all’ordine sacro.Ho sostenuto in passato,in questo blog,che non è una buona “politica”accettare come candidati all’ordine sacro soggetti con evidenti problemi di varia natura, semplicemente perchè c’è la crisi delle vocazioni o un’alta percentuale del clero è anziano e va sostituito”

    Io provocatoriamente, ma la prego di non averne a male, è solo una provocazione atta ad approfondire una mia forse non cultura, Le chiedo:
    come si può avvenire una giusta valutazione di nuovi candidati all’ordine sacro, se già al vertice forse ci sono delle mele marce? Le chiedo anche perchè in tutti questi anni qualcuno se ne è guardato bene dal denunciare ed evidenziare le tante situazioni di pedofilia, di gay o altro che sono presenti all’interno della chiesa? La chiesa così sembra più una loggia, piuttosto che la casa di Dio, o sbaglio?

    Sa che impressione ho io, che quello che le signore di un tempo in maniera forse bigotta ed ottusa non facevano per “timore di Dio”, anche in maniera esagerata. Noi”moderni” ed “acculturati”, soprassediamo perchè abbiamo capito che il nostro Dio è misericordioso e anche attraverso il peccato, Dio ci salva comunque, bella scusa però! E’ vero quello che Lei dice, rispetto al fatto che siamo tutti peccatori, ma l’abuso di un bambino non può essere paragonato a nessun altro peccato. Le faccio un esempio: tra i carcerati vige una regola, forse assurda, arcaica, ma è una regola rispettosa di una certa “legge”, gli stupratori e i pedofili vanno puniti. Questo a dimostrare che per loro questi atti sono inumani, anche per gente che non ha avuto scrupoli nel commettere anche omicidi a sangue freddo.

    Concordo pienamente con Lei sul fatto che il celibato sia solo una questione storica, alla quale ci aggrappiamo e ci nascondiamo. Al punto che qualcuno ha detto che a causa del celibato che ci sono tante situazioni di pedofilia all’interno della chiesa. E si dico io, un bambino violentato non parlerà mai, e qualora lo facesse non verebbe creduto e verrebbe messo a tacere, come è accaduto in tanti oratori, mentre se un sacerdote ammettesse, il desiderio per una donna, o per un altro uomo in pubblica piazza ciò sarebbe scandalo, questa mi pare solo ipocrisia. Così tacendo e non ribbellandoci, stiamo diventando tutti complici di un delitto silenzioso, compiuto ai danni di tanti bambini innocenti, che hannno compiuto solo l’errore di frequentare una parrocchia, o altri luoghi “sacri”. Con questo non voglio generalizzare, non tutti i consacrati sono dei delinquenti, così come tutta la società non è composta da delinquenti, ma per dare un giusto risalto al lavoro di tanti sacerdoti bravi ed operosi, anche loro dovrebbero onestamente denunciare, non alla chiesa “ormai circolo chiuso”, ma alle autorità giudiziarie, ciò che sanno, ciò che hanno subito o subiscono innocenti in ogni parte del mondo. Se di amore cristiano parliamo, lo dobbiamo, nei riguardi di chi non può parlare, di chi va corretto per tempo, l’amore cristiano, non dice taci e subisci in silenzio. Qualcuno mi pare disse: Ama il tuo prossimo come te stesso, ed in tutto ciò io non vedo AMORE. Mi perdoni ancora per la mia lungaggine, per averla tediata. Le auguro di cuore buon tutto.

  2. 6 maggio 2010 alle 11:55

    Gent.le Adele,
    innanzitutto grazie per il cortese riscontro che ci permette di confrontarci,civilmente,da uomini liberi e da credenti non bigotti su questioni delicate come quella in oggetto.
    Lei parla di “casino” e di “accanimento”sull’argomento:da parte di chi?di TDN,di Giampiero,mio?Per ciò che mi riguarda,continuo ad intervenire sull’argomento perchè ho un grandissimo rispetto per la figura del sacerdozio ministeriale voluto da Gesù Cristo in persona perchè,nel corso dei secoli,continuasse ad essere il mediatore della grazia salvifica attraverso la celebrazione dei sacramenti,eucarestia in primis.Detto ciò,è chiaro che la questione della verifica vocazionale sta sia “in menbris”cioè nei soggetti che chiedono di essere ammessi all’ordine sacro,sia,SOPRATTUTTO, “in capite”cioè nei soggetti preposti alla guida e al discernimento.La scelta di questi ultimi da parte del Vescovo è di fondamentale importanza.Infatti ogni buon Vescovo sa che il futuro della diocesi e delle parrocchie passa,inevitabilmente,dalla formazione dei futuri sacerdoti.Qui si gioca la partita.Io non ho sostenuto nel mio precedente intervento che la misericordia di Dio è un lascia passare per commettere le peggiori nefandezze come la pedofilia.Ma l’esatto contrario:anche i preti pedofili,pur nella loro brutalità morale,possono trovare se si convertono misericordia e perdono da parte di Dio.Sia ben chiaro,però,che la partita andrebbe giocata proprio sul tema della prevenzione piuttosto che della cura!Quale sia la relazione tra il celibato e la pedofilia è una questione delicata.Io concepisco la pedofilia prima come una fortissima distorsione della sfera affettiva e sessuale della persona e poi come problema etico e sociale.Infatti,tanti sacerdoti vivono in maniera egregia e dignitosa la loro scelta celibataria.
    La questione,dunque è molto complessa.Personalmente sono per scoperchiare le pentole e guardarci dentro,anche perchè come dice un detto popolare”il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”!!Il fatto che ne parliamo lo ritengo un elemento di grandissima civiltà e di amore verso la Chiesa,il sacerdozio ministeriale,i sacerdoti degni( e sono tantissimi) e non ultimo una grande attenzione verso i bambini che vanno assolutamente protetti.Su questo non ci piove!Su una presunta gerarchia del “male” penso che ogni forma di malvagità non può essere paragonata ad un’altra.Non esiste la bilancia per “pesare”il male fatto.Come può uno che ha ucciso a sangue freddo sentirsi “giusto”nei confronti di un pedofilo?O chi sta in galera perchè ha fatto saltare per aria autostrade e quant’altro,cioè i MAFIOSI,possono assurgere a giudici dei pedofili?
    Pertanto,aspettando il nostro Giampiero,Le auguro un mondo di bene e Le assicuro che non sono stato affatto tediato dal suo dire,bensì gratificato.
    Cordiali saluti.
    Michele Vilardo.

  3. 6 maggio 2010 alle 13:00

    Grazie, Michele; ed anche a te Adele, grazie di avere scritto. Secondo me i veri contorni del problema non sono ancora chiari, né dal punto di vista quantitativo né soprattutto da quello della sua specificità, quando si presenta nel clero, a chi avrebbe in primo luogo la responsabilità di una risposta. Questi si fa tuttora un’idea complessivamente soddisfatta della qualità del clero, anche dal punto di vista umano ed affettivo. D’altronde la particolarità della questione dipende dal fatto che l’oggetto del giudizio ricade all’interno delle strutture della personalità, dell’autocomprensione e dell’autostima dei soggetti chiamati a giudicarlo. E’ inevitabile allora che accada quello che osserviamo, cioè la prevalenza di un’istinto di conservazione e della propensione ad autoassolversi.

    Nella sua ultima risposta Rosa ha toccato il cuore del problema, che solo indirettamente riguarda il celibato e la formazione del clero, e invece getta sul tappeto la questione di cosa sia il sacerdozio nella Chiesa. Questo nucleo problematico consiste infatti nell’identificazione tra sacerdozio e clero. Si tratta di un’identificazione storica, ma che non ha dalla sua una vera e propria necessità legata a qualche struttura soprannaturale della Chiesa. Fatto sta che il Vaticano II, parlando di sacerdozio dei fedeli, aveva spezzato questa identificazione, e avviato un possibile ripensamento del rapporto tra la condizione sacerdotale soprannaturale, che come tale è comune ad ogni battezzato, e la funzione di presidenza, governo e magistero nella Chiesa. Ma gli sviluppi successivi non sono andati avanti su questa strada. Al contrario, all’estensione della dignità sacerdotale ai fedeli da parte del Concilio si è cercato di mettere un contrappeso rimarcando ancora di più la differenza di essenza tra i membri clericali della Chiesa e gli altri christifideles, i laici. Il celibato ecclesiastico, che già il Vaticano II ha abolito per i diaconi, è diventato il segno oggettivo di questa demarcazione ed è per questo che si è accesa su di esso una furiosa battaglia ed è diventato per alcuni la linea del Piave della difesa del sacerdozio e della Chiesa, almeno nelle forme storiche in cui oggi li intendiamo. Anche nella recente lettera alla Chiesa irlandese il papa lascia intendere che per lui una delle cause dell’esplosione del problema consiste proprio nel fatto che la Chiesa non è stata abbastanza conservatrice e i sacerdoti non abbastanza fedeli al loro ruolo e ai loro modelli tradizionali.

    C’è infine nella tua lettera il tema molto importante della colpa e del perdono, che merita di essere trattato a parte, se vuoi.
    Un abbraccio.

  4. Adele
    6 maggio 2010 alle 13:19

    Gentile Michele,
    Le devo mi sa delle scuse, l’accanita all’argomento sono io, nè Lei, nè Giampiero. Anzi ringrazio voi due per questo piacevole incontro d’idee, di cuore e di fede.
    Adele

    • 7 maggio 2010 alle 11:23

      Niente scuse,egregia Sig.ra Adele:nulla di personale.Probabilmente ho frainteso io e con i tempi che corrono…..dove le menti grette vogliono tappare la bocca a tutti perchè soffrendo di assenza di idee,stile ed essendo interessati solamente a riempire il loro SACCO,meglio chiarirsi!
      Grazie ancora e cordiali saluti.
      M.V.

  5. Adele
    7 maggio 2010 alle 13:38

    Scusate allora, ma io ho l’impressione, che la chiesa a questo punto, su questi argomenti, faccia da tempo il gioco delle tre carte. Concordo con ciò che ha scritto Rosa, ma qui la cosa però invece di dipanarsi, sembra ingarbugliarsi sempre più. Giampiero io credo esattamente il contrario di ciò che ha detto il Papa, oggi si stanno sollevando i coperchi di alcune pentole, proprio grazie al fatto che non vi è più una chiesa conservatrice, quali sono i modelli tradizionali del clero, (la monaca di monza?):-). Scusa l’ironia irrispettosa, ma mi vien da ridere quando sento ciò, forse quello che si sta palesando oggi è solo, il risultato di una “tradizione”, che non va più bene a qualcuno, a quel qualcuno che ha deciso di lavare i panni sporchi in pubblica piazza. Ora tu meglio di me, sicuramente più da vicino hai potuto vedere e valutare, se ciò che sto scrivendo è pura follia di una persona disillusa, o corrisponde almeno un pò a verità. Io so che per il momento attendo sui margini del fiume!
    Buon pomeriggio

    • 8 maggio 2010 alle 10:55

      Cara Adele.
      Da quello che dici sembrerebbe invece non solo che tu sia d’accordo con Ratzinger ma che lo consideri un progressista.
      Forse è il caso di chiarire un punto: quando parlo di modelli tradizionali di prete non oso dire che questi modelli siano tradizionalmente pedofili, ma solo che alla fine il sistema di formazione del clero, imperniato sul celibato, si stia rivelando straordinariamente vulnerabile rispetto a questo come ad altre gravi problematiche connesse con la maturità affettiva del prete. E credo pertanto che sarebbe il momento di ripensare il rapporto sacerdozio-clero-laicato in maniera completamente nuova. Dobbiamo cambiare tipo di prete, non fede. A prescindere dalla pedofilia di alcuni, pochi o tanti che siano. Ma non sono molto ottimista perché per farlo occorrerebbe, tra l’atro, abolire l’obbligo del celibato, il che significa un improbabile cambio dell’intero assetto istituzionale della Chiesa latina.
      Vorrei anche rivolgerti una parola a un livello più personale. La crisi che stai vivendo è la stessa di tanti. A me è servito investire energie spirituali nello sforzo di comprendere più che di giudicare. Nel mio caso, non mi sento toccato nella fede, oggi, forse perché questo investimento è cominciato in me molto tempo fa.

  6. 7 maggio 2010 alle 20:32

    Bella la metafora di attendere “ai margini del fiume”,aspettando di vedere che pesci passano o magari se sarà possibile fare un bagnetto di prima estate! Il problema è sondare l’acqua:mi sembra un pò torbida per adesso.

  7. Fabio
    8 maggio 2010 alle 11:20

    Propongo qualche riflessione su alcuni elementi del tema trattato

    Tradizionalismo:
    Giampiero scrive: “La soluzione proposta dal Papa (…) consiste in una maggiore distinzione della proposta ecclesiale rispetto alle proposte di vita del mondo secolarizzato. Sembra dato per scontato che la pedofilia nel clero sia il risultato di uno smarrimento del ruolo di cura a causa di un’infiltrazione di modelli secolari nel clero stesso piuttosto che (…) una perversione di tale ruolo dal suo stesso interno.”
    A mio avviso quello che il papa dice potrebbe essere vero, ma non per le ragioni da lui proposte. In particolare mi sembra davvero insostenibile la tesi per cui l’infiltrazione dei modelli secolari sia un portato del liberalismo introdotto attraverso una interpretazione scorretta dal Concilio Vaticano II.

    Per “proposte del mondo secolarizzato” intendo la grave distrosione nel mondo occidentale nei rapporti tra persona e
    – ricchezza (onestà materiale e disprezzo dell’arricchimento come fine)
    – verità (onestà intellettuale)
    – immagine pubblica di sè (costruzione di una “maschera” ben accolta)
    – sessualità (non relazione al massimo livello, ma puro consumo)

    Il Concilio Vaticano II rappresenta l’unico argine ad una permeabilità della Chiesa anche maggiore verso queste distorsioni. Un Chiesa rigida e incapace di cogliere e adattarsi ai cambiamenti dell’umanità non è più fedele alla sua tradizione e solo più debole ed incapace di essere espressione di Cristo. Si gioca sull’equivoco quando si confonde l’adesione al Vangelo con la conservazione delle strutture ecclesiastiche. Il caso di Padre Marcial Maciel Degollado, fondatore di una congregazione religiosa ben distante da un’iterpretazione ‘aperturista’ del Concilio, credo sia la prova vivente di questo.

    Il discorso si potrebbe estendere all’intera istituzione ecclesiastica: la pubblica rimozione del problema pedofilia del clero in cosa ha a che fare con la tradizione e con il Concilio? Non è forse l’espressione della modalità di azione tipica delle lobby che rinserrano le fila e nascondono la verità per proteggere se stesse? Anche su questo non si potrebbe parlare di eccessiva permeabilità della Chiesa – forse causata anche dall’oblio del Concilio – verso i modelli secolari del nostro tempo?

    Qualità del diritto
    Quando si parla di diritto – in questo caso non rispettato – si rimanda inevitabilmente ai principi che stanno sotto le norme, espressione e sintesi delle visioni che contribusicono al processo che ha condotto il lavoro del legislatore. Se c’è una diffusa elusione di alcune regole sembra corretto porre la questione della qualità delle stesse, da valutare in relazione ai destinatari e al contesto in cui devono essere applicate. Concordo con Giampiero quando sottolinea l’insufficienza del rilievo della mancata applicazione delle norme senza mettere in discussione le ragioni “strutturali”.

    • 8 maggio 2010 alle 17:22

      Bonhoeffer scriveva:“Le quantità si contendono lo spazio, le qualità si completano a vicenda”. Affrontare un confronto sulla profezia, per istituzioni in crisi, significa in fondo puntare alla qualità delle relazioni e non alla quantità delle azioni.

    • matilda
      17 maggio 2010 alle 22:21

      Cciao Fabio

  8. 9 maggio 2010 alle 20:04

    “Mi domando solo se in Vaticano hanno l’esatta percezione di quel che sta accadendo, delle dimensioni reali del problema che coinvolge la Chiesa”.
    (H. Kueng)

  9. 18 maggio 2010 alle 10:11

    Le cucine di Satana e la sartoria del Papa

    Caro Fabio,
    Sembra che in TdN, ancora una volta, abbiamo visto giusto e con un po’ di anticipo sulla piega che vanno prendendo i fatti. Magari Satana non viene ancora cercato nella sartoria del Vaticano, come noi suggeriamo, ma piuttosto in cucina, nei piani bassi, ma comunque sembra che anche Ratzinger si vada convicendo che bisogna guardare dentro casa propria, se si vuole capire che succede.
    Mi riferisco ai discorsi del Papa in quest’ultimo mese, a Malta, in Portogallo e a Roma in Piazza S. Pietro, domenica scorsa, in cui l’esplicito riferimento alla pedofilia tra il clero si è fatto sempre più frequente. Quando Benedetto XVI dice che «il fumo di Satana è entrato nella Chiesa» o che «il vero avversario della Chiesa è il peccato» suona come una un’obiettiva smentita di Sodano (che era già stato attaccato dall’allievo prediletto di Ratzinger, l’Arcivescovo di Vienna, Card. Schoenborn) e di quanti hanno parlato di un’aggressione esterna da parte di culture ostili ai cattolici.
    Occorrerà vedere adesso fino a che punto “dentro” alla Chiesa, direbbe forse Hans Kueng, cioè quanto in profondità Ratzinger sia disposto ad ammettere la penetrazione del male nella Chiesa.

  10. Fabio
    19 maggio 2010 alle 22:05

    Anche io ho particolarmente apprezzato che Benedetto XVI abbia addirittura usato la parola persecuzione ribaltandone il comune uso. Ha detto, infatti, durante il viaggio che lo conduceva a Fatima «la più grande persecuzione non viene dai nemici di fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa». Non mi sembra poco per una personalità in passato incline ad una tendenza apologetica (si legga ad es. il libro intervista con Messori).
    Nel panorama delle reazioni al gravissimo problema la sua mi sembra una delle posizioni meno inclini a minimizzare; credo proprio che non sia affatto facile governare la barca di Pietro…
    Un abbraccio e un saluto ai lettori di TdN

    • 19 maggio 2010 alle 23:33

      La principale chiave di lettura, anche se ai più è sfuggita, sta proprio nella scelta del linguaggio da parte di Ratzinger. L’uso di termini specificamente teologici, come “peccato” e “persecuzione” ha messo in chiaro due cose in un colpo solo: da una parte la denuncia del pericolo per la stessa Chiesa di ogni tentativo di minimizzare un male mortale, dall’altra la desolante assenza di teologia che proprio l’uso di termini come “complotto”, ma anche “tolleranza zero”, presi a prestito dal linguaggio della politica, oppure il ricorso a criteri quantitativi (le statistiche sulla pedofilia tra i preti) per fondare giudizi di valore, rivelano in tutta la sua drammaticità. Questa latitanza della teologia è particolarmente sorprendente nelle analisi di vescovi e cardinali, come Sodano e Ruini, che svolgono, o hanno svolto, particolari funzioni di governo e magistero nella Chiesa. Con che termini dobbiamo leggere il presente della Chiesa? Una rappresentazione discorsiva della Chiesa con i termini della politica e dell’economia non finirà inevitabilmente per consegnarcene un’immagine esclusivamente sociologica?
      Rimane, infine, in piedi, ancora intatta, tutta la questione strettamente teologale della riabilitazione, della riconciliazione e del perdono tra tutti i membri della Chiesa coinvolti in questi crimini.

      • 20 maggio 2010 alle 18:33

        Mi dispiace non esserlo ma non sono d’accordo. Neanche un poco.
        Come può essere che la «latitanza della teologia … nelle analisi di vescovi e cardinali, come Sodano e Ruini» & co. sia «è particolarmente sorprendente»?

        Da quando in quando è il satana che detta la linea teologica?

      • 20 maggio 2010 alle 22:39

        Non intendevo dire che è sorprendente l’assenza di teologia nei discorsi di certi Sodano e Ruini in quanto Sodano e Ruini, ma in quanto vescovi. In quanto pastori, cioè di una comunità teologale.
        Per il resto.. Che ci vuoi fare? Non ho mai perso il vizio di sorprendermi.

  11. 20 maggio 2010 alle 13:44

    L’uso di una terminologia politica sulla clero-pedofilia potrebbe essere l’ennesimo tentativo alla Ponzio Pilato o una serissima difficoltà a capire e “gestire” il fenomeno.Un fenomeno è ciò che appare,si vede e dunque non è più eludibile.La clero-pedofilia è fenomeno!! La Chiesa ricorreva,in passato,a termini sociologici per definire il fenomeno mafioso in Sicilia.Dall’assassinio di Puglisi si è incominciato ad elaborare un dire cristiano contro la mafia.Ossia un discorso desunto dalle verità evangeliche:la mafia come struttura di peccato.
    Assieme a ciò,una presunta immagine “esclusivamente sociologica” spinge a porsi un inquietante interrogativo:perché la Chiesa cattolica italiana è oggi poco profetica? Dove nasce il rifiuto della profezia?
    La dinamica che determina l’oscuramento della profezia è tipica delle istituzioni in crisi. È un grave sintomo del loro disagio non accogliere le voci profetiche, proprio perché queste puntano il dito su zone d’ombra, quali la gestione del potere, la facoltà di scelta dei responsabili, l’amministrazione delle risorse finanziarie. Si tratta di aspetti di vita comunitaria su cui la resistenza al cambiamento delle istituzioni è massima.
    Si potrebbe facilmente obiettare che, da sempre, non solo nella Chiesa cattolica, ma in tutte le comunità di fede o nelle istituzioni umane di qualsiasi genere, i profeti hanno incontrato difficoltà. Quindi, nulla di nuovo oggi: profezia e profeti hanno poco spazio in istituzioni, poteri e affari. Tuttavia questa risposta sta un po’ stretta.
    Infatti, l’impegno affidato dal Cristo ai suoi discepoli di testimoniare il Vangelo, sempre, dovunque e a qualsiasi costo, non è rivolto solo ad alcuni di essi ma a tutti. Dunque, la profezia deve essere atteggiamento proprio di tutti i cristiani.

    • 20 maggio 2010 alle 18:42

      Dunque si potrebbe cominciare a usare il metodo critico e non quello brunovespiano ne rapportarsi alle affermazioni della gerarchie. Non trovi?
      Lo dice anche Paolo «esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono.» (1Ts, 5,21). Dunque non tenete ciò che è cattivo. Anche se blasonato.

  12. 20 maggio 2010 alle 19:02

    Il metodo “critico” è sinonimo di puzzetta ideologica da anno zero?La verità sta super-partes,poi ognuno nella vita fa le sue scelte.

  13. 21 maggio 2010 alle 15:52

    Il papa, i cardinali, i gesuiti. Tre risposte allo scandalo

    La via maestra tracciata da Benedetto XVI. Gli affondo di Schönborn e O’Malley contro Sodano. Il ruolo di Bertone e di padre Lombardi. La battaglia della “Civiltà Cattolica” contro la “cultura della pedofilia”

    di Sandro Magister

    ROMA, 20 maggio 2010 – Allo scandalo degli abusi sessuali commessi da sacerdoti, la gerarchia cattolica sta reagendo in tre modi.

    Il primo per iniziativa del papa. Il secondo ad opera di alcuni cardinali. Il terzo grazie ai dotti gesuiti della “Civiltà Cattolica”, con l’imprimatur della segreteria di Stato vaticana.

    1. LA STRADA MAESTRA

    La strada maestra è quella tracciata dal papa. La Chiesa – ha detto Benedetto XVI in più occasioni, a partire dalla sua lettera del 19 marzo ai cattolici dell’Irlanda – deve capire che la sua più grande tribolazione non nasce da fuori, ma dai peccati commessi dentro di lei. E quindi la penitenza è il suo primo dovere, per aprirsi alla conversione e infine alla grazia rigenerante di Dio.

    Le sollecitazioni più forti a percorrere questa strada il papa le ha date in coincidenza con il suo pellegrinaggio a Fatima. Il messaggio delle apparizioni di Maria ai pastorelli si riassume infatti proprio in questa parola: “Penitenza!”. E il papa teologo non ha avuto timore, anzi, di congiungersi lì alla pietà popolare.

    Ma anche dopo il suo ritorno a Roma dal Portogallo papa Joseph Ratzinger ha insistito nel battere questa strada. L’ha fatto con un messaggio e con un saluto.

    Il messaggio era quello indirizzato al Kirchentag, la kermesse ecumenica di cattolici e protestanti tedeschi tenuta a Monaco di Baviera dal 12 al 16 maggio. Il testo papale porta la data del 10 maggio ed è stato letto in apertura dell’evento. Ma vista la scarsa attenzione che esso ha ricevuto in Germania, la sala stampa vaticana ha provveduto a distribuirlo ai media di tutto il mondo sabato 15 maggio, con tanto di traduzione italiana dall’originale tedesco.

    Il messaggio è visibilmente scritto di suo pugno dal papa. È un invito a “esser lieti in mezzo a tutte le tribolazioni”, perché se nella Chiesa c’è tanta zizzania, questa non riuscirà comunque a soffocare il buon grano. E se bastavano dieci giusti per risparmiare Sodoma dal fuoco, “grazie a Dio nelle nostre città ci sono molto più di dieci giusti”.

    Quanto al saluto, è quello che Benedetto XVI ha rivolto domenica 16 maggio a mezzogiorno, dopo la recita del “Regina Cæli”, ai 200 mila fedeli che gremivano piazza San Pietro e le vie adiacenti, accorsi da tutta Italia a manifestare la loro adesione al papa (vedi foto).

    “Noi cristiani non abbiamo paura del mondo, anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni”, ha detto loro Benedetto XVI, perché “il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa”.

    I due testi sono riprodotti integralmente più sotto e il primo, in particolare, è di assoluto rilievo.

    È sicuro che Benedetto XVI tornerà sull’argomento il 10 e 11 giugno prossimi, nella veglia di preghiera e nella messa con cui chiuderà l’Anno Sacerdotale da lui voluto proprio per ridare forza spirituale al clero.

    2. LO SCONTRO NEL SACRO COLLEGIO

    Mentre papa Benedetto traccia la linea maestra, tra i suoi cardinali c’è però anche chi ne trae le conseguenze a livello di governo della Chiesa.

    I porporati usciti allo scoperto sono l’austriaco Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, e l’americano Sean O’Malley, arcivescovo di Boston. Il primo con dichiarazioni diffuse il 4 maggio dall’agenzia Kathpress, il secondo con un’intervista del 14 maggio a John L. Allen per il “National Catholic Reporter”.

    Sia l’uno che l’altro hanno colpito duro il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato di Giovanni Paolo II e poi dello stesso Benedetto XVI nel primo anno di pontificato. L’hanno accusato di aver a lungo ostacolato l’opera di pulizia intrapresa dell’allora cardinale Ratzinger nei confronti di personalità del peso di Hans Hermann Gröer, arcivescovo di Vienna, e di Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, entrambi accusati di abusi sessuali e infine, troppo tardi, riconosciuti colpevoli.

    In più, Schönborn e O’Malley hanno rimproverato a Sodano di aver declassato a “chiacchiericcio” le accuse scagliate dai media contro la Chiesa a motivo della pedofilia, con ciò facendo un “danno immenso” alle vittime degli abusi. Sodano si era espresso effettivamente così, nell’atto di omaggio da lui letto a Benedetto XVI il giorno di Pasqua a nome dell’intero collegio cardinalizio: atto di omaggio non richiesto nè tanto meno “mendicato” dal papa, come ha tenuto a precisare padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede.

    Queste accuse all’insipiente Sodano, contrapposto al lungimirante Ratzinger, gettano un’ombra anche sul pontificato di Giovanni Paolo II, durante il quale gli abusi sessuali tra il clero toccarono il picco, senza un’efficace opera di contrasto.

    Ma Schönborn e O’Malley non arrivano a questo. Papa Karol Wojtyla, dicono, era troppo vecchio e malato per prendere in pugno la questione. E attorno “gli facevano da scudo protettivo” i suoi collaboratori, i quali si illudevano che la faccenda riguardasse l’America e non il resto del mondo. A giudizio di O’Malley, Sodano e altri capi di curia agivano così “più per ignoranza che per malizia”.

    Sta di fatto che Sodano è oggi il decano del collegio cardinalizio, come lo fu Ratzinger quando morì Wojtyla. Nell’eventualità di un conclave, sarebbe quindi lui a presiedere l’interregno, con i media di tutto il mondo che implacabili lo metterebbero alla gogna, con disastro d’immagine per tutta la Chiesa. È anche per scongiurare questo esito che due cardinali di primo piano come Schönborn e O’Malley hanno sferrato l’affondo. Vogliono che Sodano esca definitivamente di scena, il più presto possibile.

    Ma non è tutto. L’offensiva dei due cardinali trova in curia il sostegno, di fatto, del successore di Sodano alla segreteria di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone.

    Bertone era segretario della congregazione per la dottrina della fede, al fianco di Ratzinger, quando questi era “ostacolato” da Sodano e sodali. E oggi mostra di voler arrivare anche lui a una resa dei conti, contro la vecchia guardia curiale.

    Lo si vede dalla severità con cui Bertone sta conducendo l’operazione di “pulizia” dei Legionari di Cristo, la congregazione fondata dall’indegno Maciel, difeso ed esaltato fino all’ultimo non solo da Sodano, ma anche dall’allora segretario personale di Giovanni Paolo II, Stanislaw Dziwisz, e da altri capi di curia.

    Lo si è visto, inoltre, da come il 15 aprile Bertone ha sconfessato – con un tagliente comunicato del portavoce vaticano Lombardi – una lettera scritta nel 2001 dall’allora prefetto della congregazione per il clero, cardinale Darío Castrillón Hoyos, a sostegno di un vescovo francese condannato per aver rifiutato di denunciare un suo prete colpevole di pedofilia.

    Castrillón Hoyos si è difeso dicendo di aver fatto leggere quella sua lettera a Giovanni Paolo II e di averne avuto l’approvazione. Ma sta di fatto che oggi quel suo comportamento non è più ammesso. Sul penultimo numero della “Civiltà Cattolica”, la rivista dei gesuiti stampata con il controllo previo della segreteria di Stato vaticana, sono portate ad esempio di buona condotta le diocesi di Monaco, Colonia e Bolzano, “dove i vescovi hanno assunto un atteggiamento che si potrebbe definire ‘proattivo’, cioè preventivamente collaborativo nei confronti delle autorità civili”.

    E con questo articolo della “Civiltà Cattolica” siamo alla terza modalità di reazione allo scandalo della pedofilia.

    3. LA BATTAGLIA CULTURALE

    Gli articoli propriamente sono due, in apertura dei numeri del 1 maggio e del 15 maggio 2010 della rivista. Gli autori, i padri gesuiti Giovanni Cucci e Hans Zollner, insegnano psicologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma e affrontano la questione della pedofilia sotto il profilo psicologico-sociale.

    Nel primo dei due articoli, intitolato “Osservazioni psicologiche sul problema della pedofilia”, gli autori descrivono, sulla base della letteratura scientifica, le caratteristiche della pedofilia, la personalità degli autori di tali atti – che spesso da bambini sono stati vittime di abusi – e la loro incidenza tra il clero cattolico, in drammatico contrasto con l’alto profilo morale ed educativo che dovrebbe contraddistinguere tale vocazione.

    Fra le lezioni da trarre dallo scandalo, gli autori insistono sulla preparazione dei candidati al sacerdozio, il cui equilibrio e maturità devono essere seriamente accertati.

    Smentiscono che vi sia un nesso di causa ed effetto tra il celibato e la pedofilia.

    E quanto alla richiesta di ridurre allo stato laicale i sacerdoti colpevoli di pedofilia osservano:

    “Certo, questa può anche essere una procedura doverosa, prevista dal codice di diritto canonico, ma non è detto che sia la cosa migliore per le potenziali vittime, i bambini, e per lo stesso abusatore, che spesso ritorna in società senza alcun controllo e, lasciato a se stesso, torna a commettere abusi. Questo è stato il caso di James Porter, sacerdote della diocesi di Fall River (Massachusetts): una volta dimesso, non fu affatto perseguito dalle autorità civili, si sposò e poco dopo venne incriminato per le molestie commesse verso la baby siiter dei suoi figli”.

    Nel secondo articolo, intitolato “Contrastare la cultura della pedofilia”, Cucci e Zollner denunciano lo “strano silenzio” che si registra sulla questione non solo da chi opera nel mondo dell’educazione (genitori, insegnanti, eccetera) ma soprattutto da chi sarebbe più titolato a parlarne con cognizione di causa: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti.

    La letteratura scientifica sul tema appare reticente e incerta. I maggiori dizionari ed enciclopedie dedicano alla pedofilia poche righe in migliaia di pagine. E altrettanto succede per l’efebofilia. Nel dibattito pubblico, di conseguenza, si sostituisce alla competenza il “sentito dire”. E si alimenta quel “panico morale” che distorce le reali dimensioni del problema.

    In un’opinione pubblica così confusa, Cucci e Zollner rimarcano che “si oscilla tra la criminalizzazione e la liberalizzazione”. Citano numerosi casi in cui si è difesa la pedofilia in nome della libertà sessuale. Ricordano un documento e un convegno finalizzati a questo, ad opera del partito radicale italiano, nel 1998. Richiamano la costituzione in Olanda, nel 2006, di un partito pro-pedofilia. Fanno notare che l’attuale ministro della giustizia del governo federale tedesco, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, oggi tra i più accesi critici della Chiesa, faceva parte del direttivo della Humanistische Union quando questa organizzazione si batteva per liberalizzare tutti gli atti sessuali “consensuali”, inclusi quelli con minorenni.

    “Queste osservazioni – concludono i due autori – richiederebbero di rimettere in discussione un contesto culturale più ampio e spesso acriticamente accettato, che approva le trasgressioni e le perversioni come manifestazioni di libertà e di spontaneità”. Per essere riconosciuta come una perversione e contrastata, la pedofilia “richiede il riconoscimento di una norma etica e psicologica, prima che giuridica”.

    Quindi la battaglia deve essere anche culturale. Una battaglia nella quale la Chiesa di papa Benedetto è in prima fila.

    • 2 luglio 2011 alle 12:28

      Quaderno N°3837 del 01/05/2010 – (Civ. Catt. II 211-316 )
      Articolo
      OSSERVAZIONI PSICOLOGICHE SUL PROBLEMA DELLA PEDOFILIA
      Giovanni Cucci S.I.
      Hans Zollner S.I.

      Le cronache recenti hanno ampiamente dato spazio agli abusi sessuali perpetrati su minori da parte di esponenti del clero della Chiesa cattolica, particolarmente in Irlanda e Germania, a seguito dei quali Benedetto XVI ha recentemente scritto una lettera pastorale. Pur avendo già pubblicato diversi articoli in merito, a motivo della gravità del problema e della sua nuova triste attualità, la rivista intende proporne una trattazione questa volta dal punto di vista psicologico-sociale. È importante che la Chiesa riconosca la gravità di quanto accaduto, non soltanto punendo gli abusatori, ma soprattutto chiedendosi come formare i preti in modo sano. Gli autori insegnano Psicologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.
      © Civiltà Cattolica pag.211-222

      Quaderno N°3838 del 15/05/2010 – (Civ. Catt. II 317-422 )
      Articolo
      CONTRASTARE LA CULTURA DELLA PEDOFILIA
      Giovanni Cucci S.I.
      Hans Zollner S.I.

      Dopo aver delineato, in un precedente articolo, il problema della pedofilia dal punto di vista psicologico, qui ci si sofferma piuttosto su alcuni elementi significativi che caratterizzano il particolare contesto dell’attuale dibattito sul tema: lo strano silenzio circa il problema della pedofilia da parte di educatori, ricercatori, psicologi; una presenza tuttora accettata e incoraggiata di una cultura legata alla pedofilia; l’ingiustificato attacco al papa Benedetto XVI. Nonostante la scarsità dei contributi, man mano che la si studia, la psicodinamica pedofilia sembra mostrarsi sempre più invasiva e preoccupante: i soggetti non riconoscono il problema, sono molto resistenti alle terapie, sembra soprattutto mancare la percezione della gravità degli atti compiuti.

      © Civiltà Cattolica pag.317-329

  14. Sebastian
    25 maggio 2010 alle 7:00

    Su Repubblica.it di oggi leggo:
    Il Cardinal Bagnasco all’assemblea generale dei vescovi: “E Italia va verso suicidio demografico” Monito sulla bassa natalità.
    Ma perchè la CEI teme la bassa natalità degli italiani? Perchè teme il calo demografico degli italiani? In fondo, che io sappia, la popolazione totale in Italia non credo che sia in calo. Gli immigrati tengono il valore costante.

    • 25 maggio 2010 alle 7:48

      Perchè:
      a) Gli immigrati sono cristiani solo in minoranza!
      b) Gli immigrati non voteranno ancora per un bel pezzo.
      c) crede – evidentemente – nei principi della Legge Ferrea dei salari di Adamo Smith
      d) preferisce anche culetti bianchi
      e) così si distrae l’attenzione dalla mancanza di welfare
      f) e si fanno contente più di una lobby
      g) …

      • Sebastian
        25 maggio 2010 alle 10:29

        eh eh eh! il punto d! 🙂

        Sintetico ma sicuramente condivisibile. Direi proprio che hai perfettamente ragione Kal.

      • 25 maggio 2010 alle 22:55

        Culetti bianchi, colletti bianchi…
        Ma evangelizzare, quando?

      • 26 maggio 2010 alle 18:08

        Appunto, quando. ma quando sarà senza culi nè colletti, please!

  15. 25 maggio 2010 alle 18:36

    Siete bravi a malignare!! Bagnasco sottolinea il problema della denatalità nostrana.L’Italia è un paese a crescita zero.L’apertura alla vita è anche garanzia,per lo Stato,di un suo futuro e del mantenimento della nostra identità che non è tale se è assoluta ma se entra a confronto con altre identità diverse dalla nostra.Visto che siete “esperti”:che differenza passa tra un cul bianco e uno di colore?!!!!

  16. 25 maggio 2010 alle 18:48

    Malignare io? Come no! Pur di azzeccarci preferisco fare peccato. Alla denatalità nostrana mi riferivo.
    Sul colore dei culetti dovresti provare a fare un sondaggio nelle varie curie, immagino che quelle americane possano fare il confronto, io non ne so niente. La mia era solo una illazione abbastanza naturale, dato il contesto!!

  17. 25 maggio 2010 alle 21:14

    Peccato,caro Kalòs,che non sono mai stato un”topo”di curia:me ne guarderei!Io credo che oggi ci sia tanto di quel disordine morale,fuori e dentro,che ognuno farebbe bene a fare il mea culpa e a non puntare l’indice contro gli altri,bensì contro se stesso:chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra!

    • Sebastian
      26 maggio 2010 alle 6:42

      Scusa Michele, ma è troppo comodo liquidare la questione così. Ci sono responsabilità e responsabilità. Se parlo io, non vale niente, se parla Bagnasco qualcosa pesa di più. Non credi?

    • 26 maggio 2010 alle 18:13

      Su quel peccato potrei scaricare una pietraia, caro.
      Rispondi come padre Lombardi.
      (E poi una cosa è il peccato e un’altra il peccatore.
      Che non si traduce: chi’ a avuto ‘a avuto ‘a avuto, chi ‘a dato ‘a dato ‘a dato, scuidammuni o passato semo a Napoli paisà)

  18. Sebastian
    29 maggio 2010 alle 15:58

    – Pedofilia, l’anatema del Vaticano “Inferno più duro per chi abusa”. –

    ROMA – “Sarebbe davvero meglio” per i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali su minori che i loro crimini fossero “causa di morte” perché per loro “la dannazione sarà più terribile”. Lo ha detto il promotore di giustizia della Congregazione della Fede, monsignor Charles Scicluna, incaricato di seguire tutti i casi di preti responsabili di abusi, in una preghiera “di riparazione e di intercessione” a San Pietro per lo scandalo di pedofilia nella Chiesa.

    (da Repubblica.it di oggi)

    Bene! Vorrei chiedere al mosignore, se per chi ha nascosto gli abusi o, sapeva e non parlava, o classifica come chiacchericcio tutto l’infame evento, c’è lo sconto. Ci sarà lo sconto per questi, mons.? Mah…

    • 29 maggio 2010 alle 22:49

      Dipende se saranno vendute indulgenze!

  19. Sebastian
    30 maggio 2010 alle 6:08

    E’ anche probabile che il mons. voglia fare opera di “avvertimento” a tutti gli altri preti pedofili in giro per le curie. Come se la paura dell’inferno “più terribile” (?) potesse distogliere tali disgraziati dalle attenzioni contorte verso inermi ed innocenti pargoli. Quindi, il mons., o è in malafede o, non ha compreso correttamente la gravità del fenomeno.

  20. 30 maggio 2010 alle 9:09

    Caro Seb,
    Dal resoconto giornalistico il senso del discorso risulta singolarmente confuso: che significa che il comportamento del pedofilo “sarebbe meglio fosse causa di morte”? Intende morte naturale o soprannaturale? Da una parte, se il pedofilo morisse a causa della sua azione andrebbe certamente incontro anche alla morte eterna; dall’altra non è possibile immaginare nulla di peggio della dannazione eterna. Dovresti dunque cercare il testo integrale originale, e poi ne riparliamo. Detto così, sembra che il mons. stia interpretando la frase evangelica “sarebbe meglio per lui che gli fosse legata una macina al collo e venisse gettato in mare”, citata tanto spesso quanto a sproposito in merito alla punizione del pedofilo, suggerendo che Gesù in questi casi consigliasse il suicidio, cioè l’idea assurda che l’infinita misericordia di Dio contempli l’unica eccezione per il pedofilo. E’ probabile invece che Cristo (e dunque, forse, anche il monsignore in parola) vogliano dire che persino il suicidio sarebbe un peccato meno grave. Quindi, ammesso e non concesso che lì Gesù stia effettivamente riferendosi alla pedofilia, egli parlerebbe non del suicidio come auto condanna raccomandata al pedofilo, ma come estrema iperbolica prevenzione, che dice in stile rabbinico e paradossale solo la misura della gravità di certi atti e della pena che attende chi li compie, superiore a quella comminata ai suicidi.
    Posso però osservare, per il momento, nel dire del monsignore, il ricorso ad un linguaggio teologico simbolico. Cosa che mi garba assai, specialmente di fronte all’insistenza da parte di uomini di Chiesa (come ultimamente Bagnasco) su un insulso linguaggio sociologico, incapace di cogliere la specificità religiosa e la specifica pericolosità di questo particolare male ecclesiale. Non esistono “peccati terrificanti” in teologia, come invece è tornato a dire l’altro ieri Bagnasco (“la pedofilia è un peccato terrificante e un crimine che colpisce la società, e dunque la Chiesa in quanto ne fa parte”), ma solo peccati che “conducono/non conducono alla morte” (1Gv). Il ricorso ad un linguaggio inesatto o inappropriato nasconde la rinuncia della Chiesa alla propria specifica ermeneutica della realtà, o peggio l’ostinazione a non voler vedere al proprio interno le cause di quei mali.

    • 31 maggio 2010 alle 8:24

      … o a volerne cavare (alla fine) una qualche vantaggio competitiovo.
      Come si dice: cavalcare la tigre anche quando si è la tigre!

Comment pages
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: