Anno B, Tempo ordinario, XV e XVI domeniche

litterae-testata

COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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 La svolta di Galilea

Anno B, Tempo ordinario, XV domenica
Am 7,12-15; Sal 84; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13
Mostraci, Signore, la tua misericordia

Mc 6,7 Poi chiamò a sé i dodici e cominciò a mandarli a due a due; e diede loro potere sugli spiriti immondi. 8 Comandò loro di non prendere niente per il viaggio; né pane, né sacca, né denaro nella cintura, ma soltanto un bastone; 9 di calzare i sandali e di non portare tunica di ricambio.
10 Diceva loro: «Dovunque sarete entrati in una casa, trattenetevi lì, finché non ve ne andiate da quel villaggio; 11 e se in qualche luogo non vi ricevono né vi ascoltano, andando via, scotetevi la polvere dai piedi come testimonianza contro di loro».
12 E, partiti, predicavano alla gente di ravvedersi; 13 scacciavano molti demòni, ungevano d’olio molti infermi e li guarivano.

Anno B, Tempo ordinario, XVI domenica
Ger 23,1-6; Sal 22; Ef 12,13-18; Mc 6,30-34
Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla

Mc 6,30 Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. 31 Ed egli disse loro: «Venitevene ora in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un poco». Difatti, era tanta la gente che andava e veniva, che essi non avevano neppure il tempo di mangiare.
32 Partirono dunque con la barca per andare in un luogo solitario in disparte. 33 Molti li videro partire e li riconobbero; e da tutte le città accorsero a piedi e giunsero là prima di loro. 34 Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose.

Un brano, quello della XVI domenica, in stretta continuità tematica con quello della domenica precedente (invio dei Dodici) dal quale è separato, ed al tempo stesso unito, per mezzo del racconto del martirio del Battista (6,14-29 omesso dalla liturgia). L’intenzione redazionale di fare di questi tre episodi un unico blocco narrativo è evidente dal compito strutturale che questo blocco svolge. Si tratta, infatti, di un vero e proprio nuovo inizio del vangelo, come risulta chiaro dalle azioni di Gesù, dai personaggi che l’evangelista fa intervenire, dai termini, persino dai tempi, che riprendono, ricalcano, si ricollegano a quanto narrato nel primi quaranta versetti del vangelo di Marco. Basteranno solo alcuni esempi: la missione che Gesù assegna ai discepoli (6,7) è in parallelo con la loro vocazione (1,16.19); le regole della missione basate sulla rinuncia a tutto ciò che può rallentarla o esserle d’intralcio (6, 8s) sono poste in parallelo con l’abbandono di ogni bene e valore, da parte dei discepoli, in seguito alla loro vocazione (1,18.20). Ritornano alcuni termini chiave: si confrontino “kerygma” e “metanoia” di Mc 6,12 con gli stessi termini che compaiono nei versetti programmatici della primitiva predicazione di Gesù (1,14s). I fatti riportati in 6,30-44, che completano l’unità narrativa, sono riferiti come accaduti nell’arco di una sola giornata, così come 1,29-35, che completa il prologo del vangelo di Marco, descrive una giornata-tipo all’inizio del ministero di Gesù in Galilea. Ma è soprattutto il racconto del martirio di Giovanni Battista, che funge da perno centrale dell’unità narrativa, a convincerci che siamo davanti ad un secondo prologo del vangelo. Si tenga presente che 1,4-8 insieme a 6,14-29, sono i due soli passaggi del vangelo di Marco di cui non sia protagonista Gesù. Gli atti del martirio di Giovanni hanno qui il compito di evocare la sua missione di precursore narrata in 1,4-8. Egli cammina avanti al Messia anticipandone la predicazione e profetizzandone il sacrificio con la propria stessa morte. E’ dunque proprio alla figura del Battista che è affidato il compito di illustrare il contenuto cristologico del brano (6,16).
Spostando la nostra attenzione dalle forme strutturali ai contenuti dell’unità tematica 6,6b-44 giungiamo alle medesime conclusioni: sembra di trovarsi davanti ad una svolta nella strategia di evangelizzazione di Gesù. Egli ora coinvolge maggiormente i Dodici (6,7) i quali non sono più solo dei discepoli, ma a loro volta annunciatori ed addirittura taumaturghi (13). Si tratta probabilmente, da parte di Gesù, di una ristrutturazione cognitiva del suo modo di rappresentarsi la propria missione in risposta al fallimento di Nazareth; ma non è tutto qui. C’è di nuovo una dinamica di morte-e-resurrezione in questa nuova evangelizzazione. Gesù sembra per la prima volta rendersi conto che la vastità del compito che si è assunto eccede le sue sole forze (6,31.34), non solo per l’entità sconfinata delle masse da evangelizzare, ma anche per le difficoltà, le lentezze, le resistenze, forse inattese per lui, cui va incontro il vangelo nell’esigere l’atto di fede (6,11). Allora ricomincia da capo la sua missione allargandone gli orizzonti e nello stesso tempo radicalizzando le premesse kenotiche già implicite nella prima evangelizzazione (6,8s). Rinuncia anche ad ogni residua pretesa di messianismo superomistico e decide di affidarsi proprio alla sua debolezza e soprattutto a quella di quei dodici di cui ha, infinite volte, sperimentato la fragilità.

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  1. mercedario
    19 agosto 2009 alle 10:45

    XX DOMENICA T.O – Anno B

    “Fà che mangiando di te io viva per te”

    + Dal Vangelo secondo Giovanni
    In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
    Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
    Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
    Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
    Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

    Anche questa Domenica Gesù continua il suo discorso sul “pane di vita” (Gv 51-59) questa volta presentato in termini sacramentali: carne e sangue di Cristo dati in cibo per gli uomini.
    Gesù ci rivela le sue intenzioni con le parole: “il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51), intenzioni che vogliono significare il dono che vuole fare di sé agli uomini. L’Eucaristia si presenta così non solo in stretto rapporto con la morte del Signore ma anche con la sua incarnazione, quasi mistico prolungamento di essa. La carne assunta dal Verbo per farne un’oblazione al Padre sulla Croce, continuerà ad essere misticamente sacrificata nel sacramento Eucaristico e offerta in nutrimento ai credenti. I Giudei a queste parole si ribellano: “Come può darci costui la sua carne da mangiare?” (Gv 6,52). Noi stessi ci siamo chiesti chissà quante volte: “Come può?”

    Chiunque di noi rabbrividisce all’idea di dover mangiare la carne di un suo simile! Eppure Gesù non ritira o attenua ciò che ha detto anzi lo afferma con più forza mettendo ancora più in risalto il fatto di dover “manducare”questa carne: “In verità, in verità vi dico, se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo, e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna … Perché la mia carne è un vero cibo, e il mio sangue è vera bevanda”. (Gv 6, 53-55). Il Signore non dà spiegazioni per rivelare qualcosa di più di questo mistero per renderlo più accessibile, chi non crede non le accetterebbe. Gesù vuole la fede. Ma anche noi che abbimo fede, fino a che punto e fino a dove crediamo in questo mistero? Forse lo scetticismo del mondo moderno è dovuto al fatto che troppo spesso questo Sacramento viene trattato e celebrato con troppa superficialità e faciloneria. Bisogna gettarsi ai suoi piedi in ginocchio, invocare perdono, chiedere un fede viva, approfondire nella preghiera le parole del Signore, adorare l’Eucaristia, cibarsene tremando e amando. Solo con la fede si possono comprendere le parole di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui”. (Gv 6,56).

    L’Eucaristia vissuta con fede ci consente di divenire realmente tralci sempre più viventi in Cristo, creature conformate al loro Signore, immersi e dimoranti in Lui in modo tale che dal nostro essere e agire traspaia la presenza di Colui che, nutrendoci con la sua carne e il suo sangue, ci assimila a Sé. In modo tale che non viviamo più per noi stessi rinchiusi negli angusti orizzonti terreni, ma viviamo per Cristo aperti agli immensi orizzonti eterni.

    • Sebastian
      19 agosto 2009 alle 11:30

      Ohhhhhhhh….

      E meno male che non ti sentivi all’altezza!!!
      Cribbio!! Non avrei saputo scivere neanche un centesimo di ciò che hai elaborato tu!!
      Alla faccia…! Perbaccolina!!

      BRAVISSIMA!!!

      SBACIUK!!!!

      Non avevo dubbi!!

      Meriti un grande:

      • mercedario
        19 agosto 2009 alle 12:25

        @Sebastian
        Grazie per l’applauso (immeritato) e il bacio
        Ma dici sul serio?
        Niente a che vedere con le riflessioni di Giampiero!

  2. Sebastian
    19 agosto 2009 alle 13:08

    @ mercedario

    Ma certo che dico sul serio!
    La Sapienza parla anche dalla bocca degli ignoranti!

    E’ espressione della potenza di Dio che in tutto può manifestarsi a gloria del suo creatore…
    Il paragone con Giampiero non regge. Lui è lui, e tu sei tu. Ognuno brilla di luce diversa ma di intensità UGUALE agli occhi di Dio.

    Bacioni!

    • mercedario
      19 agosto 2009 alle 13:35

      @Sebastian
      Si, la Sapienza di Dio si rivela dove vuole e attraverso chi vuole.
      Grazie Sebastian per avermelo ricordato

  3. Sebastian
    19 agosto 2009 alle 15:23

    @ mercedario

    Si, in tutte le cose.
    Tutta la creazione pulsa dello Spirito di Dio.

    Tu parli, dici qualcosa, ma chi ascolta recepisce qualcosa di diverso e misterioso e, a tua insaputa. Qualche volta succede che osservando il profondo degli occhi di chi ascolta il tuo parlare, ti accorgi che qualcosa ha toccato una sua corda giusta e… anche questa è Sapienza per te.

    P.S.

    Ma hai fatto studi teologici? Sei forte!

    • mercedario
      19 agosto 2009 alle 15:43

      @Sebastian
      E’ vero quello che dici, mi è capitato di parlare di cose di Dio con tanta gente dirversa e tutte le volte che ho preparato ciò che volevo dire pensavo proprio a cosa il Signore attraverso di me avrebbe detto ad ognuna delle persone che avrebbero ascoltato. Ma questo è un mistero che non ci può essere rivelato se non attraverso uno sguardo che all’improvviso si accende, un sorriso che si apre, una stretta di mano alla fine o un grazie sussurrato all’orecchio.
      Quanto è grande la Sapienza di Dio e quanto piccoli noi siamo dinnazi ad essa.

      P.S. Non ho fatto studi teologici. Cerco di nutrirmi della sua Parola, anche se ultimamente mi riesce difficile per via di quella storia successa in parrocchia. Ma come vedi il Signore riesce sempre ad afferrarmi e tirarmi dalla sua parte. E questa volta ha usato te, caro Sebastian.

  4. Sebastian
    19 agosto 2009 alle 16:00

    eh eh eh mi fai arrossire!!

    Grazie, troppo buona! Anche tu hai dato qualcosa a me, non credere di essere immune da questo meraviglioso “meccanismo”!

    Bacioni!

  5. Sebastian
    25 agosto 2009 alle 22:12

    @ mercedario

    Spostiamoci qui per la storia del Vangelo.

    Forse, ma molto forse, qui è più pertinente

    • mercedario
      25 agosto 2009 alle 22:33

      @Sebastian
      Si meglio spostarci di qua.
      Giampiero avrà un bel da fare al rientro dalle ferie per rimettere in ordine. Quando il gatto non c’è i topi ballano 😉

      Interessante la continuazione del tuo commento, lo medito e ti rispondo. La notte è illuminante per queste cose

  6. mercedario
    26 agosto 2009 alle 9:49

    @Sebastian
    Riporto qui la tua meditazione:

    Sebastian ha scritto:
    Eravamo rimasti che Pietro era preso dalla botta e dice a Gesù che riconosce in Lui che è il Figlio di Dio. Ovviamente Gesù notò gli occhietti a pampinella di Pietro e, vivendoci accanto fino a subirne anche il profumino dei piedi di chi cammina tanto e col caldo, sapeva bene che Pietro non si era fumato qualcosa di strano ma, qualcosa di diverso era successo. Cosa che in realtà Gesù sapeva già.
    Pertanto Pietro, non è che perdeva colpi per l’età e l’aterosclerosi galoppante, ma perchè aveva superato a sua insaputa l’esame del Capoccia; il Boss dei Boss, insomma, il Padre. E Gesù glielo dice. Un’esamino del cavolo, insomma… un’argomento a piacere e via! Tattata, taratarata, quattro cose a memoria semplici semplici con parole tue e ti ai afare l’estate tranquillo ed in santa pace con la promozione in tasca!

    Già, perché Gesù, era uno che ce l’aveva il sale in zucca!! Non è come certi elementi da sbarco che bazzicano oggi di canale in canale della TV nazionale! Aveva capito tutto ma, ne mancava un pezzettino.

    Mi sbaglio?

    Il mistero di Cristo è unico ed inscindibile: o lo si accetta tutto, come ha fatto Pietro con la sua affermazione “Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto, e sappiamo che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6, 68-69), o lo si rinnega tutto come hanno fatto i discepoli che dicono: ” Questo linguaggio è duro; chi può ascoltarlo?” (Gv 6, 60).
    Troppo spesso invece molti uomini e donne per una falsa compassione alterano il linguaggio duro di Cristo per guadagnare fratelli. Ma nessun desiderio umano di attirare fratelli lontani può legittimare una riduzione di quanto Gesù ha detto. Lui ci ha tanto amato e desidera la nostra salvezza: tuttavia ha preferito perdere “molti” discepoli piuttosto che modificare una sola delle sue parole.
    Pietro ha compreso che tutto si giocava in questo momento perchè ha permesso allo Spirito Santo di illuminarlo e ha potuto comprendere sia la Parola che i Segni del Cristo fatto uomo.
    Se non c’è questa comprensione la fede rimane sterile e non riesce a svilupparsi in una fede forte e radicata nel Pane di vita.

    • Sebastian
      26 agosto 2009 alle 10:28

      @ mercedario

      Complimenti! Una riflessione di tutto rispetto.

      Ma secondo te, poteva Pietro non permettere allo Spirito di non illuminarlo?

      • Sebastian
        26 agosto 2009 alle 10:30

        Riscrivo correttamente… la tastiera ha fatto bizze! C’è un “non” di troppo!

        Ma secondo te, poteva Pietro non permettere allo Spirito di illuminarlo?

  7. 26 agosto 2009 alle 11:05

    Sono finalmente riuscito a postare i commenti alle ultime due sezioni del “discorso del pane” lette nella liturgia della parola le due ultime domeniche scorse. E’ proprio il brano di cui state discutendo.
    https://terradinessuno.wordpress.com
    Se volete potete spostare li il dibattito.

    • mercedario
      26 agosto 2009 alle 11:44

      @Giampiero
      Ho provato a rispondere Lettere Domenicae ma non ci sono riuscita…

      @Sebastian
      Certamente che Pietro poteva non farsi illuminare.
      Lo facciamo tutte le volte che rifitiamo il mistero e la Maestà di Cristo e diciamo: “Quanto sono dure queste parole…”

      • Sebastian
        26 agosto 2009 alle 12:26

        @ mercedario

        Mah, ho i miei dubbi che Pietro potesse non farsi illuminare. L’illuminazione è una grazia e… dura un attimo. E’ più veloce del pensiero. Non ne ha avuto il tempo.

        La sua scelta di fede matura e consapevole è stata successiva. Pietro non era forte ancora, lo rinnegò, tre volte ben presto, infatti. La fedeltà totale fu a fede matura, molto dopo, quando ebbe capì che siamo una cosa sola.

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