Massimo Naro, Il caso Puglisi: delitto, martirio

L’uccisione di don Puglisi: delitto di mafia e martirio cristiano

Massimo Naro

L’A. è sacerdote, docente nella Facoltà Teologica di Sicilia, rettore del Seminario di Caltanissetta. Dirige il Centro Studi “A. Cammarata” di San Cataldo (CL). Il brano riprodotto qui di seguito è tratto da Teologi in ginocchio. Figure spirituali nella Sicilia contemporanea, Sciascia ed., Caltanissetta-Roma, 2006.

Concludo citando ancora la Stancanelli, in un brano del suo bel libro in cui però ella mostra di non aver compreso la connessione tra pane e vangelo di cui ho tentato di parlare, e la coimplicazione di ministero e di mistero nell’esistenza sacerdotale di don Puglisi: «La mafia è forte, ma Dio è onnipotente», così ha letto la Stancanelli in una targa affissa da un gruppo di «giovani liberi» sulla porta di quella che fu la casa di don Pino. La Stancanelli ironizza sulla scritta, che le sembra porre la questione-Puglisi nei termini della lotta tra «mafia e Dio». Come se questo potesse rischiare di voler dire che così non si rende onore al valore umano della lotta e della testimonianza di don Puglisi e di chi come lui ha lottato e lotta a Palermo. Una risposta a questa pur lecita preoccupazione della Stancanelli si può dare citando don Puglisi stesso, che ad esergo di una sua lettera indirizzata il 4 ottobre 1991 ai suoi parrocchiani, «cari amici», per informarli della grave situazione venutasi a creare a Brancaccio a causa della mafia e per invitarli a collaborare all’apertura del centro polivalente parrocchiale, scrive – citando una frase del biblista Rinaldo Fabris –, con l’intenzione implicita di dichiarare l’ispirazione che in realtà lo animava:

«La scelta dei poveri ha come criteri e ragione la scelta di Dio, cioè l’amore gratuito e attivo».

Mi sembra una chiara e inequivocabile testimonianza cristiana. Che lo ha portato a vivere un’esperienza che pur s’era abituato ad “aspettarsi”: l’esperienza del martirio.

Da appunti per una omelia sulla morte:
«Il vangelo…
Che giova all’uomo…?
State pronti perché non sapete né il giorno né l’ora.
Quando?
Come? Perciò sempre pronti.
…è questo il segreto per non aver paura della morte, per non morire,
il segreto per saperla affrontare con coraggio, con gioia anzi,
è morire durante la vita,
mortificarsi, sapersi distaccare
cioè saper vivere tendendo verso il cielo.
La morte è l’inizio di una nuova vita».

Ecco perché l’uccisione di don Puglisi non è solo un efferato delitto di mafia. Essa è anche e soprattutto una testimonianza di fede, amore, speranza da parte dello stesso don Puglisi. Lo ha tematizzato molto bene, con la sua scrittura letteraria, Mario Luzi nel dramma composto in memoria della morte del parroco di Brancaccio: Il fiore del dolore. Luzi, in una delle più belle pagine del libretto citato, riferisce un immaginario colloquio tra il vicario generale della diocesi di Palermo e altri impiegati della curia, i quali si interrogano circa il senso di quanto tragicamente avvenuto a Brancaccio:

«VICARIO
C’è stato un omicidio inconsueto,
la nostra cultura siciliana l’ha sentito differente.
Per questo l’agitazione e l’impazienza dei pubblici poteri,
lo sgomento di molti sinceri cittadini.
[…]
Sono certo inevitabili il puntiglio
e l’affanno di inquirenti intorno a quel misfatto.
Li seguii anche io ma con distacco.
La giustizia umana fa il suo corso,
osserva le sue stabilite procedure.
[…]
ma l’errore è nostro che ci adattiamo al mondo,
troppo, fino a perdere la nostra cristiana prospettiva.
Guardiamo all’accaduto con occhi troppo grevemente secolari.
Troppi di noi perseguono la logica medesima dei codici
e di coloro che li interpretano
ed è giusto e onesto,
ma la nostra ha richiami, segnali, avvertimenti più copiosi
e con essi ci parla da altitudini e profondità segrete
con una specialissima eloquenza.
Il nostro libro ha molte più pagine e un alfabeto fitto di meraviglie.
E abbiamo dalla nostra, non dimentichiamolo, l’effabile universo
del mistero che per altri è muto.

UN ADDETTO
Credo di capire… L’assassinio di Puglisi non è solo un assassinio.

VICARIO
Non possiamo limitarci a intenderlo
nel suo brutale aspetto di assassinio.
[…]
La società ha le sue regole, i suoi riti,
le sue autodifese.
Ma quest’episodio non è cronaca
e noi siamo tenuti a leggerlo
nel linguaggio alto,
quello inesplicabile della profezia».

Come ha scritto Alberto Melloni, i credenti sono oggi proiettati ormai a vivere la loro esperienza ecclesiale al di là dell’«ecclesiosfera», nelle pieghe e nelle piaghe della storia comune degli uomini, tra le speranze e le sofferenze del mondo, come già quarant’anni fa insegnava il Vaticano II. In tale nuova condizione il martirio rischia di apparire esclusivamente come delitto politico, come quello di mons. Romero nel 1980, o come deficit di prudenza diplomatica, come nel caso dei sette trappisti decapitati in Algeria nel 1996. O come assassinio mafioso, come nel caso di don Puglisi. Ma fatte salve le implicazioni politiche che in ogni caso la testimonianza dei santi comporta, non possiamo derubricare il martirio cristiano come il fallimento pur eroico di opzioni culturali e di utopie politiche. Davvero, come come ha scritto Luzi, siamo «tenuti» a leggere la morte violenta subita da don Pino Puglisi come un annuncio di redenzione che ci raggiunge nel nome di Dio. E che ci fa nutrire una nuova speranza.)

  1. 24 giugno 2011 alle 21:29

    Incomparabile parola incarnata

  2. 27 giugno 2011 alle 14:04

    Due righe e una domanda per l’autore dell’articolo su Puglisi.
    Come vede Lei padre le parole di don Puglisi ai suoi assassini, vi stavo aspettando,
    C’è tanto senso di intenzionalità tra omicidi e vittima, la prossemicità e profezia di se che don Puglisi da negli ultimi attimi è sbalorditiva e invita a riflettere più di qualsiasi poeta o processo allo stesso martire.
    Cordialmente Giulia

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